Non sono una mosca


Lo dico con una certa fierezza, quello che sto per dire. Oggi ho avuto modo di riflettere, grazie a Cesare Moreno, sul fatto che imparare dall’esperienza è cosa assai difficile. Il che spiega benissimo perché la storia non sia affatto, nella pratica, magistra vitae. Di esperienze ne facciamo, eccome. Il problema è cosa poi facciamo delle nostre esperienze. La mosca che sbatte contro il vetro non capisce e continua a risbatterci finché non cade a terra tramortita (a meno che, pigra e volubile, non abbandoni l’impresa, senza comunque capire). La chiamano coazione a ripetere. Tutta questa premessa per dire che io, in abbondante e ottima compagnia, scopro di scivolare sempre negli stessi errori. Però nella giornata lavorativa di oggi (ed eccoci arrivati a spiegare la fierezza), senza averli del tutto evitati, quei soliti errori, sono riuscita comunque a gestire i miei viscerali impulsi e me la sono egregiamente cavata in una situazione difficile.

E allora quella sensazione di amaro in bocca, di crepolino allo stomaco, di orgoglio ferito (ecco, ho confermato il solito stereotipo che gli altri hanno – a ragione – su di me) si è stemperata in una considerazione elementare: oggi sono stata brava. Non sono stata perfetta in ogni passaggio, ci ho lasciato mezzo fegato e una porzione abbondante di cuore. Ma ho trovato il coraggio di non deviare dal mio obiettivo, di confezionare un prodotto eccellente, ma soprattutto (cosa per me assai più ardua) di soprassedere e dribblare provocazioni e occasioni di contrasto. Quello che più mi fa onore è che quest’ultima faticosissima forzatura al mio istinto l’ho praticata non perché sperassi che avrebbe risolto una situazione che avevo (erroneamente) giudicato senza uscita, ma per mera scelta di metodo. Il tutto mentre la sottoscritta era in preda a una comprensibile tempesta emotiva, di complessità e stratificazione impressionante.

Et voila. Come per magia, tutto il problema sembra essersi sciolto come neve al sole. Non sono una mosca. Devo cercare di ricordarmelo. Anche se è meglio, molto meglio che non ripensi a cosa mi è stato detto, o peggio scritto, oggi. Rischio seriamente di rimettermi a prendere a capocciate il vetro.

Festa della mamma


Non resisto e sottopongo anche io la Guerrigliera (5 anni) al test che leggo in questo divertente post di Luana. Ne esce uno spaccato piuttosto inquietante (quello che mi merito, mi sa)

Dimmi una cosa che Mamma ti dice sempre

Di non sporcarmi con il fango.

Che cosa rende felice Mamma?

Dormire.

Che cosa rende triste Mamma?

Non lo so.

Cosa fa ridere Mamma?

Le cose delle sue amiche (le battute che leggo su Facebook).

[La domanda prevista era in realtà: Come ti fa ridere Mamma? La Guerrigliera, interpellata su questo argomento ulteriore ha sogghignato e ha detto testualmente: “E’ una lunga storia”. Rassegnatevi.]

Com’era Mamma quando era una bambina?

Con i capelli marroni.

Quanti anni ha Mamma e quando è nata?

20 anni ed è nata a settembre (per la cronaca, ne ho 39 e sono nata a dicembre).

Qual è la cosa che Mamma preferisce fare?

Chiacchierare.

Che cosa fa la Mamma quando tu non ci sei?

Va al lavoro.

Se Mamma diventasse famosa, per cosa lo sarebbe?

Per il regalino della mamma che le ho fatto.

Che cosa Mamma sa fare molto bene?

Yoga

Che cosa Mamma non sa fare bene?

Il granchio (la posizione del)

Che lavoro fa Mamma?

Scrive.

Qual è il cibo preferito di Mamma?

Le verdure.

Che cosa ti rende fiero di Mamma?

Che la amo

Se Mamma fosse un personaggio di un cartone o di un film, chi sarebbe?

Una principessa

Che cosa fai insieme a Mamma?

