Perdere tutto senza perdersi


Sto iniziando a mettere via le carte, i libri e le foto accumulate nel mio ufficio in tutti questi anni di lavoro. Ne ho trovato uno che vi trascrivo qui, ripensando all’autrice, che ci ha lasciato sette anni fa.
Trascrivendo oggi queste parole, mi pare che mi parlino oggi più di sette anni fa. Mi parlano di lei, mi parlano di tante persone care, ma mi parlano anche di me e del “lungo e dolente viaggio” degli ultimi sette anni.

Cosa sono le migrazioni forzate, l’esilio se non – innanzitutto ed essenzialmente – una prova? Forse la più estrema a cui l’uomo sia chiamato.
Un salto nel vuoto, un viaggio in fondo alla notte, in fondo a se stessi.
Con l’irrinunciabile fardello di tribolazioni e tradimenti, la desolante visione di opportunismi e di viltà. E al fianco sempre, inesorabile, la morte. Nell’opprimente peso di un giorno senza cielo, in attesa di un velato e lontanissimo domani.
Alla fine del viaggio, lungo come un tunnel senza luce, si può tuttavia scoprire la gemma preziosa, il fiore nascosto: la libertà dalla paura, dai legami materiali, da quelli affettivi.
E approdare a una riva che ci scopre nuovi, diversi. Forse migliori. Sebbene questo viaggio non sia e non possa essere stato scelto, voluto.
In questo tuffo nell’abisso profondo, oscuro della vita, per chi non vuole essere vittima della storia prima ancora che degli uomini, unica bussola a cui ancorarsi è la ricerca di assoluto, il gusto dell’eccellenza, là dove il destino ti conduce. Anche dall’altra parte del mondo.
Avanzando, capaci di guardarsi indietro senza essere risucchiati. Fedeli ma non prigionieri del passato. In equilibrio solitario fra più mondi, dimensioni. Con un tempo, prezioso, da rielaborare nel silenzio meditativo, orante della crescita interiore.
Per comprendere, infine, dopo un lungo e dolente viaggio, che si può perdere tutto e non perdersi. Innervata di senso, la vita può così nuovamente fluire verso il suo destino.

Ngô Đình Lệ Quyên

Dakar, 30 novembre 2010

Cambiamenti


Ci siamo quasi. Tra meno di un mese lascio il mio lavoro al Centro Astalli. Se guardo indietro, specialmente all’ultimo anno, vedo una bella scarpinata. In salita, a tratti. Ma sono soddisfatta di averla fatta. Sono arrivata alla prima tappa, quella da cui parte la strada che non mi aspetto e che non ho programmato.

In tanti mi hanno chiesto in questi giorni cosa mi ha spinto. La risposta è banale, naturalmente. Avevo voglia di stare meglio e di smettere di dire “ormai”. Con una straordinaria ragazza di 11 anni a casa e che vive con gli occhi ben puntati su di me, mi sento la grande responsabilità di dimostrarle, con l’esempio, che la vita è bella e significativa (ne parlavo qui).

Questo è il mese dei saluti, dei ricordi, dei momenti di puro terrore. Anche delle delusioni e delle amarezze, perché per quanto mi sforzi mi spuntano aspettative da tutte le parti. E le aspettative sono la trappola più grande, una specie di garanzia di infelicità. Lo so benissimo, eppure continuo a immaginarmi cose. Sono fatta così.

Però è anche il mese in cui inaspettatamente mi arrivano messaggi commoventi, complimenti, manifestazioni di affetto. Cerco di godermi tutto. La bellezza mi piove intorno ovunque, anche nei giorni in cui l’anima è nuvolosa.

E si avvicina anche la Pasqua. Quale momento più propizio per i passaggi? Penso a una domenica di Pasqua in cui ho immerso gli occhi nell’affresco della Resurrezione a San Salvatore in Chora. A una notte di Pasqua passata a malincuore sotto la doccia in una stanza di albergo a Baghdad, lavando via la delusione sotto un getto bollente. Alla liturgia bizantina e a tutto quello che significa per me, da Giona alle porte degli Inferi. Un paio di settimane fa, a Firenze, ho visto un bellissimo particolare di un affresco del Beato Angelico, con un diavolo spiaccicato sotto quelle porte, tipo Wile Coyote. I cambiamenti non sono del tutto indolori. Una parte di noi fatalmente resta spiaccicata. Ma nel quadro generale vale la pena.

