Il giveaway: il verdetto


Eccoci qui, dunque, coraggiosi concorrenti. Ho davvero apprezzato il fatto che i partecipanti fossero 7, come gli anni del blog. Molto appropriato, decisamente. Ho notato anche un certo spirito di sana competizione che vi ha sostenuto nell'improba impresa di scovare un post nel mucchio informe del mio archivio. Ora sapete cosa provo ogni mattina aprendo l'armadio. Ma, come noterete, almeno le vostre lamentele hanno attirato la mia attenzione su un particolare che non avevo mai notato: ero fierissima di aver introdotto i tag, ma non mi era mai venuto in mente di dare un titolo ai post. Ora, come vedete, lo faccio. Grazie!

Tornando alla competizione. Il regolamento recitava chiaramente che il vincitore sarebbe stato estratto a sorte. Volete privarmi forse del piacere di usare random.org, come fanno i blogger "veri"? Non sono stata ovviamente capace di importare la pagina con tutte le opportune formattazioni, ma vi accontenterete, ne sono certa.

E dunque, the winner is….

List Randomizer

There were 7 items in your list. Here they are in random order:

  1. Pietro
  2. Flavia
  3. Serena
  4. Silvia
  5. Pat
  6. Chiara B.
  7. Chiara73

Il concorrente siculo, il cui contropost sulla scuola vedete nei commenti al post del giveaway, l'unico incapace di linkare il post di partenza non perché non l'avesse trovato, ma perché non sa come si linka (e forse nemmeno cosa voglia dire), sbaraglia la concorrenza. Siccome però lui con me dagli energumeni mangia ogni qual volta viene a Roma, modifico leggermente il premio: usufruirò insieme a lui di un coupon Groupon per una cena a un ottimo ristorante indiano della Capitale, che peraltro è uno dei luoghi "storici" della mia vita di orientalista  per motivi che un giorno (forse) vi racconterò. Quanto al libro, ho le idee molto chiare. Con grande gusto gli cederò questo, sono certa che lo apprezzerà. [Per le partecipanti al weekend delle cornacchie: è lui che sta scrivendo un libro sul mendicante nella Grecia antica!].

Ma veniamo all'inevitabile premio della critica. Sì, immagino che lo abbiate già capito. L'avvocato Tropea, facendo leva sull'abilità dialettica, sull'amarcord e su una buona dose di strappacuoreria, si è aggiudicata la menzione speciale. E una visita alla mia mamma, ovviamente.

Di cembali, campagne toscane e pipperi


Mentre attendo che gli ultimi temerari si cimentino nel giveaway più impegnativo del web, inizio questa nuova settimana con maggiore consapevolezza e un sostanziale miglioramento: da oggi i miei post avranno un titolo (con qualche difficoltà ho capito come abilitare questa funzione). Non per nulla mia figlia per tutto il viaggio verso la Toscana mi diceva: "Sei stata illuminata!".

Penso che la formula migliore per raccontare il social weekend di genitori blogger e relativa prole a cui ho partecipato sia senz'altro il foto-post. Peccato che mi sia dimenticata la macchina fotografica a Roma. Allora provo ad ovviare alla meno peggio, fermando qualche immagine a parole, in ordine sparso.

Cembali, percussioni e danza del ventre. Estemporaneo spettacolo con il coinvolgimento di madri, padri, figli e passanti. Mia figlia, ovviamente, fondamentalmente saltellava come una tarantolata. Almeno fino a quando è corsa a salutare gi asini ed è sprofondata in una pozza di fango perdedo una scarpa. 

La prova ordalica della piscina. Calduccio sì, ma siamo sempre a maggio. Gli under 10 non hanno esitazioni. Sguazzano starnazzando come anatroccoli. Peccato che la mia pretenda di essere accompagnata. Io, sentendomi in colpa per aver bucato i braccioli incastrandoli nella cerniera dello zaino, ottempero. Un bel momento. 

La serata karaoke, interpretata da Meryem come "la discoteca" (Nizam, a questo racconto, ha inarcato vistosamente il sopracciglio). Insospettabili madri di famiglia (oddio, magari non proprio insospettabili) hanno dato il meglio di sé, vuoi direttamente (menzione speciale all'interpretazione di "Grande, grande, grande" regalataci da Flavia) che per interposta persona ("Di chi è il bambino che ha chiesto Caparezza"?). Meryem, manco a dirlo, si è lanciata nelle danze, inginocchiandosi a raccogliere gli applausi dopo ogni performance. "Ma fa danza?". No, è che la disegnano così.

