Come un cane da caccia impazzito


Non ricordo esattamente quando mio padre mi raccontò del suo soggiorno di studio parigino usando la metafora del cane da caccia che poi utilizzò in una sua bella lettera a padre Chenu, pubblicata nell'epistolario curato da mia madre per Studium. Però ricordo gli occhi che gli brillavano. Mio padre era goloso di cose da studiare quanto non lo era di cibo. E infatti non era così raro che si scordasse di tornare a casa a pranzo: quando succedeva di sabato restava chiuso dentro la Biblioteca Vaticana e toccava chiamare la gendarmeria per farlo liberare (non era ancora epoca di cellulari). "O almeno così mi immagino che debba sentirsi un cane da caccia di fronte a un muchio di selvaggina: impazzito, perché vorrebbe buttarsi contemporaneamente in tutte le direzioni", diceva ridendo anche a me. Ha fatto bene Paolo Vian a scegliere questa frase insolita per titolare il pezzo dedicato sull'Osservatore Romano di oggi al lavoro della mia mamma. Dice molto anche dell'irrazionalità un po' poetica di quello che poteva sembrare un severo studioso (ma proprio solo a chi non lo conosceva di persona). 
A me la metafora del cane da caccia tornava in mente quando mi buttavo tra gli scaffali mobili della biblioteca di Studi Orientali. O, ancor di più, la prima volta che sono entrata nella biblioteca del Pontificio Istituto Biblico, con tutti quei piani e ballatoi di scaffali a accesso libero. Ho passato molti giorni "da cane da caccia" nella mia vita e di questo devo ringraziare in primo luogo mio padre, che con i suoi modi fuori dal comune mi ha trasmesso la passione per la ricerca. E, in seconda battuta, il mio maestro Giovanni Garbini. Non mi è servito a trovare un lavoro e anzi, in qualche modo, mi ha ostacolato. Posso dire che mi abbia ostacolato un bel po' anche nell'emotività, nella socializzazione, eccetera. Ma mi ha regalato un sacco di gioia purissima e il gusto della condivisione con gli altri cani impazziti che ancora mi capita di incontrare. Un linguaggio misterioso, come può essere solo quello tra bestie simili.

Voglio trovare un senso


Sono due ore che sbrocco in seguito alla ferale notizia che lunedì a scuola c'è sciopero. Non delle maestre, ma di personale di altro genere,che la tata non mi ha saputo specificare. Ora, considerato che giovedì è festa, venerdì è ponte e mercoledì dalle 14:30 c'è il saggio di drammatizzazione, questa iniziativa sindacale sarà pure sacrosante, ma ha tirato fuori il peggio di me. E, a proposito di scioperi. Mi ricordate, per favore, l'importanza e la valenza degli stessi? Perché ultimamente, lo confesso, le mie convinzioni democratiche vacillano. Perché sono sempre di venerdì, perdirne una? Lo so, è un luogo comune. Un'obiezione da due soldi. Però è vera. Questa volta no, non è di venerdì. Ma solo perché era già ponte. Ergo, lunedì. Non martedì, per dire.
Però soprattutto ho bisogno che mi ricordiate a cosa servono questi scioperi. Nello specifico, se non ricordo male, il disagio delle famiglie (e quindi il mio) dovrebbero indurre la parte su cui si vuole fare pressione (in questo caso il Comune di Roma) ad aprirsi maggiormente alla contrattazione. Ma perché mai dovrebbe avvenire ciò? Un proprietario di fabbrica a cui si interrompe la produzione ne ha un danno economico. Ma al Comune esattamente cosa dovrebbe fregare del fatto che io, genitore di bambino che frequenta scuola pubblica, sto vivendo un estremo disagio? Forse il Comune potrebbe temere che io, disamorata del servizio pubblico, stacchi un assegnone a un istituto di suore? Mi permetto di dubitarne.
Insomma, vi prego. Fatemi cogliere il senso di questo sciopero. Vorrei ritrovare la fede nei diritti del lavoratore.

