E’ meglio


Sento che in questo post mi lancerò in confidenze di cui potrei pentirmi. Ma ormai la mia vita, per voi sparuti lettori, è un libro aperto. Dunque non mi censurerò e vi metterò a parte di quanto ho appreso, con somma sorpresa, oggi intorno alle quattro del mattino. Perché ogni momento, anche il più inatteso, può aprire la strada alla saggezza.

La parte più imbarazzante in realtà è la premessa. Da circa 6 anni, 6 anni e mezzo, io e Nizam dormiamo su un letto rotto. Prima si è staccata una zampa, poi l’altra. Purtroppo ciò non l’ha reso un futon, perché la testiera di legno, tutta di un pezzo, è rimasta alla stessa altezza. Cambiarlo? Quando mai. L’equilibrio è una virtù innata, da esercitare con pratica quotidiana. Basta sapere che non ti puoi mai sedere su un capo del letto per rispondere al telefono o per allacciarti le scarpe. Basta sapere che per infilarsi sotto le coperte bisogna fare un movimento cauto e graduale di strisciamento. Basta sapere che mai, neanche quando la sveglia trilla, bisogna alzarsi di scatto. In genere queste precauzioni (e altre che immaginerete da soli) sono sufficienti.

Stanotte no. Per qualche moto tellurico non registrato da sismografo (no, maliziosi, lo so cosa state pensando: nulla di tutto ciò che immaginate) di punto in bianco il letto è crollato rovinosamente. “Su, dài, rimettilo su”, bofonchio io. L’operazione mi viene infatti difficile anche da sveglia e richiede forza fisica, pazienza e coordinazione. “Mmmm”, replica il kebabbaro. Insisto. “Credimi, così è meglio”, se ne esce lui improvvisamente risoluto. E per dimostrarmelo, si sdraia a testa in giù sul letto ormai inclinato a 35% e si riaddormenta. Meglio per chi? Forse per una coppia di opossum. Per un attimo mi sfiora l’idea di mettermi al rovescio anche io (non si dice forse che dormire con le gambe sollevate fa bene alla circolazione?). Ma poi saggiamente rinuncio e dormo scomoda, ma in posizione vagamente umana.

Meryem stamattina mi guardava perplessa. “Ma è normale che papà abbia la faccia viola?”. Proprio normale no, ma speriamo che non sia letale. E comunque è meglio.

Le Quyen


Anzi, Lệ  Quyên Ngô Ðình. Un nome difficile (ci tornerò). Questo è il mio blog personale, quindi non posso andare oltre il mio piccolo, parziale saluto e ricordo. Altrove troverete di più (e comunque sempre troppo poco: incredibile quante cose avesse fatto, quante ne facesse e a quante si interessasse).

Non posso dire di averla incontrata di recente. Nessuno che si occupi di rifugiati, soprattutto a Roma, può dire di non conoscerla. Era stimata, apprezzata e anche un po’ temuta in ogni campo del nostro lavoro. Una donna magnetica, dal piglio energico, impeccabile nell’espressione scritta e orale. Ma c’è stato un momento in cui il nostro rapporto ha superato quello tra enti ed è diventato una relazione personale. Era un convegno di fine progetto. Un progetto che ci aveva dato del filo da torcere e la parte di esposizione che toccava a me non era né facile né simpatica. Alla fine del mio intervento, lei si avvicinò e mi disse: “Lei è brava a parlare in pubblico. Dobbiamo tenerlo presente, in futuro”. Chi mi conosce un po’ sa che io e la stima altrui non abbiamo sempre un buon rapporto. Diciamocelo, io di solito mi baso soprattutto sull’autovalutazione. Ai complimenti raramente mi scopro a dare peso. Ma lei era lei. E, sebbene fosse sempre molto cortese e cordiale con tutti, le sue parole erano sempre ben pesate.