E poi un sacco di chiacchiere random. Parlare di rifugiati e acrocori a bordo piscina. Sputtanare San Girolamo a colazione. Sentirsi dire: "Da quando ti conosco, mi sento meno strana". Provare, per la prima volta, la sensazione che fare gruppo, qualche volta, funziona eccome. Che ti puoi inerpicare per una scala a chiocciola serenamente, mentre tua figlia razzola con i figli di qualcun altro.

Unico neo: la Guerrigliera sentiva la mancanza del suo papà. Che però stamattina si è prestato ad assistere a un saggio di musica concepito, probabilmente, per fare espiare ai genitori le gioie effimere del weekend. Insegnante di musica di probabile origine bulgara. Programma di dieci voci, la cui lunghezza da sola era sufficiente a far scorrere rivoli di sudore freddo sulle tempie dei genitori lavoratori. Direzione inflessibile, che prevedeva replica ogni qual volta l'esecuzione non si rivelava soddisfacente (nota bene: si trattava di 26 ragazzini in pochi metri quadri, distratti da orde di genitori, nonne e zie). I pezzi erano di natura decisamente eterogenea: il lungo esordio prevedeva la "danza dei pianeti" accompagnata da melodie contemporanee dodecafoniche che i nostri figli erano sollecitati a riprodurre. Poi, fortunatamente, si è virato su extraterrestri, trenini e palline rimbalzine, per culminare con una canzone brasiliana, con agitamenti di mani e di sederini. Vabbè. Lei però era fierissima. Tra un pippero e l'altro ci salutava con la manina e ripeteva a destra e a sinistra: "Lo vedi quello? E' il mio PAPA'!!!!". Il quale, pur con qualche mancamento, è sopravvissuto e alla fine era persino contento dell'esperienza. 

Varianti significative


Se questo post avesse un titolo (probabilmente i post dovrebbero averne uno, in effetti. Magari un giorno li introdurrò…), comunque se questo post avesse un titolo sarebbe "Varianti significative". Meryem mi ha recitato la poesia per la festa della mamma, il cui testo era incollato sul cuoricino di cartone fatto da lei su cui spiccava la mia sagoma vestita da coniglietta ("qui avevi un cerchietto con le orecchie", ha precisato lei. Le maestre ancora sogghignano). Ho quindi potuto registrare una significativa variante nel testo. "Se penso a quello che tu fai per me…", recita l'originale, secondo la consolidata retorica mammesca un po' recriminatoria. "Se penso a tutto quello che tu fai CON me…", dice convinta mia figlia tutte le volte che la ripete. Posso dire che non mi dispiace affatto?

N.B. A posteriori, ho deciso di introdurre i titoli anche nei vecchi post. Questo, appunto, era l'ultimo senza titolo.

Incompatibilità di coabitazione fra le specie


Paese che vai, usanza che trovi. Sono reduce da una trasferta lampo a Milano, che ha avuto vari aspetti interessanti, dall'aperitivo con vista guglie al seminario condito di accesi battibecchi con gli "alunni" dell'ufficio immigrazione della Questura di Milano, passando per una cena vegetariana ma godereccia con lei. Ma il pezzo forte è arrivato inaspettato, ieri mattina, mentre guadagnavo in autobus la sede della lezione. Mi casca l'occhio sul regolamento dell'ATM esposto in vettura. Leggo qualche passo, meccanicamente. Poi mi stropiccio gli occhi e rileggo più attentamente. Ho in seguito scoperto che l'argomento è noto in rete, ma non resisto a fornirvi una mia lettura commentata di alcuni passaggi salienti.

Il trasporto dei cani di piccola e media taglia è consentito, con l'esclusione delle ore di punta, muniti di museruola e previo pagamento del biglietto. Fin qui, tutto normale. Stupisce un po' che non vengano espressamente menzionati i cani guida, che a Roma viaggiano gratis, ma siamo ancora nella ragionevole omissione. Si nota anche un certo zelo nel precisare che "su ogni vettura è ammesso il trasporto di un solo cane, sia sui mezzi di superficie che in metropolitana: in particolare per la metropolitana, qualora i vagoni fossero intercomunicanti, può essere trasportato un solo cane all'interno di ogni unità di trazione". Non sono sicura di sapere esattamente cosa si intenda per unità di trazione, ma ci può stare, via. 