I record. (Questa necessita spiegazione: la mattina, quando siamo in ritardo, per spronarla a vestirsi in fretta le dico di stabilire un nuovo record…)

Come sei simile a Mamma?

Non lo so.

Come sei diverso da Mamma?

Io ho la pelle scura e lei chiara.

Come sai che Mamma ti vuole bene?

Mi abbraccia sempre e io divento una schiava (????).

Qual è il posto preferito di Mamma? 

Il letto.

Buona festa della mamma anche a voi!

Sì sì, no no


C’è un poeta che più che ogni altro mi è caro. Si tratta di Konstantinos Kavafis. E’ comparso nella mia vita all’improvviso, misteriosamente come un amico specialissimo che mi ha regalato le sue poesie, prima di sparire in un’altra dimensione. Come lui, ha saputo stabilire con me una vicinanza difficile da razionalizzare. Però siccome le poesie da allora le ho sempre avute con me (a differenza dell’amico), le ho potute usare come lente per leggere alcuni passaggi della mia vita e della vita della mia anima. Mi piace anzi pensare che per questo mi siano state regalate.

Questo è un periodo di dubbi, di scelte e di non scelte. Ieri sera, improvvisamente, mi sono tornati in mente questi versi.

Arriva per taluni un giorno, un’ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora no,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

Mi fa sempre pensare, questo “giusto No”.  Può essere giusta una scelta che rovina per sempre? Giusta rispetto a cosa? Giusta moralmente? Ma non sembrerebbe neppure questo. Chi sente di essere nel giusto moralmente mi sembra di riconoscerlo nella descrizione di chi dice Sì, forte della “propria certezza” e della “stima” altrui. Oggi, per la prima volta, mi pare di capire che il No non è dettato dalla legge, dalla morale, dal bene più alto. Non è il No di Antigone. E’ piuttosto il No di chi è conscio dei propri limiti, che non riesce nemmeno a spiegarli e che si lascia guidare da altro (non sa nemmeno lui bene cosa). Non se ne pente, ma è indubbiamente una scelta più difficile.

Il gioco del telefono


Ricordo che una volta il mio professore all’Università raccontava che secondo lui ascoltare le conversazioni in tram era la prova provata che se non si conosce il contesto non c’è possibilità di decifrare alcunché di senso compiuto. La cosa mi è sempre parsa bizzarra, visto che lui di mestiere decifrava epigrafi frammentarie in lingue morte e pressoché sconosciute. Ricordo anche di aver pensato che la mia impressione era piuttosto l’opposto. A me le conversazioni in autobus apparivano il più delle volte autoesplicative, tanto facevano riferimento a situazioni standard che tutti abbiamo ben presente: lui, lei, l’altra, il capo, la madre, il marito, la prof…

Chi aveva ragione? Non saprei. A volte, per quanto possa sembrare insensato, me lo chiedo ancora. Me lo chiedo oggi ancor di più a proposito delle conversazioni sui social network. Non tanto le chat con  chi si conosce, ma l’ultima tendenza in cui sono stata travolta, i gruppi segreti (o al limite solo chiusi). Lì la difficoltà di decifrazione è massima, visto che non si conoscono tutti i componenti e talora si ha anche la pretesa di lanciarsi in conversazioni “di sostanza”. Allora serve un atto di fede: da i post da me scritti, letti in un ordine quasi impossibile per me da prevedere, i miei interlocutori riusciranno a seguire il senso di cosa intendevo (e viceversa). Considerando, peraltro, che manca tutto: il contesto, il tono di voce, il body language, spesso persino la conoscenza previa dell’interlocutore.

Mi rendo conto che tutti argomentiamo per allusioni (a letture, a esperienze pregresse, a convinzioni già condivise in passato). E’ certamente vero che con un po’ di prontezza e una media intelligenza si riesce a condurre conversazioni potenzialmente interessanti. Ma, fuori da scambi di informazioni neutre o tecniche e di battute di spirito, il più resta nell’ombra dell’indecifrabile. Magari il mio professore non aveva tutti i torti.

