Per fortuna che è venerdì, mi sono detta stamattina. No, non perché domani è sabato. Ma perché sabato è appunto domani, non oggi. Avevo un gran bisogno di un altro giorno per ritrovare l'equilibrio prima di un fine settimana che inizia con il primo maggio (e autobus ridotti) e previsioni di pioggia per domenica. Qindi ben venga un giorno d'ufficio qui in cantina a smanettare con Typo3 per comporre la newsletter, a caricare foto e a scrivere articoli. Domani sarò prontissima, lo giuro.


Come sono io? Che persona sono? Mi sono fatta questa domanda oggi almeno due volte. Come madre, innanzi tuttto. Una collega mi ha definito una madre nordica, abbastanza sportiva, poco appiccicosa. Ma qui gioca senz'altro il metro della collega. Marielou e altri amici certamente mi definirebbero abbastanza ansiosa e mediterranea e ieri ho suscitato la perplessità di molti (inclusa Laura Boldrini!) perché non perdevo mai di vista Meryem che saltellava nel castello gonfiabile. Certo che non le sarebbe successo nulla: ma lei voleva che la guardassi e appena mi allontanavo si precipitava giù a cercarmi. La cosa non mi lusingava particolarmente (potendo, mi sarei sbracata a mangiare pecorino e a chiacchierare tra adulti), ma non mi è parsa nemmeno tanto intollerabile. Normale, ecco.
Ma poi oggi, non so bene perché, mi sono trovata a farmi un'altra domanda. Che persona sarei se in Italia, di punto in bianco, ci fosse un regime? Se alcuni fossero perseguitati per razza, origine, idee politiche? Sarei di quelli che fanno gesti eroici perché lo trovano doveroso e normale? Oppure verrebbe fuori la parte di me timorosa delle istituzioni, rispettosa delle regole, quasi terrorizzata di essere colta in fallo? Perché in questo caso sarei proprio bipolare, credo: idealista fino alla stupidità, obbediente fino alla sottomissione.
Ma su tante cose, sospetto,  mi si vede in modi semplicemente opposti: timida o logorroica? capace di lavorare in team o gregaria? autorevole o influenzabile?
Non è che qualcuno di voi, mio sparuto gruppo di lettori, scriverebbe da che cosa soprattutto mi vede caratterizzata? Chi mi conosce dal vivo e chi no, non importa. Facciamo che è un esperimento di grido, con un bel nome americano o una sigla francese. Fate un po' voi.

P.S. Mi è tornata in mente una memorabile partita di Tabù di molti anni fa. Un amico pensò bene di dare alla sua squadra l'indizio che gli pareva geniale: "Lo sono io". Non ricordo la risposta, forse "ingegnere", o "laureato"… Le risposte furono però ben diverse. Il poveretto si trovò coperto da ogni genere di insulti, da "tirchio" a "grasso", "brufoloso", "basso"… Per dire che sono consapevole del rischio, esprimetevi pure.


E se invece abitassi a Pietralata? Ma no, cominciamo dal principio. Oggi mi ero autoimposta una sorta di prova di metà settimana (per chi vede S.O.S. Tata), ma senza furgone appostato per i soccorsi. Bioparco, coi mezzi (circa un'ora di autobus) e ritorno. Già mi pareva ambizioso. Scelgo come compagna di avventure la solita Marielou, temibile volontaria olandese sulla sessantina (forse oltre, chi può dirlo) che ha le energie che io non ho mai avuto neanche a diciotto anni. Lei raccatta un paio di bambini da un'amica sudanese (ne avrebbe presi anche tre, ma uno dormiva) e i vediamo lì. Se non che, quando stavamo in contemplazione di giraffe e giraffini, mi confessa il proposito di fare "un salto" a Pietralata per pranzo. Che sarà mai. Solo mezza città.

