Tema natale


Oggi mi sono fatta su un sito il tema natale. Condivido giusto qualche estratto. Sarei curiosa di sapere che ne pensa chi mi conosce. Io mi ci ritrovo abbastanza, vi dirò.

Cominciamo dall’ascendente. “L’Ascendente Acquario è tipico di chi si presenta al mondo con semplicità, con il sorriso sornione, le idee creative, la capacità di rinnovare in ogni momento la sua vita. Anche nell’aspetto ama le stravaganze che però non sono da prima donna. Adora condividere e per questo ama gli spazi aperti a tutti. E’ però poco affettuoso ed espansivo e per nulla romantico!”. E già da questo dovrei fare qualche deduzione. Prima donna mai (ma manco seconda…), zero romanticismo. E questa forsennata tendenza a rinnovare, che non ci lascerà per l’intero tema natale.

Posizione dei pianeti nei segni
“La Luna in Scorpione è intuitiva come nessun’altra e misteriosa. Sa tenere i segreti ma soprattutto scova i vostri in qualsiasi situazione. E’ erotica e misteriosa, molto affascinante”. Sarà.
“Mercurio in Scorpione è un pensiero profondissimo, che scava nelle emozioni più profonde e affonda le sue radici nelle paludi della psiche”. Le paludi ci stanno tutte, in effetti.
“Venere in Scorpione è un modo di amare passionale ma tormentato, misterioso e sensuale ma attento al controllo totale”. Sarà.
“Marte in Scorpione è un’aggressività che parte dal controllo mentale per esprimersi anche carnalmente in modo possessivo e assoluto”. Sarà.
Mi comincio a chiedere come mai tutta questa mia prorompente scorpionaggine sia sempre rimasta così desolantemente inespressa.

Posizione dei pianeti nelle case
“La Luna in nona casa è un bisogno di esplorare e di viaggiare, di muoversi e di scoprire. Che sia con la mente o con il fisico non importa: qui la staticità è il più grande timore.” E su questo non ci piove.
“Mercurio in nona casa indica una mente curiosa e assetata di conoscenza. Studiare, leggere, conoscere, scoprire sono attività rigeneranti e amate. Gli argomenti più amati sono la filosofia, le religioni, le diverse culture, il viaggio e le terre lontane”. Attività pure troppo amate. E gli argomenti ci stanno tutti. “Il modo di comunicare è vivace, entusiasta e stimolante”. Anche su questo mi pare ci siano pochi dubbi. La verve me l’hanno riconosciuta persino all’orale del concorso in cui dovevano bocciarmi. Fatemi parlare di qualcosa che mi interessa davvero e vi stendo.
“Venere in nona casa indica attrazione per persone/situazioni lavorative appartenenti a culture differenti e particolarmente avventurose”. Già, ce ne siamo accorti. L’avventura non è mancata. “La libertà è il vero amore, questa è la base su cui si fondano tutte le scelte. Non si raggiunge facilmente la soddisfazione, ricercando una continua evoluzione o qualche stimolante novità”. Si comincia a intravedere il problema, non vi pare?
“Marte rappresenta la volontà e la capacità di affermarsi nella vita (l’energia vitale e sessuale, il coraggio, l’orgoglio, la competizione e l’ambizione). In nona casa è pieno d’energia, diretto, leale, aperto e irrequieto sia fisicamente che mentalmente. Non accetta facilmente una diversa opinione altrui”. Irrequieto mi pare la parola chiave. E sì, anche qualche problemino ad accettare le opinioni altrui….
“Giove in dodicesima casa viene considerato una sorta di “angelo custode”: chi ha questa posizione ripone grande fiducia nell’Universo ed è in qualche modo premiato con colpi di fortuna inaspettati. E’ indice di grande generosità spesso offerta in anonimato, intuito, sensibilità emotiva e sacrificio. I campi di maggiore focus sono il lavoro su se stessi in solitudine, la meditazione e il counseling; temi ricorrenti: psicologia, religione, misticismo”. Sacrificio pure troppo. I colpi di fortuna inaspettati un po’ meno…
“Se la quarta casa è legata alla casa, alla famiglia, alle origini, al nutrimento e all’emotività, Saturno in questa posizione rende più gravosi i compiti legati a questi ambiti aggiungendo un forte senso di responsabilità e del dovere, ne impoverisce la naturalezza. Potrebbe risultare difficile mettere radici, costruire una propria casa e un raggiungere un vero senso di sicurezza”. Ah, ecco. E’ tutta colpa di Saturno. Responsabilità e dovere tanto, sicurezza mai.
“La presenza di Urano in una casa le aggiunge un tocco non convenzionale di originalità. Mostra in quale ambito della nostra vita tendiamo ad andare contro corrente o stravolgere l’ordine costituito. Urano nella ottava casa parla di cambiamento e continua re-invenzione di se stessi come stile di vita”. Almeno sono originale, concedetemelo.
“Nettuno nella decima casa …potrebbe indicare anche una mancanza di visione chiara nel dare un indirizzo alla propria carriera”. Mi pare un eufemismo.
“Plutone in ottava casa indica una propensione al costante cambiamento per il raggiungimento di una evoluzione interiore. L’attrazione per tutto ciò che è segreto, nascosto, taboo porta a scavare e andare oltre la superficie di ogni cosa”. Ok, il concetto mi pare chiaro. Bello, eh? Ma che cavolo di fatica.

