Un giorno rideremo di tutto questo


…ma quel giorno non è oggi.

Nizam soggiorna regolarmente in Italia da 14 (quattordici) anni. E’ titolare di un permesso di soggiorno CE per lungo soggiornanti, altrimenti detto carta di soggiorno, che ha validità illimitata. Lo ha per molte buone ragioni, una delle quali è che è padre di una cittadina italiana dal 2007 (mia figlia). Ma lo avrebbe comunque, visto che risiede regolarmente in Italia da ben più di 5 anni e ha a suo tempo dimostrato e poi (per ben due volte) ri-dimostrato di avere adeguato reddito e di pagare le dovute tasse. Incidentalmente, avrebbe diritto alla cittadinanza italiana. Peccato che tra quando ha maturato tale diritto (settembre 2012) e quando siamo faticosamente riusciti ad ottenere un appuntamento per presentare la documentazione (febbraio 2014) sia passato un anno e mezzo. E una domanda presentata quasi due anni fa ovviamente non è stata neanche presa in considerazione ancora, è troppo presto. Incidentalmente, in questa pratica il fatto che sia il padre di una cittadina italiana non conta nulla.

Oggi Nizam deve aggiornare la carta di soggiorno, ancora in corso di validità, perché i turchi gli hanno rinnovato il passaporto e il numero non corrisponde a quello indicato sulla carta di soggiorno. Finché ciò non si sistema, non può lasciare l’Italia. Andando un mese fa a chiedere che ciò venisse sistemato, Nizam ha scoperto le seguenti cose:

  • deve essere nuovamente fotosegnalato (????)
  • deve nuovamente dimostrare tutti i requisiti per il rilascio (e questo, mi sento di dire, è una richiesta assolutamente illegittima di per sé).

Oggi, presentandosi all’appuntamento munito di certificato di nascita di Meryem con indicate le generalità dei genitori per esteso (richiesto, a pagamento, in Municipio, visto che per la questura è complicato verificare che Meryem sia sua figlia, sebbene la medesima Meryem sia titolare di passaporto italiano su cui Nizam risulta genitore), ha scoperto un’altra cosa:

  • non bastano i documenti. Deve portare Meryem lì di persona, munita di passaporto.

Quindi io devo far saltare a mia figlia un giorno di scuola per mandarla a fare ore di fila in una questura all’estrema periferia della città, dove (parlo per esperienza diretta) vedrà suo padre trattato con sgarbo e disprezzo da svariati uomini in divisa, che gli danno del tu pur non avendolo mai visto prima. La interrogheranno pure? Chissà.

Tralasciamo il dettaglio che, se pure tutto va bene, di fare questo aggiornamento non se ne parla prima di svariati mesi.

Ma non trascurerei di riferire che, quando lui ha provato a chiedere se potevano dargli un appuntamento durante le vacanze di Natale per non far perdere la scuola alla bambina, gli è stato risposto: “L’appuntamento te lo do quando mi pare, così impari”.

Posso provare (potete leggere i post qui sotto) che io ho sempre cercato di vivere questa situazione con la massima ironia. La prima gita in quel posto l’abbiamo fatta tutti insieme quando Meryem aveva un mese. Ci siamo tornati quando Meryem aveva 3 anni. Ho cercato con tutta la buona volontà di prenderla a ridere.

Oggi no, non ci riesco. Non sopporto l’idea che il padre di mia figlia debba essere trattato in questo modo. Non viviamo più insieme (questo è parte del problema, pare, visto che lo stato di famiglia è inestricabilmente connesso alla residenza), ma non pensavo francamente di dover argomentare la nostra storia più privata a tutti i poliziotti che incontriamo. E’ una persona incensurata, titolare di una regolare attività, che non ha mai commesso nulla per meritarsi un trattamento del genere, stimabile da molti punti di vista e, soprattutto, rientra perfettamente nei requisiti previsti dalla legge per avere quel titolo di soggiorno. Perché deve passare un’altra mattinata come quella di stamattina, umiliato davanti a sua figlia?