Al progetto successivo abbiamo collaborato molto più strettamente, scrivendo insieme un capitolo di una ricerca. Dopo molte questioni sul fatto che non c’era nessuno che potesse fare editing e che dunque avremmo dovuto aggiustarci da noi rispetto alla continuità di stile, abbiamo convenuto di provare a buttar giù due pezzi giustapposti e lavorare in seguito per l’armonizzazione. Ebbene, scoprimmo in quella circostanza che avevamo uno stile di scrittura tanto simile da essere praticamente indistinguibile. Nel frattempo quel progetto ha creato un gruppo di lavoro eterogeneo e itinerante, che finì con l’incontrarsi, insieme o a gruppetti, in diverse circostanze su e giù per l’Italia. Lệ Quyên in quel contesto ha saputo andare ben oltre il suo ruolo ufficiale. Fu uno scambio a tutto campo, in qualche misura anche informale e personale, intessuto di tragitti in treno e pranzi arrangiati in rosticcerie di varie località. “Tu, quando mi scrivi, sei tra le poche che scrive il mio nome correttamente”, mi disse un giorno dalle parti di piazza Indipendenza, a Roma. Eravamo passati al tu (ci si adeguava al codice del gruppo di lavoro, in netto contrasto con la sua abitudine di dare del lei a tutti i collaboratori, anche a quelli più stretti) e io risposi: “Beh, non è difficile: faccio copia incolla dalla tua firma”. La verità è che io detesto quando chi scrive una mail sbaglia il nome del destinatario. A voce si può sbagliare, ma quando si scrive il controllo dovrebbe essere un obbligo di cortesia. Si parlava molto di nomi, in qella pausa pranzo. Nel rispetto della persona che passa anche attraverso lo sforzo di non storpiare il nome altrui e il tentativo di dare adeguatamente del lei anche (e soprattutto) allo straniero appena arrivato.

Ma parlammo anche di altro, in quei mesi. Del mio ultimo tentativo di carriera universitaria, attraverso il concorso più avvilente della mia esperienza. Lei mi raccontò la sua, di esperienza, per certi versi ancora più frustrante. E il fatto di essere su un treno per Parma la mattina in cui ho saputo l’esito della farsa, in attesa di essere accolta da un variegato gruppo di specialisti un po’ caciaroni che in parte faceva il tifo per me (e in parte mi augurava, saggiamente, di restare dov’ero) certamente è stata una terapia efficace per riprendermi da un’esperienza non esaltante. Con Lệ Quyên parlai anche delle mamme blogger e di “Hai voluto la carrozzina?”. Lei mi confessò di aver accarezzato molte volte l’idea di scrivere un libro comico sulla maternità e, se non fosse stato per un impedimento dell’ultim’ora, si sarebbe unita volentieri a un aperitivo con una blogger che andavo ad incontrare, sfruttando la trasferta del progetto. Lesse il libro con la stessa accuratezza che dedicava alle ricerche giuridiche e questo mi incoraggiò, quando saltai una riunione del progetto successivo a causa di un infortunio surreale di cui ero rimasta vittima, a giustificare la mia assenza mandandole un link, questo. Scoprii poi che lo aveva girato anche a una sua serissima collaboratrice, con cui si davano del lei, per incoraggiarla a ridere a sua volta degli acciacchi e delle difficoltà.

Quest’anno stavamo lavorando a un progetto a cui entrambe tenevamo molto. Non erano mancate le difficoltà e anche, ahimè, le tragedie. Ma il clima delle riunioni di progetto era sempre incredibilmente rilassato, scherzoso, affettuoso e allo stesso tempo produttivo ai massimi livelli. Stavamo facendo un lavoro eccellente, ciascuno nel suo. Lo continueremo, certo. Ma non è la stessa cosa. Una come lei non si può sostituire, in nessun senso. Il mio capo gesuita dice che dobbiamo essere riconoscenti per avere avuto la grazia di fare un pezzo di strada con lei. Certamente. Oggi però mi sento solo di pensare che mi fa rabbia quello che tutti abbiamo perso, che è un’ingiustizia e uno spreco incalcolabile. Che mi fa malissimo non poter partecipare al suo funerale (domani si lavora). Che mi fa malissimo, soprattutto, non poter più godere della sua compagnia, del suo umorismo, della sua competenza e, non ultimo, della sua eleganza.