Aspetti planetari
“Sole opposizione Saturno indica una rottura con gli schemi, un bisogno di libertà rispetto a tutte le forme di controllo sia sociale sia, ad esempio, famigliare”. Di libertà alla fine ne ho avuta pure troppa…
“Sole congiunzione Nettuno indica creatività, sensibilità, emotività, ampiezza della visione, idealismo e amore cosmico. La filosofia e la religione così come la scoperta e i viaggi sono un bisogno importante e uno stile di vita imprescindibile. Questo aspetto rischia però di rendere confusi, eterei, incapaci di vivere nel quotidiano e nella sua logistica. Potrebbe amplificare l’idealismo irrazionale e l’illusione”. Potrebbe, eh?
“Luna sestile Giove indica una disposizione d’animo ottimista, nobile e generosa. Queste persone sono corrette e cordiali, spesso caratterizzate da un’immaginazione feconda e che tendono a sognare molto ad occhi aperti”.
“Venere congiunzione Marte indica una persona dalla natura passionale, educata ma molto suscettibile e tendente a scatti d’ira che però passano molto velocemente”. Vero.
“Venere sestile Giove indica persone amanti del piacere e goderecce, che spesso hanno talento artistico e musicale”. Spesso, ma non è il mio caso purtroppo: però avere talento artistico e musicale mi sarebbe tanto piaciuto.
“Marte sestile Giove. Questo aspetto armonioso indica persone piene di energia, entusiasmo contagioso e vivacità. Hanno bisogno di costante movimento sia fisico che intellettuale e in entrambe le attività mettono tutto il loro cuore”. Insomma, non si dica che non mi impegno. Il cuore ce lo metto, l’energia di solito pure (anche troppa).

Abbiamo giocato, ma è forte la tentazione di dedurne che ci sono nata così: irrimediabilmente spiantata e con resistenza a mettere radici dove che sia, irrequieta , contro corrente e soprattutto “incapace di vivere nel quotidiano e nella sua logistica”. Questa, di tutte, è la frase che mi descrive meglio.

Su e giù


Questi sono giorni in cui mi ritrovo a pensare tutto e il contrario di tutto. Nell’arco di 24 ore mi capita di sentirmi profondamente scoraggiata, ma anche di sorridere da sola per strada per nessun motivo particolare. A parte, ad esempio, la bellezza di questa cupola che nell’ultimo anno soprattutto è diventata una sorta di volto amico. Ci passo sotto, la mattina, controllo l’intensità dell’azzurro del cielo, sbircio i riflessi e le ombre, spesso (un filo troppo spesso) la fotografo.

