La guerra fa parte delle nostre vite


Scrivo questo post di getto, forse mi pentirò di averlo scritto. Me ne pentirò perché questo non è un post su Israele e sulla Palestina, o almeno non nel senso in cui alcuni potrebbero intenderlo. Non lo scrivo per suscitare dibattiti, né per essere indottrinata. Da tanti anni rifletto su questa guerra, se "riflettere" è la parola giusta. Sono legata al Paese conteso da molti lacci, di colore e consistenza diversa. Quelli che più contano sono quelli più illogici, più emotivi. Ieri sera ho visto, in parte, un bel documentario su Gerusalemme, che trasmettevano a Linea Notte. Meir Shalev, citando qualcuno (Melville?), ricordava che a Gerusalemme quelli che contano davvero sono i morti. A suo tempo pensai qualcosa del genere, quando ancora studiavo. Gerusalemme sembra davvero un miracoloso scoglio di bellezza in un mare di morte. C'è della violenza anche nella posizione della città, accerchiata da cimiteri di ogni confessione e da un deserto assoluto. Gli avvoltoi volano sulle torri dell'Università. Perché racconto questo? In Israele ho vissuto esperienze che hanno fatto di me quello che sono, incluso un attentato a un autobus su cui sarei ben potuta essere (viaggiavo in quello successivo, stessa linea, stesso tragitto). Le violenze quotidiane, piccole e grandi, tutte ugualmente inaccettabili, incluse quelle della semplice arroganza di chi può (o sembra potere) di più. Ma continuo a perdere il filo. Mi succede sempre quando parlo di questo argomento. Ho amici, cari, dall'una e dall'altra parte del muro (in senso reale e in senso figurato). Facebook me lo ricorda quasi tutti i giorni. Ogni volta che le violenze si riaccendono (e quand'è che si spengono?), a ogni attentato o missile, ogni volta che ci sono di mezzo navi o assedi, leggo note di fuoco, articoli di controinformazione e di contro-controinformazione, riflessioni e sfoghi di ogni genere. Fin qui non mi lamento. Fa male, ma è necessario. Ma l'odio, l'odio puro, è un'altra cosa. Ho cancellato uno dei miei amici perché alcune sue espressioni non erano per me ammissibili (sì, ovviamente, l'argomento era questo). Ieri ancora mi sono chiesta se cancellarne un altro (significativamente, dello schieramento opposto al cancellato), ma poi ho deciso di no. Quell'espressione, "maledetti", non era stata scritta da lui ma da uno dei suoi commentatori, anche se sono certa che l'avrebbe pienamente sottoscritta. Ho pensato molto in queste ore a cos'è che mi fa sentire tanto a disagio. Forse il fatto che continuo ostinatamente a rifiutarmi di affiliarmi a una fazione? O piuttosto, semplicemente, questa capacità dei social network di portarti la guerra in casa? Non parlo di informazione, ma di odio per il nemico. Sono cresciuta credendo che i nemici fossero stati per sempre archiviati dalle nostre vite, insieme alle patrie sacre e alle altrettanto sacre frontiere. Quanto mi sbagliavo. Delle frontiere è inutile parlare. Gli effetti funesti che hanno sulla vita e sulla morte di migliaia di persone sono parte del mio lavoro. E il nemico? Possibile che una generazione cresciuta imparando a memoria, a scuola, La guerra di Piero di De André creda ancora nel nemico? Ci crede, eccome. Nemici bambini, nemici anziani, nemici mai visti, nemici con cui magari usciremmo volentieri a cena, se li conoscessimo. Tutti con la divisa di un altro colore. Grida forti contro il nemico mi arrivano, sempre più di frequente, da Facebook. Non fraintendetemi. Non è tanto strano che chi sta combattendo, oggi, abbia un nemico. Io, per mia buona sorte, non vivo in guerra. Ma mi arriva, fa parte della mia quotidianità. E non ho ancora imparato a gestirla. 

Oddio, ma era oggi?