Un immenso errore di prospettiva


Negli ultimi tempi ho accuratamente evitato libri e film che parlassero troppo spudoratamente di immigrazione e asilo. Ero un po’ in overdose, in fondo per me è anche lavoro. Stasera mi sono vista Crossing Over e non posso fare a meno di pensare che in fondo faccio bene ad astenermi. Non perché il film in questione sia brutto, anzi. Certo, non è neanche un capolavoro. Pone delle questione e le liquida, abusando un po’ delle categorie di “povera vittima” e “buon cittadino compassionevole”. Ma sicuramente sul tema si vede di molto, molto peggio. Resta tuttavia il fatto che se mi metto a pensare sul tema dell’immigrazione (pensare fuori dal mio ufficio sotto terra, specialmente) non vengono fuori bei pensieri. Ho come un senso di catastrofe imminente. Il tasso di violenza a cui i nostri sistemi sottopongono persone, famiglie intere (illustrato ad esempio dal film) in una sorta di escalation non dovrebbe farci dormire sonni tranquilli. Ma non per moralismo e senso di giustizia astratto. Proprio perché non potrà durare per sempre. E continuare a considerarci “buoni” se, per illuminazioni episodiche, ce ne rendiamo conto non ci aiuterà a raddrizzare questo quadro storto. Ci vorrebbe ben altro. Accompagnata a questa consapevolezza da Cassandra ce l’è anche un’altra: nonostante la mia situazione parzialmente ibrida, nonostante lo stato semi-extracomunitario della mia famiglia, anche io mi troverò dalla parte sbagliata. Mi farà rabbia, ma sarà inevitabilmente così. Fine del post apocalittico.

Un saluto complicato


Mi chiamava "dottoressina", in realtà da ben prima che mi laureassi. E' stato il primo professore di orientalistica che ho incontrato nel corridoio del dipartimento di studi orientali e no, non era un bel vedere. Soprattutto faceva di tutto per farti fuggire inorridita: parolacce, assurdità, ostentazioni di potere. Ora che non c'è più, immagino (e in parte so) che saranno in molti a non sentirne la mancanza. Ma, come sempre c'è un però. Il primo però è di ordine squisitamente affettivo. Giovanni Pettinato è stato parte essenziale di quegli anni universitari incantati in cui, per citare un gruppo di Facebook che ho visto di recente, non sapevamo ancora di essere soltanto babbani. Il primo anno dovevamo fare l'esame con lui su un testo d'esame che non era stato ancora pubblicato, la sua traduzione del poema di Gilgamesh. Dopo un primo momento di sconforto, noi maghi orientalisti avevamo trovato la soluzione: mettevamo i nostri familiari a registrare dalla radio una trasmissione RAI in cui si presentava in anteprima la traduzione, sbobinavamo fedelmente traduzione e commenti e voila, ecco il testo da studiare! Pettinato meriterebbe il nostro ricordo anche solo per la quantità di aneddoti, esilaranti o tragici, che tutti noi condividiamo. Ma c'è un secondo motivo per cui oggi, nonostante tutto, voglio ricordare con stima umana questo personaggio scomodo (che non è mai riuscito a essermi antipatico): non ha mai fatto finta di essere una persona diversa da quella che era. Non si è mai finto democratico e comprensivo. Faceva della crudezza il suo stile di vita. Ecco, forse su questo punto sono viziata dalla mia personale esperienza. Non sono mai stata una sua laureanda (ho solo fatto due esami con lui) e quindi non ero direttamente soggetta a lui, nel bene e soprattutto nel male. Al contrario ho conosciuto vari accademici apparentemente corretti e deliziosi, che non dicevano neanche parolacce, i quali poi all'occasione hanno esercitato il loro libero arbitrio in modo altrettanto spregiudicato. Facendo poi vedere di essere molto scandalizzati quando altri si comportavano allo stesso modo. Non direi che Pettinato mi abbia fatto grandi lezioni di etica. Ma gli riconosco almeno una personalità che altrove non ho visto. Ricordo intensamente i due o tre colloqui privati che ho avuto con lui nel suo studio a via Palestro. Non hanno cambiato il mio non-destino accademico, ma mi hanno lasciato la soddisfazione di essermi guadagnata il suo rispetto e la sua simpatia. Così, con tutti i suoi evidentissimi limiti e i suoi molto meno evidenti meriti, lo voglio ricordare oggi. Come una persona complicata, che ha avuto un posto nella mia vita.