In questa specie di turbine, ho persino pensato di appuntarmi in una nota sul cellulare i motivi per cui una certa sera mi sono trovata in testa di nuovo gli stessi pensieri archiviati diverse settimane prima, per provare a me stessa che questi motivi esistevano, oggettivamente. E naturalmente no, non c’è nessun motivo per averli, quei pensieri, se non il fatto che mi ci sono affezionata, a dispetto di ogni buon senso.

Sono più indulgente del solito con me stessa. Alla fine che male faccio ad essere un po’ più sciocca del solito, un po’ più bionda, come direbbe Meryem? La testa corre con la solita consueta lucidità esagerata, ma non esiste solo quella. Mi godo le mie conversazioni immaginarie e le occasionali percepite vicinanze, altrettanto immaginarie.

L’unica vicinanza effettiva, calda e pelosa, è probabilmente la gatta Zoe detta Zozo, che mi fa le fusa sulla pancia. E mi godo quella.

Faresti a cambio?


Ogni tanto, nelle ultime settimane, mi trovo a chiedermi, con un’amica con cui condividiamo sospiri e lamentazioni: “Ma tu faresti a cambio?”. Che tradotto vuol dire: “La vorresti la vita di x o di y, che apparentemente non è manchevole delle carenze di cui noi ci lamentiamo (e non sto neanche a esplicitare, tanto ve le immaginate facilmente)?”.

E, inspiegabilmente – ma neanche tanto – la risposta è puntualmente: “No, mille volte no”. Perché alla fine noi ci lamentiamo, ma in fin dei conti non è mica un caso che ci troviamo in questa collocazione un po’, per dir così, sbilenca rispetto al corso medio delle esistenze altrui. Stare scomode alla fine non è che proprio ci piaccia, ma certamente ci sono cose che ci farebbero stare ben peggio. Allora il dubbio sorge spontaneo: non sarà che sono proprio quelle cose il ragionevole prezzo di quello che pure ci diciamo di desiderare?

Qualche giorno fa mi sono sentita dire, tra il serio e il faceto, che sono condannata alla solitudine. La solitudine non la amo (e questo è un eufemismo). Ma anche se mia figlia adolescente mi accusa di essere una “sottona” (direi che potrebbe tradursi come “eccessivamente accomodante ai limiti del succube nei confronti della persona a cui sono affettivamente legata”), mi pare evidente che in tutti questi anni non ho mai smesso di essere me.

Non è che essere me mi renda necessariamente fiera. Ho molti difetti che mi fanno rabbia e che vorrei essere capace almeno di attenuare. Ma più passa il tempo più me ne convinco: nel complesso mi apprezzo. Mi riconosco alcune qualità (molto diverse da quelle che credevo importanti quando ero giovane) e non esiterei a definirmi una persona più che decente. Confesso che addirittura alcuni tratti del mio carattere mi piacciono molto. Io mi vorrei come amica, pur riconoscendo che sono impegnativa.

Il tutto per dire che se continuare a essere me (possibilmente la miglior versione di me a cui riesco ad arrivare, si intende) mi condanna alla solitudine, me ne farò una ragione. E in fondo in fondo non perdo le speranze che la condanna non sia definitiva. Perché la capacità innata di sognare con infantile spudoratezza, a dispetto di ogni dato di realtà, è probabilmente uno dei tratti di me che amo di più.

Svegliarsi


“Se potessi fare una magia, domani vorresti svegliarti a…”. Leggo distrattamente scrollando sulla timeline di Facebook questa frase, che sembra il titolo di un tema delle elementari. E io, dove vorrei svegliarmi domani?