Oggi è sui social network è la Giornata dedicata alla ricerca di buone prassi al femminile. La data mi era sfuggita, ma ci tengo ad aggiungermi in corsa. Però. Questo tema qualche difficoltà me la pone. Non mi va di scrivere qualcosa “in generale”, che nulla aggiungerebba a una conversazione importante come questa. Non mi va nemmeno di pescare qualche aneddoto, perché anche questo non aggiungerebbe granché alle belle esperienza raccontate da altre. Vorrei condividere con voi un punto di vista molto particolare, che forse va leggermente fuori tema, ma che dice molto del mio lavoro e della mia vita. Forse non troppo stranamente, come ho già fatto per la giornata di socialblogging sulla scuola, citerò un gesuita. No, non storcete il naso. Il problema è che questi gesuiti, senza essere particolarmente esemplari per valorizzazione della donna come risorsa umana (come categoria, eh? lettori esclusi) , in questi anni mi hanno dato molta materia di riflessione non banale, non scontata, su tanti temi importanti.

Fatta questa premessa, eccovi un brano di una Lectio Magistralis per il decimo anniversario della creazione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Il relatore è padre Mark Raper, che ha lavorato per 20 anni con il JRS.

Guardando attraverso gli occhi di coloro che serviamo, vediamo le cose in modo del tutto nuovo, da una nuova prospettiva, a volte felice, ma talvolta scioccante; dopo, il mondo non è più lo stesso. Ho conosciuto una donna ruandese, che aveva perso il marito nella guerra civile, e il figlio maggiore era stato catturato e ucciso dai suoi vicini; eppure, nonostante tutto, lei continua a cucinare e portare cibo a quegli stessi vicini, continua a sperare in un mondo senza guerra. Ora so che la pace è davvero possibile. Ho conosciuto una donna sudanese la cui vicina stava morendo di colera: incurante del rischio che correva, ha semplicemente preso con sé il bambino di quella vicina e lo ha strappato a morte certa. Da lei ho imparato cos’è veramente la compassione. Ho conosciuto una donna vietnamita che ha perdonato faccia a faccia, e dinanzi a molte altre persone, l’uomo responsabile della morte della sorella e dei suoi due figli. Più tardi aveva ritrovato il marito fuggito altrove, e insieme hanno ricomposto la famiglia. In un campo rifugiati thailandese ho conosciuto una donna che, oltre ai suoi due figli sopravvissuti, si prendeva cura di 20 orfani. In Cambogia le erano morti il marito e otto figli. Voleva perdonare chi le aveva ucciso il marito, e pregava perché nel suo paese ritornasse la pace. Queste donne danno alla riconciliazione un nuovo, più ricco significato.
Ogni giorno in ogni campo, in ogni centro di detenzione e in ogni insediamento urbano di rifugiati, gli operatori del JRS sentono storie come queste. Il nostro primo servizio è ascoltare le persone e, attraverso l’ascolto, aiutarle a trovare il coraggio di continuare a vivere. E ciò che abbiamo visto e udito ha indubbiamente cambiato la nostra, di vita. Dai rifugiati ho imparato che se si vuole dare forma concreta alla visione di quella società futura cui tutti aspiriamo, bisogna trarre insegnamento dalle vedove e dalle madri che nella guerra hanno perduto mariti e figli. Chi non ha più nulla da perdere, spesso è più libero di immaginare e descrivere una società ideale, ed è capace di una resistenza e di una fiducia straordinarie nel perseguire il proprio sogno per il futuro
.”

Sono buone prassi femminili, certamente. Magari un po’ lontane dall’esperienza di molti di noi. Ma neanche troppo.

Qui trovate i link degli altri contributi!

Oltre ogni immaginazione


Ci sono dei momenti in cui questo Paese mi sconcerta davvero. Seriamente. No, non sto parlando di “politica”. No sto parlando nemmeno di economia. Parlo proprio della testa della gente. Negli ultimi mesi qui in ufficio ci stiamo occupando di trovare tirocini per rifugiati che vivono in Italia. In sostanza, paghiamo corsi di formazione che offrano la possibilità di fare un’esperienza di lavoro, nella speranza che qualcuna possa concretizzarsi in un’opportunità più stabile. Nella sola giornata di ieri, abbiamo collezionato le due perle che vado a raccontarvi.