Latte e tè


La mia famiglia di origine dimostra, per il latte, un’avversione più o meno violenta. Mio padre ogni mattina buttava giù in un unico sorso, come una medicina, una tazza di caffellatte scurissimo, con tre o quattro cucchiaini abbondanti di zucchero. Quando è toccato a me prepararglielo, nella tazza di porcellana bruna con i maiali a rilievo che avevo comprato per lui in Inghilterra, ho imparato che il tocco di latte era poco più che simbolico, insufficiente a cambiare in modo significativo il contenuto della moka da quattro che costituiva il grosso della bevanda. A parte quella formalità mattutina, gli unici latticini per lui ammissibili erano i formaggi molto stagionati. Niente ricotta, niente mozzarella. Men che meno yogurt o frullati. Una mattina durante le vacanze di Pasqua a Reggio Calabria, noi figlie aspettavamo con ansia una gita che ci era stata promessa, ma lui faceva resistenza passiva, rifiutandosi di alzarsi dal letto. Mia sorella, per vendicarsi, corse in cucina da mio zio dicendo che nostro padre si era svegliato con una voglia improvvisa di frullato di banane. Il nostro premuroso ospite si presentò in camera con un bicchierone pieno fino all’orlo di un composto biancastro e spumoso, la materializzazione precisa di tutti i sapori e le consistenze che mio padre più detestava. Ammirai in quella circostanza lo stoicismo con cui tracannò la detestabile colazione, un po’ per non deludere mio zio e un po’ perché gli scherzi, per mio padre, erano una cosa serissima: se veniva gabbato, ci stava, salvo poi pensare a come renderci pan per focaccia.

Le mie sorelle schifavano il latte, tutte. Smettere di fare colazione con il latte era stato per tutte e quattro il primo atto di reale indipendenza. Mia sorella Marina, in particolare, marcava la sua presenza in casa lasciando sul fornello il pentolino di metallo con il suo tè. Accesa o spenta che fosse la fiamma sottostante, il pentolino ci ricordava che lei e il suo Earl Grey c’erano e contavano. Non bisognava toccarlo, quel pentolino. Guai a lavarlo. Doveva conservare la patina e l’aroma, soprattutto doveva conservare il fascino esclusivo e speciale che mia sorella costruiva tutto intorno a sé. La sua tazza era alta e sottile, con un motivo di campagna inglese dipinto a tinte tenui. La teneva in bilico sul bordo del tavolo su cui lavorava, oppure la dimenticava qua e là, accanto al telefono, sugli scaffali della libreria, persino in bagno. In tempi in cui il take away usava poco o nulla, mia sorella che girava per la casa con in mano il tè suonava ai miei occhi un vezzo straordinario e sopra le righe. Qualche volte la raggiungevo al tavolo dove faceva le traduzioni e dividevamo ciambellone o biscottini da tè. Questi ultimi, una volta immersi nel liquido caldo, spandevano cioccolato fuso, che tentavo di raccogliere sul bordo della tazza con il cucchiaino. A lei non capitava, anche perché il suo tè era tiepido per definizione. Io già allora le bevande calde le amavo bollenti, non so se per la carezza incandescente e vagamente dolorosa che lasciano sulla lingua o perché mi è sempre mancata la pazienza di aspettare.

Il tè piaceva anche a me, ma era una bevanda da pomeriggio. Con la mia amica Giovanna ce lo preparavamo secondo una formula che io dicevo di aver imparato in montagna, in Val di Fassa. Non so se fosse vero o millantassi, non lo ricordo più. Consisteva nel mescolare lo zucchero con il succo di limone in una pappetta allo stesso tempo pungente e dolce, perfettamente omogenea, e poi versarci sopra il liquido caldo, che spesso formava una schiumetta bianca. Poi ci siedevamo in sala da pranzo, scostavamo la tovaglia di lana pesante che copriva il tavolo, tiravamo fuori la scatola di latta con i biscotti e ci dedicavamo con aria solenne alla nostra merenda. I cucchiaini tintinnavano nel silenzio della casa quasi vuota, mio padre chiuso tra le sue carte, mia madre a letto a riposare. In quel periodo riposava spesso, mia madre. Era malata, non bisognava disturbarla. Conservo fugaci immagini di lei che mi saluta con la mano dalla sua camera da letto, riflessa nello specchio rotondo e sempre leggermente appannato. D’estate il mare non andava più bene, per quello andavamo in montagna, sulle Dolomiti. E poteva ben essere che, per distrarmi dalla noia, una cuoca della pensione mi avesse insegnato il trucco del limone nel tè. Era bastato quel piccolo espediente a riempire di cerimonie tanti pomeriggi solitari.

Ma fin da piccola la mia bevanda era il latte e al latte sono rimasta fedele in tutte le stagioni della vita. Tranne una breve parentesi dell’infanzia, quando dopo il disastro di Chernobyl pareva che bere latte fresco facesse male. Le mie colazioni per un po’ quindi consistettero in acqua calda con il cacao. Non so perché quella scelta ai miei paresse sensata. Forse per non cambiare di troppo le mie abitudini, la mia routine quotidiana che partiva dalla scatolina rossa e bianca del cacao Van Houten, quello buono, di qualità superiore, comprato al Vaticano e non dal signor Pietro sotto casa. Il cacao quindi rimase, ma sciolto in acqua non era particolarmente buono. Formava grumi amari e si depositava come un alone di sporcizia sul biscotto che ci intingevo. Non ricordo di aver mai protestato per quella colazione emergenziale, forse intimidita dagli scenari apocalittici che ci venivano prospettati a scuola e a cui noi bambini aggiungevamo del nostro: radiazioni, nubi tossiche, mucche deformi, frutti velenosi. Quella stagione di paura, a torto o a ragione, finì e il latte tornò nella mia tazza.