Presa dall'euforia ho detto sì e ho fatto benissimo. Così ho scoperto che 25 aprile è anche il nome di un campo, e che campo. Ho visto mia figlia saltare su un castello gonfiabile in un ambiente socialmente sano, con tanti ragazzi e bambini di ogni età. Abbiamo mangiato pasta al dente piccantina, fave e pecorino (io solo pecorino). Abbiamo assistito a un incredibile spettacolino di magia che non gli avresti dato due lire, e invece… Abbiamo portato a casa tonnellate di terra e sabbia, in cui Meryem si è rotolata accuratamente. Siamo state, sia pur per poche ore, parte di questo: inutile dire che ne sono fiera. Magari abitassi a Pietralata.


Giornata un po' surreale. La mattina si è rotto un po' di tutto, dalla zuccheriera alle chiavi di casa (fortunatamente non ho lasciato pezzi nella toppa). Poi siamo andate a una festa di bimbi, che avrebbe dovuto essere un pic nic, ma visto il tempo era diventata indoor. Un brulicare di nani e di genitori più o meno alternativi chic. Evidentemente on qualche "special guest". Solo ora realizzo che la fanciulla che mi ha più volte faticosamente scavalcato mentre, spalmata per terra, suonavo il tamburo con Meryem era Regina Orioli. Queste cose capitano, a Monteverde. C'è chi ci viene ad abitare apposta. Io no. Non ci sono venuta ad abitare apposta, intendo.


A distanza di qualche giorno, tento di dire la mia anche su un'altra questione, che ho tentato di far sedimentare anch'essa, con ben minore successo. Non mi sono documentata a fondo sui fatti di cronaca e le dichiarazioni i intenti specifiche che hanno ri-alimentato la discussione, ma tra venerdì e sabato scorso mi è stata posta per ben due volte la questione della necessità di vietare la macellazione islamica per presunta crudeltà dei confronti degli animali. 
Mi insospettisce tutto questo zelo per la presunta sofferenza del bue (non ho la competenza per dire se recidere la trachea e l'esofago con una lama affilata sia particolarmente più doloroso di altri metodi: posso solo aggiungere che le regole islamiche raccomandano di non spaventare l'animale, di agire in modo rapido e deciso, di non maltrattarlo o percuoterlo in alcun modo: la violazione di queste regole rende non valida la macellazione rituale). Siamo in un paese che pratica la caccia sempre più indiscriminatamente, che non vieta metodi di allevamento vergognosi, né una serie di altre atrocità che qualunque animalista ha ben presenti. Mi insospettisce soprattutto perché questa pratica, certo più sanguinolenta, non è nuova nel nostro territorio: gli ebrei l'anno sempre praticata e infatti la legge che l'autorizza accomuna comunità ebraiche e comunità musulmane.
Ora non sarò io a sostenere che le norme religiose siano un modello di razionalità. Ma francamente accomunare la macellazione rituale a ben altre forme di violenza tradizionale ammantate con pretese motivazioni religiose quali le mutilazioni genitali femminili, mi pare un'esagerazione in malafede. Nelle nostre e non solo nostre campagne si sono sgozzati maiali, accoppati conigli e via così da sempre. Ho il legittimo sospetto che questa enfasi sulla gravità della pratica dipenda dall'identità di chi ne usufruisce: musulmani, stranieri, diversi, potenziali invasori "che vogliono comandare a casa nostra". No? Faccio un appello agli animalisti: liberi tutti di condurre le battaglie che credete giuste, ma cercate di non farvi strumentalizzare. Le sofferenze, piaccia o no (no, lo so già, non piace: ma lo scrivo lo stesso), ammesso che tali siano, non sono tutte sullo stesso livello. Soffrire indistintamente per qualunque essere vivente è un'astrazione molto poetica, ma quando lo si fa davvero è una profonda ingiustizia.
Queste leggi fintamente compassionevoli sono chiaramente volte a creare astio, esclusione, conflitto, disprezzo. Nessuno di queste anime sensibili verso i bovini si chiede cosa prova una bambina musumana che viene emarginata dai suoi compagni? Un lavoratore immigrato che viene trattato peggio di spazzatura? No, non dico peggio di un animale: da noi gli animali sono spesso trattati assai meglio di molti uomini, perché sono i nostri cuccioli, i nostri compagni. Non è un paradosso, è un fatto. Una ricerca europea ha dimostrato che in Gran Bretagna la spesa per gli animali domestici è superiore a quella che tutti gli Stati Membri dell'Unione impiegano per accoglienza e assistenza di richiedenti asilo e rifugiati. Niente contro gli animali, ma non dimentichiamo gli uomini.