Grugnate


Prendere grugnate è un'arte e ormai io la possiedo. "Grugnate" potrebbe essere reso, in italiano, con "delusioni cocenti", o "fallimenti inaspettati". La madre di tutte le grugnate, evidentemente, per me si chiama Università. Provateci voi a sentirvi dire dalla più tenera infanzia che siete nati per fare ricerca (con reiterate conferme in età adulta, eh?) e poi non avere possibilità di farlo. Sono uscita da un vicolo cieco come quello soprattutto perché mi ero piazzata in un altro vicolo cieco, un rapporto sentimentale assolutamente vessatorio. Che forse ha avuto l'unico merito di trovarmi di fronte a qualcuno che un giorno mi ha detto: "Ci hai provato. Ora basta". Non che la frase in sé fosse dettata da nobili motivazioni. Ma si è rivelata salutare.
Certe volte però, vedendo che ormai incasso molto meglio di prima, mi chiedo perché. Guardando il bicchiere mezzo vuoto, mi dico che non mi aspetto più granché. Che ho abbassato e vado abbassando le mia aspettative. Considerando le cose da questo punto di vista, non direi che ho fatto dei progressi, anzi. Guardando il bicchiere mezzo pieno, potrei argomentare che ora colgo meglio la relatività del tutto. Che mi accontento di qualcosa per non perdere altro. Che anche giocare in difesa, qualche volta, è onorevole.
Ma come la penso, davvero? Certo, non tutte le grugnate sono uguali e non tutte hanno la stessa importanza. Sapienza sarebbe saper distinguere. Diciamo che è il mio prossimo obiettivo.