La bollitura mattutina è uno dei miei ricordi più remoti. Gli odori, tutti diversi, del latte sul fuoco mi richiamano ancora oggi un senso di orgoglio e responsabilità. Messa a sorvegliare il pentolino sulla fiamma, mi concentro ad occhi chiusi. Prima si sente un aroma fresco, freddo, misto a una punta di acido. Ma presto, con il calore, si stempera in un crescendo di note dolci, mentre la superficie si tende in piegoline via via più fitte. A un certo punto il naso si riempie di un vapore denso e consistente, che ha già un sapore palpabile di appagamento. A quel punto è necessario riaprire gli occhi, perché il liquido inizia a sollevarsi e una specie di goccia guizzante e rapidissima inizia a descrivere il bordo del recipriente. Quando il giro finisce, il liquido salterà su come in tempesta e traboccherà sul fornello, bruciandosi. E allora io devo essere veloce e spegnere il gas in quel momento preciso che precede di alcuni secondi il troppo tardi e segue il troppo presto. Il mio naso difficilmente sbaglia, per questo mia mamma mi lascia sola davanti al fuoco. Il premio è il cioccolato caldo, il liquido candido filtrato attraverso il colino che scioglie uniformemente il vulcano di polvere di cacao. Tutt’altra storia rispetto all’acquosa bevanda sostitutiva.

Anche oggi il latte mi accompagna ogni mattina, con un cucchiaino di Nescafé. Mi siedo, intingo qualche biscotto. La colazione in piedi al bar con il cornetto non fa per me. Mi lascia un senso di insoddisfazione, di incompiuto. E’ una mezza punizione per aver dimenticato di comprare il latte la sera prima. “Che popolo è quello che fa colazione in piedi?”, si lamenta spesso Nizam, che da quando vive in Italia sorseggia cappuccini al bancone. Le colazioni turche sono un’altra cosa, ma non sono per tutti i giorni. Io, nel mio piccolo, mescolo il mio latte e il mio caffè sempre alla stessa ora. Uso anche la stessa tazza, un mug ormai scolorito che ha dipinto per me un’amica e che sentenzia: “Non tutti quelli che vagano sono persi”. Ormai il latte lo scaldo al microonde, si fa prima. Peccato per la catena di profumi. Del resto crescendo ho scoperto che bollire il latte pastorizzato non è affatto necessario. Anzi, è sconsigliabile.

Accanto alla mia tazza, scaldo quella di mia figlia. Anche lei, dopo un periodo di ribellione a base di succo di frutta, è tornata a fare colazione con il latte. Chissà se al liceo si emanciperà dai latticini come le mie sorelle o se avranno la meglio i geni di suo padre, mungitore di mucche. Per nove mesi l’ho allattata al seno con una facilità che mi ha sinceramente sorpreso. Mia madre non aveva latte, non l’ha mai avuto per nessuna di noi cinque sorelle. La prospettiva delle mie sorelle maggiori, in particolare le due gemelle, a rischio di morire di fame era un elemento ricorrente dei racconti eroici della gioventù dei miei genitori, disposti a qualunque sacrificio per il nostro bene. In quell’occasione, in particolare, si era trattato di pagare a un’avida e sprezzante balia l’equivalente della somma dei loro stipendi. Se quell’esperienza era costata davvero ai miei la metà delle umiliazioni che raccontavano, non c’era da meravigliarsi che il latte fosse andato di traverso a loro e a tutto il resto della famiglia. Io, nata negli anni Settanta, ero sopravvissuta con assai meno difficoltà e drammi grazie a più accessibili biberon di latte artificiale. Mia sorella Vittoria, diventata madre prima di me, aveva involontariamente contribuito alla mia convinzione che l’allattamento fosse un’impresa ardua ed eroica: il più piccolo dei suoi figli, in particolare, addentava a sangue il capezzolo e quelle immagini vagamente vampiresche finivano per turbare l’atmosfera di ovattata serenità che lei si impegnava a creare ad ogni pasto del bebè. Quando è toccato a me sono rimasta sorpresa da quanto mia figlia rendesse le cose facili. Niente biberon da scegliere, niente temperatura da verificare, niente attrezzatura da portare in giro. Mangiava e basta, senza drammi né particolari rituali: una volta l’ho allattata persino in un commissariato di polizia. A un certo punto, sempre senza patimenti e cerimonie, ha smesso di prendere il latte. Mi ha guardato, ha girato la testa dall’altra parte e non ha più chiesto il seno. Quando si dice una separazione consensuale.