Vorrei svegliarmi qui, credo, ma il desiderio lo formulerei in modo diverso. Il punto non è dove vorrei svegliarmi, ma piuttosto come. O al limite con chi.

Se potessi fare una magia, domani vorrei svegliarmi presa da quell’entusiasmo e eccitazione che provo quando succede qualcosa di bello, anche piccolo, che non mi aspetto. Con il sorriso che non riuscivo a togliermi dalla faccia ieri sera, perché mi sono arrivate in successione una serie di gioie in gran parte inaspettate e di momenti di bellezza.

Vorrei svegliarmi credendo a quello che diceva spesso padre Giovanni: il meglio deve ancora venire. Senza cinismo, senza amarezza, senza quella familiare convinzione che in fondo la mia giocata l’ho già fatta e che se mi è toccato un cinque faccio bene a stare, hai visto mai che riesca a evitare altri danni.

Perché non oso neanche formularlo del tutto questo desiderio, ma un po’ è vero. Con tutti i disclaimer del caso, con le formule scaramantiche e le mille condizionalità che non potrei non aggiungere, se potessi fare una magia, domani vorrei svegliarmi con qualcuno vicino.

Cadute di stile


Stamattina mi è stato segnalato l’articolo che illustra il post e il primo impulso è stato ignorarlo. Parla della scuola di mia figlia e di una questione che ho cercato di approfondire, soprattutto (ma non solo) negli ultimi due giorni, anche perché la sanzione disciplinare di cui si parla interessa anche Meryem. Ma poi l’ho letto e credo non sia del tutto ozioso condividere con voi alcune considerazioni.

Prima vi chiarisco il mio punto di osservazione, per dir così. Sono madre di una quindicenne che ha partecipato all’occupazione della sua scuola. Ne abbiamo parlato, e ho ritenuto, per le motivazioni che mi portava e per il suo percorso complessivo, di non vietarle di partecipare. Aggiungo che Meryem quest’anno è rappresentante della sua classe e io sono rappresentante dei genitori. Non per una strategia di presenzialismo familiare, ma perché nonostante le plurime delusioni vissute continuo a credere che interessarsi e partecipare nella scuola sia importante e, soprattutto laddove tutti si tirano indietro, sia anche una responsabilità. Responsabilità direi che è la parola chiave di questo post e forse mi azzarderei anche a dire che è uno dei valori che ritengo particolarmente importante trasmettere a mia figlia.

I fatti 

Dopo l’occupazione gli studenti, non ritenendo giusto che le responsabilità dell’occupazione ricadessero solo sui pochi che risultavano formalmente organizzatori, hanno preparato un documento dove chi aveva partecipato all’occupazione poteva firmare per esplicitare la propria adesione. La raccolta delle firme, che erano circa 500, è stata portata alla Preside dai rappresentanti degli studenti l’ultimo giorno prima delle vacanze. 

A gennaio si è tenuto un Collegio dei Docenti in cui, preso atto della raccolta firme, si è concluso  che la Preside, a coloro che avevano dichiarato di aver partecipato all’occupazione, emettesse in questo Primo Quadrimestre un richiamo scritto ( cd richiamo scritto del Dirigente Scolastico), cioè  una nota disciplinare del DS sul registro elettronico, e si prevedesse l’esclusione dai viaggi di istruzione e la partecipazione per 3 giorni al Progetto Colori. Il Progetto  Colori è un progetto creato dopo l’occupazione dell’anno scorso che prevede la ripittura e la riqualifica dei muri della scuola sotto la supervisione di una docente di storia dell’arte.

Sono cominciate a arrivare le prime note e – qui la fonte è la rappresentante dei genitori al consiglio di istituto, che conosce la giornalista di Repubblica autrice dell’articolo – un genitore, che ha voluto rimanere anonimo, ha mandato alla redazione la nota ricevuta dal figlio/dalla figlia, denunciando l’assurdità del provvedimento.

E qui faccio io qualche considerazione.