Poi ci chiediamo perché le “seconde generazioni” provino questo rancore per gli stati europei di cui pure sono cittadini. Io credo che un’esperienza come quella che vivrà Meryem il prossimo mese – ammesso che non riesca prima di allora a trovare una soluzione a questa assurdità – conterà molto di più sulla sua formazione civica di tante belle parole che io o i suoi maestri possiamo spendere sulla partecipazione, sull’accoglienza e sull’intercultura.

Il pregresso
Noi e Ringhio, parte prima 
Noi e Ringhio, parte seconda
Surreale

Non sanno quello che fanno


E’ tutto il giorno che rimugino su come possa essere un modo semplice e efficace per far capire a tutti, anche ai non addetti ai lavori, cosa stia decidendo l’Europa rispetto alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” e quali conseguenze abbiano, in parole povere, tali decisioni. Ricordo che questi bei provvedimenti sono anche nostri, nel senso che sono frutto dell’accordo dei capi dei governi democraticamente eletti da tutti noi che abbiamo diritto di voto in Europa. Nessuno si senta escluso.

Sarebbe lungo entrare nei dettagli e questo è il mio blog, per cui sarò esplicita e selettiva.

  1. Arrivano troppe persone in Europa. Quindi, tanto per cominciare, paghiamo tre miliardi di euro alla Turchia perché si tengano lì il maggior numero possibile di rifugiati. Tre. Miliardi. Esatto. Così, sull’unghia. Incidentalmente, la Turchia al momento ha già più di due milioni di rifugiati presenti sul suo territorio, ovvero circa il doppio di quelli che arrivano in tutta Europa. Ammassarne un altro milione e mezzo lì è proprio la soluzione più logica, sì sì. E poi a noi il governo turco ispira tanta, tanta fiducia. Ma lo facciamo per loro, eh? Qui proprio non abbiamo le condizioni per accoglierli, non ce lo possiamo permettere, c’è la crisi (per questo paghiamo tre miliardi a scatola chiusa). Un bel campo profughi in Anatolia è più che adatto. E poi insomma, ci facciano un po’ quel che vogliono. L’importante è che non arrivino qui.
  2. Abbiamo messo a punto un sistema [delirante] di smistamento dei richiedenti asilo (ma non tutti, mi raccomando, solo quelli di serie A, quelli che si vendono meglio all’opinione pubblica) dall’Italia e dalla Grecia. Ma, surprise surprise, non funziona. Strano. Sarà forse perché era illogico, costoso e inefficace come ci dicevano dall’inizio alcuni enti di tutela? Ma no! E’ solo che i rifugiati non collaborano. In Italia, ad esempio, non arrivano quelli della nazionalità giusta. Abbiamo detto siriani ed eritrei e invece niente, arrivano afgani, congolesi, nigeriani, avoriani, camerunensi… Sono rifugiati anche loro, dite? Ma noi avevamo detto chiaramente che volevamo i rifugiati che abbiamo visto in tv, quelle belle famiglie siriane con i bambini con gli occhioni. E in Grecia? Al danno si unisce la beffa. Arrivano i siriani, i rifugiati buoni, i rifugiati vendibili e preferiscono decidere loro in che paese andare. Non capiscono che è molto più conveniente essere bloccati mesi all’addiaccio in attesa che i molti funzionari europei pagati per questo decidano se potranno accedere o no a un Paese a sorpresa, preso a caso tra tutti gli Stati membri, da cui poi non potranno più spostarsi pena la detenzione. Strano che non capiscano che splendida opportunità l’Europa ha predisposto per loro.
  3. E allora? Allora ci serve l’esercito. Una milizia europea a difesa dei confini. Perché la libertà di circolazione (nostra) è irrinunciabile e può essere garantita solo se riusciamo a tenere ben chiuse le frontiere esterne. Se gli Stati di frontiera si ostinano a non interpretare fino in fondo il loro ruolo di gendarmi, sarà Bruxelles a mandare una polizia apposita. Costi quel che costi (moltissimo, naturalmente).