Perla 1. Un ragazzo eritreo in patria lavorava come saldatore. Un’azienda romana da noi contattata, impressionata dal curriculum, lo prende come tirocinante. Poco dopo ci confermano che è un elemento validissimo, più di molti di quelli che hanno attualmente in organico. Finiti i quattro mesi previsti, ci chiedono di prorogare il tirocinio. “Sa, non possiamo proprio fare a meno di lui”. E qui nasce il primo intoppo: se non potete fare a meno di lui, sarà il caso che gli facciate un contratto di qualche genere e cacciate voi i soldi per pagarlo. Mentre si tratta, viene fuori il secondo intoppo. Il ragazzo ci viene a  raccontare che non vuole restare lì, neanche se lo pagassero. Pare che uno dei colleghi abbia l’abitudine di chiamarlo “cioccolatino” e che, negli ultimi giorni, in seguito alla sua indisponibilità a continuare a lavorare gratis sine die, il clima sia peggiorato ulteriormente. Ci riferisce una frase che ci sconcerta. Decidiamo di chiedere spiegazioni agli interessati. Loro minimizzano. Mica si sono menati. Giusto qualche motto di spirito tra colleghi. E, come esempio del motto di spirito, ci riferiscono, candidi, la frase incriminata: “Vai a prendere quei ferri, che sono brutti e neri come te”.

Perla 2. Andiamo a iscrivere una donna rifugiata a un corso come receptionist. Si tratta di una signora laureata, che parla correntemente inglese e francese, oltre all’italiano. La responsabile dei corsi storce il naso. “Ma non sarà mica nera?”. La mia collega sgrana gli occhi. Lei continua, serena: “Perché sa, molti alberghi Romani su questo hanno una precisa politica: niente neri alla reception. E’ un lavoro delicato, capisce. E’ normale che si scelga una linea. I neri possono fare i facchini, o magari la pulizia nelle stanze. Ma a contatto col pubblico meglio di no”. Che poi è già un’opportunità. I rumeni, ad esempio, secondo la signorina sarebbero esclusi a priori da qualunque ruolo professionale. “Magari sono anche brave persone. Ma sono sempre rumeni”. Ora, va da sé che la signorina non ci darà mai la lista degli alberghi romani che (in modo assolutamente ufficioso, evidentemente) adottano questa politica. Ma noi la signora al corso per pulizia delle camere non ce la iscriviamo.

Me la merito?


Da quando ho incrociato sul web Barbara Mammafelice mi trovo a fare riflessioni che non mi verrebbero spontanee. Ma lo stesso mi capita anche per altri incontri sul web (e poi nella vita reale): mi sono trovata a ragionare di pubblicità, di comunicazione, di abbinamenti di vestiti… Non è questo il bello del web? Ma non divaghiamo.
Anche quest'anno dunque inizia la Caccia al Tesoro di Mammafelice, intitolata "Sogni e desideri": il primo tema proposto è: Me la merito la felicità, perché…
La felicità è meritocratica? Istintivamente direi di no, ma forse in un certo senso sì. Non si tratta di fortuna, ma di impegno. Credo che sia questione soprattutto di manutenzione emotiva. Bisognerebbe essere capaci di fare quotidianamente pulizia di tutti i piccoli rancori, invidie, lagne, vittimismi che rendono la vita nostra e di chi ci sta vicino decisamente poco piacevole. Dico "piccoli" a ragion veduta. Sono le cose piccole che fanno la differenza, nel bene ma anche nel male. Le cose grandi sono proprio una questione di sorte. Quelle piccole sono più spesso scelte. Che sommate portano con se anche cambiamenti grandi. Ma non è neanche così necessario.
Mi richiamo ancora una volta all'ordine. Mi si chiedeva di parlare in modo specifico di me. Me la merito, la felicità? O meglio, visto che Barbara è a priori convinta di sì, perché me la meriterei? Quali sono i miei talenti e le mie qualità?