Non vivere su questa terra
come un estraneo
o come un turista della natura:
Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre;
Credi al grano, alla terra, all'uomo.
Ama le nuvole, le macchine, i libri
ma prima di tutto ama l'uomo.
Senti la tristezza
del ramo che secca,
dell'astro che si spegne,
dell'animale ferito che rantola
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell'uomo.
Ti dian gioia
tutti i beni della terra.
L'ombra e la luce ti dian gioia,
le quattro stagioni ti dian gioia
ma soprattutto, a piene mani
ti dia gioia l'uomo.


L'altra sera seguivo, un po' malvolentieri, Anno Zero su Emergency. Perché malvolentieri? Perché non sono una fan di Santoro, non amo il modo aggressivo con cui gestisce i dibattiti. Mi pare anzi che li costruisca, lasciando spezio ai partecipanti solo nella misura in cui dicono la battuta che a lui pare funzionale all'esposizione. Più che un dibattito, un collage di citazioni dal vivo. Su Emergency ho sentimenti contrastanti, per motivi che cerco di chiarire e di chiarirmi in questo post.
Prescindo, evidentemente, dalla questione specifica di cui si parlava. Sia perché se ne è già parlato parecchio, sia perché non è tanto quella che mi pare significativa in questa sede. Mi ha colpito molto un'espressione di Luttwak: "la piaga delle ONG". Un'espressione forte, che lui motivava citando l'esempio del disastro in Somalia (di cui, guarda caso, ho da poco sentito trattare con grande lucidità da Mario Raffaelli). L'idea era che in situazione di conflitto, l'intervento di entità che non devono rendere conto a nessuno sia fondamentalmente più un danno che un beneficio.
Ora, siccome io lavoro per una ONG, immaginerete che la frase non possa lasciarmi indifferente. Mi sono presa un po' di tempo per riflettere, perché non vorrei liquidare tutto con una mera reazione emotiva. Luttwak non mi piace affatto, non condivido gran parte di ciò che dice: ma non si può negare che abbia possa vantare una straordinaria intelligenza.
La frase ad effetto è evidentemente una voluta e calcolata esagerazione. Ma mi ha aiutato comunque a mettere a fuoco una questione su cui mi interrogo da tempo, anche in relazione alle attività in Italia. In un mondo complicato come il nostro, l'azione umanitaria pura e semplice è nel 99% dei casi una pura utopia. Fa eccezione forse il gesto estemporaneo di solidarietà del singolo, che lo compie in segreto e in anonimato. Ma ogni altro genere di azione, ha inevitabilmente effetti ulteriori, che devono essere compresi, valutati e gestiti. Che azioni sedicenti umanitarie (o anche in buona fede) abbiano condotto e conducano a potenziali sfaceli, non c'è bisogno che ce lo racconti Luttwak. Ci sono centinaia di esempi. Emergency è uno di questi esempi? Direi proprio di no. Tuttavia non si può neanche sostenere che l'azione di Emergency si limiti alla generosità eroica di alcuni medici. Comunicare la guerra, fare opinione è uno dei precisi intenti di Emergency, che a questo fine investe risorse affatto trascurabili (sia in termini economici che di rapporti, di contatti, di relazioni). Io, a distanza, ritengo