Ottimismo


Quando ti tocca una riunione in una classe dove le sedioline sono alte quanto l’attaccatura del tuo polpaccio e la superficie copre a mala pena un quadrante del tuo sedere, non si parte bene. Tuttavia ero fedele al mio proposito: oggi mi sarei riscattata dalla mosceria di ieri. Parola d’ordine: positività. O almeno una distaccata ironia. Quindi cercavo di concentrarmi sui punti positivi della semestrale riunione di classe, che vado ad elencarvi:

– Avevo efficacemente piazzato la Guerrigliera da un’amichetta. Per una volta, non ho passato la riunione a guardare l’orologio (di solito tata Silvana il giovedì, giorno fisso di ogni riunione scolastica, va in palestra).

– C’erano un sacco di facce nuove (no, non quelle delle maestre… peccato). E ne mancavano molte altre. A parte le maestre di sostegno, senza le quali non so davvero come ce la caveremo, e qualche sporadica eccezione, non ho avuto grandi attacchi di nostalgia.

– In modo del tutto inaspettato, una mamma si è autocandidata al ruolo di rappresentante di classe, ha preso appunti per il verbale, si era portata fogli prestampati per prendere nota dei molti nuovi recapiti, ha diligentemente riscosso le quote per il fondo cassa, essendosi portata anche degli spicci per i resti. Trasecolo. Tanta efficienza in quel contesto non mi aspettavo davvero di vederla. I miracoli esistono.

Tutto ciò potrà compensare la ferale notizia che si lavorerà sul riuso del legno e che quindi ci beccheremo gli immancabili lavoretti fatti con le mollette? Io ancora ricordo una agghiacciante sedia a dondolo da me assemblata quando avevo circa l’età di mia figlia. Una roba da galleria degli orrori. Per non parlare del mercatino di Natale. Speriamo che ci sia risparmiata la gara delle torte cotte dalle mamme (con relativa rissa finale).

Censuro anche l’alata quanto inutile discussione sulla “procedura di pulitura culetti”. Tanto l’unico modo possibile è ciò che le onnipotenti bidelle decretano di volta in volta. Un padre di quelli pago-pretendo, che peraltro si distraeva continuamente mandando mail dallo smartphone (o cazzeggiando, chissà), ha offerto di risolvere il problema acquistando scorte ulteriori di salviettine umidificate. Le maestre hanno precisato che l’area bagni non è di loro competenza.

Dimenticavo un altro lato positivo: in un’oretta era tutto finito.

Buon anno scolastico anche a voi!

On demand


“Meryem, ti vai a lavare le mani?” “Ok. Mi fermi un attimo il cartone?”.

Eh no, non te lo posso fermare. Non è un dvd. Non è youtube. E’ un normale programma tv.  Meryem non capisce. “Vabbè, ma non lo puoi fermare lo stesso?”. Per lei tutto su uno schermo è. Le spiego con calma che questi cartoni non decidiamo noi quando iniziano, e dunque non li possiamo fermare. Ne conviene.

“Quindi, se lo fermassimo, si fermerebbe in tutte le televisioni del mondo?”. Eh, più o meno. Magari è per questo che non ce lo fanno fare…. Scenario affascinante, su cui la Guerrigliera si sofferma un attimo, tentata dall’ipotesi di potere. Ma poi si rassegna persino lei.

“Vorrà dire che mi lavo le mani in cucina, almeno sento”. L’arte di scendere a compromessi.

Accelero particelle (nel mio piccolo)


No, non mi sono montata la testa. L’unica, inimitabile, inossidabile acceleratore di particelle è Barbara Summa. Ma in queste ultime settimane assisto da spettatrice partecipe a una strana alchimia di idee, progetti, novità che stanno maturando a Milano. Il tema è il mio, i rifugiati. Gli attori per due terzi si erano trovati tra loro da soli e non è che difettassero di entusiasmo, energia e spirito di innovazione. Io però, per una curiosa catena di presentazioni su Facebook, ci ho aggiunto un terzo componente. A giudicare dal ritmo dei messaggi che si stanno scambiando e dalla portata delle iniziative che progettano, direi che si sono piaciuti.

Vi terrò al corrente, amici milanesi. Se anche solo un terzo delle cose che hanno in mente va in porto, ci sarà da divertirsi.