Non ho maturato, in questi due anni, una particolare stima per la dirigenza della scuola di mia figlia, che mi pare piuttosto rigida e improntata allo… scarico di responsabilità, più che alla promozione di scelte educative sensate. In questo caso particolare, penso che sarebbe stata auspicabile un po’ di comunicazione con le famiglie (la decisione del collegio dei docenti ad esempio poteva essere condivisa con i rappresentanti dei genitori) e magari dei toni un po’ diversi nel comminare la sanzione, onde evitare l’inevitabile effetto collaterale di trasmettere il messaggio che solo i fessi che si sono assunti la responsabilità saranno puniti e dunque i furbi che non l’hanno fatto risultano vincenti.

Tuttavia sono anche convinta che la sanzione ci dovesse essere: l’occupazione non è un’attività ricreativa ed è giusto che se si sceglie di violare le regole (fosse anche per una causa ritenuta importante) lo si faccia disposti ad assumersene le conseguenze. Peraltro, a parte i viaggi di istruzione che continuo a credere che non dovrebbero essere considerati un premio da meritarsi, ma parte integrante della didattica – e tuttavia su questo anche molti docenti la pensano di fatto come la dirigente e anche il modo in cui sono organizzati smentisce talora la mia convinzione – stavolta la “punizione” mi pare sensata, proporzionata e infatti gli studenti che hanno firmato non ne sono affatto turbati. Peraltro i loro rappresentanti li hanno informati regolarmente e tempestivamente di tutti i passaggi tramite chat e collettivi vari.

Temo che la figura peggiore in questa vicenda la facciamo noi genitori. Tra chi minaccia denunce perché il documento firmato da minorenni non ha valore legale, chi sostiene che suo figlio/a è stato costretto a firmare con la violenza e chi chiama conoscenti per fare pubblicare anonimamente notizie fantasiose, o quanto meno abbastanza distorte, il quadretto che se ne ricava è decisamente poco edificante.

Incidentalmente, mi fa specie che Raimo, di cui ho in generale una certa stima, si sia lanciato (ammesso che sia vero, poi, e che le parole siano davvero sue) a denunciare che l’attività proposta sarebbe addirittura in contraddizione con ogni principio pedagogico. Suvvia. A me pare molto più in contraddizione con i principi pedagogici insegnare ai nostri figli che in fondo nulla comporta alcuna responsabilità, che rivendicare la propria adesione a una protesta è da idioti, che si possono aggirare eventuali sanzioni facendo la voce grossa e chiamando gli amici giornalisti per ridicolizzare chi non li ha.

I ragazzi, sia pure nell’ingenuità della loro età, un po’ di politica provano a farla. Condividere le decisioni come gruppo, perdere tempo e fatica per informare il più possibile i partecipanti attraverso i rappresentanti di classe e assumersi le conseguenze delle proprie azioni (gli studenti hanno organizzato di loro iniziativa una colletta per contribuire a riparare i danni dell’occupazione) mi paiono tutti atti politici, in cui il concetto di bene comune pare avere un peso.

Noi genitori al contrario ci siamo ricordati di avere dei rappresentanti solo per “chiedere conto” della nota arrivata sul registro a nostro/a figlio/a e poi qualcuno, non ritenendo realistico ottenere riparazione al torto attraverso la strada della class action, ha ritenuto più efficace attivare le proprie conoscenze facendo uso personale di un quotidiano nazionale (che si presta a pubblicare una non notizia, senza praticamente nessun approfondimento). In ciascuna di queste azioni si riflette tutto lo squallore che io continuo a sperare che non sia una deriva inevitabile.

E forse non lo sarà, se non calpestiamo il positivo che viene dai nostri giovani, ma magari lo aiutiamo a venir fuori e a crescere, strappando qualche erbaccia che lo soffoca. Io credo che questo sarebbe il nostro preciso dovere di genitori, di insegnanti e di cittadini in generale. Certo, è un lavoro molto più faticoso di fare i tifosi, i sindacalisti o gli addestratori dei nostri figli. Ma questo ci è richiesto.