Passiamo al capitolo "Gatti". Anche il micio paga biglietto intero, sia urbano che interurbano (i bambini fino a 10 anni no, fanno notare in un forum). Ma questo è nulla in confronto a questa perla: "Qualora nella vettura o nelle stazioni della metropolitana fosse contemporaneamente presente anche un cane, in cui (? "in cui"?)  si evidenziasse incompatibilità di coabitazione fra le specie, il possessore del gatto deve essere invitato a occupare un altro posto, a cambiare vettura,al limite abbandonare il mezzo di trasporto o la stazione." Non so se è più esilarante la formulazione o la sostanza. Insomma, il proprietario di gatto, che può trasportarne massimo uno in apposita gabbietta, dopo aver acquistato e obliterato il biglietto per il suo amico baffuto, è tenuto a andarsene se il cane (l'unico ammesso nel mezzo, cfr sopra) non gradisse la sua presenza. Ammetto che ci vuole una certa sfiga perché questa circostanza si verifichi, ma l'idea che magari se ne sia dibattuto in consiglio comunale mi suscita un'irresistibile ilarità. Il gioviale psichiatra con cui viaggiavo ipotizzava che l'incompatibilità di coabitazione tra specie e razze potrebbe essere addotta anche nel caso di umani di diversa origine, ma forse sarebbe stato ancor più arduo prevedere chi deve andarsene in tutte le possibili combinazioni (padano vince su egiziano, ma egiziano vince su senegalese o viceversa?).

Ma evidentemente, dato che ci si trovava, il pool di cervelli che ha elaborato il regolamento ATM ha voluto esplorare con attenzione anche altre eventuali casistiche di trasporto. Seguono infatti due paragrafi intitolati "Uccelli" e – tenetevi forte – "Pesci o pulcini". Gli uccelli pagano biglietto pieno (o meglio, lo paga la loro gabbietta). Si precisa che ogni passeggero può trasportare due gabbiette (sperando che viaggi seduto: altrimenti come si regge?). Ma ho speso del tempo per ipotizzare cosa accomuni i pesci ai pulcini, a parte il fatto che "sono ammessi al trasporto gratuito con un massimo di due per passeggero passeggero se i contenitori non superano la dimensioni di un normale sacchetto o scatola da scarpe". A parte il fatto che mi auguro che i pesci non vengano trasportati in scatole da scarpe, né i pulcini in sacchetto, la curiosità mi divora: ma a Milano è tanto comune girare sui mezzi pubblici muniti di pulcini? A coppie, per giunta? E, infine: se avessi un criceto?

Il testo integrale del regolamento lo trovate qui.

Un problema strutturale


Io ci sto provando a darmi un tono. A mettermi la scarpa con la zeppa. A abbinare i pantaloni almeno con il soprabito, se non con la borsa che è sempre quella lì. Ma il problema è strutturale, temo. Oggi, per la seconda volta, sfoggiavo (o piuttosto, sto ancora sfoggiando) un paio di pantaloni nuovi, chiari. Mi stavo sfamando al bar "degli energumeni", location delle mie pause pranzo, quando uno gnocco al pomodoro ha compiuto un'artistica traiettoria macchiando i pantaloni stessi in 5 punti diversi, non senza aver impataccato un pochino anche la maglia. Un analogo incidente era avvenuto la prima volta che li ho indossati, il giorno di Pasqua, e avevo più o meno ovviato con sapone di Marsiglia. La mia collega Donatella mi incita a versarci sopra dell'acqua minerale. Procedo cautamente. Lei mi incoraggia: mettine tanta! Io in questi casi, evidentemente, disinnesco il cervello: rovescio la bottiglietta, lavandomi da capo a piedi e inondando il pavimento, accompagnata dalla risata omerica degli altri avventori. Vi risparmio le pietose mosse successive, che mi hanno visto tra l'altro pietire un intervento d'emergenza alla tintoria adiacente (invano). Alla fine ho acquistato al supermercato un misterioso prodotto dal nome promettente ("Il mago delle macchie" e no, non è un post sponsorizzato, se ve lo stavate chiedendo) e una spugnetta. Arrivata in ufficio meditavo di drappeggiarmi artisticamente nell'impermeabile, togliermi i pantaloni e procedere in qualche modo. Ma, ovviamente, il mio ufficio in questo momento brulica di giovani maschi afgani (non è inconsueto, in realtà): ciò sconsigliava decisamente la procedura che avevo in mente. Allora sono andata in bagno, ho fatto quello che ho potuto e sono rientrata in ufficio con aria disinvolta. Con addosso dei pantaloni irregolarmente zuppi. In fondo si asciugheranno presto, mica è novembre – penseranno i miei ingenui lettori, che ignorano il dettaglio a cui io non avevo pensato: lavoro in una cripta umida. 