E se la lasciassi fare?


Streghetta di tonno con i capelli verdi

Facciamo outing: rientro anche io nella schiera folta di madri che sudano freddo al momento di mettere a tavola i figli (la figlia, nel mio caso). Meryem non ha mai dimostrato un interesse particolare per il cibo. Diffidente, restia ad assaggiare, capace di saltare i pasti senza difficoltà alcuna. Con un’aggravante: io ho subito per anni (quasi 20!) le costante insistenze di mio padre ad ogni pasto perché assaggiassi ciò che ancora oggi non riesco proprio a mandare giù. Mi ricordo sollievo i miei pasti da sola davanti a un libro, quando gli impegni pomeridiani mi autorizzavano a anticipare il pranzo. Ho capito immediatamente che io non sarei mai riuscita a forzare mia figlia in alcun modo, il che non è necessariamente bene. Finora mi sono accontentata del fatto che almeno un pasto al giorno non lo fa con me e che qualcun altro avrebbe provveduto a sollecitarla.

Il pianeta Marte. Composizione di frittatine di ceci e peperoni

A essere onesti fino in fondo, io non propongo a mia figlia nulla di particolarmente attraente. E anche la nostra socialità del pasto, visto che normalmente siamo sole, è piuttosto ridotta. Una svolta nelle nostre vite è stata segnata dall’incontro con Natalia. Con le sue ricette io e Meryem abbiamo cominciato, ogni tanto, a cimentarci in cucina. E lei ci ha preso gusto. La cosa che la folgora più di ogni altra è la composizione del piatto, la creatività (tipo quella che sprigiona dal nuovo libro di Natalia, per intenderci). Facce buffe, paesaggi, animaletti: ogni cosa con una forma diventava più appetibile.

Ciò mi ha dato un’altra idea. Non si ha sempre il tempo di cucinare insieme qualcosa di sfizioso. Ma ho preso l’abitudine di chiedere a Meryem di scegliere tra gli elementi costitutivi della cena (carne, legumi, pane, verdure….) disponibili quel giorno i componenti necessari a una sua composizione artistica, tutta da mangiare. La regola è che deve utilizzare per la composizione solo le quantità che crede di poter mangiare. L’intera procedura prende al massimo 5 minuti, ovviamente: i componenti sono già cotti – se è il caso. Se riesco, parto dal passaggio precedente: mi faccio accompagnare al supermercato e la invito a scegliere i componenti. A quel punto la Guerrigliera si fa fregare dall’estro cromatico: l’altro giorno ha voluto pomodorini, lattuga, persino un peperone che prima aveva sempre schifato.

Alla fine cerca un titolo al piatto e vuole che lo fotografiamo, così Natalia su Facebook lo può vedere e dirci se siamo state brave. E poi lo spazzola, diligentemente.

La bandiera italiana: fettina di vitello, bresaola, insalata, maionese

Questo post partecipa al blogstorming

Tono minore


Parigi val bene una messa, lo sanno tutti. Quello che non mi aspettavo era che la messa, domattina, ricorderà un bambino di due o tre anni venuto a mancare la notte scorsa. E’ il figlio di un collega, che oggi avrebbe dovuto essere qui con noi. Invece, non sappiamo bene come, è successa questa spaventosa tragedia che lui ha comunicato per mail stamattina, senza altri dettagli. Per il resto posso solo osservare che il tempo è passato su di noi, su tutti noi. Dopo sei anni di questi incontri, mi pare che in molti prevalga un po’ di disincanto.

E’ uno strano gruppo, questo. Ci si incontra due volte l’anno, si finisce per condividere qualcosa, almeno del ritmo generale della propria vita. Ci si conosce, sia pure limitatamente ad alcuni settori precisi. C’è il madrelingua inglese che nessuno capisce davvero cosa dica (oggi ho teorizzato che è perché non pronuncia la punteggiatura, neanche i punti interrogativi), ci sono le solite sottili vene polemiche che serpeggiano tra tedeschi e europei del sud, c’è il gesuita che sfoggia una fede nuziale d’argento perché si considera sposato a una comunità di rifugiati che ha lasciato in Nepal anni fa.