Girare a vuoto


"Non indovina mai…". Stamattina ho sorpreso mia figlia che, scuotendo la testa, mi commiserava tra sé e sé. Nella fattispecie, non avevo saputo rispondere correttamente alla domanda: "Che cosa c'è dentro il tramonto?". Ma abbiate pietà, erano le 6:55 e stentavo parecchio a carburare. Ripensandoci, seduta alla mia scrivania sotterranea, non posso che convenire con la Guerrigliera. Ci azzecco raramente. Mai come in questo in questo momento, mi pare di non capire granché di come va il mondo. Passo la maggior parte della mia giornata a lavorare per questioni ignote ai più (quasi quasi aveva più appeal l'ugaritico). Non so più neanche se riesco ad indignarmi. Anzi, no. Ci riesco benissimo. Però ho comunque la sensazione di girare a vuoto. 
Una delle cose che capisco di meno, poi, è come si concili la generale indifferenza e impertubabilità che pare accomunare la maggior parte dei miei concittadini, che davanti a stragi di giovani, donne e bambini avvenute per precisa responsabilità della nostra politica si limitano ad alzare le spalle e commentare: "Eh, i tempi sono difficili per tutti", con l'aperta faziosità da stadio, comprensiva di insulti e invettive, che si scatena qua e là, su alcune questioni. Facciamo un esempio, di perpetua attualità. Palestina, Israele. Se in ogni aspetto della nostra vita le ideologie sono morte (dicono gli esperti), su questo tema restano tutte validissime. Fin dai miei primi soggiorni in loco, negli anni Novanta, mi era stato chiaro che ben altro che l'ideologia ci voleva per farsi un'idea di una delle questioni più intricate della storia moderna. Certo, l'indignazione sacrosanta la conosco e la condivido. Già in altri casi ho detto e scritto che bisogna guardarsi dal mettere tutto sullo stesso piano, perché non lo è. Resta però il fatto che mi fa orrore vedere il mondo che assiste a una tragedia lunga più di sessant'anni con l'atteggiamento dell'ultrà di una curva di stadio. Vedere persone che pure, su ogni altro argomento, sono paladini della complessità e dell'approfondimento pronte su questo a rinunciare a qualunque ragionamento comporti più di due passaggi e applicare serenamente la logica del "bianco/nero", "buono/cattivo", manco fosse un cartone animato di serie B. 
Per rispetto di un impegno che non ho conosciuto direttamente non faccio il nome che in questi giorni rimbalza qua e là, a proposito e a sproposito. Di una cosa però sono sicura: mi sembra che se si è del tutto in buona fede non bisognerebbe accontentarsi delle spiegazioni circolate finora. Non mi basta sapere che sono stati questi o quei "cattivi". Vorrei sapere perché. "Perché lui era buono e loro cattivi, ovvio", mi risponderebbero in troppi. A prescindere da chi sono quei "loro". Fino a oggi l'unico articolo di taglio diverso che ho letto è questo. Ciò evidentemente non vuol dire affatto che le ipotesi avanzate siano necessariamente corrette. Ma questo sarebbe l'atteggiamento che io vorrei vedere di più in giro. Mi sono ricordata di una conversazione fatta in anni lontani con un tassista di Ramallah. Una frase un po' cinica, forse, ma temo attuale: "La pace si farà quando converrà economicamente a tutti". I soldi. Ne giravano e credo ne girino molti anche ora, alla faccia della miseria estrema sotto gli occhi di tutti. Non voglio mettermi a semplificare anche io, ma cercare la cassa forse aiuterebbe a capire aspetti nascosti, sommersi da slogan facili e da pacchi di ideologia propagandata, anche in buona fede, da molti.
E comunque, secondo voi "che cosa c'è dentro il tramonto?".

Valutazione comparativa – seconda puntata


Valutazione comparativa, seconda puntata. Sottotitolo: Scorci da un sistema universitario. Lo scenario è un po' il solito. Concorso per ricercatore universitario in ateneo pubblico. Si svolgono le prove, l'esito è – per dir così – inaspettato. Il candidato che risulta vincitore non corrisponde a quello dei "soliti pronostici". Giustizia è fatta, pensano gli ingenui. Cosa si inventeranno stavolta?, pensano i più cinici. Ecco qui. L'università annulla gli atti con la seguente motivazione. "I giudizi formulati dai singoli commissari con riferimento agli esiti dei colloqui con i candidati […] risultano tra di essi del tutto identici, talché deve escludersi che essi siano stati prodotti individualmente" e (tenetevi forte) "la mancata redazione individuale dei giudizi fa venire meno i presupposti indispensabili alla valutazione comparativa – atteso che non si possono comparare testi identici". Quindi il concorso viene annullato, stop. Andrà rifatto con altra commissione (che forse, scusate la malignità, riuscirà a far vincere una persona più gradita). 
Permettetemi qualche sottolineatura. La prima è che certamente la compilazione dei verbali con il taglia incolla è una sciatteria intollerabile. Scommetterei che non è la prima volta che si verifica. Ma in certi casi il rigore è d'obbligo. La seconda: lodevole l'attenzione alla comparazione. Certo che se uno considera con quanta disinvoltura in altri casi si compara…. La terza, e ultima: al di là della forma, credo che tutti gli interessati sappiano perché le cose sono andate così. Forse sarebbe arrivato il momento di iniziare a dirlo.

La scuola italiana. Com’è, come la vorrei


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Titolo: La scuola italiana. Come è, come la vorrei.