Mica sono un orso


Le cronache di Pasqua hanno fatto passare in secondo piano l'evento del sabato pomeriggio: la prima volta di Meryem al cinema. Avevo tergiversato fino a questo momento, convinta che un film intero fosse eccessivo per la sua attenzione. Poi, meditando sul fatto che un'ora e rotti di teatro pare reggerla benissimo, ho stabilito che il momento era arrivato. Ecco dunque che ci siamo lanciate, selezionando per il debutto questo film e un orario davvero improponibile: sabato santo, ore 15. Il solitamente brulicante multisala era pressoché deserto. Io, che davvero mi preoccupavo della possibilità di non trovare posto e avevo preparato la bambina a questa funesta eventualità, mi sono trovata con una Gurrigliera alquanto perplessa: "Ma perché non c'è nessuno?". In sala, tre bambini in tutto. Uno (con rispettivi genitori) ha desistito a dieci minuti scarsi dall'inizio. 
Comunque lei se l'è goduta. Io, ammetto, ho trovato la pellicola graziosa ma un po' soporifera (forse l'orario?). Lei non ne ha perso un fotogramma e l'ha raccontata nel dettaglio alla zia il giorno successivo. Un passaggio che l'ha colpita molto era la sequenza onirica in cui Winnie Pooh sogna di fare il bagno in infiniti flutti di miele. Zia Serena ha colto l'occasione per porre una domanda concettuale: "Ma anche tu di notte sogni come Winnie Pooh?". La Guerrigliera, sbrigativa: "Ma sì, certo". "E cosa sogni? Anche tu sogni il miele?". Risposta, ineccepibile: "Mica sono un orso!".

Sgarrupatezza ereditaria


Credo che siamo l'unica famiglia italiana che improvvisa il pranzo di Pasqua. Fino a ieri, quando i supermercati erano aperti, nessuno si sbilanciava. Pareva proprio che tutti avessero altri programmi. Anche io, del resto, mi illudevo di averne. E ci giocavamo una volta di più la carta della famiglia fuori dagli schemi, che snobba pranzi e cenoni, che rifugge da forme tradizionali di aggregazione. Da ragazza godevo tremendamente della libertà assoluta che questo mi concedeva: Pasqua al cinema, Natale a fare gite fuori porta. Ora, che comincio a annaspare alla ricerca di un ubi consistam qualunque, certe volte mi chiedo: "Ma perché? Cosa costa, ogni tanto, un po' di coreografia?". Oggi alla fine Nizam, tanto per cambiare, ha decretato che il kebab non poteva essere mollato. Nessuna gita di "famiglia", quindi ho pensato di pranzare con mia madre. Ci apprestavamo a pianificare una pasta al burro e un uovo sodo, quando ci è venuto in mente di chiamare un'altra sorella (tipo elefanti sulla ragnatela). Adesione, tavola da 5 da apparecchiare , a quale punto, cibo per 5 da procacciare. Mia madre pensava alla rosticceria degli indiani (una vera mamma italiana, eh?). Ma abbiamo scoperto che gli indiani, a differenza dei curdi, la Pasqua la osservano. E quindi? E quindi sono andata a casa a ravanare nel frigorifero. Mia sorella, a sua volta, ha generosamente messo a disposizione 3 porzioni di gnocchetti di patate, che sono stati da me conzati con sugo di pomodorini (rafforzato con un paio di cucchiaiate di sugo pronto) al "profumo di fungo fuggito", ottenuto con una confezione di funghi secchi che giaceva in dispensa da Natale e che sospetto contenesse decorazioni in cartoncino. Io ho contribuito alla causa con delle polpette di vvitello e con un frittatone di zucchine che, in mancanza di padelle agibili (casa di mia madre è, se possibile, meno accessoriata della mia), ho schiaffato in forno. Meryem ha anche confezionato dei segnaposto di carta riciclata, contenenti ovetti di cioccolata belga e la piantina in vaso a forma di uovo portato da noi in omaggio a mia madre e da lei prontamente scaraventato a terra (con lievi danni, mascherabili) è stato riciclato come centro tavola. Meryem ha schifato la mensa comune e si è apparecchiata un pic nic sul tappeto (il suo menù prevedeva praticamente solo pane e cioccolata), degnandosi di unirsi a noi solo per il gelato (evidentemente confezionato). 
Oggi sono arrivati a questa conclusione: la sgarrupatezza delle madri non è necessariamente ereditaria, ma solo quando lo è può raggiungere certe vette. 