che tale intento in Italia sia lodevolissimo e basta. Che possa avere però ripercussioni politiche in Paesi dove l'Italia agisce militarmente o anche diplomaticamente, è pure innegabile. Sono scelte precise, che hanno una connotazione politica (non nel senso di legata a un partito o a un altro: diciamo in senso più ampio). Chiarito questo, si può condividere o meno, al limite caso per caso. Che la visibilità sia uno degli obiettivi di Emergency non c'è nulla di male ad ammetterlo: non il primo, non il principale, ma certamente ha una sua importanza alla luce dell'azione di sensibilizzazione su larga scala condotta da Emergency.
Passando all'Italia, mi viene in mente un esempio vecchiotto ma molto pertinente della difficoltà di giudicare la "positività" o meno di un intervendo. MSF fece anni fa un ferocissimo rapporto sui CTP (oggi CIE), i centri di detenzione per migranti in attesa di espulsione. Quei centri (come i CIE oggi) erano evidentemente uno scandalo giuridico e umanitario, senza alcun meccanismo di controllo. Denuncia fondatissima, evidentemente. Però questa denuncia pubblica, molto molto mediatica e dai toni volutamente aggressivi ebbe l'effetto immediato di precludere l'accesso ai centri a quelle poche ONG che vi operavano. Per anni questo irrigidimento fu una difficoltà quasi insormontabile e molte persone, che avrebbero potuto essere assistite legalmente e "umanitariamente", sono rimaste "abbandonate". E' stato un bene? Dipende.
Un possibile ragionamente sotiene che se il problema è pienamente di dominio pubblico, se fa opinione, prima o poi questi centri verranno chiusi. Un altro possibile ragionamento (più cinico o, in questo caso, più realistico) davanti allo stesso problema potrebbe essere agire con discrezione a livello politico, fare lobby con le istituzioni europee, cercare di muovere passettini cauti e nel frattempo, anche in virtù di questa scelta diplomatica, continuare ad operare. Controindicazione: l'opinione pubblica continuerà a ignorare la questione. Va detto che, in questo caso, il fallimento dell'una e dell'altra via è stato comunque totale. Ma qual è la scelta giusta? Conta di più la consapevolezza della società civile italiana o l'interesse immediato di qualche centinaio di persone che avrebbero potuto essere assistite? E'n ovvio che non c'è una risposta e che la questione è comunque mal posta. Ma merita comunque una riflessione.
Queste questioni a una ONG si pongono continuamente. Sono scelte difficili e probabilmente in nessun caso c'è una risposta giusta e una sbagliata. Ciascuno valuta, come fanno anche Emergency o il Centro Astalli, in base alle proprie priorità. Ma sarebbe stupido far finta che si possa "agire bene" e basta. Magari fosse così. E questo non perché, come spesso si dice, perché non ci sia trasparenza nella gestione (nella maggior parte dei casi la trasparenza c'è ed è sotto gli occhi di tutti: del resto il consenso è uno dei pochi punti di forza di una ONG): piuttosto perché (per fortuna?) il mondo non è bianco e nero. Ma a pensarci bene, ciascuno di noi lo sa benissimo, fin dall'infanzia. O no?


