Vota Antonio Vota Antonio


No, scherzo. Vabbè che siamo in campagna elettorale, qui a Roma. Vabbè che tra amici e parenti candidati non ci si raccapezza più. Ma oggi vi chiedo un voto di tutt’altro genere.

Ricorderete la cucinata di gruppo a cui ho partecipato lo scorso 31 gennaio. Ve ne parlavo qui. E’ stata sicuramente una delle esperienze più straordinarie del 2013. Un’idea che ha preso spunto da un’esperienza precedente e poi si è andata plasmando, modificando, precisando, fino a coinvolgere un mondo di persone e trasformarsi anche in un bellissimo gesto di solidarietà a favore dei rifugiati.

#liberericette è stato ammesso alle selezioni per i FM Awards, i riconoscimenti di Fattore Mamma per le più belle iniziative nate e cresciute sul web. Siamo, credo, tutti molto lusingati di essere candidati. Non fate caso al banner: non è un progetto “mio”, anche se sono stata io, tecnicamente, a sottoporlo alla valutazione. E’ un progetto davvero corale, un’esperienza a cui penso nei momenti di pessimismo.

Volete votare per noi? Potete farlo, entro il 20 maggio,  a questo link.

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Dentro, fuori


Un invito ricevuto per il prossimo sabato mi ha riportato indietro nel tempo, agli anni dell’adolescenza. Premetto doverosamente che no, non li rimpiango affatto. Guardando indietro, con il famoso senno del poi, realizzo di aver sofferto molto perché non mi sentivo parte di gruppi, non necessariamente ben definiti o realmente esistenti, che all’epoca mi parevano importanti per sentirmi realmente considerata. Ero sempre, inesorabilmente, “fuori”. Ero sempre “troppo”. Troppo alta, troppo grassa, ma anche troppo intellettuale, troppo complicata, troppo pesante e cervellotica.

Mi ero trovata, però, il mio microgruppo, un paio di amiche con cui facevo quelle cose “troppo impegnate” che ci facevano sentire adulte, ma allo stesso tempo ci divertivano: mostre, cinema seriosi, ma anche weekend e viaggi “culturali” che sono rimaste delle pietre miliari nei miei ricordi (uno era un ponte di novembre per visitare la mostra dei Fenici a Palazzo Grassi – e qui solo qualche mio ex collega orientalistica può capire che portata ebbe per me quella gita, anche se all’epoca non potevo saperlo). Il mio microgruppo, che poi era un trio, era stato definito da qualcuno “la TBC”, dalle nostre iniziali. A noi in fondo piaceva, ma credo la dicesse lunga sul nostro grado di integrazione.

Stranamente scopro che anche da adulti l’appartenenza a gruppi, gruppetti e gruppuscoli è sentita come rilevante. La piazza allargata di Facebook non fa che strizzare l’occhio a questa adolescenziale tendenza: gruppi chiusi, gruppi segreti. Di alcuni faccio parte, di molti non conosco neanche l’esistenza. Ne riconosco la funzionalità, entro certi limiti. Ma non finisce mai di stupirmi quando qualcuno sbandiera (con opportune e trasparentissime allusioni) la propria appartenenza a uno di essi, manco fosse la tessera di un club esclusivo. Peraltro mi risulta che dei club davvero esclusivi non si dovrebbe neanche conoscere l’esistenza, no? [Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club…. Ma quel film, confesso, non l’ho nemmeno visto].

Insomma, siamo davvero destinati a non diventare mai adulti?