Brontolii


Un appello accorato: vogliamo lasciare qualcosina all'immaginazione? Mi riferisco, ad esempio, ad adolescenti su FB (è vero, è colpa mia: che ci fanno degli adolescenti tra i miei amici?) che caricano 94 foto di reciproci slinguazzamenti. Una volta, quando c'era la pellicola di sviluppare, ci si fermava al massimo a 36. Ora alla creatività non c'è più limite, mancando del tutto l'autocensura. E aggiungerei anche una piccola notazione in fatto di abbigliamento. E' una primavera relativamente mite, ma non è agosto. Suvvia, non mi pare ci sia tutta questa necessità di prodursi in short inguinali, specialmente se poi le cosce sottostanti sono violacee e con la pelle d'oca.
Questo mi fa venire in mente una cosa che mi sono sempre chiesta guardando un programma come "Ma come ti vesti" (ma in fondo anche guardando i look di Paola su Polyvore): come si spiega che la protagonista della puntata raggiunga, alla fine, i suoi amici in un pub e, mentre tutti sfoggiano maglioncini a collo alto e giacche di lana, lei indossi una sorta di prendisole profondamente scollato davanti e dietro, senza neanche uno straccetto, un golfino, un coprispalle? Ma non hanno freddo?
La giovane estetista che ieri ha fatto del suo meglio con i miei piedi mi ha fatto vedere fierissima il nuovo listino prezzi dell'attività che ha appena rilevato. Ora il centro estetico si chiama "C'era una volta" e le prestazioni hanno tutte nomi fantasiosi eevocativi. Ad esempio: Gatto con gli stivali (1/2 cera-coscia); Duchessa (Sopracciglia); Romeo (Baffi); Grimilde (Ricostruzione unghie). Certo, quando si arriva a Baloo (cera intera+braccia+ascelle) e Pochaontas (qui vi lascioarguire di che si tratti) ci si chiede se non fosse meglio la formulazione tradizionale. A qualcuno può davvero venire in mente di chiedere un trattamento che si chiama "La Bestia"? Il mio modestissimo pedicure, peraltro, figura come "Anastasia&Genoveffa". Però va detto che la fanciulla è brava, simpatica, seria e ha tutto il mio appoggio morale.
Fine del post moralista del venerdì santo.

Grugnate


Prendere grugnate è un'arte e ormai io la possiedo. "Grugnate" potrebbe essere reso, in italiano, con "delusioni cocenti", o "fallimenti inaspettati". La madre di tutte le grugnate, evidentemente, per me si chiama Università. Provateci voi a sentirvi dire dalla più tenera infanzia che siete nati per fare ricerca (con reiterate conferme in età adulta, eh?) e poi non avere possibilità di farlo. Sono uscita da un vicolo cieco come quello soprattutto perché mi ero piazzata in un altro vicolo cieco, un rapporto sentimentale assolutamente vessatorio. Che forse ha avuto l'unico merito di trovarmi di fronte a qualcuno che un giorno mi ha detto: "Ci hai provato. Ora basta". Non che la frase in sé fosse dettata da nobili motivazioni. Ma si è rivelata salutare.
Certe volte però, vedendo che ormai incasso molto meglio di prima, mi chiedo perché. Guardando il bicchiere mezzo vuoto, mi dico che non mi aspetto più granché. Che ho abbassato e vado abbassando le mia aspettative. Considerando le cose da questo punto di vista, non direi che ho fatto dei progressi, anzi. Guardando il bicchiere mezzo pieno, potrei argomentare che ora colgo meglio la relatività del tutto. Che mi accontento di qualcosa per non perdere altro. Che anche giocare in difesa, qualche volta, è onorevole.
Ma come la penso, davvero? Certo, non tutte le grugnate sono uguali e non tutte hanno la stessa importanza. Sapienza sarebbe saper distinguere. Diciamo che è il mio prossimo obiettivo.