Sì, sono arrabbiata. Sono arrabbiatissima. Continuano ad affogare bambini, ogni giorno. E i nostri capi di governo continuano a parlare di ingressi irregolari, come se ignorassero da cosa queste persone fuggono. Continuano a spendere cifre astronomiche per tenerli lontani dal nostro territorio, perché poi se entrano avrebbero diritto alla protezione. Non ci possiamo permettere di accoglierli, ma ci possiamo permettere costose misure per lasciarli morire (ingrossando le casse delle organizzazioni criminali, peraltro).

Io voglio credere che i nostri leader siano momentaneamente incapaci di intendere e di volere. Che non sappiano quello che fanno. Che non si rendano conto fino in fondo. Parlano di detenzione, misure coercitive, dissuasione. Parlano di strategie militari per combattere giovani disperati, donne sole, bambini. Facciamo parlare all’ONU una giovane donna sequestrata dall’ISIS e poi respingiamo in frontiera tutte le altre vittime dello stesso terrorismo.

Un esempio? La Nigeria. Secondo Amnesty International almeno 5500 civili uccisi sono stati uccisi da Boko Haram soltanto dall’inizio del 2014; altri 1500 i morti del 2015 in almeno 70 attacchi in villaggi e città del nord-est del paese. 2000 è il numero stimato delle donne e delle bambine rapite dall’inizio del 2014. Oltre 300 sono stati i raid e gli attacchi contro i civili dall’inizio del 2014. 3700 le strutture danneggiate o distrutte nella base militare Mnjtf (Multinational joint Task Force) di Baga e di 16 villaggi limitrofi, durante l’eccidio jihadista di circa 2000 civili tra il 3 e il 7 gennaio 2015, come documentato da immagini satellitari. 5900 sono le strutture, compreso un ospedale, danneggiate o distrutte a Bama nel marzo 2015 (il 70% dell’intera città), quando fu perpetrata anche la strage di decine di “spose schiave”. Ma i nigeriani, si sa, sono migranti economici. “Gli attentati li fanno pure da noi, che c’entra”, pare abbia commentato non una ragazzina al bar, ma una funzionaria che ha responsabilità in materia di asilo.

Ma a voi sta bene? Sapete? Vi rendete conto?

Per approfondire
Chi è oggi Erode?
Commento del Centro Astalli al vertice UE del 17 e 18 dicembre

 

SPQS-Sono Pazzi Questi Statunitensi


Li avevo incrociati talora sul lavoro (ricordate?), ma ultimamente i miei contatti con i cittadini degli States sono cominciati a diventare molto, molto più frequenti. Ne ho avuti 18 come alunni per un intero semestre (che come tutti i semestri accademici in realtà dura tre mesi). Devo rapportarmi dunque a loro anche in forma di datori di lavoro e colleghi. In qualche caso persino amici. Mai mi è apparso così palese: sono diversi. Culturalmente diversi. Io sembro strana a loro, loro sembrano strani a me. Certe volte il malinteso culturale è fastidioso, dannoso e finanche imbarazzante.

Cerco di ovviare tenendo a mente i punti più critici, che potrei riassumere in tre, principalmente.

  1. Il loro modo di celebrare e autocelebrarsi mi mette a disagio. Di più. Mi imbarazza a morte. Quando a una conferenza ti presentano snocciolando i tuoi titoli e riconoscimenti pubblici e sperticandosi in apprezzamenti su quanto sia “outstanding” la tua competenza, io comincio ad agitarmi sulla sedia. Se poi mi trovo a leggere le loro lettere di candidatura l’imbarazzo arriva alle stelle. Ci credono e lo dicono. Sono perfetti per qual ruolo. Sono persone meravigliose. Hanno delle competenze incredibili e tanti amici pronti a giurarlo. Se non te ne accorgi il fesso sei tu. Oddio, ma è proprio necessario? Non puoi lasciarmi giudicare dal CV?
  2. Forse connesso al punto 1, in parte. Esplicitano tutto. Ma proprio tutto. Sono i maghi delle istruzioni. Nel libretto della messa non ci mettono solo le letture: ti spiegano chi e quando può fare la comunione, qual è il gesto convenuto per segnalare che sei celiaco, in che direzione si avvierà la processione di uscita. Se ti spiegano come arrivare a casa loro, specificano ogni particolare, descrivendoti la successione di negozi che incontrerai sul tuo cammino fino al numero esatto dei gradini che separano il marciapiede dal loro portone. Non mi stupirei se iniziassero il messaggio suggerendoti di uscire di casa tua, per prima cosa. A me questo eccesso di dettagli crea confusione totale e una certa ansia. Loro in compenso, se provvisti solo delle indicazioni che io ritengo essenziali, si perdono.
  3. Hanno la pericolosa tendenza a intendere in senso strettamente letterale qualunque cosa io dica. E quando dico qualunque, intendo proprio qualunque.