Postilla. Ripensando poi al trio della mia adolescenza e alle attività a cui ci dedicavamo, realizzo oggi che alcune le trovavo noiosissime. I concerti di musica classica, ad esempio, spesso accompagnati dal pensiero ricorrente: “Ma quando finisce?”. Alcuni spettacoli a teatro,che Dio mio, ci vuole giusto l’entusiasmo dei 16 anni per lanciarcisi (ricordo distintamente la sensazione di sgomento che ha accompagnato l’annuncio “terzo tempo” a una rappresentazione, francamente non imperdibile, de “Le tre sorelle” di Checov al Teatro Argentina. Oddio, i tempi possono essere più di due?). La tendenza al masochismo culturale  è proseguita anche all’università, anche grazie all’insuperabile filone della filmografia iraniana, meglio se in lingua originale con sottotitoli in francese. Ma ricordo anche un film al cinema, più di cassetta, che era talmente lacrimevole (un trapianto al cuore, forse?) che a me e alla mia amica Marta ci prese una ridarola incontrollabile, mentre la mia amica Cristiana (che forse mi legge) si commuoveva il giusto e avrebbe voluto strozzarci (cos’era Cristiana, ti ricordi?). E allora mi chiedo pure: ma perché godevo, godevamo nel fare necessariamente scelte che non sempre pagavano in termini di appagamento reale? Era una questione di aspettative che le nostre famiglie avevano per noi? Era desiderio di differenziarci consciamente e volutamente da chi ci avrebbe comunque differenziato? Comunque, che bello essere abbastanza grandi e scafati per poter dire, con libertà, questo film è una noia mortale. Non trovate? Obietterete che avrei potuto farlo anche prima. Mah, chissà, forse. Ma non sarebbe stata la stessa cosa.

E continua a bollire…


Vi raccontavo ieri come sta prendendo forma l’idea di una grande giornata di cucina collettiva per il prossimo 31 gennaio. Se è possibile, adesso l’idea mi piace ancora di più.

Su suggerimento di Anna Lo Piano (sul web piattinicinesi e, per chi ha letto Terre senza Promesse, l’autrice della splendida poesia che dà il titolo al libro), abbiamo voluto rendere questo bel momento di condivisione anche un’opportunità di mostrare la nostra solidarietà. Tutti i partecipanti alla cucinata collettiva sono invitati a donare l’equivalente del costo del piatto che cucineranno alla mensa del Centro AstalliSe il web può essere solidarietà, calore, amicizia, non vogliamo dimenticare tutti quelli che sono soli, invisibili, al margini delle nostre città. L’idea è che in questa nostra festa in cui ognuno porta qualcosa ci sia un certo numero di posti a tavola per far sedere anche chi si trova in un Paese straniero dopo essere fuggito dalla guerra e dalla persecuzione. Quanti? Vedremo. Dipenderà dalla generosità di tutti. Per darvi un’idea, un pasto alla mensa costa 5 euro.

Poi, dopo il 31 gennaio, chi lo vorrà potrà partecipare a un turno di volontariato alla mensa del Centro Astalli, oppure a un incontro per capire meglio la realtà dei rifugiati in Italia che organizzerò in primavera, secondo una formula già sperimentata.

Che altro dire? Sono stupita e commossa dell’entusiasmo con cui questa idea è stata accolta. Tutto inizia a prendere forma. Tanto che la prima ricetta che sarà ospitata nella mia cucina si è già materializzata, stamattina, sul tavolo del mio ufficio (e emana un profumo da svenimento). Perché non ci limitiamo mica al virtuale, noi.

Vi invito ancora, dunque, a partecipare numerosi.

Per fare le vostre donazioni, trovate le indicazioni qui.

 

L’acqua in pillole


Ricordo un po’ confusamente un cartone animato dei tempi miei (avevo scritto antichi, per la cronaca), ambientato alla corte di Re Artù. In uno degli episodi Merlino arrivava trionfante dal sovrano, esclamando: “Sire, ho fatto una scoperta straordinaria! La nostra salvezza in caso di assedio! L’acqua in pillole”. “Interessante, Merlino” rispondeva il re. “E come funziona?” “Basta sciogliere una pillola in mezzo bicchiere d’acqua!”.