Svolgimento: Premetto che vengo da una famiglia di militanti della scuola pubblica. Mia madre più che un'insegnante di liceo era una figura mitologica, una sorta di leggenda metropolitana. "La Peri". Docente di italiano e latino al liceo classico, dedita alla causa, ogni giorno per 40 anni ha passato il pomeriggio a prepararsi le lezioni . La prendevamo in giro, qualche volta. "Ancora non hai imparato quello che ripeti da trent'anni?". Lei su questo non era tanto disposta a scherzare: "Sono diversi gli studenti, è diversa la lezione". Li aveva davvero presenti uno per uno, le interessavano. Anni dopo mi confessò che, avendo studiato da giovane grafologia, correggere i temi per lei era un osservatorio privilegiato. Una cosa era chiara per lei: le scuola pubblica significa dare a ciascuno delle opportunità concrete, reali e pertanto commisurate alla sua personalità e al suo talento.

Dare a ciascuno, per mia madre, significava soprattutto "a prescindere da vantaggi e svantaggi legati alla nascita". Ai suoi tempi l'elemento di discriminazione consisteva soprattutto nel background culturale. Raccontava spesso di alunni brillanti, quelli che le stavano maggiormente a cuore, che non avevano mia visto un libro a casa. Mia madre faceva le sue preferenze, come è umano. Ma uno dei valori che più aveva a cuore e che riteneva oggetto di insegnamento era la giustizia. Certo, magari una giustizia più vicina a quella che poi ho ritrovato in una frase di don Milani, citata spesso dal mio primo datore di lavoro gesuita: "“Nulla è più ingiusto che fare le parti uguali fra disuguali”". Ma detestava quando i colleghi mischiavano questioni di "morale" nella votazione: se un ragazzo che non studia mai un giorno studia e si merita 8, non è legittimo mettergli 6 e mezzo "perché così capisce che si deve studiare sempre". Se un ragazzo che si impegna moltissimo arriva solo a 6 e mezzo, non gli fai un favore a mettergli 8 "perché è tanto diligente". Mia madre metteva sempre i voti veri, nella loro crudezza. Poi però si prendeva il tempo e l'occasione per parlare con gli interessati. Perché il fine non è il voto, ma imparare qualcosa (anche e soprattutto quello che non è stampato sul libro di testo).
Anche allora la scuola era una lotteria. Io, nello stesso istituto in cui insegnava mia madre, ho incappato in insegnanti di ben altro spessore. Però- e qui sconfino nella "scuola che vorrei" – a casa si esercitava del sano senso critico (sempre), ma i miei genitori stavano ben attenti a non denigrare davanti a noi figlie i nostri professori. Certo, ci supportavano e cercavano – se indispensabile – di colmare le lacune (ma io non ho mai saputo nulla di letteratura italiana e di latino e mia madre ha saggiamente convissuto con questa cosa senza tagliarsi le vene). Ma non ci hanno mai fatto intendere che la scuola fosse una barzelletta, un ostacolo da aggirare con furbizia, una seccatura di cui liberarsi.
Io vorrei una scuola dove i genitori (magari aiutati dal fatto di non essere i finanziatori unici dell'istituto) sappiano ritrovare il loro posto e il loro ruolo. Che non è quello di fare i sindacalisti (nel senso deteriore) dei propri figli. Che non è quello di imporre sempre e comunque il proprio gusto, la propria volontà, il proprio potere, i propri capricci. Sono un po' dura, mi rendo conto. La partecipazione delle famiglie è una bella cosa, potenzialmente positiva. Ma la scuola non può essere una fornitura di utenze, dove qualcuno può sbattere i pugni sul tavolo e dire "pago, pretendo". Vedo troppi genitori comportarsi così, in nome di presunti "principi" e "valori" che raramente vanno nella direzione del "bene comune".
Vorrei una scuola pubblica che sia (o forse torni ad essere) una comunità di apprendenti, un progetto comune, un contributo concreto al consolidamento dei valori del nostro Paese. No, non sto pensando alle "radici cristiane" e ai crocifissi nelle aule (o qualunque altra etichetta, è indifferente). Quello che ho in mente è piuttosto un'occasione di condividere un percorso con altri membri della comunità, di trarne beneficio personale (com'è giusto che sia), ma anche di curare quell'ampliamento di orizzonti che dovrebbe essere tipico di un contesto educativo. Ho visto con i miei occhi, ad esempio, che le diversità possono essere davvero occasioni, non ostacoli. Certo, bisogna uscire dalla retorica (sia da quella dell'esclusione sia da quella, superficiale e buonista, del "volemose bene") ed essere davvero, seriamente creativi nelle soluzioni quotidiane. Prepararsi le lezioni tutti i giorni, se sei un insegnante (e magari non farlo solo sulla propria scrivania, come faceva mia madre – che pure non disdegnava l'organizzazione di cineforum e l'uso di altre forme di didattica – ma anche insieme ad altri, in contesti diversi). Se si è un genitore, supportare, proporre, ma anche fare lo sforzo, nonostante i tempi disumani a cui si è costretti, di uscire dalla propria consolidata prospettiva e magari modificare le proprie aspettative, alla luce di obiettivi nuovi e non considerati prima. Se si è studenti, credere al valore della scuola, affezionarsi, criticarla in modo costruttivo, viverla.