Fuori lista, devo aggiungere un’ulteriore perplessità, valida in particolare per gli studenti: l’abbigliamento. Lungi da me assurgere ad arbiter elegantiarum. Non mi scandalizzerei di vedere a lezione studenti in tuta da ginnastica. In salopette. In bermuda. Ma perché sempre nudi, anche a dicembre? Shorts che sfidano simultaneamente il buon gusto e il buon senso. Minigonne delle dimensioni di microparei da spiaggia, del tutto sproporzionate rispetto alle circonferenze a stento contenute. Ma il pezzo forte sono le calzature: rigorosamente infradito, uomini e donne. Effetto campus, direte voi: il fatto che dormano e frequentino le lezioni nello stesso edificio li confonde. Macché. Anche quando si lanciano sui bus romani per raggiungere le sedi del loro service-learning non cambiano nulla del loro look. Ho dovuto specificare in apposita mail che vestirsi da spiaggia alla mensa del Centro Astalli non è opportuno per varie ragioni, a partire dalla banale considerazione che lavorare a piedi nudi in una cucina non è esattamente un’idea furba. Per non parlare del fatto che poi le stesse fanciulle sono sensibilissime al rischio di essere guardate con troppa insistenza da chicchessia (specie se straniero). Ora, chi mi conosce sa che non ritengo un abbigliamento provocante una scusa per ricevere attenzioni non richieste. Ma è pur vero che, a prescindere da ogni possibile rischio, un minimo di senso dell’opportunità non guasterebbe.

 

Il calendario dell’avvento io lo compro


E’ iniziato dicembre! Come può essere successo? Stamattina ho spalancato gli occhi e mi hanno trafitto, in contemporanea, diversi pensieri.

  1. Ho promesso un articolo per la fine di dicembre. Quando l’ho fatto la data sembrava lontanissima. Non mi pareva neanche detto che arrivasse davvero. E invece.
  2. Questa scadenza è superata nettamente da tutte le altre, ben più vicine, tipo quella di domani, di dopodomani e così via. Uff.
  3. Non ho il calendario dell’avvento, che mia madre mi aveva espressamente commissionato. (Forse ricordate cosa pensa mia madre dei calendari dell’avvento, ve lo raccontavo qui). Immagini di brave madri crafter mi si materializzano in una nebbiolina d’oro, lontane e irraggiungibili più che mai.
  4. Oddio, oggi lo zelante fanciullino della palestra pretende di fare il “controllo”, pesandomi e misurarmi. Toccherà rivelargli che, alla mia età e con il mio fisico, due capatine in palestra a settimana in un mesetto non hanno avuto alcun effetto miracoloso?
  5. La carta da regalo che Meryem aveva portato a scuola per il lavoretto natalizio (e che ero fierissima di essermi ricordata di comprare, sabato) è stata giudicata non sufficientemente natalizia (rossa con foglie oro) e andava pertanto rimpiazzata in corsa.

Respiro. Pausa. Potrei continuare. Mi sento inadeguata. Mai come questo primo dicembre mi sento inadeguata. Come lavoratrice, come madre, come essere umano (non necessariamente in quest’ordine). Mi pare di essere quella che cerca di tappare con le dita delle mani e dei piedi le falle di una diga.

Mentre mando avanti le procedure mattutine con il pilota automatico, mi chiedo se Meryem avrà danni permanenti per tutte queste mie insufficienze e, ancor più, per la rabbia e il dolore che mi provocano. “Il maestro mi ha detto che gli sembro triste”, commenta lei, come rispondendo ai miei dubbi inespressi. Ecco. “Ma non è vero!”, ribatte lei scocciata quando cerco di approfondire. Boh. Chissà. Vedremo.