Dilemmi giuridici al Palatino


Oggi, alla biglietteria del Palatino, mi è successo un fatto curioso, che mi ha messo – come si suol dire – la pulce nell’orecchio. Chiedevo un biglietto intero per me e uno gratuito, per Meryem (in quanto minore di 18 anni). “Posso vedere un suo documento?” “Suo di chi? Della bambina?” “No, signora. Suo”. “Certo. Posso sapere perché?” (non penserà mica che abbia meno di 18 anni anche io?). “Certo. Devo solo verificare la sua nazionalità”. Vedendomi allibita continua: “I minori entrano gratis solo se sono cittadini dell’Unione Europea”. Sarebbe interessante capire quale nazionalità mi aveva attribuito la signorina (non c’era neanche Nizam). Ma poi le rotelline del mio cervello hanno continuato a girare. E quindi? Un bambino extracomunitario, quale che sia la sua età, paga intero?

Non so se l’intento sia quello di spennare il turista americano e giapponese o, forse, di scoraggiare eccessive marmaglie di ragazzini (ma perché solo gli extracomunitari). Ame il pensiero è andato immediatamente ai tanti cittadini di Paesi terzi che risiedono in Italia senza esserne cittadini. I loro figli vanno a scuola, talora sono nati qui. Perché mai dovrebbero essere discriminati rispetto ai coetanei italiani, proprio nell’accesso ai siti archeologici e ai luoghi di cultura? Mi pareva una discriminazione bella e buona.

Stasera ho approfondito la questione e credo di poter dire che le spiegazioni della signorina in biglietteria erano un po’ sbrigative. Vi offro quindi un piccolo compendio di cosa prescrivono in questo senso i regolamenti dei siti romani (hai visto mai che veniate in gita a Roma con un gruppo di bimbi sudanesi….). Intanto vanno distinti i musei e siti archeologici del Comune da quelli dello Stato. I primi (ad es.: Musei Capitolini, Ara Pacis, Mercati di Traiano, MACRO…) prevedono che sotto i 6 anni tutti entrino gratis e che tra i 6 e i 18 (e sopra i 65) la gratuità sia limitata ai residenti del Comune di Roma. Questa limitazione, a guardar bene, è di fatto più democratica, perché distingue turista occasonale da residente, ma non discrimina in base alla cittadinanza: lo studente delle elementari egiziano usufruirebbe tranquillamente della gratuità. Invece i siti statali (dall’Appia Antica, al Colosseo, dai Fori alla Galleria Borghese…) prevedono appunto la gratuità da 0 a 18 (e sopra i 65) per i cittadini europei. Ma attenzione: la stessa gratuità vale per i cittadini di Paesi non comunitari a “condizione di reciprocità. E che vuol dire? L’allegato del sito Roma Pass comprende solo quattro Paesi che rientrano in tale fattispecie e, precisamente: Svizzera, Norvegia, Liechtenstein e Islanda. Però secondo il sito del Ministero degli Affari Esteri ci sono dei casi in cui non è necessario verificare le condizioni di reciprocità:

In base al Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 [che poi altro non è che il Testo Unico sull’Immigrazione] sono parificati ai cittadini italiani e, dunque, dispensati dalla verifica della condizione di reciprocità:

  • i cittadini (persone fisiche o giuridiche) degli Stati membri dell’UE nonché i cittadini dei Paesi SEE (Islanda, Liechtenstein e Norvegia); [e fin qui ci siamo]
  • i cittadini extracomunitari che soggiornino in territorio italiano e siano titolari della carta di soggiorno o di un regolare permesso di soggiorno rilasciato per motivi di lavoro subordinato, di lavoro autonomo, per l’esercizio di un’impresa individuale, per motivi di famiglia, per motivi umanitari e per motivi di studio;
  • gli apolidi residenti in Italia da almeno 3 anni;
  • i rifugiati residenti da almeno 3 anni. 
A parte la bizzarria della residenza minima di tre anni per i rifugiati, che parrebbe stranamente penalizzarli rispetto ai migranti economici, il mio “problema” – se l’interpretazione fosse questa – parrebbe superato:  i figli minori di un cittadino extracomunitario regolarmente residente non dovrebbero avere problemi in biglietteria. Speriamo solo che tutti i bigliettai lo sappiano…
P.S. Che poi queste magari vi sembrano e sono minuzie. Però vi segnalo che oggi e domani (6-7 maggio) ben più clamorosa sarà l’esclusione. Per le elezioni amministrative in molti comuni italiani non tutti possono votare.
Sono i 3.235.497 cittadini stranieri non comunitari, pari al 5,3% della popolazione, che risiedono stabilmente nel nostro paese ma non sono rappresentati nelle giunte locali che governano le città nelle quali vivono, studiano, lavorano contribuendo al loro sviluppo economico e sociale: sono infatti ancora prive del diritto di voto amministrativo. Su questo vi invito a seguire la Campagna nazionale “L’Italia sono anche io”, che ha già presentato in Parlamento una proposta di legge di riforma della cittadinanza supportata da 200 mila firme…