Concludo condividendo (di nuovo) un brano di un discorso stupendo sull'educazione che ho sentito dall'attuale Padre Generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás : L’educazione consiste proprio nell’aprire tutte le finestre nella mente di un bambino, di un ragazzo e di una ragazza che crescono e hanno il diritto di diventare sensibili a tutte le realtà umane e naturali del mondo. Aprire, comunicare abiti mentali, del cuore e culturali all’insegna della varietà: così potremo educare persone flessibili, aperte, che non si spaventano per qualcosa di nuovo, di diverso, ma sono pronte ad apprezzare tutte le possibilità umane. Credo che questo lavoro di aprire le finestre della personalità, della mente, del cuore sia essenziale. Credo che dobbiamo arrivare a far sì che i nostri studenti italiani, spagnoli, tedeschi, siano fieri della cultura cinese, o della cultura indiana o africana, per il solo fatto che esse sono una produzione dell’umanità. Non dovremmo più considerarle “cultura degli altri”. Essere fieri di una cultura piccola e ridotta ci ha fatto molto male: credo che sia frutto di un’educazione troppo limitante. C’è decisamente bisogno di una riflessione ad alto e medio livello da parte delle università e di altri gruppi religiosi e umanisti per restituire ai bambini la libertà di immaginare e di crescere, di essere quei “maghi” che dicevo prima, capaci di creare. Quando ero bambino, non avevamo niente, i giocattoli li costruivamo noi. La strada era una grande palestra e apparteneva a tutti.  Oggi con tanti giochi elettronici c’è meno la ossibilità di partecipare, di scambiare e di creare. Forse abbiamo reso tutto troppo facile ai nostri bambini. E come educare  una memoria mondiale? Come portarli a essere fieri degli indiani e dei cinesi  – non tristi, ma fieri perché è l’umanità che ha creato questo? Dobbiamo essere fieri degli altri e, di conseguenza, fieri di noi stessi, ma sempre nel contesto degli altri, per crescere insieme con gli altri. Secondo me, questo è un problema di educazione, che necessita di una seria riflessione. Bisogna ricreare l’educazione come un’opportunità per i bambini di crescere come persone, non dipendenti da una tecnologia particolare, ma libere di creare. Ci sarà tempo per diventare tecnici: prima di tutto è urgente aprire la  mente e il cuore alle infinite possibilità della vita umana.

Il discorso completo, più ampio, lo trovate qui.