Girare a vuoto


"Non indovina mai…". Stamattina ho sorpreso mia figlia che, scuotendo la testa, mi commiserava tra sé e sé. Nella fattispecie, non avevo saputo rispondere correttamente alla domanda: "Che cosa c'è dentro il tramonto?". Ma abbiate pietà, erano le 6:55 e stentavo parecchio a carburare. Ripensandoci, seduta alla mia scrivania sotterranea, non posso che convenire con la Guerrigliera. Ci azzecco raramente. Mai come in questo in questo momento, mi pare di non capire granché di come va il mondo. Passo la maggior parte della mia giornata a lavorare per questioni ignote ai più (quasi quasi aveva più appeal l'ugaritico). Non so più neanche se riesco ad indignarmi. Anzi, no. Ci riesco benissimo. Però ho comunque la sensazione di girare a vuoto. 
Una delle cose che capisco di meno, poi, è come si concili la generale indifferenza e impertubabilità che pare accomunare la maggior parte dei miei concittadini, che davanti a stragi di giovani, donne e bambini avvenute per precisa responsabilità della nostra politica si limitano ad alzare le spalle e commentare: "Eh, i tempi sono difficili per tutti", con l'aperta faziosità da stadio, comprensiva di insulti e invettive, che si scatena qua e là, su alcune questioni. Facciamo un esempio, di perpetua attualità. Palestina, Israele. Se in ogni aspetto della nostra vita le ideologie sono morte (dicono gli esperti), su questo tema restano tutte validissime. Fin dai miei primi soggiorni in loco, negli anni Novanta, mi era stato chiaro che ben altro che l'ideologia ci voleva per farsi un'idea di una delle questioni più intricate della storia moderna. Certo, l'indignazione sacrosanta la conosco e la condivido. Già in altri casi ho detto e scritto che bisogna guardarsi dal mettere tutto sullo stesso piano, perché non lo è. Resta però il fatto che mi fa orrore vedere il mondo che assiste a una tragedia lunga più di sessant'anni con l'atteggiamento dell'ultrà di una curva di stadio. Vedere persone che pure, su ogni altro argomento, sono paladini della complessità e dell'approfondimento pronte su questo a rinunciare a qualunque ragionamento comporti più di due passaggi e applicare serenamente la logica del "bianco/nero", "buono/cattivo", manco fosse un cartone animato di serie B. 
Per rispetto di un impegno che non ho conosciuto direttamente non faccio il nome che in questi giorni rimbalza qua e là, a proposito e a sproposito. Di una cosa però sono sicura: mi sembra che se si è del tutto in buona fede non bisognerebbe accontentarsi delle spiegazioni circolate finora. Non mi basta sapere che sono stati questi o quei "cattivi". Vorrei sapere perché. "Perché lui era buono e loro cattivi, ovvio", mi risponderebbero in troppi. A prescindere da chi sono quei "loro". Fino a oggi l'unico articolo di taglio diverso che ho letto è questo. Ciò evidentemente non vuol dire affatto che le ipotesi avanzate siano necessariamente corrette. Ma questo sarebbe l'atteggiamento che io vorrei vedere di più in giro. Mi sono ricordata di una conversazione fatta in anni lontani con un tassista di Ramallah. Una frase un po' cinica, forse, ma temo attuale: "La pace si farà quando converrà economicamente a tutti". I soldi. Ne giravano e credo ne girino molti anche ora, alla faccia della miseria estrema sotto gli occhi di tutti. Non voglio mettermi a semplificare anche io, ma cercare la cassa forse aiuterebbe a capire aspetti nascosti, sommersi da slogan facili e da pacchi di ideologia propagandata, anche in buona fede, da molti.
E comunque, secondo voi "che cosa c'è dentro il tramonto?".