Arrivederci, Lệ Quyên.

Fa putilup putilup


La mia infanzia è stata funestata da una storiellina piuttosto stupida, che ho la deplorevole tendenza a citare per allusione, guadagnandomi occhiate perplesse e interdette da parte dei miei interlocutori. Eccola qui.

“Cos’è quel tubo nero a strisce gialle che vive nella spina e fa ‘putilup putilup’?”
“Non so davvero. Mi arrendo”.
“Un’anguilla!”
“Vabbè, un’anguilla assomiglia a un tubo nero. Ma le strisce gialle?”
“L’ho dipinta io”.
“E perché vive nella spina?”
“Vive nella corrente e quindi anche nella spina”:
“Ok, ma ora non mi vorrai far credere che un’anguilla fa ‘putilup putilup’!”
“No, quello lo ho aggiunto io, altrimenti l’indovinello era troppo facile…”

Sono molte le circostanze della mia vita in cui mi trovo a pensare di aver aggiunto un “putilup putilup”, altrimenti era troppo facile. Il fatto che mi renda conto dell’assurdità della cosa non la rende meno assurda. Sospiro, mi tengo le strisce gialle e il pacchetto completo, cercando di convincermi che, sotto sotto, sempre di un’anguilla si tratta.

Uscendo di metafora, a volte anche il contesto mi aiuta in questo processo eterno di complicazione affari semplici. Oggi, vincendo finalmente una comprensibile ritrosia, ho chiamato il Recup regionale per prenotare un esame di routine che non faccio da anni. Sorpresa. Risposta pressoché immediata, operatrice squisitamente gentile, tempi di attesa lunghetti ma che sarebbero stati brevi o minimi se fossi stata disposta a spostarmi di più territorialmente (cosa che, se la cosa fosse stata urgente, avrei certo fatto). Non mi capacitavo. Esamino dunque le due o tre opzioni proposte, quando mi arriva l’informazione aggiuntiva: l’esame deve essere effettuato rigorosamente tra il 5° e il 12° giorno dopo le mestruazioni. Uhm. La mia stupefatta calma si traduce in ansia pura. Sfoglio affannosamente l’agenda. Accenno a conteggi con le dita. La signorina, dall’altro capo del filo, sfodera un’ammirevole pazienza. Io annaspo, esito, azzardo, ritratto. Poi faccio la mia puntata. “Facendo una ragionevole stima, eh?”, mi premuro di precisare. Qui l’impassibilmente cortese operatrice si concede un sano sghignazzo. “Sì, sì, semmai richiama”. Insomma, hanno fatto di tutto per facilitarmi, ma il “putilup putilup” di sottofondo era ben percepibile.

Team building


Inesorabilmente siamo diventati un gruppo. Non mi è ben chiaro come ciò sia potuto accadere, ma mi sento di dire che è così. Siamo arrivati a condividere confidenze, a prenderci in giro, a giocare insieme, a raccontarci aneddoti di famiglia, a commuoverci senza vergogna particolare. Gli accademici, ospiti esterni in questa accozzaglia di “urban refugees practitioners” – qualunque cosa ciò voglia dire – ci danno grandi soddisfazioni. Tre sono spagnoli, di Madrid. E sono, manco a dirlo, completamente sciroccati. I due uomini, soprattutto. Saltellano, fanno le facce, si buttano a terra a elaborare un complicato modello teorico su un cartellone per poi mollarlo lì per andare a farsi una birra, sono riluttanti a concludere le serate, qualunque ora sia. Se non ci fossero, dovrebbero inventarli. Gli altri, un inglese e uno statunitense di New York, sembrano usciti da due diverse serie tv. Il primo lo vedrei bene a fare i documentari del National Geographic, il secondo non stonerebbe in Criminal Minds.