Quando, già un paio di anni fa, ho iniziato a leggere nei bandi del Fondo Europeo per i Rifugiati che si sarebbero finanziati studi di fattibilità e poi anche interventi diretti di supporto alla creazione di impresa da parte di titolari di protezione internazionale, eventualmente appartenenti alle cosiddette categorie vulnerabili (vittime di violenza estrema e di tortura, nuclei monoparentali, donne in stato di gravidanza, anziani, disabili), mi è tornata prepotentemente alla mente quella vignetta. Senza negare a priori che ci possano essere progetti altamente sperimentali con una buona percentuale di successo (non credo però a Roma, francamente), mi è parso di vedere dietro questa soluzione il tentativo di risolvere un problema limitandosi a spostarlo un po’ più in là. Chi ha difficoltà enormi ad inserirsi nel mercato del lavoro, specialmente in questa congiuntura economica, difficilmente sarà un brillante imprenditore. Non tutti gli stranieri, per il solo fatto di essere tali, sono geneticamente predisposti a gestire qualche lucroso import-export. I migranti forzati, poi, non possono contare di solito neanche su una solida comunità di riferimento. Hanno un bel dire, i sociologi, che nella storia lo straniero è mercante e il mercante straniero (si legge anche questo, nelle ricerche di riferimento). Mica parliamo dei fenici dei sussidiari. Altre sono le persone e soprattutto ben altro è il contesto economico. Per cui quando ti arriva una volenterosa signora ivoriana convinta di aprire un ristorante a Roma perché le piace cucinare (e alla domanda “che fornitori useresti?” risponde “andrei a fare la spesa a Piazza Vittorio”) hai il forte sospetto che non sia assolutamente il caso di incoraggiarla.

Un pensiero analogo mi veniva oggi mentre seguivo con la coda dell’occhio – in streaming – la Social Media Week di Torino, panel “SocialMom, Mamme in rete”. Durante il dibattito finale è serpeggiata la domanda fin troppo consueta che viene rivolta alle mamme blogger di chiara fama: “Quand’è che [bloggare] diventa redditizio?”. In filigrana si coglie un intero esercito di donne che con la maternità ha lasciato o perso il lavoro e che dunque vede nel web la possibilità di inventarsi un lavoro più conciliabile con la propria dimensione. Tutto è possibile, ma ho sempre pensato (e sono in questo confortata da un’autorità come Barbara Damiano) che mettersi in proprio non è affatto un ripiego comodo a un lavoro impiegatizio scomodo. Può essere certamente una via alternativa, ma solo per chi – passatemi la definizione un po’ approssimativa – ha la possibilità di scegliere. Poi chiaramente tra la blogger per mero diletto e l’imprenditrice del web ci sono le mille sfumature del lavoro free-lance, che può utilmente servirsi del blog come vetrina. Questa variante può essere in effetti una risposta all’assenza di reale conciliazione nel nostro Paese (non è una forma di conciliazione in sé, però). A una condizione: non avere un disperato bisogno di guadagnare. Quindi, a quanto ho potuto vedere, reinventarsi professionalmente attraverso il mommyblogging è possibile, ma non è un ammortizzatore sociale, un sostegno al reddito delle fasce più deboli. Può aiutare qualche professionista rimasta al palo a sperimentare vie nuove. Però non è la via della redenzione per tutte le donne che non trovano un lavoro o non hanno la possibilità di mantenerlo.

Insomma, guadagnare attraverso il blog per una mamma è come una pillola di acqua in pillole, da sciogliere in mezzo bicchiere d’acqua. Mandata giù così rischia di strozzare il volenteroso ingoiatore (o, più facilmente, la volenterosa ingoiatrice).

Ovviamente poi bloggare è altro e offre moltissimo. Potenzialità di sperimentare, di catalizzare idee, di esprimersi, di socializzare. Io adoro il mio blog e non credo potrei più rinunciarci. Però difficilmente rimpinguerà il mio conto in banca – e non mi sono mai aspettata che lo facesse.