Che fare? Non so. Vi dico cosa ho fatto io. Approfittando di una riunione a cui dovevo andare, ho fatto una bella passeggiata per il centro di Roma. Mi sono fermata a guardare i balconi, le facciate, le cupole, le bifore. Ho fatto qualche foto, ne ho scelta una per un bel progetto che vorrei seguire anche quest’anno. Ho aperto la finestrella del calendario dell’avvento virtuale per genitori, una bella idea di Genitori Crescono. E poi sono entrata in cartoleria e ne ho comprato uno, di carta, per Meryem.

Spiegare Parigi alla figlia di un musulmano


Meryem ieri era a dormire da un’amichetta e io comunque non l’ho vista per tutto il giorno perché ero fuori casa per lavoro. Solo oggi quindi ho preso il coraggio a quattro mani e le ho raccontato i fatti di Parigi.
Avevo fatto in tempo (non in quest’ordine) a piangere, a indignarmi, a abbracciare un amico somalo, a farmi il sangue amaro in ogni modo possibile online e offline,  a sfogarmi con i colleghi di sempre, a sapere che mio nipote a Parigi era incolume, a sentire parole importanti da padre Camillo (il mio capo) e da Giovanni Maria Flick.
Ho detto più o meno così.
Meryem, tu sai che c’è la guerra in molti paesi del mondo. Di solito diciamo che la guerra è lontano da qui. Però c’è una guerra un po’ speciale, che si chiama terrorismo. Lo sai cos’è? Bene. Ecco dei terroristi ieri hanno ucciso a Parigi tante persone, a caso, senza sapere neanche chi erano. Perché? Perché questo fanno i terroristi: mettono paura. Queste persone dicono di averlo fatto perché sono musulmane. Dicevano Allah-hu Akbar. Allah vuol dire Dio, sì. Lo dice sempre papà. Però sai anche che una persona che uccide non è un vero musulmano.
Vedi queste due candele? Le ho messe alla finestra ieri sera. Sono per tutti quelli che sono morti a Parigi, ma anche per tutti quelli che muoiono, in tutto il mondo, per la guerra e per il terrorismo. Esatto, proprio come i bambini siriani per cui abbiamo acceso le candele l’anno scorso. Sì, piango, perché questa cosa è molto triste. E siccome, come dice la tua maestra, figli e mamme sono collegati, non è strano se viene da piangere un po’ anche a te. Ma quello che spero, amore mio, è che tu e i bambini come te siate capaci di rendere migliore questo mondo. Tutti insieme, compresi i tuoi tanti cuginetti musulmani.

Impostori, fino a prova contraria


In questi giorni cerco freneticamente di aggiornarmi e prepararmi sui rapidi cambiamenti che riguardano i rifugiati che sbarcano sulle nostre coste. Studio documenti ufficiali, ricevo aggiornamenti da amici e colleghi. Non mi diffondo in tecnicismi tediosi. Ma una cosa salta all’occhio, da tutti i documenti ufficiali: l’ossessione collettiva è quella del migrante-truffatore. Quello che simula di essere un rifugiato, ma in realtà è solo “un migrante in posizione irregolare”e che va etichettatato come tale tempestivamente. Subito. Già sulla barca che lo ha salvato dalle onde del Mediterraneo.

In queste settimane ho avuto modo di parlare di questo tema con persone interessate a titolo diverso da me. Esperti, consulenti, funzionari, persino un ministro. Ciascuno di loro descriveva i rifugiati come informati e scaltri, pronti ad attaccarsi a cavilli legali per prolungare indebitamente il loro soggiorno. Li si descriveva come poliglotti, sempre connessi a internet, con una meta già in mente. Un nemico furbo, contro cui è necessario mettere in campo procedure altrettanto “furbe”.