I lavori procedono, quando più, quando meno speditamente. Il mio inglese zoppica vistosamente, ma almeno ha effetti ricreativi: oggi ho suscitato una risata omerica perché ho cercato di argomentare che uno dei nostri obbiettivi è diventare inutili, ovvero non necessari (cioè arrivare a un punto in cui i rifugiati sono in grado di accedere a tutti i diritti senza alcuna mediazione o sostegno particolare), ma pare che abbia invece detto che dobbiamo diventare incompetenti (il che, in molti casi, non ci costerebbe un grande sforzo, probabilmente). Comunque quasi non riusciamo a credere che ci avviciniamo alla conclusione. Un posto dove mi hanno chiamato Shakira non credo che me lo scorderò facilmente (però da allora cerco sempre di ricordarmi di indossare il badge, così mi chiamano Sciàra).

Verso l’ignoto


Eccomi qui. Domani vado a Bangkok. Per una volta questo lavoro mi fa sentire quasi figa. Ovviamente sono in preda a tutto il catalogo di ansie, motivate e soprattutto immotivate. Però un pensiero mi colpisce più di altri: è la prima volta che vado in un posto di cui non sono in grado di decifrare, neanche minimamente, la scrittura. Lo so, non sono normale. E con l’inglese me la caverò in ogni caso. Però questa idea dello spaesamento grafico mi colpisce molto. Vi saprò dire se sarà reale o me lo sto solo immaginando.

Dopo lunga meditazione ho deciso che mi incollerò sia il cosiddetto portatile (che non si porta poi molto), sperando che capti senza troppi traumi qualche wifi in loco, che la fida Canon. Se ce ne sarà la possibilità, potrei azzardare anche qualche impressione in diretta. Non dico dei Bangkok diaries (sono pur sempre lì per lavorare), ma insomma, non credo di farcela a staccare nove giorni dalla rete.  Facciamo outing, ho sviluppato una preoccupante dipendenza.

Tornando a Bangkok, non è che avete delle dritte da darmi? Gironzolando per la rete ho trovato qualcosa, ma anche delle indicazioni agghiaccianti. Visto che questo mese si parla di femminile, stereotipi, etc, mi sento di condividere con voi un paragrafo estremamente istruttivo che ho trovato in bella vista sul sito di un tour operator.

Compagnia e massaggi particolari a Bangkok
Per un massaggio … particolare un po’ di tempo fa a Bangkok era famoso il Velunda, oggi sono molto noti anche i centri massaggi situati nell’area di Paya Thai road ma se chiedete ai taxisti ognuno vi potrà indirizzare in un posto diverso (a seconda di quanto gli viene in tasca). L’importante è che sia un posto di un certo livello [non vi accontenterete mica di una sveltina da quattro soldi! e che figura ci fate con gli amici?] e costo, in modo da essere al sicuro da eventuali imprevisti [trovo meraviglioso questo eufemismo]. Questi massaggi, definiti comunemente “body massages” non hanno nulla a che vedere con il massaggio tradizionale thailandese [meno male che ce lo precisi, dovessimo pensare che le donne thai sono puttane per tradizione]. Solitamente sono eseguiti da avvenenti “masseuses” che provvedono a massaggiare il vostro corpo con il loro, normalmente dopo un’abbondante bagno di schiuma. La tariffa non comprende prestazioni extra, ma non è insolito che, considerata anche l’intimità del luogo, i limiti “professionali” vengano abbondantemente superati. Per quanto riguarda una eventuale “assistenza” femminile [anche questo eufemismo non è male], sempre che non siate gia’ in dolce compagnia [e ci mancherebbe pure!!!!], non avrete problemi a trovarne in tutto il Paese (è più facile e preferibile nei posti di mare come Phuket o Pattaya soprattutto visto che il governo sta cercando di eliminare la brutta immagine che il commercio sessuale dà del Paese [che Governo repressivo, non trovate?]). Certo non sarà una compagnia molto disinteressata [ma non mi dire, non si innamorano?], ma calcolate gli eventuali e noti rischi e poi decidete autonomamente.