Il parrucchiere al tempo di Groupon


Fin dall’infanzia e per moltissimi anni ho frequentato lo stesso parrucchiere. Quello che, in quinta elementare, mi tagliò le trecce. Senza essere mai stata particolarmente coinvolta dalla cura dei capelli, la visita da M. (o, come amava chiamarlo mio padre, “il servile M.”) era un rituale rassicurante, che non mi richiedeva alcuna partecipazione da parte mia e scorreva via piacevole, secondo binari definiti. Lui giocava ad essere molto gratificato dai miei tagli, io gli lasciavo fare con sublime indifferenza. Il massimo della trasgressione è stato un paio di ciocche blu (diventate poi verdi al secondo lavaggio). Ma arriva il momento in cui si lascia l’ambiente familiare: dopo l’ultima ristrutturazione, con subentro della figlia del titolare, quella modalità ben oliata è finita per sempre. Da allora, sono andata a tentativi.

Poi è arrivato Groupon. Mi sono fatta tentare. Il mio rapporto con il parrucchiere è diventato occasionale e mercenario già di suo. Perché allora non osare, a fronte di un risparmio non disprezzabile? Allora l’ho fatto, ho acquistato un coupon, ho prenotato. Oggi, all’ora x, facevo il mio ingresso in un salone nel cuore di Trastevere.

Mi ha accolto un personaggio che sembrava uscito da un cartone giapponese, tipo Mila e Shiro, Hello Spank o Kiss me Licia. Capello gonfio con volumi che non ricordavo dagli anni Ottanta, baffetti biondi, colpi di sole, camicia viola luccicante a righine riflettenti. Dal nome del luogo, originalissima composizione dei nomi propri dei due soci, apprendo che si tratta del primo dei due titolari. Mi tratta con squisita cordialità, chiamandomi insistentemente per nome. Procediamo. Chiedo un taglio deciso, spiego (se ce ne fosse bisogno) la mia necessità di tenere la manutenzione al minimo. Scoprirò che questo, unito al dettaglio che non mi trucco, lo porterà a stabilire che ho bisogno di qualcosa che mi renda meno anonima, nella fattispecie il colore. Ma ancora non lo so. Inizia a tagliare. Io intanto mi guardo intorno e il mio pensiero corre a Tabatha Mani di Forbice: il caos regna sovrano un po’ ovunque. Tagliando qua e là, lui azzarda una conversazione: inizia con il classico “che lavoro fa”, che però ci porta a un vicolo cieco di imbarazzo e esitazione. “Certo che ne deve vedere lei, di fuori di testa”, osserva garrulo lui. “Sì, specialmente politici e funzionari ministeriali”, chioso io. Per fortuna arriva una cliente abituale e la conversazione si incanala su toni più congrui alle pareti fucsia: il fascino di Johnny Depp, “un vero trasformista”, commenti pungenti sui “vips” nostrani, persino qualche imitazione (di Valeria Marini che vende la sua lingerie “aperta davanti e aperta dietro”, per la precisione).