Ascoltami


Sono nervosi questi ultimi giorni del 2022, nervosi e a tratti frustranti. Spesso mi viene voglia di sbattere i piedi e urlare. Sono fastidiosa, oltre che infastidita. Non c’è bisogno che mi dica che non è questo il momento di prendere decisioni. Tanto è esattamente il momento in cui vorrei prenderne dieci al minuto.

E allora cerco di fare passare questo momento, facendo meno danni possibile. Tra le soluzioni creative che mi sono venute in mente c’è una playlist su Spotify. Avevo iniziato a costruirla immaginando che una persona che vorrei che mi ascoltasse (ma non pare intenzionata né interessata a farlo) per qualche motivo almeno faccia partire la playlist e da quella possa trarre qualche deduzione.

Ma stamattina mi sono detta che era un po’ riduttivo, avrei molte cose diverse da dire e eventualmente da urlare, mica solo a lui. E allora ho cominciato ad aggiungere brani. Ora me la sento in cuffia e un po’ mi mette di buon umore.

Perché poi alla fine quella che si dimentica di ascoltarmi sono soprattutto io.

Stanze chiuse


Nella sola giornata di ieri sono capitata in due diverse situazioni da cui sono uscita se non proprio con un senso di oppressione, quanto meno con l’idea che ci sarebbe stato molto bisogno di dare una bella areata alla stanza, in senso figurato.

Non so se sia normale ora che non siamo più giovani: si finisce per ritrovarsi in relazioni professionali consolidate e certe occasioni finiscono per essere più il pretesto per confermarsi la reciproca stima e affiatamento che per fare davvero qualcosa di cui altri possano ricavare qualcosa. Credo, anzi so, di averlo fatto qualche volta anche io. Peraltro questo non significa che gli altri che ci si trovano non ne traggano qualcosa di utile o di bello (ieri, ad esempio, in un caso sono stata contenta di esserci; in un altro decisamente meno).

Certo che quando le cose stanno così, fare progressi è certamente più difficile. Non impossibile, forse, ma certamente meno probabile. Si perde molto tempo e energia a dirsi quanto si è e si è stati bravi: ne rimane a sufficienza per vedere dove non lo si è stati?

Se un contenitore è già pieno, con tutta la buona volontà non si può infilarci dentro altro. E, specialmente in alcuni contesti, ritrovarsi dopo venti anni a ripetersi le stesse pur pregnanti parole difficilmente è un buon segno…

2 settimane


Due settimane scarse alla fine dell’anno e ieri mi trovavo a chiedermi cosa ricorderò di questo 2022. Oggi predominante è la sensazione di essere di nuovo in marcia, coltello tra i denti. Finiti gli effetti degli apparenti successi, di nuovo alzo lo sguardo e mi trovo una salita piena di tornanti e a tratti di fango.

Però. C’è un però. La prima bella notizia è che le salite, almeno in parte, sono nuove, diverse da quelle del passato. Più spaventose, magari, ma almeno non ho il sospetto di star girando in tondo, di ritrovarmi esattamente allo stesso punto. Il che naturalmente non costituisce in sé garanzia che sto davvero andando da qualche parte. Ma sto andando, questo è innegabile.

La seconda cosa positiva è che, pur essendo più stanca e acciaccata, qualche strumento in più penso di averlo. Soprattutto il fatto che più spesso di prima mi sorrido con relativa indulgenza. Sono quello che sono, i risultati lasciano molto a desiderare, ma in fondo mi sto simpatica. Non è poco.