Ecco, forse sarò bacchettona, ma non mi pare di aver mai trovato un tour operator di viaggi su Roma che recensisca le location per il “puttan tour”. Mi pare indegno e indecoroso. Sappiate che comunque il paragrafo immediatamente successivo (sì, avete capito bene: successivo) è dedicato a “Andar per monumenti e siti d’arte”. E mi chiedo: anche questa organizzazione delle informazioni è dettato dalla domanda del turista italiano medio, così come la televisione e la pubblicità sarebbero decise dallo spettatore italiano medio? E non sarebbe il caso di indirizzarla un po’ meglio, ‘sta domanda (specialmente dove potrebbe comportare anche reati, ad esempio)?

…e una (piccola) donna privata


Donne, differenze, riflessioni, qualche polemica. Oggi va così. Leggo anche di testimonianze familiari di femminile: feste, esperienze, memorie. La mia famiglia di origine era prevalentemente femminile (6/7). Oggi, non vivendola più, ci sono alcuni dettagli “da donne” che mi mancano, primo fra tutti il reciproco saccheggio degli armadi e le prove abito davanti allo specchio intero di camera dei miei genitori, con il parquet che scricchiolava (e scricchiola ancora) e la luce che falsava un po’ i colori, attraverso il lampadario a gocce (ma mai quanto il neon dell’ascensore). E poi, prima di uscire, una spruzzata della colonia di mia madre. Ricordo le chiacchiere mentre si lavavano i piatti, oppure davanti all’asse da stiro (io ero sempre e solo quella che chiacchierava, si intende!). Ricordo le condivisioni del bagno, per ottimizzare i tempi (e poi mi chiedo perché il mio senso della privacy è molto molto evanescente…).

Quando ero incinta ho avuto una sola, unica premonizione, poi rivelatasi esatta (avevo il 50% di probabilità di azzeccarci, del resto): era femmina. E la cosa mi sollevava. Ho sempre avuto la sensazione che a un maschio avrei avuto meno da raccontare. La mia piccola donna privata è stata un privilegio che mi è stato concesso, un’occasione per smetterla, finalmente, di fare il maschiaccio. Lo so, lo so, non si dice maschiaccio. Non si pensa nemmeno, non ci si deve impelagare in questioni di genere. Ma ieri, quando sono andata a prendere Meryem dall’amichetta e siamo uscite di corsa perché le dovevo mostrare una luna piena scintillante di luce morbida, mi sono messa ad ascoltarla mentre mi raccontava di come le piacerebbe sedersi su uno spicchio di luna, quello che ieri mancava a completare il tondo perfetto, e fare l’altalena in mezzo al cielo. Così, alla fine di una giornata in cui annaspavo in dubbi tormentosi quanto inutili (c’è qualcosa di più inutile di chiedersi: “non sarebbe stato meglio se avessi…”?), ho provato un’immensa gratitudine per la mia Guerrigliera e per quella via d’uscita che mi indica quasi sempre, come Arianna nel labirinto.

Ohm


Incautamente ho annunciato a Meryem che ad aprile ci sarà una lezione aperta di yoga a cui parteciperemo anche noi mamme. La cosa, devo dire, mi eccita abbastanza. Nell’ideale braccio di ferro per le attività extrascolastiche di mia figlia, lo yoga è una proposta tutta mia, tollerata con indulgenza da tata Silvana (che non vede molto il punto, credo). E per ora sono soddisfatta. Meryem va con entusiasmo e l’insegnante mi ispira molta fiducia (la vedete in azione qui come insegnante e qui come santa donna comprensiva nei confronti delle madri schizzate come me).

All’annuncio della lezione comune, la Guerrigliera mi ha studiato con occhio critico. “Ma ti devi preparare. Tu non sai le posizioni”, ha osservato. Ho provato a dire che certamente avremmo ricevuto istruzioni là per là, ma non l’ho convinta. “Quanto manca a questa lezione?”. Un po’ di tempo, quasi un mese. “Ah, bene. Allora hai tempo. Andiamo a fare lezione”. Prego? Era seria. Mi ha tenuto buoni 40 minuti ad esercitarmi a fare l’aratro, il libro aperto e chiuso, la foglia caduta, il semino che diventa fiore, il gatto, ma anche cose che sospetto si sia inventata per l’occasione, tipo il delfino, che si tuffa dall’alto e si spiaccica rovinosamente a terra, con grave rischio per le mie povere giunture.