Ho una bella testa, la uso abbastanza (con paurosi cedimenti quando si tratta di sentimenti, ma va bene così).
Sono curiosa.
Sebbene resti una timida patologica, in alcune circostanze riesco ad essere brillante.
Invecchiando sono diventata più flessibile, anche se la rigidità resta un punto critico.
Mi emoziono molto.
Sono abbastanza irascibile, ma non porto rancore, con pochissime eccezioni (me ne vengono in mente solo tre o quattro in tutta la mia vita: un giorno bisognerà lavorare anche su quelle). 
Mi scoraggio in fretta, ma mi riprendo anche abbastanza in fretta.
Sono sempre puntuale (semmai in anticipo), prendo sul serio gli impegni (pure troppo).
Qualche tentativo di miglioramento di me stessa lo faccio. Non sempre sono tentativi di successo, ma li faccio comunque.
Lavoro costantemente per non sentirmi una vittima né una martire. Ci sono stati momenti in cui non è stato facile, anche perché anche altri mi vedevano come tale. Ma so che cedere a questa lusinga, sempre in agguato, sarebbe un'ipoteca spaventosa sulla mia felicità. Quindi combatto.

Articolo 3


"E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Ogni tanto, negli anni scorsi, mi è capitato di partecipare a presìdi davanti a Montecitorio. Delle robe che avrebbero mandato in sollucchero Sfelix Mac Depress. Partecipanti: 6/7. Striscioni: 1. Occasioni in cui, se mai avessi avuto il dubbio che delle tue cause il mondo se ne sbatte, ecco, ne avevi la certezza. Imbarazzo profondo. Sorrisi nervosi tra i partecipanti, per lo più colleghi. Regolarmente me ne andavo con la precisa sensazione di essere idiota. Magari non proprio l'unica idiota al mondo, ma in una compagnia sparuta, sicuramente. 

Oggi, con la mobilitazione "I diritti alzano la voce", è stata tutta un'altra storia. Sono arrivata in una piazza stracolma, colorata, rumorosissima. Per trovarci abbiamo dovuto chiamarci al cellulare. Più volte. Già questo era un'esperienza nuova. "I diritti sociali non sono privilegi". "Sviluppo e coesione non si fanno con l'elemosina". "In Italia sono più importanti i diritti tv che i diritti sociali". "Chi nega i diritti cancella le persone". Così recitavano i cartelli, e chi li portava ne era furiosamente convinto. Un popolo certamente non abituato a scendere in piazza, ma quando ci vuole ci vuole. "La politica che non ci tutela non ci rappresenta", c'era scritto su un foglio al collo di una signora. Ogni tanto partiva qualche coro, rivolto per l'appunto ai sedicenti rappresentanti del popolo che tagliano senza pudore sulla spesa sociale, con l'idea di rendere la marginalità, il disagio, l'handicap un fatto privato. Chi può si arrangi in casa. Chi no, pazienza. "Buffoni, buffoni! Vergogna! Vergogna!". La zelante signorina che traduceva gli interventi nel linguaggio dei segni scandiva a grandi gesti anche gli insulti, affinché tutti fossero ugualmente partecipi anche dell'indignazione.

"Un governo non può permettersi di trattare i propri cittadini con tanta sufficienza". Questa frase mi ha colpito più di ogni altra, perché forse è proprio questo il punto. Personalmente sono stanca di politici che alzano le spalle, che ti spiegano le cose in modo facile senza fare numeri perché altrimenti non capisci, che la sanno lunga e tu, profano, non puoi pretendere di immischiarti troppo di queste cose. Più ancora dell'ignoranza, dell'incompetenza di questa classe politica, quella che offende è la sufficienza. La mancanza di rispetto per le nostre professionalità e intelligenze, per le nostre comunità, per le nostre città, per la nostra Repubblica, che ha – non dobbiamo stancarci di ripeterlo – una splendida Costituzione. Dove non c'è scritto che i cittadini sono uguali, ma che è preciso compito della Repubblica renderli tali, rimuovendo gli ostacoli. In pratica, nei fatti. 