Il lavoro procede e la sensazione di un certo grado di improvvisazione non mi abbandona. Le cartine volano per terra tre volte, mi arriva persino uno schizzo di riflessante sulla manica. Si procede per la realizzazione di questo “taglio disconnesso”, nel tentativo di accrescere la mia personalità. Io taccio, cercando di restare sorridente. A quel punto il nostro mi stupisce ancora: “Scommetto che ora sei curiosissima del risultato”, mi dice, passando al “tu”. E aggiunge: “Perché lo sento che ci sono pensieri che si muovono qua sotto. Sai, io sono un sensitivo. In senso buono, eh?”. Intanto il socio, che – come tengono a specificare non è parrucchiere – offre caffè aromatizzato al limone e ai frutti di bosco alle clienti più affezionate. A me, fortunatamente, ne tocca uno normale. Arriva un cliente che chiede un appuntamento per la sorella (“Stiamo organizzando un toga party…”) e una che vuole un’acconciatura che le permetta però di lavorare un paio d’ore nella cucina di un ristorante senza sgualcirsi (forse una parrucca?).

Et voila. Tra un’assurdità e l’altra, ci siamo. Taglio minimo sindacale, al limite della spuntatura e guizzo di colore, nei toni del rosso tiziano (ah, Nancy Drew…), che a dire il vero a tratti tende al fragola. L’amica fashion mi dice che sono molto sixties. In effetti anche la vestaglia che lo indossavo lo era. Questo fa pensare che la cosa fosse premeditata, nonostante le apparenze.

Comunque, eccomi qua…

Metafore


Nell’ultima settimana mi sono trovata invischiata in molti rimuginamenti, miei e altrui, che girano attorno a uno stesso concetto: nella vita ci sono momenti in cui si percepisce la necessità di rimarcare un passaggio, accettandolo oppure, eventualmente, creandone uno dal nulla. Ho sentito parlare e ho parlato di capitoli che si chiudono, di pagine da cambiare – al punto da sospettare, come ho pure letto su Facebook, di dover proprio riporre il libro e iniziarne un altro. Certe volte questi discorsi facevano riferimento all’età, quei forse ingiustamente famosi 40, che certamente non sono più i 20 e che in qualche modo sono qualitativamente diversi anche dai 30. Nel mezzo del cammin di nostra vita, in un certo senso. E ancora, intraprendere strade nuove, raccogliere quelle che si è seminato, e così via, di metafora scontata in metafora scontata.

Una cosa è sicura: da queste parti il dubbio, l’insoddisfazione e l’impazienza si tagliano a fette. Ripenso a un romanzo che mi piace molto, Chocolat, e l’irrequieto vento del nord, che non era mai soddisfatto. “Tuttavia il vento irrequieto del Nord non era ancora soddisfatto.
Il vento parlò a Vianne di paesei ancora da visitare, di amici bisognosi ancora da scoprire, di battaglie ancora da combattere…”. Che poi, a pensarci bene, questo vento che chiudeva fasi c’era anche nel libro magico della mia infanzia, Mary Poppins (libro, libro: molto più ricco, ombroso e misterioso del solare film disneyano). Di quando in quando, nonostante le mie scelte relativamente prudenti e poco coraggiose, mi torna la voglia prepotente di mandare tutto all’aria e provare di nuovo. Come può convivere questo con una figlia? Sarà per questo che Chocolat mi affascina e mi strazia allo stesso tempo? Il vento, che per me è quello esagerato e violento di Tinos, in genere me lo immagino mentre mi sospinge via, sola.  Come la mettiamo?

Io non sono come te


Il giovedì non mi mette, solitamente, di buon umore. Il giovedì mi tocca riprendere Meryem a pattinaggio. Che madre scioperata e anaffettiva, direte voi. Ho delle attenuanti. Il pattinaggio ha sede in un oratorio del quartiere, l’incarnazione – oserei dire – del luogo comune sugli oratori: un po’ sfigato, con scritte e murales fintamente accattivanti sui muri, gremito di ragazzini dediti al calcetto. Ma, soprattutto, presidiato da tate e da nonne. Per uscirne vivi bisogna avere fisico temprato e know how. Tata Silvana si destreggia meglio dei preti polacchi. Io mi trovo vittima di attacchi di orticaria dopo un soggiorno di alcune decine di secondi.