Io penso che una persona che si è messa in mare per disperazione, è sopravvissuta per miracolo e magari ha da poche ore gettato in mare il cadavere di suo figlio, su quella barca che la soccorre non pensi a come imbrogliare chicchessia. Con addosso ancora i vestiti bagnati, durante l’epilogo di un viaggio attraverso ogni genere di violenza e di abuso, davvero è onesto sottoporlo a un interrogatorio frettoloso da cui dipende la sua sorte? Io credo che Jacopo, uno studente di Milano, abbia capito meglio di tutti questi funzionari cosa passa per la testa di un migrante salvato da una motovedetta della Guardia di Finanza nel Canale di Sicilia. Lo ha scritto in un bel racconto, diventato video.

Ma voi, come vi sentireste, se i vigili del fuoco che vi hanno appena salvato da un edificio in fiamme in cui avete visto morire i vostri familiari, prima ancora di portarvi in ospedale a curare le ustioni vi sottoponessero a un interrogatorio? Forse vi verrebbe da dire: “Ok, ma prima lasciatemi realizzare che sono ancora vivo. Lasciatemi piangere. Lasciatemi ringraziare o maledire il mio dio. Lasciatemi il tempo per ritornare in me. Non pensate che i vostri moduli a risposta multipla possano aspettare?”.

Ma noi siamo noi, non è vero? Noi abbiamo il diritto di essere traumatizzati dopo un incidente, grave o non grave. Abbiamo diritto a capire e, se non capiamo, a farlo presente. A protestare, se qualcuno si permette di calpestare i diritti previsti dalla legge. Nessuno può trattenerci in strutture chiuse che ufficialmente ancora non esistono neanche. Queste cose accadono in Africa, non è vero? Non a Pozzallo, Sicilia.

Vale la pena?


Come si nota anche dal ritmo di pubblicazione dei post di questo blog, sono leggermente travolta. Il tempi del lavoro si dilatano, sgomitano, assumono forme anomale. Provvidenzialmente mi è stato regalato un tempo di pausa non riempito da tutto il resto, un fine settimana tra le montagne di Trento a fare “una cosa gesuita”, come ha detto uno dei partecipanti. Se avessi saputo di cosa si trattava sicuramente non sarei andata. L’avrei considerato un lusso che non potevo permettermi. Invece mi serviva proprio. Ne sono uscita un po’ scossa e in qualche modo riconciliata, soprattutto rispetto alla domanda che mi sono posta negli ultimi mesi: “Ma cosa ci sto a fare? Ne vale la pena? Magari è giunto il momento di cambiare strada? E’ arrivato il vento del nord di Mary Poppins?”.

In estrema sintesi, ne sono uscita rafforzata nella convinzione che vale la pena di fare il mio lavoro, oggi più che mai. Vale la pena perché c’è bisogno di capire, di pensare, di spiegare, di provare cose nuove e raccogliere nuove idee. Non sono ovviamente le uniche cose che faccio al lavoro, ma faccio anche questo. E’ innegabilmente un momento entusiasmante. Cambiano le carte in tavola, continuamente. Ci sono più che mai motivi di indignazione e di denuncia. In Italia in queste settimane si stanno verificando cose gravissime. Ieri sera un operatore umanitario in collegamento dal porto di Pozzallo ci raccontava di come la sua organizzazione, addetta al triage sanitario allo sbarco, può segnalare donne incinte anche ai primi mesi, persone con patologie varie che possono essere risparmiate dal respingimento immediato. A un certo punto ha parlato anche di un istituto religioso dove avevano proposto di ospitare per qualche giorno uno dei migranti colpiti da questi provvedimenti dati un po’ a casaccio. Il pensiero è corso agli ospedali che ricoveravano gli ebrei al tempo del rastrellamento nazista a Roma, ai conventi che nascondevano i bambini.

Fa impressione pensare che una similitudine che da tempo era venuta in mente ad alcuni (leggetevi questo bellissimo post di Anna di più di due anni fa) oggi sia ancora più calzante.

“Così muore la civiltà europea”. Muoiono innocenti, ogni giorno, e sembra che ci siamo abituati. Per questo, nonostante qualche fatica e qualche insoddisfazione, continuo a credere che questa sia la mia frontiera. A tratti, la mia trincea. Sono davvero grata a tutti quelli che si trovano qui con me. Alcuni per un pezzetto di strada, altri da 15 anni. Grazie per tutte le risate liberatorie che ci aiutano ad andare avanti, testardi e resilienti.