Non riesco a svegliarmi


Ubi maior… Scherzi a parte, le paturnie personali non sono del tutto passate (così come il maledetto malanno di Meryem), ma non posso trattenermi dallo sfogo pure sul fronte, diciamo così, professionale. Non ho mai creduto che lavorare su temi legati all’immigrazione e in particolare al diritto d’asilo potesse essere socialmente appagante. Il nostro Paese brilla da sempre per pressappochismo, inefficacia, inadeguatezza e voluta ignoranza in quasi ogni aspetto connesso alle politiche migratorie. E’ un po’ il nostro marchio di fabbrica, al di là di buonismi e cattivismi che lasciano il tempo che trovano. Ma ora si è passato davvero il segno. Quello che questo Governo sta facendo e dicendo da gennaio a questa parte (una successione di iniziative e dichiarazioni contrastanti tra loro e con ogni norma nazionale e internazionale, insensate di per sé e in continua smentita di loro stesse) mi avvilisce profondamente come cittadina e come lavoratrice, anche al di là di ogni possibile considerazione umanitaria e culturale (due aggettivi che per pudore bisognerebbe astenersi dall’utilizzare come collettività, almeno finché saremo rappresentati sul piano nazionale e internazionale da questi governanti). Come vi spiego? Non si può fare in poche righe. Proviamo con una metafora. Immaginiamo che io sia un avvocato, abituato a interagire con il sistema giudiziario italiano, di cui conosco limiti, caratteristiche, possibili abusi, etc. E immaginiamo che un giorno io arrivi in tribunale e mi venga detto che no, in fondo nessuno ci obbliga a organizzare un processo, che vista l’eccezionalità della situazione organizziamo piuttosto una staffetta nei parchi di Casalotti, anzi no, magari un torneo di briscola al circolo delle bocce del Torrino. Con che diritto? Così. Chi ne è responsabile? Nessuno in particolare. Che ci azzecca? Niente. Ecco, io penso che se io fossi quell’avvocato, dopo un attimo di sbigottimento, mi stropiccerei gli occhi e aspetterei di svegliarmi, sorridendo tra me dell’assurdità del mio incubo. E invece no, non riesco a svegliarmi.

Improvvisazioni e ignoranza


Questa settimana lavorativa è stata accompagnata da un’aura di surreale. Ho scritto e contribuito a scrivere lettere, appelli, note, documenti. Sempre con la consapevolezza che questo senso di urgenza, di vitale importanza, è avvertito quasi solo da noi. Ho letto sui giornali articoli pazzeschi sulla questione dei rifugiati e degli arrivi dal nord Africa: informazioni distorte o più semplicemente scorrette, interpretazioni ancor più fantasiose, uso strumentale delle dichiarazioni altrui. E non credo che sia frutto di un disegno malevolo: mi pare soprattutto che i giornalisti, scartata l’idea di capire nel dettaglio questioni complesse e che farebbero perdere troppo tempo, annusino l’aria e imbastiscano un po’ come gli pare meglio. Più in generale mi verrebbe da osservare che per scrivere di immigrazione senza produrre ameni nonsense bisogna avere una certa competenza. Questa opinione non sembra condivisa dalla maggior parte delle redazioni, che affibbiano l’argomento ai più giovani e sprovveduti, salvo poi trasferirli ad altro appena cominciano a orientarsi. Chissà, forse l’immigrazione è un tema considerato a metà tra la cronaca nera e il costume. Invece tocca conoscere le regole, un po’ come scrivere di calcio (o di rugby, visto che le regole del calcio sembrano geneticamente iscritte nel DNA dell’italiano medio). Mi corre l’obbligo segnalare almeno due eccezioni alla generale incompetenza e improvvisazione: Vladimiro Polchi di Repubblica (che era in tempi remotissimi mio compagno di classe) e Stefano Galieni, che solitamente scrive su Liberazione. Il che non significa che non ce ne siano anche altri che al momento non mi vengono in mente: ma vi assicuro che fare esempi positivi è molto più arduo che segnalare bestialità.