Oggi pensavo alla mia prima esperienza con loro, in Portogallo, nel 2006. Una spiaggia lunga, le onde dell’oceano. Due hanno osato fare il bagno, sebbene fosse ottobre e le onde non scherzassero affatto: uno è il padre del bambino di cui parlavo prima, l’altro si è preso un periodo di riposo, “a tutela della sua salute” ci è stato detto. Li rivedo davanti a miei occhi, ora, mentre scherzavano tra gli schizzi e penso a quanto tempo è passato. A quanta strada ho percorso. A quante cose sul lavoro non sono più nuove, ed è un peccato. Mi rivedo entusiasta, convinta, battagliera. Ero più ingenua, ma mi piacevo di più di oggi. Qualche ora fa, mio malgrado, ho contribuito con scrupolo alla formulazione più corretta di una posizione di advocacy. In Portogallo non avrei saputo farlo. Ma la voce mi tremava ancora di emozione e indignazione quando si trattava di stabilire priorità, obiettivi, strategie. Ora ho stampato sulle labbra un sorrisetto antipatico, di scetticismo amaro. No, non mi piaccio.

Cacce al tesoro un po’ eretiche


Non ricordo quanti anni avevo (dovevo essere ai primi anni delle superiori) quando mi capitò sotto mano un libro che parlava in forma molto romanzata di catari, Maria Maddalena, tesori nascosti e Sacro Graal. Quella stessa faccenda che molti anni dopo viene più o meno ripropinata nei polpettoni di Dan Brown. Non posso dire di essere rimasta turbata da quella lettura, ma certamente mi colpì. A distanza di molti anni, dopo trascorsi da biblista e di storica delle religioni, credo di aver imparato che i veri misteri non sono certo questi. I miei studi mi offrivano prospettive ancor più inedite e, allo stesso tempo, facevano crollare alcune convinzioni (se siete tra quelli che credono che chissà cosa ci sia scritto nei manoscritti di Qumran, sappiate che sono terribilmente noiosi). Mi è rimasto tuttavia un interesse per la storia della religione cristiana, eresie incluse, specialmente come sfondo di romanzi gialli e racconti di svelamento di enigmi veri o presunti. Però mi sono fatta più esigente. Polpettoni sì, ma un po’ di decenza e serietà va applicata anche alla scrittura di questo genere letterario senza pretese. Ergo sono solita astenermi dagli autori americani: l’argomento religione non pare proprio nelle loro corde (magari un giorno sarò smentita, ma resto traumatizzata da Dan Brown….). In compenso, da quando ho il Kindle, mi sono dedicata a una serie di letture non disprezzabili per chi ama questo genere letterario e si diverte a seguire misteri che si dipanano attraverso formule ebraiche, iconografie gnostiche e intrighi vaticani antichi e contemporanei. Ecco una piccola presentazione.

Inizio senz’altro da Merkavah, di Daniele Versari (0,99 su Kindle Store). Un esordiente autoprodotto che merita successo. Lettura godibile, accurata, avvincente. Ingredienti: il Duomo di Orvieto, una coppia simpatica, una setta ispirata ai misteri di Mitra, Celestino V e persino… la Sindone. Questo medico poco più giovane di me, che tra i suoi hobby annovera “creare sculture di animali marini con materiali di riciclo”, va senz’altro incoraggiato a continuare a scrivere.

Molto più conosciuto (è stato al secondo posto nella classifica dei libri più venduti in Italia) è  Il mercante di libri maledetti di Marcello Simoni (ex archeologo, storico e di lavoro bibliotecario). Intreccio più classico, ma non privo di guizzi ai limiti dell’enigmistica. Una caccia al tesoro avvincente, anche se lo scioglimento non è forse del tutto all’altezza.

Non italiana ma spagnola è Matilde Asensi, di cui ho acquistato e letto ben due romanzi: L’Ultimo Catone e Iacobus. Il primo è senz’altro il più originale: mi ha colpito molto la figura della protagonista, suor Ottavia Salina, la descrizione degli ambienti vaticani della Biblioteca, che mi sono familiari (mio padre lavorava lì) e anche l’appassionante galoppata attraverso prove iniziatiche ambientate in luoghi a me molto cari (dalla chiesa di S. Maria in Cosmedin alla moschea di Fatih a Istanbul) e rese ancor più avvincenti dalla loro ambientazione contemporanea. Certo, lo scioglimento è assai acrobatico, come accade agli autori che puntano molto in alto nei viluppi della trama. Ma me lo sono goduto tutto, con il sorriso sulle labbra. Iacobus è più classico, di ambientazione medievale: ma è pur sempre un’avvincente caccia al tesoro lungo il Cammino di Santiago, con persino un pizzico di romanticismo che non guasta.