Latte, yogurt, budini mi sono sempre stati propizi, ancora oggi mi richiamano bei ricordi. Lo yogurt ho iniziato a mangiarlo all’università. Me lo davano a mensa e mi scocciava di lasciarlo perché era compreso nel prezzo. Giorno dopo giorno, nel casermone di via De Lollis, ho iniziato a farmelo piacere, cucchiaino dopo cucchiaino. Appena due anni dopo, nella primavera del mio primo fidanzamento, io e il mio amore biondo passavamo la pausa pranzo seduti sulla fontana di marmo gelido di piazzale Aldo Moro, lontani dalle file e dalle chiacchiere dei compagni di corso. Lui apriva la sua borsa a tracolla di tela grigia ed estraeva due yogurt e due cucchiaini. Ci pareva il giusto contrappunto ai nostri baci, noi che campavamo di amore e di poesia. Per qualche mese ci compiacemmo di quella immagine di sobrietà e leggerezza. Poi tornammo a mangiare davvero.

Yogurt e budini però continuarono ad accompagnare la mia vita amorosa e il percorso della mia indipendenza. Persino i primi viaggi sull’altra sponda del Mediterraneo. La pennellata densa di yogurt a stemperare il sugo rosso dell’Iskender Kebab, il piatto di carne arrostita che i turchi dedicano a Alessandro Magno. Il budino pallido del venditore ambulante per le strade di Ramallah, mangiato con un unico cucchiaino condiviso con gli altri clienti e sciacquato malamente in un bicchiere di vetro, quando l’indignazione e la solidarietà erano più forti nel nostro cuore appassionato delle più elementari norme igieniche. Il sutlac, il budino di riso delle pasticcerie di Istanbul, con sopra una crosticina bruciata che si deve spezzare con un gesto deciso per poter affondare nella crema profumata di vaniglia sottostante. Oggi, che non ho bisogno di dimostrare attivismo e originalità in ogni momento e ho ritrovato il gusto di passare una serata pigra sul divano davanti a una serie tv, mi piace accompagnarla con le cucchiaiate di uno yogurt cremoso che non avrei mai trovato nel frigorifero dei miei genitori.

I mormoni e il diritto di contare


Ieri sono andata a visitare il nuovo tempio dei mormoni a Roma, un edificio monumentale e per molti versi assai spiazzante. Sarebbe troppo facile, ma non originale e neppure utile, ironizzare sullo sfarzo, sulla traduzione della bellezza “tipicamente italiana” in categorie che non hanno nulla di culturalmente europeo (dal pattern della piazza del Campidoglio riprodotto qua e là a casaccio tipo logo commerciale ai dipinti che si ispirano, più che all’arte figurativa in sé, alla riproduzione di fotogrammi di pellicole cnematografiche). Ma non è questo in realtà che mi ha colpito davvero e condivido con il mio amico Renzo il fastidio per la facile ironia con cui sui giornali viene descritto questo luogo di culto e questa comunità religiosa, specialmente considerando che anche il cattolicesimo in Italia offre manifestazioni non meno pacchiane, sfarzose e risibili se viste in una certa ottica.

Io credo che il punto sia un altro e che non vada preso sotto gramba. Quello che ho visto ieri è una struttura enorma che pullulava di membri della comunità di ogni età (e in una certa misura vari anche per provenienza, anche se ovviamente i “missionari” statunitensi facevano la parte del leone) che erano lì a servizio, dedicati con gioia alla buona riuscita delle visite. Dimostravano tutti entusiamo e convinzione. Approfondendo quel minimo i contenuti del messaggio religioso, salta all’occhio che la comunuità dei fratelli è tangibile e concretamente presente nelle scelte quotidiane dei membri della chiesa, a partire dalla decima dello stipendio che tutti versano. Ma d’altro canto la comunità offre aiuto, supporto, sostegno, effettivo contatto umano. Non posso fare a meno di osservare che molte persone nel mondo avvertono il bisogno di una comunità meno evanescente, che se e quando si presenta una necessità qualunque esista e si materializzi in persone fisiche a cui potersi rivolgere.

Non mi fraintendete. Non voglio mica dire che se uno si sente solo deve farsi mormone. Affatto. Però io penso che questo elemento sia un punto di forza del loro messaggio. Esistono certamente altri modi di creare lo stesso senso di comunità effettiva, diversissimi tra loro, di quasi qualsiasi etichetta religiosa o non religiosa. E ho la sensazione he tutte queste forme, dalle comunità di famiglie che ho avuto modo di incrociare attraverso il mondo gesuitico ai kibbutzim israeliani (ma mettiamoci pure la Comunità di S. Egidio e tutte le altre comunità che richiedono dai membri non una simpatia generale, ma precise scelte di vita), sia guardata più o meno con analogo dubbio e sospetto dalla comunicazione mainstream.