Più volte, soprattutto negli ultimi mesi, ho pensato con rabbia che dovrei proteggermi di più, sarebbe l’ora di smetterla di lasciare spalancate porte e finestre (di casa, ma soprattutto del cuore). Ma poi mi rispondo immancabilmente che io ho bisogno d’aria, e che qualche mazzata è comunque preferibile a una quotidianità a tenuta stagna che mai mi somiglierebbe e che certamente odierei in un paio di settimane.

Ogni tanto una discesa agli inferi è necessaria e persino salutare. In fondo, come diceva ieri un amico, basta non trasferirsi permanentemente chez Plutone. Quindi ringrazio il 2022 per le varie catabasi e relative risalite (ma se il prossimo anno volesse portarmi qualche dose in più di felicità non mi offendo, ecco).

Sliding Doors


E così ho compiuto 50 anni e li ho festeggiati con una eccellente approssimazione di quello che desideravo fare: passare tempo con una ampia selezione delle persone, diversissime tra loro, con cui ho condiviso esperienze, sensazioni, passioni e tutto quello che riempie gli anni e li rende unici, intensi, nostri.

Un pensiero mi ha attraversato la mente più volte in questo weekend, che mi ha riproposto all’attenzione le strade che ho cominciato a percorrere (sentimentalmente e professionalmente, soprattutto) e che in buona parte ho abbandonato, del tutto o in parte: come sarebbe oggi la mia vita se…

Se avessi davvero realizzato i sogni e gli impulsi di cui oggi ho memoria, tipo scappare a New York da un momento all’altro con una persona conosciuta poche ore prima (e che mai e poi mai me lo avrebbe proposto, ma questa è un’altra storia). Se, più modestamente, avessi fatto una gita a Vienna, in un certo specifico momento. Se facessi IL lavoro che ancora oggi, in fondo in fondo, continuo a considerare l’unico in cui avrei potuto eccellere. Se fossi riuscita, come un paio dei miei amici, a coltivarmi un rapporto di coppia pluridecennale, con costanza e continuità fin dai tempi del liceo. Se mi fossi trasferita lontano da Roma, per studiare o per esplorare che strade si aprivano facendo così.

La storia non si fa con i se. E sono così fortunata da poter dire che, dopo un paio di giorni a sbirciare in quei potenzialmente infiniti spiragli di possibilità, sorrido con tenerezza, a volte una punta di dolore e spesso con sincero divertimento e sono felice di essere qui dove sto. Con quello che ho avuto, molto più di quel che mi appaia a volte, e quello che ho lasciato, volontariamente o no. Con i miei sbagli e le mie cicatrici. E, spero, con il meglio che deve ancora venire, come diceva sempre un mio capo gesuita a cui ripenso spesso con gratitudine.

Fuga a Napoli


Sul treno che mi porta a Napoli per un weekend senza altra ragione che non sprecare un biglietto gratuito del treno, rimandato a settembre e recuperato a caso in questi giorni parrebbe piovosi, lascio la parola al Tarocco, burbero amico che mi accompagna a tratti negli ultimi anni e che qualche volta qualcosa di sensato la dice (anche se io non sempre la colgo).

“Mi chiedi di descrivere questo fine settimana che ti aspetta e di darti un consiglio. Che dire? Certo è qualcosa che ti sei voluta concedere perché ti è parso giusto, spingendo più con la testa che con altro. Ma non vuol dire che sia un male, intendiamoci. Alla fine lo scopo di tutto ciò l’hai intuito la scorsa settimana: ricaricare quell’energia dei bastoni che a luglio scorso era scesa pericolosamente sotto la soglia di guardia, facendoti dire che niente, proprio niente (persone, cose, idee, progetti) ti entusiasmava. Eri proprio in riserva, giusto? Ecco, quel tre di bastoni a me pare una ripartenza, timida, ma comunque apprezzabile.

Consigli? Lasciati i programmi aperti e ricordati di non strafare con le spese, che va bene la creatività, l’entusiasmo e il fuoco del vivere, ma il tuo conto in banca sempre quello è. Divertiti, squinternata!”