A parte, perché non appartenente allo stesso filone, vi raccomando caldamente Altai di Wu Ming. Si scarica gratuitamente dal sito della Fondazione. Se, come me, avete amato la figura (troppo poco conosciuta) di Gracia Nasi, apprezzerete assai il seguito della storia. Un bellissimo romanzo storico tra Venezia e Istanbul, un viaggio nel tempo e nello spazio capace di rapire pensieri e fantasia.

Vi ho convinto, vero? Allora buona lettura!

Non sta a me


Non è che avessi proprio un piano preciso, lo confesso. Si sarà pure notato, presumo. Però dopo la giornata di oggi, la gita sociale “Roma dei rifugiati”, sono ancora più convinta che vale proprio la pena di farle, queste cose poco pensate e tanto sentite. Mentre uscivamo dal mio catacombale ufficio, eccezionalmente trasformato in luogo dove ricevere delle amiche, mi sono chiesta: “Era troppo?”. Questo davvero non sta a me giudicarlo. Per la mia golosità era pure poco, anche se era davvero il massimo consentito da una tempistica che evitasse il trattamento inumano dei partecipanti e, in qualche caso, l’abbandono di uno o più minori.

La gratitudine a chi è venuto l’ho espressa ieri. La ribadisco tutta. Ci aggiungo quella a Guglielmo, di Prime, che ci ha accolto senza batter ciglio e mi ha preso sul serio, sulla fiducia, in una roba che non sapevo neanche ben spiegare cosa dovesse o potesse essere. E nonostante questo, è stata proprio come la volevo. Sono emersi tanti spunti di riflessione anche per me, che non sono nuova all’argomento. In particolare due temi su cui devo continuare a riflettere seriamente: quello della comunicazione sul tema dei rifugiati e quello del fundraising (sì, no, come, quando).

Se e quando le partecipanti si riprenderanno dalla botta, mi piacerebbe sentire anche da loro (in pubblico o in privato, a loro discrezione) cosa ne pensano e come mi consigliano di proseguire questo percorso un po’ alla cieca, che vorrebbe essere (un po’ troppo pomposamente) un’operazione culturale. Più realisticamente può diventare un’operazione di condivisione di esperienze, di idee e di pensieri.

Il pranzo mi ha richiamato prepotentemente alla mente i coffee break autoprodotti dei convegni degli allora giovani Orientalisti. Quando credevamo seriamente di cambiare la società a colpi di storia antica. Non a caso è stata una delle partecipanti del convegno di dicembre 2001 a darci lo spunto per organizzare il pic nic  (ci sei mancata tantissimo, Betti!). Forse questo oggi lo posso dire – e non sapete quanto mi conforta: non è mai tardi per avere un ideale. E se ne parla meglio a stomaco pieno, ridendoci un po’ su, incoraggiandosi con il calore di amicizie che, a dispetto della casualità con cui nascono e si intrecciano, sono davvero di sostanza.

Ultimo ringraziamento doveroso ad Alessandra. Specialmente alle non romane tenevo proprio a regalare quei vicoli, quegli scorci. Poi però Alessandra ci sa mettere sopra tanto di più (gelaterie sfiziose incluse!). Certo, non era lì solo per la sua competenza. Oggi me la rivedevo davanti in una classe piena di curdi, in una scuola del Flaminio. E ritorno al punto di partenza: quanto è bello riuscire ad alzare la testa e vedere che non si è così soli come nei giorni grigi ti pare di essere.

P.S. Iniziano a reagire! Ecco qui i racconti di Isabella, Chiara e Anna.

Un lusso


Come lo dice bene, Barbara: anche l’indicibile fatica del quotidiano merita di essere raccontata. Io, a differenza di lei, la racconto pure troppo. Sono abbastanza lamentosa, trovo. Certo che “i momenti più neri, più bui, quelli che cambiano per sempre una vita” alla fine non li racconto nemmeno io. Qualcuno ce l’ho nelle bozze, ma scelgo sempre di non postarlo. Ma non divaghiamo.