 

Riflessioni Social


Ieri, al Social Family Day, è stato decisamente il giorno di Twitter. Ad averci un telefono adeguato anche Instagram avrebbe funzionato bene. Ma io e io mio fido Androide ci siamo limitati a ciò che era alla nostra portata. Questo non è un instant post. Ma prendo spunto da alcuni dei miei tweet per fermare qualche considerazione.

Seguire i figli non è solo insegnare, ma anche imparare da loro. Bello e molto vero. #mammacheblog
L’ultimo Mom Talk, dal suggestivo titolo “Digital Together-Internet da vivere insieme”, è stato quello che mi ha coinvolto maggiormente. Credo seriamente che dai vari spunti di quella conversazione si potrebbe costruire un intero Mom Camp. Le implicazioni sono tali, tante e talmente sentite che mi è rimasta davvero la voglia di andare oltre. Lo spunto che più mi ha fatto pensare ce l’ha dato, con la sua spontaneità meravigliosa, Natalia Cattelani. Ha raccontato di come il web è per lei occasione di condivisione con le sue figlie, grandi e piccole. Natalia ha reso molto bene l’esperienza, appagante ma anche difficile, di imparare dai propri figli. Ma credo che abbia centrato un punto importante. Per guidare i figli bisogna essere capaci di imparare anche da loro e con loro. Il tutto senza abdicare, ovviamente, alla propria responsabilità di educarli. Però se si crede davvero che una relazione educativa (e tanto più genitoriale, sperabilmente) debba essere reciproca, non si può non vedere nel web una meravigliosa palestra, un luogo da esplorare insieme, in cui ciascuno mette in comune le proprie competenze per poi condividere, leggendo insieme esperienze, delusioni, successi. La reciprocità nell’educazione è difficile e faticosa, eppure necessaria (come non ripensare a Cesare Moreno?). Però sospetto che sia proprio questo che spaventa molti: trovarsi su un territorio in cui la leadership del genitore è minacciata dalla sua parziale ignoranza tecnica. Ma proprio in quei momenti non bisogna abdicare. Bisogna affrontare nuove sfide non per cercare di dimostrare ai nativi digitali che siamo sempre più bravi noi, ma al contrario per dimostrare loro come ci si muove in situazioni nuove, come si accettano le sfide e come, anche nei momenti di stordimento e di ubriacatura dovuti all’entusiasmo della novità, non bisogna mai staccare il cervello. Leggere le situazioni, valutare le opportunità… su questo gli esperti siamo sempre noi, ed è su questo che il nostro contributo è necessario. Non lasciamoli soli quindi in questa importante esperienza del web, che è ormai la quarta dimensione del quotidiano di tutti. Se ci piace, meglio. Ma se non ci piace, rimbocchiamoci le maniche lo stesso. Come diceva ieri Maddalena Schenardi, non ci piaceva neanche svegliarci di notte per allattarli, eppure non ci siamo mai sognati di pensare che non fosse compito nostro.

Cercare di cercare il positivo sul web, come in tutte le cose della vita #mammacheblog
Ed ecco la perla di Maddalena Schenardi. Non si tratta affatto solo di web! Le minacce, i pericoli, i rischi ci sono in tutte le esperienze, nostre e dei nostri figli. E’ il nostro atteggiamento che può e deve fare la differenza. Stiamo attenti a non soffocare i nostri figli con le nostre paure, i nostri complessi, le nostre insoddisfazioni. Ne parlavo poco tempo fa, ricordate? Non si deve simulare affettatamente l’entusiasmo che non si ha, ma sorridere alla vita è certamente uno dei compiti di base del genitore. Attenzione, tra corsi, letture e approfondimenti specialistici sui più raffinati aspetti della genitorialità, di non dimenticarci l’essenziale.