Non è normale


Oggi stavo per scrivere un altro bel post positivo, entusiasta, fiducioso. Sono andata alla presentazione di una campagna di sensibilizzazione che si chiama “L’Italia sono anch’io“. Si respirava una bella aria, diversa da quella di analoghe occasioni precedenti: concretezza di proposte, dati statistici ben presentati, argomentazioni convincenti dal punto di vista giuridico, sociale, economico e – perché no – anche emotivo. Ho captato palpabile, forse per la prima volta, una cauta positività. Mi è piaciuto l’intervento del sindaco di Reggio Emilia e anche quello di Lorenzo Trucco, con una bella citazione di Bobbio (che non ritrovo) in cui si afferma che è l’inclusione la vera caratteristica delle democrazie. Stavolta quasi ci crediamo davvero: 50mila firme in sei mesi, ma magari anche di più, per urlare alla nostra politica tutta che noi cittadini vogliamo riappropriarci dell’identità democratica del loro Paese e magari anche di quel pizzico di buon senso che farebbe un gran bene a tutti.

Mentre stavo per scriverlo questo post che alla fine ho scritto, è successa una piccola cosa, di per sé senza particolare importanza, che però ha funzionato un po’ come la vocetta odiosa del Grillo Parlante. Per tutto il pomeriggio mi sono detta che non devo dimenticarmi che Paese è questo. Che a volare alto poi si casca e ci si fa male. Che sono talmente piccole e risibili le mie velleitarie testimonianze che potrei risparmiarmi la fatica, non solo di scrivere post del genere in questo blog, ma magari anche di prendermela tanto per un lavoro sottopagato, che certo non cambia i destini del mondo, ma in fondo neanche le piccole scelte quotidiane della manciata di persone con cui sono a più diretto contatto. Mi è tornato in mente il mio capo e il lento e poco appagante masticamento decennale di elefanti.

Vabbè, il vento cambia. Milano, Napoli, i referendum. Chissà, forse. Non è normale non crederci. Allora stasera volevo solo dirvi, in questa forma forse un po’ criptica, che certamente non posso smettere di crederci. Anche se suona davvero un po’ da sfigati, il più delle volte. Un’irragionevole speranza. Però non sono mica un’attivista corazzata. Certe volte mi faccio proprio male. Parlare scherzosamente di maternità è meno rischioso, decisamente.

Movimenti


Ieri ho partecipato (un po' forzata dal mio capo, lo ammetto) a una parte dell'assemblea del Jesuit Social Network, una rete che collega le realtà che operano nel sociale animate o ispirate dai gesuiti in Italia. Il tema dell'incontro, molto azzeccato, era "Furti di democrazia". La premessa doverosa è che i componenti di questa rete non sono gruppetti polverosi di vecchietti che si incontrano per gli esercizi spirituali. Sono fior di gruppi impegnati in ambiti veramente tosti: ad esempio l'Associazione Sesta Opera di Milano (volontariato nelle carceri), l'Associazione San Marcellino di Genova (che opera con i senza fissa dimora) e varie realtà impegnate a Napoli e, in particolare, a Scampia. L'idea del Jesuit Social Network sarebbe quella di sostenere queste esperienze, anche molto diverse tra loro, ma soprattutto di elaborare un pensiero comune, magari supportato da ricerche e approfondimenti. 
Mi è dispiaciuto sinceramente di non essere salita a bordo di questa cosa da subito, pur avendone l'opportunità (il Centro Astalli è membro della rete, ovviamente). Il fatto è che gli incontri e i congressi sono solitamente di sabato e domenica e io, da quando ho Meryem, sono un po' restia agli impegni nel fine settimana. E poi, confesso, non immaginavo che le attività fossero così interessanti. Il JSN, per dire, ha partecipato alla campagna dei referendum e adesso si interroga molto su come incidere in modo efficace in questo momento di potenziali trasformazioni.