Poi oggi ho letto un altro post, questo. C’entra molto con il regalo, il lusso, che ho deciso di concedermi domani. Contro l’indicibile fatica del quotidiano, contro la routine che a volte mi fa dimenticare che, di fondo, credo nel mio lavoro e lo amo, domani mi sono presa una giornata per raccontare a un gruppo di amiche cosa significa per me (e per altri, qui a Roma) l’impegno per i rifugiati. A prescindere da come andrà (vi racconterò anche questo, poi), volevo intanto dirvi che sono tanto felice che abbiano accettato il mio invito. Ho rimuginato per molti mesi sull’opportunità di farlo, un invito così. Ci penso dal Momcamp 2011 di Milano, quando per la prima volta avevo provato a raccontare perché mi pare importante, anche per un genitore, prendere confidenza con esperienze di impegno sociale, chiamiamole così. Pensa che ti pensa, pondera che ti pondera, a un certo punto mi sono decisa e, non senza una certa sorpresa, ho trovato un certo numero di persone disposte a regalare un sabato (merce rara e preziosa per chi lavora!) a me e alla mia idea.

Potrei scrivere molto altro, che mi riporterebbe alla gratitudine che provo per queste relazioni in rete, che sono tutto meno che virtuali e che prendono vie e intrecci inaspettati e mi fanno respirare anche quando mi  pare che manchi l’aria. Certe volte mi rammarico del fatto che la mia vita sia così riluttante rispetto all’incanalarsi su un binario tranquillo, prevedibile, sicuro. Ma per giustizia devo dire che mi dà anche tanto, questa mia vita strampalata. Ad esempio l’opportunità di una giornata come quella di domani.

Il fascino dell’alieno


Avevo in mente almeno tre bozze di post, uno dei quali avevo addirittura annunciato in risposta a questo di Anna. Ma poi è successo che ieri, alla ricerca di una degna ricarica per il mio Kindle (vi ho già detto che lo amo? mi sa di sì), mi sono imbattuta nella trilogia How to be a Brit (composta da How to be an AlienHow to be InimitableHow to be Decadent) di George Mikes.

Chi era costui, diranno i miei piccoli lettori? (che detto così fa tanto Collodi…). Facciamo un passo indietro. Anzi, più che un passo, un salto nella macchina del tempo. Estate del quarto ginnasio (mi pare): mi accingo alla mia prima vacanza studio in Inghilterra, in quel di Cambridge. Di quelle tre (o due?) settimane ricorderò specialmente le serate passate a cucinare pancakes in una specie di sala parrocchiale, un parco divertimenti dove ho scoperto che sulle giostre veloci vado in apnea e alla bisogna svengo e il mio primo acquisto in una libreria inglese. E mica un libro qualsiasi: un Penguin (tascabile, ovviamente). La quintessenza dell’inglesità (mi si passi il termine).

Il libro, che era proprio How to be an Alien, era in un certo senso un libro di testo. Il professore del mio corso estivo ci aveva ordinato di procurarcelo e alla fine di ogni lezione se ne leggeva un brano. E’ una di quelle letture che è letteralmente saltata fuori dalle pagine stampate per fondersi con il mio DNA. Non posso pensare di fare una battuta di spirito, di scrivere un pezzo divertente, di leggere una situazione con ironia senza dover riconoscere una parte di merito a questo giornalista ungherese naturalizzato britannico.

Scrive bene, Mikes, nella prefazione alla 24° ristampa (nel 1958: la prima edizione era stata pubblicata nel 1945): “At the moment I am engaged in writing a 750-pages picaresque novel set in ancient Sumeria. It is taking shape nicely and I am going to get the Nobel Prize for it. But it will be of no use: I shall still remain the author of How to be an Alien“. Non può che essere così. E ora mi sto trattenendo, perché la tentazione sarebbe di copiarvi qui tutte le battute più geniali (ovvero buona parte del libretto), privandovi del piacere di una lettura autonoma.