Lo stesso giorno della visita al tempio con Meryem ho guardato un bellissimo film, Il diritto di contare (che raccomando caldamente per vari motivi). Inevitabilmente, visti i pensieri che rimuginavo da qualche ora, ho notato un aspetto della storia a cui forse non avrei fatto attenzione altrimenti. Le tre donne afroamericane che si affermano con la loro competenza e tenacia in un’America degli anni ’60 ancora – incredibilmente, certamente per mia figlia – segrazionista facevano parte di una comunità religiosa che le apprezzava e le sosteneva. Se fossero state ciascuna da sola davanti alle proprie sfide personali, ce l’avrebbero fatta lo stesso? Certamente no, senza voler evidentemente sminuire la capacità delle singole. Il titolo è molto bello e ha molte sfumature diverse. Certamente si trattava di tre donne che, a dispetto di tutto, per qualcuno contavano già: per i loro familiari, ovviamente, ma anche per la loro comunità.

Se guardo alla mia esperienza, in un contesto apparentemente preoccupato di non invadere la tua privacy (salvo calpestarla di continuo con le più svariate scuse, evidentemente), vedo con chiarezza che quella che io ho imparato a chiamare libertà ha un prezzo alto. Nessuno mi controlla, nessuno mi giudica, ma sono spesso sola con le mie fatiche, le mie decisioni e le mie responsabilità. Dopo che ho partorito sono rimasta sola chiusa a casa per alcuni giorni, più o meno paralizzata dalla paura. Mia madre, che ho sentito al telefono a un certo punto, mi ha detto che non mi aveva chiamato prima e non era passata a trovarmi per non disturbare. Sono certa che fosse assolutamente vero e io stessa ho ben chiara la preoccupazione di “esserci troppo”, di soffocare la legittima e sana indipendenza di mia figlia.

Aggiungerei che le comunità che conosciamo e di cui mia madre e tanti altri hanno fatto e fanno esperienza (religiose, sociali, il villaggio, il clan, la famiglia mediterranea, ecc…) non sono, diciamocelo, i luoghi in cui solitamente e normalmente si fiorisce e ci si sviluppa. Io stessa sono fuggita dall’unica parvenza di comunità religiosa tangibile, la parrocchia, esattamente perché avvertivo forte il desiderio di quella comunità di tenermi al guinzaglio, di non incoraggiarmi ad uscire verso l’esterno, di limitarmi. Meglio soli che male accompagnati. Meglio nulla che una comunità che soffoca e opprime, che costringe in categorie e arriva a mutilare i suoi membri, almeno simbolicamente (quando non fisicamente).

Però. C’è un però. Vivere soli contro il mondo non solo è difficile, ma alla lunga non rende felici. Possibile che non possano esistere delle comunità presenti senza opprimere, rispettose della diversità individuale, libere dalla sete di potere, ma anche fisicamente e affettivamente presenti e non meramente ideali e intangibili? Io questo weekend lo termino rimuginando questa domanda.

Pensarci prima


A volte è bene dire: “Ok, no. Io non me l’accollo”.

Oggi, casualmente, mi è tornato in mente un momento preciso di quasi 7 anni fa. Ho accarezzato l’idea di cambiare bruscamente vita professionale e candidarmi per fare la commessa in un negozio di giocattoli. Poi, come tante cose che mi hanno attraversato la mente e anche entusiasmato per un po’, è stata accantonata. Mi sono riletta i pareri e i consigli datimi all’epoca da alcuni amici con cui mi ero consultata. E’ un esercizio interessante.

Mi affascina sempre la mia capacità di rimuovere pezzi importanti di vita vissuta solo perché il mio interesse è catturato da qualcos’altro. Da quando ho iniziato a lavorare un po’ sulla scrittura autobiografica, però, mi colgono una specie di folgorazioni. Capisco che, anche nel caos ingovernabile della mia vita, alcuni meccanismi si ripetono. Io, la paladina dell’imprevedibile e dell’improbabile, devo ammettere che alcuni cataclismi in effetti sarebbero stati prevedibili, se non fossi stata sempre così distratta da altro. Magari non evitabili, ma almeno prevedibili sì.

E se fosse arrivata la stagione, a 46 anni suonati, di “pensarci prima”? Di imparare dall’esperienza. almeno un pochino?

Una volta ho letto un brano di Elif Shafak, una scrittrice che amo molto, in cui lei si descriveva intenta a interagire animatamente con il suo harem interiore, composto dalle molte diversissime versione di se stessa contenute in lei. Questa immagine mi ha molto colpita, l’ho sentita davvero mia. So bene che significa una animata discussione tra donne, magari intimamente legate tra loro.

Ecco, da qualche giorno a questa parte io sento che dentro di me è in corso un litigio senza esclusione di colpi. Però questa volta, invece che lasciare che la me stessa che si ritiene più competente in materia detti la linea con la consueta prepotenza, intendo provare a sentire le ragioni di tutte le altre. Poi magari l’ultima parola ce l’avrà la me stessa intransigente, che ha bisogno di sentirsi salda su due e tre questioncine di principio che la toccano pericolosamente da vicino e che già ha messo su il broncio. Ma almeno le altre, quelle che sono consapevoli della fragilità e relatività di quelle questioni, potranno dire la loro.

Si apra il dibattito.