I gesuiti che partecipano sono certamente delle persone carismatiche (penso a padre Giovanni La Diana a Reggio Calabria, che ha contribuito sostanzialmente ad animare il Movimento Reggio Non Tace, un'esperienza promettente e significativa; o a un altro gesuita di cui ieri parlavano che vive all'interno del carcere di Trieste), ma in queste attività lavorano in stretta collaborazione con laici molto in gamba. I numeri, ovviamente, non sono immensi. Ma la chiave di lettura del tutto mi pare significativa. Azione, pensiero, ragionamento, advocacy, campagne. Anche, ovviamente, insieme con altri. Il prossimo appuntamento è a Roma il 23 giugno: il JSN aderisce alla campagna "I diritti alzano la voce". Interessante. Medito di documentarmi meglio e chissà che queste opportunità non mi siano di ispirazione per trovare la direzione che cerco da un po' per immaginare una partecipazione attiva a un cambiamento che mi pare assolutamente necessario.

Continuiamo così…


Stamattina ho trovato il mio capo particolarmente affranto. Frattini ha annunciato ieri (cito dal sito del Mae) che oggi sarà firmato con il Consiglio Nazionale di Transizione libico (Cnt), un accordo di “cooperazione per prevenire e contrastare il flusso di immigrati irregolari, inclusa la problematica dei rimpatri. Loro si impegnano da subito anche al rimpatrio degli immigrati clandestini e dimostrano con questo la serietà della Libia di mantenere la collaborazione con l’Italia”, ha spiegato il Ministro. Ecco qui, pronta, l’attuazione delle incredibili dichiarazioni di Maroni sulla possibilità di respingere profughi in un Paese in guerra. Non abbiamo finito di combattere, per presunte ragioni umanitarie, un dittatore che ci affrettiamo a stipulare gli stessi vergognosi accordi con i suoi possibili successori. Ho provato a citare il coaching di ieri e la storia di mangiare l’elefante un pezzo alla volta. Lui mi ha risposto, non senza ragione: “Sono 11 anni che mangiamo elefanti”.

Si è letta qualche reazione sui provvedimenti di Maroni che prevedono la detenzione per i migranti irregolari fino a 18 mesi, come quella di Gad Lerner. Condivido ogni parola. Ma, come sempre, i rifugiati non interessano molto, neanche ai comitati della società civile, che pure molto hanno fatto e stanno facendo. Mettetevi nei nostri panni (parlo di chi lavora al Centro Astalli, ma anche dei pochi altri direttamente coinvolti nei servizi ai rifugiati): noi sappiamo esattamente chi sono queste persone che saranno ricacciate sotto le bombe. Sappiamo da cosa fuggono e come fuggono. Ne incontriamo a decine e basta davvero parlare un minuto con chiunque di loro per rendersi conto del livello straordinario di ingiustizia che la nostra politica, il nostro governo, sta promuovendo. Siamo subissati di richieste d’aiuto precise, circostanziate, con i nomi e i cognomi. E noi mastichiamo pazienti il nostro pezzettino di elefante. Ma io, personalmente, mi vergogno un po’. Non come Chiara Peri, ma come italiana sì.

Ieri eravamo a una veglia di preghiera per ricordare i molti morti nei viaggi verso l’Europa. Si leggevano nomi, date, circostanze in cui migliaia di persone hanno perso la vita. Seduti accanto a noi, un gruppo di persone appena arrivate da Lampedusa a Civitavecchia. Seguivano composti la celebrazione, grazie agli auricolari con traduzione simultanea forniti dagli organizzatori. Loro da quel mare arrivano. Loro hanno appena visto morire i loro compagni di viaggio. Alcuni hanno già sperimentato, per esperienza diretta o attraverso le esperienze di amici e parenti, che significa essere respinti. E provare ancora ad arrivare, ovviamente, perché un rifugiato non ha alternativa.