Ma perché tutti questi… ehm… africani?


Sono settimane che, immancabilmente, chi viene a visitare la mensa del Centro Astalli mi rivolge, in forma più o meno velata, questa domanda. Che poi si potrebbe tradurre in forma più esplicita in questi termini: dove sono le famiglie siriane? Le donne, i bambini, in fuga dal Medio Oriente? Insomma, tutti quei rifugiati-rifugiati che i media di tutto il mondo raccontano, fotografano, seguono, descrivono? Gli ingegneri, gli avvocati, gli attivisti dei diritti umani, i giornalisti, i professori in fuga dalle bombe e dall’ISIS?

Bene, ve lo rivelo. Nel 2015 in Italia ne sono arrivati proprio pochi. Dal 1 gennaio al 10 ottobre appena 7.147 su un totale di 136.432 persone sbarcate. (l’anno scorso ne erano sbarcati 42.323, proseguendo poi quasi tutti verso il nord Europa). Perché? Perché per i siriani adesso la rotta praticabile è quella del Mediterraneo Orientale: Grecia e poi, via terra, verso l’Europa continentale, attraverso i Balcani.

Altra peculiarità italiana: tra i richiedenti asilo nel nostro Paese, già nel 2014, la percentuale di donne e bambini era ridottissima rispetto al dato di altri Paesi europei: appena il 7,6% le prime, il 6,8% i secondi. Per darvi un termine di paragone, in Germania sono rispettivamente il 34,6% e il 31,6% del totale. In Francia il 38,2% e il 21,7%.

Quindi, con buona pace dei media e delle aspettative da loro ingenerate, di famiglie rifugiate – specialmente siriane – in Italia al momento ne arrivano pochine. Il “nostro” flusso arriva soprattutto da sud: Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan e tanti altri Paesi africani, a cui aggiungiamo l’Afghanistan e il Pakistan, sempre ben rappresentati.

Quindi i nostri sono meno rifugiati di quelli che vediamo nelle foto d’agenzia dai Balcani? Non direi proprio. Fate mente locale su cosa accade nei Paesi che vi ho nominato e lo capirete da soli. Il fatto che siano giovani uomini e non famiglie non li rende meno titolati alla protezione, né tanto meno all’accoglienza e alla solidarietà.

P.S. Ieri è stato pubblicato un rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia, commissionato dal Ministero dell’Interno. E’ una risorsa utile e importante. Dateci un’occhiata: Rapporto accoglienza PDF

Utopia e visioni. Conversazioni in un casale


Mai come in questo periodo sono coinvolta in corsi di formazione, in colloqui con visitatori, ricercatori, gruppi di ogni forma e dimensione. Forse troppo. Confesso che giorni fa, davanti all’ennesima sessione per i ragazzi del servizio civile, avrei preferito darmi alla macchia. Ho deciso di curare questa saturazione con l’omeopatia. Ieri, alla Città dell’Utopia, ho deciso di parlare di rifugiati come piace a me. Quasi senza limite di tempo, senza vincoli, senza contraddittorio. Lusso puro. C’era solo ci voleva, nessun registro e nessuna firma di presenza. Si è chiacchierato. Soprattutto io ho chiacchierato, a dirla tutta. Perché ne avevo bisogno.

Avevo bisogno di dire a me stessa che la questione rifugiati è complicata, ma che si può spiegare, un passaggio alla volta. Capire certo non cambia le cose, non subito almeno. Ma non capirle può facilmente peggiorarle.

Molti anni fa, quando mi sono iscritta all’Università, ho bruscamente cambiato programma e invece di iscrivermi a matematica ho deciso di studiare Vicino Oriente antico. La leggenda familiare narra che, al telefono con i miei ancora in vacanza, davanti al loro comprensibile stupore io abbia risposto: “Ma è praticamente la stessa cosa”. Probabilmente mi riferivo a quello sforzo di far lavorare il cervello verso quello che ancora non è noto, in quel misto a percentuale variabile di paziente applicazione di modelli, apporto di nuovi punti di vista e botte di culo. Ieri la mia amica Caterina, tra il serio e il faceto, mi faceva notare che la decifrazione dei sistemi di accoglienza in Italia richiama pericolosamente il livello di complessità della filologia biblica (preconcetti ideologici inclusi). Alla fine scoprirò che, nonostante le apparenze, da decenni continuo a fare la stessa cosa.