Sì, ma come lì convinciamo i genitori “normali”, quelli che non sono sul web? #mammacheblog
Il giovane Gullisc ha fatto ridere la platea definendo “normali” gli altri genitori, quelli che non si lanciano a testa basta nell’esplorazione del web. Però numericamente ha certamente ragione. Alla luce di quanto osservato, credo che però noi genitori “anormali” abbiamo la responsabilità di coinvolgere anche chi non è istintivamente curioso e appassionato. Il vero pericolo del web è l’ignoranza, l’estraneità, l’indifferenza (e talora anche lo snobismo culturale) dei genitori. Lasciare un bambino davanti a Facebook perché è una roba sua, di cui il genitore non è parte, è molto più pericoloso che parcheggiarlo davanti alla televisione. Lo lasceremmo viaggiare da solo per il mondo? Ancora no? Allora non possiamo tirarci indietro, dobbiamo stare là con lui.

Ma ieri non si è solo pensato e argomentato. Si è anche riso un bel po’ tra amici.

Chiedersi “che problemi risolvo?” Io ne creo di surreali. Funziona?#personalbranding #mammacheblog
Era serissimo, il relatore che parlava di personal branding. Ma nelle retrovie io e la mia amica Anna sghignazzavamo. Che problemi risolve Chiara Peri? Al limite ne genera, in una magica alchimia di frequentazioni, scelte di vita, attitudini mentali e un pizzico di destino. “Tu crei emergenza!”, mi disse anni fa il mio capo. In effetti a volte capita. Meditavamo quindi un servizio (a pagamento) del tipo “Un giorno con Chiara Peri”. Rivolto alle persone annoiate dalla routine, che cercano un brivido di imprevisto e di surreale nelle loro vite…

Più che il kinder pinguì mi andrebbe una focaccia genovese…#mammacheblog
Non faccio in tempo a digitare e mi arriva la risposta: @belqis, guarda che la ho qui! Sogni che si materializzano: il farmacista genovese più interattivo del web accorre in mio soccorso

Della questione dei look e del delirio che ne è seguito magari parleremo un’altra volta!

Una menzione speciale va a Jolanda e alla sua squadra. La mia stima per lei cresce ogni volta che la incontro. Grazie!

E per chi non c’era: recuperate! Ascoltate l’intervento di apertura di Anna, prendete appunti, meditate.

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Il gioco del telefono


Ricordo che una volta il mio professore all’Università raccontava che secondo lui ascoltare le conversazioni in tram era la prova provata che se non si conosce il contesto non c’è possibilità di decifrare alcunché di senso compiuto. La cosa mi è sempre parsa bizzarra, visto che lui di mestiere decifrava epigrafi frammentarie in lingue morte e pressoché sconosciute. Ricordo anche di aver pensato che la mia impressione era piuttosto l’opposto. A me le conversazioni in autobus apparivano il più delle volte autoesplicative, tanto facevano riferimento a situazioni standard che tutti abbiamo ben presente: lui, lei, l’altra, il capo, la madre, il marito, la prof…

Chi aveva ragione? Non saprei. A volte, per quanto possa sembrare insensato, me lo chiedo ancora. Me lo chiedo oggi ancor di più a proposito delle conversazioni sui social network. Non tanto le chat con  chi si conosce, ma l’ultima tendenza in cui sono stata travolta, i gruppi segreti (o al limite solo chiusi). Lì la difficoltà di decifrazione è massima, visto che non si conoscono tutti i componenti e talora si ha anche la pretesa di lanciarsi in conversazioni “di sostanza”. Allora serve un atto di fede: da i post da me scritti, letti in un ordine quasi impossibile per me da prevedere, i miei interlocutori riusciranno a seguire il senso di cosa intendevo (e viceversa). Considerando, peraltro, che manca tutto: il contesto, il tono di voce, il body language, spesso persino la conoscenza previa dell’interlocutore.

Mi rendo conto che tutti argomentiamo per allusioni (a letture, a esperienze pregresse, a convinzioni già condivise in passato). E’ certamente vero che con un po’ di prontezza e una media intelligenza si riesce a condurre conversazioni potenzialmente interessanti. Ma, fuori da scambi di informazioni neutre o tecniche e di battute di spirito, il più resta nell’ombra dell’indecifrabile. Magari il mio professore non aveva tutti i torti.