L’arte di complicarsi la vita



«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Matteo 21, 28-31

Se penso alle letture che più profondamente – a tratti subdolamente – hanno influenzato la mia vita e la percezione di me stessa, vedo che i Vangeli occupano comunque un posto di primo piano. In particolare, certe volte mi pare che i tre versetti qui sopra mi abbiano segnato più di ogni ragionevolezza.

Sarà forse che parlano di fratelli e io di sorelle ne avevo ben quattro. Però a leggere bene il testo, io certo non ero la prima di quelle sorelle. E il Vangelo, come molti genitori, per i figli minori ha decisamente un occhio di favore, di cui avrei potuto assolutamente approfittare. E invece io mi sono sempre identificata con il primo figlio, quello che di getto risponde di no.

Perché risponde no, quel figlio? Perché è onesto, mi viene da pensare. Perché andare a lavorare nella vigna è una gran rottura di coglioni. Perché non pensa neppure un secondo a quale risposta potrebbe fargli fare una figura migliore. E poi si pente, caspita se si pente. Si pente al punto che non solo ci va, ma in fondo considera pure giusto che nessuno ci faccia caso, che nessuno gli dica grazie.

Ieri di nuovo, per l’ennesima volta, ho messo a fuoco quanto il mio giusto pentimento per gli errori fatti, per le risposte date o non date, mi abbia sempre fatto credere che fosse giusto non riconoscermi merito per quello che invece poi ho fatto. Ho lavorato molto per anni, ingoiando umiliazioni di ogni calibro, e ho sempre pensato di meritarlo perché da giovane sono stata arrogante.

Ora però vorrei iniziare l’anno nuovo dicendomi che le due cose non sono collegate. Sono stata arrogante da giovane? Sì. Questo mi ha portato a mancare i miei obiettivi, professionali e personali? Onestamente non lo so. Forse se avessi fatto meno errori li avrei raggiunti, forse invece semplicemente il mio errore è stato quello di non saperli individuare, quegli obiettivi.

Però posso serenamente dire che da tanti punti di vista, in questi anni, quel cavolo di lavoro nella vigna l’ho fatto. Per giorni, con qualsiasi tempo. Forse perché poi alla fine non c’è davvero scelta, forse perché, sebbene mi piaccia pensarmi ribelle, sono fondamentalmente una persona obbediente. Ho detto di no, è vero. Ma mi sono fatta un discreto mazzo e continuo a farmelo, anche se sempre più spesso mi chiedo chi me l’ha fatto fare.

Mi pento di essere una che in prima battuta dice no? Vorrei essere più diplomatica, più accomodante, più furba? Vorrei essere capace, una volta detto no, almeno di restarmene in pace sul divano? Non penso. Io sono fatta così. Non credo che in fondo in fondo mi dispiaccia del tutto. Però certamente non rende la mia vita più facile.

Per alcuni uomini giunge il giorno in cui
devono pronunciare il grande Sì o il grande
No. È chiaro sin da subito chi lo ha
pronto dentro di sé il Sì, e pronunciandolo
si sente più rispettabile e risoluto.
Chi rifiuta non si pente. Se glielo richiedessero,
“no” pronuncerebbe di nuovo. Eppure quel no
-quel no giusto – lo annienta per tutta la vita.

K. Kavafis

Respirare


La cosa che mi preoccupa di più di questo clima di “guerriglia” ideologica è che, al di là dei momenti in cui ci sentiamo accomunati a tanti altri che firmano un appello, siamo nei fatti sempre più soli. Ogni realtà, ogni persona, procede chiusa in una specie di bozzolo. Questa è la mia sensazione, tra noi che per lavoro ci occupiamo di questioni “calde” (migranti, rifugiati, ma anche alcuni altri temi). Aspettiamo che l’attacco arrivi e poi ci sarà l’immancabile strascico di opposti schieramenti: quelli per noi, quelli contro di noi. Ma in realtà né gli uni né gli altri scalfiranno davvero il nostro bozzolo. Le critiche e le accuse non serviranno a farci crescere, gli elogi di principio non ci rafforzeranno. Restiamo piccole realtà impenetrabili nella sostanza, sempre più isolate.

Ho detto spesso che è la solitudine la più grande vulnerabilità dei rifugiati. Ma la solitudine è la grande vulnerabilità di tutti, singoli e realtà sociali. La solitudine, anche se ammantata dall’entusiasmo di essere nel giusto, rende sterili. Lo so per esperienza personale. La solitudine può persino uccidere.

Penso alla solitudine degli anziani, ad esempio. Quella che si insinua poco alla volta, non per studiati abbandoni, ma per stanchezza e perdita di interesse. Quella che spinge una persona a ridursi a una serie di funzioni, perdendo la curiosità. Oggi mia madre, 92 anni, mi scrive, rispetto al fatto che mia figlia va due volte a settimana a mangiare da lei: “Oltre a tutto mi fa ringiovanire, perché mi tiene informata sulla scuola media. E poi stabilisce un collegamento anche tra noi”. Informarsi, capire cose, cercare collegamenti. Credo che non si possa descrivere meglio non solo la giovinezza, ma la vita piena.