Magari io sentirei il bisogno di rallentare un po’ il ritmo. Con lei che mi tirava da tutte le parti, urlandomi nelle orecchie istruzioni fantasiose, non mi sono sentita esattamente rilassata. Però non c’è dubbio. Questa ragazzina non finisce di sorprendermi.

Sincretismi


“Mamma, lo sai che nonno Vittorio potrebbe essersi trasformato in animale?”. Meryem dimostra grande curiosità rispetto al nonno morto prima che lei nascesse. Ci pensa molto, elabora idee diverse e ciclicamente me le ripropone. Questa della metempsicosi gli è stata prospettata da un’amichetta dell’asilo. Io mantengo il mio punto: non sappiamo bene cosa ci sia “di là” e come funzioni esattamente. Possiamo sperare che un giorno ci rivedremo. Punto. Se poi evitiamo di specificare che il nonno è diventato un bacarozzo (questo è il primo esempio che è venuto in mente a mia figlia), magari risparmiamo un coccolone alla di lui vedova.

Poi ci si mettono anche i racconti interculturali. Un bellissimo libro di favole di animali contiene una suggestiva illustrazione dove il dio delle nuvole cavalca l’arcobaleno. Perfetta per visualizzare il concetto, abbondantemente proposto alla Guerrigliera, che il nonno è andato in cielo. “Mamma, vedi quella nuvola là? Secondo te sopra ci stanno nonno Vittorio e tutti quelli che sono morti che sono tutti diventati dii delle nuvole e giocano insieme?”. Beh, come idea del paradiso mi pare sufficientemente poetica e dinamica. Ma magari sul politeismo possiamo lavorare un po’, temo che la maestra Marina, che insegna religione con zelo degno di miglior causa, potrebbe restarne turbata. “Ma no, Meryem, non diventano tutti dio. Di Dio ce n’è uno solo, ricordi? (Altra dichiarazione cerchiobbottista, valida pure per l’Islam nonché per svariate di altre religioni)”. “Ma lo so, mamma! E’ che oggi è Carnevale, no? E’ per finta. Si sono tutti travestiti da dio delle nuvole”. Ah, allora è tutto chiaro.

Rabbia


Quando Meryem era piccola mi succedeva una cosa strana. Non mi limitavo a pensare alla possibilità che si verificasse qualche incidente (da quelli più idioti, come una ciotola che si rovescia, a quelli più gravi): li visualizzavo proprio. Mi vedevo davanti scene più o meno raccapriccianti, con frequenza direttamente proporzionale alla mia stanchezza e al mio sconforto. Fortunatamente solo una parte minime di quelle funeste possibilità si sono davvero concretizzate. Il tutto per dire che stasera mi sono sentita esplodere dentro una tale rabbia che, dopo molto tempo, ho avuto di nuovo una visione: me stessa che, armata di oggetto contundente, sfondavo i mobili di casa. Non solo non l’ho fatto, ma sono anche rimasta relativamente composta. Però con la cosa dell’occhio mi guardavo fare in mille pezzi la televisione e un po’ mi meravigliavo anche. In effetti la causa scatenante era infinitesimale rispetto alla reazione che mi stavo immaginando.

Però, a guardarla bene, anche la mia rabbia aveva le sue ragioni. Non certo Meryem che cincischia con il cibo, anche se oggi ha davvero superato ogni immaginazione. No, la frustrazione più grande mi veniva da un’imprevista quando deludente riunione del pomeriggio che, oltre a farmi fare tardi di un’ora e mezza rispetto alla prevista routine, mi ha fatto sbattere il muso con una certa violenza contro l’inamovibile irrazionalità del sistema pubblico italiano, e forse romano in particolare. Quel mix devastante di inconsapevole incompetenza, di arrendevolezza, di impicci e burocrazia che fanno naufragare in grandi sospiri qualunque opportunità. Non ne posso più di sospirare. Non ne posso più dei condizionali. Non ne posso più dei grandi progetti arroganti e presuntuosi che tanto non si devono mai misurare con nessuna operatività.