Meryem e l'altro sesso, prima puntata. "Mamma, sai che domani il mio amico Federico ha detto che si veste da gatto?" – Glom, non ci sarà mica una festa di Carnevale messicano o qalche celebrazione a me ignota per cui si supponeva che le mamme facessero qualcosa? Ma no, non mi pare proprio. La fanciulla prosegue: "E ha detto che io mi devo vestire da leone!". Ah, ecco. Il fanciullo almeno ha chiaro quali siano i rapporti di forza.
Al kebab, ieri pomeriggio, Meryem dava il tormento a Nizam, che era peraltro da solo al banco. "Meryem, lascialo lavorare 'sto pover'uomo!", mi è scappato detto. Lei mi guarda tra l'orripilato e l'incredulo: "Ma mamma, non lo vedi? Non è un uovo: è papà!".


Uno dei temi discussi nell'ambito dell'iniziativa Mamma che ridere è il confronto con le altre mamme. Le mamme perfette dei figli perfetti, ovviamente. Quelle che senza problema assistono a raffinati concerti di musica classica con tutti i bimbi al seguito. Che la domenica mattina lucidano l'argenteria mentre la prole disegna per ore in silenzio, senza mai sbaffare con il pennarello e senza neanche macchiarsi le manine. Quelle che i bambini non solo li svezzano, ma li addestrano alla perfezione ad usare le posate da pesce e anche a mangiare il pollo arrosto senza mai usare le mani.
Le più temibili rappresentanti di questa categoria sono le mamme che neanche te le vengono a raccontare queste cose: te le sbattono in faccia nella realtà della pratica quotidiana, e con la massima naturalezza. Sono però superate solo da quelle che lanciano là queste frasette fintamente solidali, volte a sottolineare la tua inadeguatezza. Ne ho in mente una in particolare. La chiameremo C.S. (non è un nome è un cognome, non vi sforzate: è un po' come S.I. in Criminal Minds). C.S. ha due figli perfetti. Di più. Una coppietta perfetta. Come non esita a sottolineare, loro sono l'incarnazione del fatto che lei è un'ottima madre. Una madre che non ha dubbi: dai biscotti della colazione alla scuola di musica, lei sceglie il massimo. O piuttosto, la sua è l'unica scelta accettabile per una madre che abbia a cuore il bene dei figli (ma attenzione, al mondo l'unica che davvero risponda a questa descrizione è lei). Dalla nascita dormivano tutta la notte. Mangiavano e mangiano qualunque cibo in qualunque circostanza, educatamente seduti a tavola e senza fare rumore. Non sporcano, non disturbano, a comando sorridono pure. C'è bisogno di dirlo? Sono molto, molto diversi dalla Guerrigliera.
C.S. è solidale. A debita distanza. Si rammarica che la mia vita non sia perfetta come la sua. "Sai, noi quando la bambina è nata potevano andare dappertutto: lei era buona!" ha pensato bene di dirmi a due mesi scarsi dalla nascita di Meryem, quando a stento riuscivo a girare per la casa.
Però Meryem quando vede una persona a cui vuole bene, salta dalla gioia, corre, la soffoca di baci. E a me fa impazzire così, con tutte le sue monellerie. Avrà tutto il tempo di diventare migliore di me, scegliendo con la sua testa. Io cerco di fare del mio meglio e la abbraccio forte, nel caos della mia impefezione.


Ci sono alcuni momenti (magari rari, ma ci sono) in cui lavorare per il Centro Astalli è un privilegio. Oggi era uno di quei momenti. Ho proposto e ideato un corso di formazione in tre appuntamenti sul Corno d’Africa. Quella regione della terra da cui proviena la maggior parte dei rifugiati che arrivano (o piuttosto arrivavano) in Italia. Quel luogo in cui, senza troppi scrupoli, li respingiamo, "perché non si può accogliere tutti", "perché ormai è un’invasione", "perché tanto ci stanno solo provando". O peggio, "perché questa gente non si merita niente di meglio".

La verità è che l’estensione e la profondità dell’ignoranza, a partire dalla mia, è sempre sottostimata. La sede Rai "per l’Africa" (una sola, a Nairobi) sta per chiudere. E noi continuiamo a cullarci delle nostre fantasticherie senza costrutto, fatte di stereotipi e conflitti tribali. La Somalia, ad esempio. Quasi trent’anni senza alcuna forma di governo. E in mezzo tutto il resto, da Ilaria Alpi in poi.

Stasera abiamo invitato Mario Raffaelli. Ci ha parlato di Corno d’Africa con viva passione per quasi due ore. Ci ha fatto toccare con mano la complessità di ciascuna sottoquestione, ma anche i danni fatti per interventi "senza strategia" e guidati da obiettivi e criteri che con quel luogo hanno poco a che fare. Ci ha fatto riflettere su come la "lotta al terrorismo" ora paralisi qualunque processo politico, strategico e di mediazione, proprio come i blocchi all’epoca della Guerra Fredda. Ma ci ha anche fatto immaginare soluzioni fuorse ancora possibili (che richiedono intelligenza e impegno), nuove chiavi di lettura, piccole iniziative di portata potenzialmente rivoluzionaria (perché non fare una campagna mirata per chiedere che la missione Atlanta, oltre che a pattugliare le coste per contrastare le azioni di pirateria somale, non abbia anche mandato di agire contro i "pirati del pesce", quelle compagnie europee e asiatiche che impoveriscono la fauna ittica del Paese infliggendo ogni anno un danno superiore a qualunque somma stanziata in cooperazione?).