Lo schema è immancabilmente il solito. Meryem finisce la lezione – durante la quale ha alternativamente interpretato la parte della povera bimba stremata e dell’efferato torturatore di allenatrici – e comincia la litania. “Mi posso fermare cinque minuti a giocare?”. Onestamente l’unica risposta sensata sarebbe NO. Sono carica come un mulo, devo passare a fare la spesa, devo portare me stessa e lei a casa superando la prova impari dell’autobus che passa solo quando lo dice lui. Ora però il mio argomento principale, il buio, è venuto meno. Quindi vacillo pericolosamente. Oggi, mentre vacillavo, mi ha affiancato una nonna. E’ stato teorizzato in sede autorevole che le mamme del parco non esistono. Le nonne dell’oratorio, però, esistono eccome. Sospira, rivolta alla nipotina. “Eh, Genoveffa, se Meryem proprio non si può fermare, ti toccherà giocare da sola…”. Scricchiolo. La nonna non demorde: “Ma neanche cinque minuti? Guardi che bel sole…”. Ringhiando mi accascio polemicamente su una panchina, circondata di pacchi e fardelli di forma varia. “Vabbè, cinque minuti…”, concedo, emettendo fumo nero dalle nari. Lei, la nonna, mi guarda con una certa schifata degnazione. Fa per aggiungere qualcosa, ma probabilmente le saette che guizzano dalle mie pupille la scoraggiano.

No, cara nonna giovane, con la maglia di tinta vivace e i capelli permanentati di fresco, è inutile che cerchi di socializzare. Non abbiamo nulla in comune e non farò finta che sia così. Tu a una cert’ora recapiti una bambina a casa, dove la attende una cena probabilmente non preparata da te. Tu non sei stata in ufficio a subire ispezioni burocratiche che passavano al microscopio una fetta della tua vita senza neppure il riguardo di riconoscere l’assurdità della procedure davanti a circostanze come quelle che abbiamo vissuto la settimana scorsa. Tu non dovrai fare i conti con le discese e le salite, con i piagnistei, con la fatica tua e quella di una bambina che in fin dei conti non fa che trottare, anche lei, dalle prime luci dell’alba. A dirla tutta, non ho nessuna voglia di socializzare in assoluto e forse è questo che mi fa stridere in questo cortile, dove tutti spettegolano giovialmente e si scambiano merendine fatte in casa.

Meryem gioca con l’amichetta, io piano piano sbollisco. La nonna non mi calcola più e io mi ricompongo. Ripiglio le redini del mio mostro interiore e della mia bambina esteriore. In un rigurgito di senso di colpa, prometto dolcetti al cioccolato autoprodotti per la serata. E mi toccherà pure mantenere la promessa.

Peppa è già parte della nostra vita (ahimè)


L’ultimo pacco della Universal conteneva una incredibile borsa dell’acqua calda a forma di stivale e un dvd dell’Universal Miniclub con 10 episodi di Peppa Pig. Sospiro. Peppa Pig è una vecchia conoscenza per Meryem e me. Abbiamo visto e rivisto episodi su Rai Yoyo e persino su Youtube (in varie lingue). Vi offro una breve rassegna delle principali influenze che il porcellino britannico ha sulle nostre vite:

1) Saltare su e giù nelle pozzanghere di fango. Per fortuna è sempre chiaro, anche dai cartoni, che è necessario indossare stivali di gomma per dedicarsi a questo divertimento che, a detta della famiglia Pig, piace a proprio a tutto. Certo che poi, quando per caso si trova a indossarli, nulla la trattiene… (ma ci sono blogger più celebri di me che hanno lo stesso problema).

2) L’uovo alla coque. Meryem dopo averlo visto mangiare da Peppa e George lo pretende. Mi ha detto bene. Già le frittelle attaccate sul soffitto mi avrebbero messo maggiormente in difficoltà.

3) La canzoncina della stella polare. Mi perseguita da quasi due anni. “Luccica, luccica…”. Non c’è verso di trovarsi in macchina, in tram o a piedi al calar delle tenebre senza che la Guerrigliera parta a squarciagola con questa melodia fortemente evocativa.