Ascoltare, spiegare, stabilire relazioni, nel rispetto della complessità, ma anche dando valore alla semplicità e all’immediatezza delle cose. Combattere ostinatamente le nostre solitudini, che a volte sono affascinanti e persino attraenti, ma non saranno mai generative. Questo per me significa impegno civile e spero di trovarmi buone occasioni per praticarlo di più.

Come lo spiegherei a mia figlia


Con mia figlia Meryem, specialmente durante il nostro ultimo e felice viaggio in Spagna, riesco ormai a parlare di tutto. Certo, molte cose serve che gliele spieghi, ma lei ancora è abbastanza convinta che io abbia qualcosa da spiegarle. Il tutto per dirvi che non solo avrei voglia, ma mi sentirei anche in dovere di raccontare perché tutta questa storia della nave Diciotti e delle “soluzioni” che pare si stiano definendo mi pare surreale, ogni giorno di più. Ma l’esperienza mi insegna che non si può abusare dell’attenzione altrui, di questi tempi. Dunque tralasciamo tutti i perché e i percome, tralasciamo la normativa italiana e quella europea, tralasciamo pure le migrazioni. Ne ho parlato già tante volte, su questo blog, e tante altre volte ne parlerò. Limitiamoci all’essenziale.

  1. Non mi venite a chiedere le statistiche, vi prego, per giudicare se e quanto fosse giustificabile tenere 170 persone in ostaggio su una nave della Guardia Costiera. Non era giustificabile in ogni caso. Poi sì, possiamo aggiungere molti numeri verissimi che smentiscono le assurdità che i politici blaterano non da ieri, ma dal 2015 almeno. Ma l’esperienza mi insegna, ahimè, che ormai i numeri non servono quasi a nulla. Ciascuno se li capovolge come gli pare.
  2. Ma erano clandestini o rifugiati? Altra domanda irrilevante, se posta in questi termini. Se proprio non siamo disposti a pensare che i passeggeri della Diciotti siano persone come noi (e intendo proprio come noi, che ci aspettiamo giustamente assistenza e empatia anche dal personale della compagnia aerea se il nostro volo delle vacanze tarda più di due ore, specialmente se viaggiamo con dei bambini o con dei malati), almeno non facciamo i giuristi a metà. Chi arriva sul territorio italiano e desidera chiedere protezione può farlo. Sta poi allo Stato, con le sue procedure, accertare se sussiste il diritto ad averla. Ma per tutto il tempo che serve lo Stato ha l’obbligo di accogliere le persone, a prescindere da come la pensa il Ministro di turno o da cosa esige la sua campagna elettorale.
  3. Eh, ma la politica europea non funziona, è ingiusta. C’è chi lo sostiene da decenni e cerca di chiedere dei cambiamenti. Si può fare, è persino doveroso. Di più. E’ uno scandalo che non si sia già fatto. Ma intendiamoci: se il cambiamento significasse fregarsene tutti insieme delle convenzioni internazionali, della nostra storia e cultura giuridica di italiani e di europei, nonché delle regole democratiche in generale, non mi pare un progresso per nessuno.
  4. E qui veniamo al punto più importante. Davvero ho sentito un cittadino italiano (nonché ministro della Repubblica) sostenere che il “consenso”, comunque misurato, lo esime dall’osservare le leggi? Ecco, facciamo che ho sentito male (e continuo a sentire male ogni volta che riascolto il video). Perché questo in effetti è più grave e allarmante di tutto il resto. Il perché anche Meryem lo capisce da sola: sarebbe la fine di qualunque tutela per chiunque non sia perfettamente parte della “maggioranza”.

    Quando la maggioranza sostiene di avere sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia. Umberto Eco

P.S. E come dovrebbe reagire, questa minoranza, esattamente? Buona domanda, me la sto facendo anche io, sempre più insistentemente. Ma di questo ne riparliamo in un’altra occasione. Se avete idee e suggerimenti però scriveteli. Lo apprezzerei.

 

Responsabilità


Oggi nessuno nega che sia una cosa necessaria educare i giovani alla responsabilità: alcuni, però, continuano a sostenere che si può fare senza dar loro responsabilità concrete, senza che abbiano la libertà di predisporre programmi, di prendere decisioni, di fare scelte, cioè di correre il rischio di sbagliare.
Mi chiedo piuttosto se spesso non sia l’adulto a temer di affrontare il grave compito di educatore e di accollarsi anche il rischio che ne deriva; se egli non preferisca gli schemi rigidi di regolamenti formali, che rendono più agevole la disciplina esterna, ma non sono atti a favorire una reale educazione alla responsabilità.
I giovani di un istituto possono essere educati alla responsabilità senza sindaco, giudice, elezioni, assemblea, assessori e banca?
Senza dubbio, ma a condizione che vi sia un sistema pedagogico adatto; il quale, però, è tutt’altro che facile a trovarsi. Come è possibile dare, giorno per giorno, concrete responsabilità a centinaia di adolescenti?
Come si può programmarne il graduale intensificarsi, adattandole alle diverse età e alle varie capacità di ognuno? E come, in pratica, si può realizzare ciò in modo che sia accetto anche ai ragazzi?
Il mio timore è che, se non si elabora un sistema di vita comunitaria quanto più possibile aderente alla realtà, si rischia facilmente di ricadere in quello che soddisfa gli adulti per la soluzione degli immediati problemi disciplinari, trascurando l’altro, basilare, della vera educazione.