Un elemento comune a tutto resta certamente l’utopia. Utopico era il progetto degli Orientalisti, utopia pura era capirci qualcosa della storia della religione di Israele, utopia è certamente immaginare un cambiamento sensato per i rifugiati nel mondo. Al limite, utopia è anche la promozione della giustizia. Poi però ripenso a un libro letto un paio di anni fa e mi correggo: quelle mie attuali non sono utopie, devono essere visioni. No, non è la stessa cosa.

Alti e bassi


Giorni fa ero in fila al supermercato. La cassa si blocca, qualcuno spiritosamente commenta: “Tutta colpa di Marino!”. Altri fanno eco. Si sorride insieme, si apprezza l’ironia dei romani, ci congratuliamo con noi stessi perché, nonostante l’ora e la fretta, riusciamo a non prendercela. Condivido su Facebook la battuta, che viene giustamente apprezzata.

Però su Facebook ho peccato di omissione. Perché in quello stesso clima di spiritosa condivisione, un signore della fila allarga il discorso. E spiega alla signora dietro di lui (e giusto davanti a me) che i migranti che arrivano fanno parte di una precisa strategia per invadere l’Europa e separarci dalle nostre radici culturali. Che non è vero che muoiono di fame, sono tutti ben nutriti e con il cellulare. E soprattutto che lì, ai Paesi loro, in realtà tutti vivono benissimo, senza il minimo problema. Insomma, bisogna aprire gli occhi e tornare padroni in casa nostra. “Io con mia figlia faccio proprio un lavoro, sa? Mi accerto che fin da adesso che la bambina apprenda i valori corretti”.

Ora non è che a me in genere manchino le parole. In quel caso, vi assicuro, non mi mancava neanche l’indignazione e il raccapriccio per tante assurdità e falsità infilate nello stesso discorso. Con l’aggravante dell’impatto sulle future generazioni (non voglio neanche pensare a quali valori, esattamente, questo zelante padre si impegni a trasmettere). Ma in questi casi, in realtà, io mi trasformo di colpo in un’altra persona. Non argomento, non contesto, non arringo le folle. Mi viene da piangere. Letteralmente. Mi sento una tale tenaglia di sconforto e disperazione stringermi la gola che per un bel pezzo sono tecnicamente incapace di reagire.

Alla fine la cassa ha chiuso e le file si sono redistribuite tra le casse rimaste aperte. Io ho evitato accuratamente la fila scelta dal difensore delle radici culturali e mi sono accodata alla signora a cui il discorso di prima era stato rivolto. Solo allora, mentre aspettavamo ancora, mi sono sentita di dire a lei, garbatamente, che le migrazioni verso l’Europa non funzionano come le era stato appena spiegato. Che di tante cose non so nulla, ma di questa sì. Lei mi ha sorriso e mi ha detto che lo sospettava anche lei e che le mie parole la rafforzavano nella sua convinzione.

Non una prestazione di sensibilizzazione particolarmente eroica, lo confesso. Potevo magari risparmiarmela e basta.

“Ok, i bassi li abbiamo capiti. Ma gli alti?” si chiederanno a questo punto i miei lettori. Gli alti arrivano tutte le volte che mi rendo conto di quante persone, con entusiasmo, si stiano rimboccando le maniche per cambiare il volto di questa Europa tutta ripiegata in se stessa. Di quante piccole rivoluzioni succedano tutti i giorni. Gli alti arrivano quando qualcuno di voi che mi leggete, mi conoscete o comunque siete in contatto con me in qualche modo, sente la voglia di raccontarmele, quelle rivoluzioni. E allora da ieri penso alle donne ghanesi che battono le mani nell’appartamento che ha allestito per loro un parroco in Monferrato (ma spero comunque – Paola Maria non me ne voglia – che la bambina che nascerà presto non la chiamino davvero “Arancia”). Questa immagine batte cento file di supermercato.