Arrivati allo scambio della pace, non riuscivo a ricacciare un pensiero insistente. Ok, è solo un gesto liturgico. Ma come si può immaginare che questa gente sia davvero disposta a riconciliarsi con noi? Come possono perdonare la nostra indifferenza e la nostra complicità? Ho stretto qualche mano, ho cercato di incrociare qualche sguardo, ma ho visto solo occhi bassi, umiliazione. Ancora una volta, mi sono vergognata profondamente.

Pacifismo surreale


Sono 11 anni che faccio parte di un gruppo relativamente sparuto di cittadini che partecipa alle iniziative per la Giornata Mondiale del Rifugiato. Questo mio interesse coincide in parte con il mio lavoro, ma va evidentemente anche un po’ al di là dei miei “doveri” da contratto. Tuttavia con gli anni ho imparato he parlare spesso di questi temi non è un buon biglietto da visita nella vita sociale (anche virtuale), quindi spesso mi autocensuro e ci penso non due, ma dieci volte prima di affrontare l’argomento con chicchessia.

Però oggi, consentitemi, vorrei attirare la vostra attenzione su una dichiarazione del Ministro degli Interni Maroni, pubblicata su Repubblica: “Il problema sono i bombardamenti [in Libia] – premette Maroni – fino a quando continueranno le bombe continueranno le partenze e noi dovremo assistere i profughi, come stiamo facendo con l’aiuto delle Regioni”. Cioè, fatemi capire: il problema del bombardare una nazione si riduce al fatto che poi ci tocca assistere le vittime civili delle nostre prodezze? E poi, visto che parliamo della Libia, in realtà le persone che ne stanno arrivando in questo momento, non sono per lo più cittadini libici. Sono tutti quei rifugiati eritrei, somali, etiopi, etc  prigionieri in Libia perché noi italiano pagavamo perché così fosse. Persone che, assicura Maroni, potrebbero essere respinte in Libia fin d’ora: “Non ci sono rischi, verrebbero riaccolti dal governo provvisorio libico”. Certo, se non li bombardiamo pure noi è meglio, ma non è indispensabile smettere subito per sbarazzarci di loro. Ci potrebbero pensare gli stessi mezzi della NATO a fermare tutta questa gente che sta fuggendo (e che, in gran parte, perde la vita in un mare affollatissimo di uomini e mezzi, che però sono evidentemente impegnati a fare altro).

Dopo la performance del Ministro Brunetta di ieri, ho visto sollevarsi – almeno su quella rete popolata di gente che “non fa un c…”, per citare Stracquadanio – un bel po’ di indignazione. Ecco, qualcuno potrebbe indignarsi almeno un po’ anche per queste dichiarazioni, che offendono tutto di noi italiani, a partire dallo spirito e dalla lettera della Costituzione (per tacere della Convenzione di Ginevra, che compie 60n anni)?

Crederci, con cautela


Ieri mattina, alle 8 meno 5, io e Meryem eravamo al seggio, insieme a un gruppetto di altri votanti. Certificato elettorale in mano, inevitabile scambiarsi qualche commento, esplicitare una sorta di complicità. "Se siamo qua ci crediamo", commentava una signora, "però…". Però no, mica ci credevamo fino in fondo. "Sarà difficile", scuoteva la testa anche l'elettore più motivato. Ora, quando pure è abbastanza evidente che il quorum c'è eccome, non ci abbandona questa sorta di scaramantica prudenza per cui "è meglio non cantare vittoria". Perché siamo così profondamente sfiduciati? Forse perché sappiamo che questo Governo, contro ogni ragionevolezza, non cadrà neanche così? Eppure, ed è già tanto, a votare ci siamo andati. A votare c'è andata ovviamente anche mia madre di 86 anni di ritorno da un lungo viaggio; le suore di svariati conventi del quartiere; familiari convinti di per sé o fattisi convincere da altri. Non si è votato ugualmente in tutta Italia, questo è anche vero. Io, da romana, sbavo di invidia davanti ai tassi di affluenza bulgari di alcune sezioni bolognesi. Ma anche questo segnale, dopo Milano e Napoli, vorrà pur dire qualcosa. Ora bisogna davvero trovare una strada per non far spegnere sul nascere questo nascente anche se timido spirito di riscossa.