da “Sognai la futura Città dei Ragazzi”, Mons. John Patrick Carroll-Abbing, 1945

Ieri ho visitato la Città dei Ragazzi, una realtà di cui avevo sentito molto parlare e dove ero anche stata una volta, svariati anni fa. Ma solo ieri in effetti mi sono presa il disturbo di capire meglio il progetto originario.

Come molte cose che possono insegnarci moltissimo anche oggi e che spesso non conosciamo, si tratta di un progetto nato nell’immediato dopoguerra. Un periodo in cui i profughi, bisognosi di tutto, e in buona parte minori soli erano italiani. All’epoca, a differenza di oggi, la memoria della guerra e della sua brutale ingiustizia era fresca e condivisa da tutti. All’epoca, come oggi, i profughi di ogni età vivevano per strada, cercando di racimolare il minimo indispensabile per vivere, senza avere accesso a percorsi di dignità e protezione.

Allora come oggi, le risposte a questi bisogni immensi e sotto gli occhi di tutti potevano essere  molto diverse tra loro. Meramente caritatevoli e assistenziali, profondamente asimmetriche tra chi dava e chi era costretto a ricevere. Oppure ispirate all’obiettivo della promozione umana, mai disgiunte dal profondo rispetto per le vittime innocenti di quella catastrofe voluta da altri.

Leggendo le righe che vi ho riportato sopra, trovo esposte con impietosa chiarezza le domande che oggi dovrebbe porsi la scuola e qualunque altro educatore, genitori in primo luogo.

Che ne pensate?

Yayla


I ricordi di infanzia Nizam li ha sempre condivisi un po’ con il contagocce, ma gli animali (mucche, ma specialmente pecore) c’entravano quasi sempre. Così ho imparato la parola turca yayla, che indica i pascoli alti dove si andava d’estate, ma anche la transumanza in sé, con tutto il suo contorno di sapori, odori, racconti. Nizam alla yayla ci andava con il nonno alla fine della scuola e al ritorno tornava a casa con un agnellino come premio. Tante volte poi ho chiacchierato con Barbara Summa dei punti di contatto tra le tradizioni anatoliche e quelle nostrane, che sfilano lungo i tratturi tra Abruzzo e Puglia. I ritmi, le feste, i matrimoni, le doti. Quello strano filo rosso di cose locali, localissime, che allo stesso tempo scavallano i confini e creano collegamenti inattesi.

Credo capirete quindi che emozione sia per me il titolo di questo CD (anzi, doppio CD), che è l’esito di una collaborazione insolita tra Centro Astalli e Appaloosa Records, dovuta al talento e alla generosità di Claudio Zonta. Sto rivivendo un po’ lo stupore di vedere i miei colleghi diventare personaggi di un romanzo di una delle scrittrici che amo di più. Oggi un bel po’ di miei amici musicisti, italiani e rifugiati, si sono dati appuntamento con altri, più famosi di loro (per ora) in un vero prodotto discografico, che sarà possibile comprare nei negozi e sul web. Una sostanziosa parte del ricavato andrà a sostenere i progetti del Centro Astalli nelle scuole, per continuare in questi tempi complicati a far sentire la voce dei rifugiati dove è più urgente e importante che si senta, dove ancora si è disposti ad ascoltare.

Il CD sarà in vendita dal 20 giugno, Giornata Mondiale del Rifugiato, ma fino ad allora abbiamo deciso di lanciare un’idea creativa a cui spero che tanti di voi vorranno contribuire. Da oggi al 20 giugno 2018 vi chiediamo di seguire (se non lo fate già) il Centro Astalli su Facebook e/o su Instagram e di postare sui vostri profili una foto che interpreti l’hashtag #failtuoaccordo (ad esempio mentre suonate uno strumento, ma non necessariamente: ogni interpretazione è valida). Vorremmo dire tutti insieme che esistono accordi per costruire muri, ma anche accordi per oltrepassarli… Non dimenticate di taggare il Centro Astalli (@Centroastalli) e usare l’hashtag #failtuoaccordo, così riusciremo a rintracciare i vostri scatti, che condivideremo sulle nostre pagine social. Tra tutti i partecipanti estrarremo a sorte il vincitore di una copia di Yayla, musiche ospitali.

Mi daresteuna mano a diffondere? Grazie mille a tutti!