No, non esiste una traduzione italiana. Sarebbe obiettivamente impossibile. Alcuni brani qui e là sono traducibili, ma decisamente non lo è il libro nel suo insieme. Ma tranquilli, se lo capivano degli studentelli alle prime armi qualcosa vorrà pur dire. Stamattina ho iniziato l’ennesima rilettura, stavolta su uno schermo, e ho provato una gioia simile a quando, incontrando un vecchio amico, si riprende consapevolezza di una parte di se stessi. E ancora una volta ho riso di cuore, sul tram 8, suscitando qualche perplessità negli altri viaggiatori. Se vi viene voglia di leggerlo anche voi, sappiate che se io fossi un messaggio cifrato quelle pagine contengono la chiave per decifrarne buona parte. E poi dicono che le vacanze studio servono solo a fare caciara nei pub.

Suoni e silenzio


Tra le molte, moltissime cose che vorrei raccontarvi ancora sul nostro soggiorno danese, ce n’è un’ultima che non posso proprio omettere, anche se forse ormai ne avrete avuto abbastanza. Si tratta della diversa gestione del suono che, evidentemente, si usa da quelle parti.

Appena sbarcati in aeroporto a Billund, la mia prima reazione è stata di profondo disagio. Oddio, come siamo rumorosi. Si sente solo la nostra voce. Tra un po’ tutti ci inizieranno a guardare, ci sgrideranno e ci faranno pure una multa (questo è ovviamente frutto della mia paranoia, ma avete capito). Eravamo certamente fonte di inquinamento acustico. Ho tentato di contrastare la tendenza a suon di “shhhhh!”. Meryem non ha gradito molto.
Arrivati alla nostra casetta, adiacente a moltissime altre analoghe e ben ricolme di famiglie con bambini, mi sono illusa che il livello di decibel salisse, mimetizzando meglio il nostro. Ebbene no. Il silenzio era assordante. Il vento soffiava sull’erba: quello era il suono più intenso. Aggiungo che la prima sera, essendoci dimenticati lo zucchero, ho iniziato a bussare alle porte finestre di tutti i vicini con una tazza in mano per elemosinarne un po’. Erano quasi tutti a cena (tavolate di minimo 6 persone), apparentemente in silenzio (neonati compresi). E nessuno aveva zucchero in casa, ma questa è un’altra storia. (Mi sono a lungo chiesta: era vero, o solo non si usa rompere le palle ai vicini? Mi sono parsi tutti assai gentili, ma certo che 7 famiglie con bambini non abbiano zucchero in casa mi pare statisticamente bizzarro).
Veniamo a Legoland. Leggera musichina solo in biglietteria. Niente jingle, niente musica assordante. Di più. Ciascuna attrazione utilizza il suono come parte dell’esperienza proposta: lungo il percorso in canoa i lupi ululano e gli uccelli cantano; qua e là pappagalli di lego fanno sentire il proprio chiacchiericcio; il percorso in macchinina attraverso una sorta di zoo safari (di lego) è comprensivo di adeguati effetti acustici per simulare i versi degli animali. Tutto ciò sarebbe impossibile da fruire se il livello di rumore fosse quello dello Zoomarine o di Gardaland.
Anche al parco del castello di Egeskov il bellissimo percorso su ponti sospesi tra gli alberi del parco (a altezza vertiginosa!) a ogni tappa aveva un pulsante da schiacciare con un diverso verso di uccello. Anche in questo caso, niente urla incontrollate dal parco giochi sottostante.

Ultimo tocco al quadro: il resort di Lalandia, con le sue mille attrazioni. Anche in questo caso, sia pure più presente, la musica è molto meno invasiva di quanto sarebbe in un luogo analogo in Italia. C’è persino una animazione, con jingle e minidisco. Però… dura 30 minuti al giorno (!) ed è circoscritta a uno spazio molto specifico. Come dire: se proprio la vuoi, ci vai. Altrimenti non la subisci.

Ci dicevamo l’altra sera con un’amica, che ha fatto le vacanze in Sardegna a stretto contatto con due famiglie tedesche: ma è solo la nostra sensazione, o i bambini dei Paesi del nord fanno meno rumore dei nostri? Certo, vivere in un ambiente meno assordante aiuta a registrarsi su toni accettabili. Mi sono ricordata anche Uppsala e il suo leggero fruscio di biciclette, unico indizio della presenza di studenti in una città universitaria. Ma c’è anche un’educazione specifica in tal senso? E che valenza ha? Forse qualche residente delle terre del nord può illuminarci.