Insomma, avevo molti interrogativi su una questione controversa e mi sono potuta permettere il lusso di far invitare uno dei massimi esperti della cosa a parlarmene approfonditamente. In compagnia di un centinaio di altre persone, che hanno potuto godere della mia buona idea (sì, oggi mi sento proprio fiera e soddisfatta).

Certo, poi uno si chiede: "Ma possibile che non si possa andare al di là?". Forse no, non è possibile. Ci toccherà ancora a lungo ingoiare cose che certo è più comodo e facile non conoscere approfonditamente. Ma poi i giornalisti somali li incontri. Quei giovani, motivatissimi, che cercano su internet di svuotare il mare con un cucchiaino. Sono arrivati a Lampedusa, sono sopravvissuti a anni di cosiddetta "accoglienza" italiana. Ma non hanno perso l’entusiasmo e la voglia di fare per un Paese che non esiste più da ben prima che loro nascessero. E noi vogliamo rassegnarci così, senza neanche cominciare? Si può essere meno cinici, meno indifferenti, meno scettici. O almeno, se tutto questo proprio non fosse possibile, un po’ meno ignoranti.


Ma come facevamo prima di internet? Non dico il web 2.0, i social network e tutte queste trappole in cui inizio timidamente a sguazzare e su cui magari tornerò. No, proprio lo strumento bieco. Dove cerco i tragitti con l’autobus, dove scopro che l’attore coinvolto in un intrigante progetto teatrale impegnato è anche Roberto Ferri di Un posto al sole, dove appuro che il seggiolino su cui Meryem sbuffa sempre di più va cambiato, in fretta, con una specie di furgolone che non mi attira affatto. Facevamo a meno anche del cellulare e gli aneddoti dei tempi dell’università, fatti di file ai telefoni pubblici per telefonare alla mamma o al fidanzato lontano, di litigate perché mio padre si ostinava a tenere occupato il telefono di casa proprio all’ora convenuta, risultano ormai poco comprensibili a un pubblico giovane. Ma internet, che botta. Niente è più lo stesso.

E adesso, che vivo molto più sola che in passato, su internet in qualche misura mi pare di tenere i contatti con il mondo, di testimoniare che ho ancora degli interessi e che sopravvivo ai rituali ormai consolidati del tè con i crackers del dopo cena (dove la cena spesso sono gli avanzi che mi lascia mia figlia). Ma c’è una cosa stasera che mi fa un po’ rabbia: in questa specie di simulazione di rapporti sociali a debita distanza, riesco – sia pur raramente – a rivivere le delusioni delle amicizie vere. Si tratta di contatti che non si possono neanche definire rapporti. Nickname  ricorrenti, poco più. Salvo le rare piacevoli eccezioni in cui ci si vede in faccia e allora si ha la possibilità di scoprire che: a) le blogstar solitamente sono timide; b) un blog può essere molte cose diverse, tutte pienamente legittime e degne (dal lavoro puro al puro cazzeggio) e non è più di tanto indicativo di chi ci sta dietro; c) che le affinità immaginate sul web non hanno molto a che fare con quelle che annusi nella realtà – che poi è il motivo per cui gli e-book sono utili e sacrosanti, ma non sostituiranno mai l’odore e la consistenza dei libri veri. Tipo quelli di Exòrma. E allora l’utilità e la comodità sono una cosa, il diletto e l’affetto tutt’altra.

Ciò detto, viva internet. Viva Facebook, che ti consente di superare, almeno potenzialmente, imbarazzi che penserenti insormontabili e di chattare, dopo decenni, con persone prima perse nel nulla (e magari anche incontrarle). E che è il primo modo che conosco di spettegolare anche se si è soli. Viva anche i blog, sia i quaderni di appunti meramente personali come questo, sia gli esperimenti (artistici o commerciali che siano), sia quelli che in realtà sono un lavoro in sé – di cui usufruisco con grandissimo piacere.