Ora che la mia altra me ha smesso di frantumare mobili Ikea, mi torna in mente a mo’ di antidoto un incontro di lavoro che risale a qualche giorno fa. Due operatori di uno sportello comunale mi hanno sbalordito per competenza, determinazione, attenzione, spirito di iniziativa. Uno dei due mi teorizzava che qualcosa dalla loro dirigenza l’hanno ottenuta perché “quelli si erano sentiti accerchiati”. Mi era parsa quantomeno bizzarra questa espressione da guerriglia riferita a determine e circolari. Oggi più che mai mi rendo conto che il loro modo di lavorare, che mette a frutto amici, contatti personali, conoscenze, interessi, tempo libero, per dare un senso al loro lavoro nonostante il contesto, è una faticosissima forma di resistenza. Altro che sfondare virtualmente salotti. Quella è fatica, non i sospiri di chi si sente sprecato e invece, sotto sotto, contribuisce attivamente ad alimentare la palude.

Hic sunt leones


Ogni volta che mi capita di dover andare (di solito per lavoro) in un posto dove non sono mai stata, mi scatta la stessa crescente preoccupazione confusa. Sarà che mi muovo con i mezzi, sarà (soprattutto) che le mie mappe cognitive raramente hanno a che fare con quelle topografiche, ma inizio subito a pensare: oddio, ma è lontanissimo. Negli anni ho imparato a riconoscere, non solo in me, ma anche in altre persone, una coloritura del concetto di “lontano” che non ha nulla a che fare con la distanza. Dice piuttosto di estraneità, a volte di disinteresse, altre volte di timore o soggezione. Tra amiche talora ci si rinfaccia scherzosamente le reciproche lontananze (ma lontano rispetto a cosa? qual è il punto che considereremmo il Campidoglio delle nostre relazioni?). Altre volte in quei: “Ma è lontano”, o addirittura “è lontaniiisssiiiimo”, c’è un affettato snobismo.

Questi filosofici pensieri mi hanno tenuto compagnia, tre giorni fa, mentre procedevo verso il Grande Raccordo Anulare, lungo la Tiburtina. Già la notizia che la metropolitana fosse stata riaperta, dopo un guasto, mi ha rinfrancato. Non tanto per il tempo di percorrenza (comunque, tra una cosa e l’altra, un paio d’ore), ma perché riuscivo a ripristinare un punto noto nella confusa nebulosa della via da percorrere: da Rebibbia al punto x il percorso era un mero segmento di strada consolare, con scarse incognite. Mi sono ricordata di quando Nizam mi raccontava di avere imparato a memoria, fin da subito, i nomi delle fermate della metro: Piramide, Circo Massimo, Colosseo, Cavour, Termini… Posso immaginare che questo piccolo escamotage possa fare sentire meglio chi, estraneo alla metropoli, deve percorrere ogni giorno grandi e articolate distanze. Riconoscere un nome noto significa spesso tirare un sospiro di sollievo. Ricordo anche che faticavamo non poco a convincere gli alunni della scuola di italiano che Piramide e Colosseo sono anche monumenti, e non solo fermate della metropolitana.

Mi ricordo un’altra esperienza su una consolare diversa, la Casilina. Due ore di tragitto da Monteverde, da percorrersi tra le 5:30 e le 7:30 del mattino. Era lontano sicuramente, ma per molti mesi la Ferrovia Roma-Pantano mi era diventata familiare, con le vecchiette che salivano a Porta Maggiore e ti chiedevano “Va a Roma?”, riconferendo a quella porta l’originaria funzione di confine urbico persa definitivamente svariati decenni addietro. La cosa buffa è che Ponte Casilino, dove andavo poco tempo prima di sera a frequentare un corso piuttosto inutile, continua ancora oggi a sembrarmi più lontano di Centocelle, sempre in barba alla geografia.

Alla fine alla sede della mia riunione sono arrivata e ho trovato un contesto molto poco estraneo. Addirittura familiare. Quando dovrò tornarci, mi preoccuperò di meno. Ma le quasi quattro ore di tragitto, quelle vanno comunque messe in conto.