Probabilmente ci sono altri elementi, che ora rimuovo. Io invece, tutte le volte che mi trovo davanti a un cartone di Pepa Pig, mi chiedo: ma la signora Coniglio è una persona così inaffidabile da perdere il lavoro a ogni episodio? Il suo caso andrebbe segnalato al sindacato. L’ho vista vendere gelati, fare la bigliettaia al museo, vendere palloncini, fare la truccabimbi alle feste (ma sa fare solo il trucco da tigre, qui forse si capisce che sia stata defenestrata), guidare treni e pullman per le gite scolastiche, fare la pompiera volontaria, persino gestire uno sfasciacarrozze. Alla faccia della flessibilità. Gli altri personaggi, viceversa, sembrano avere dei posti fissi: il signor Zebra fa il postino, nonno Cane guida il carroattrezzi, il signor Volpe fa il piazzista porta a porta (vabbè, lui è piuttosto un libero imprenditore, diciamo). Il signor Pig lavora in ufficio, mentre la signora Pig, mamma moderna, lavora da casa con il computer. Non si capisce bene che tipo di telelavoro sia: apparentemente scrive lettere e poi le stampa faticosamente con una stampante a aghi (l’unica rimasta sulla terra, probabilmente) che fa un chiasso indiavolato. Mandare una mail no?

Ma sto divagando. Meryem ha salutato con entusiasmo la sua amichetta storica. Chissà che faccia farà quando vedrà lo stivale del Gatto con gli Stivali, che per ora ho lasciato in ufficio.

Eureka!


Disclaimer: questo è un post di servizio e un po’ tanto donnesco.

La questione mi era sempre stata posta nei termini sbagliati: anche nei post più dotti e illuminati, come questo, ogni volta che si parlava dell’uso  dell’oggettino caliciforme detto coppetta, lo trovavo abbinato ad altri ecologici ammennicoli qualificati come “lavabili”, fossero essi pannolini o assorbenti. Vi confesso che la mia coscienza ecologica cozza violentemente contro la mia a-casalinghitudine. Lavare più di quanto normalmente la sopravvivenza mi costringa già a lavare? No, grazie. La mia abnegazione non solo non arriva a tanto, ma non ci si avvicina nemmeno.

Poi, potenza dei social network, mi sono trovata non so come (cioè, lo so benissimo, ma un po’ mi sono sentita travolta lo stesso) in un gruppo su Facebook in cui i toni erano ben altri. Cioè, va benissimo il verdino della coscienza ecologica. Ma ho trovato una gamma di tinte ben più ampie: dal prugna fashion, al glitterato… Scherzi e futilità a parte, due sono stati gli elementi aggiuntivi che mi hanno portato a considerare per la prima volta la possibilità di convertirmi alla coppetta: il risparmio (mica da ridere) e, soprattutto, la comodità. Insomma, non avevo mai immaginato che questa alternativa potesse essere molto più pratica della tradizionale. Ma quando dico molto, intendo proprio molto. Ora che l’ho provato, posso testimoniarlo direttamente.

Quindi capisco che l’argomento si presti a una certa comicità, come insegna la brava Littizzetto (forse ricorderete un suo storico intervento sul tema) e, più di recente, la mitica Elasti e l’estroso Queen Father. Ridiamoci pure su, possibilmente entro i limiti del buon gusto. Però, donne, non limitatevi a ridacchiare e a fare le spallucce. E’ un’alternativa, caspita se lo è. Tanto da indurmi a fare un pensierino malevolo: perché non l’ho mai vista pubblicizzare? E non ditemi che l’argomento non si presta, perché pannolini, tamponi, assorbenti di ogni forma e dimensione, leggeri come petali e impalpabili come batuffoli ci tengono compagnia costantemente dagli schermi, attraverso le più ardite metafore. Si pubblicizzano i medicinali per la diarrea e le colle per le dentiere, per non parlare della carta igenica (anch’essa solitamente non mostrata nel suo uso più proprio). Sarà mica perché questa costa una ventina di euro e poi non compri più nulla?