Penso di poter dire, senza tema di errore, che gli scorsi dieci giorni sono stati il periodo a più alta densità di conflitti che io sia in grado di ricordare. Non tutti mi coinvolgevano direttamente, quindi mi è stato possibile fare un tentativo di guardarli anche, per così dire, dall'esterno (oltre a straziarmi le viscere di rabbia, dispiacere e ansia, come è più consono al mio temperamento). Non per nulla sono stata messa a bagno una settimana in terra svedese. Self control, distacco e lunghi silenzi di disapprovazione. Sì, vabbè. Magari in Svezia.
Ricapitolando i vari fronti che hanno attirato la mia attenzione, prendiamo come riferimento temporale il mio recente viaggio. Fin dal pre-Uppsala potevo vantare un bel conflitto familiare sedimentato e strascicato, che ancora oggi giace lì un po' ingarbugliato sotto un tappeto. E per una volta non mi va affatto di affrontarlo. E' grave, dottore?
A Uppsala, in contesto squisitamente professionale, si è sentita un po' la mancanza delle risse che si scatenano due volte l'anno in analoghe riunioni. Stavolta è prevasa una distaccata ironia, accompagnata dalla consapevolezza che su certe questioni l'accordo tra tutti gli uffici europei probabilmente non lo raggiungeremo mai. Abbiamo adottato dunque una soluzione che ci accomuna al Consiglio d'Europa: basso profilo, minimo sindacale e grande enfasi sulle questioni più irrilevanti. Non ho perso la mia fama di "combattente", anche se a dire il vero ho avuto molte distrazioni che mi hanno impedito di essere incisiva e gesticolante come solitamente mi vedono. Qualche scricchiolio si è avvertito dopo la visita al centro di detenzione svedese, che merita una trattazione a parte. Qualcuno ricorderà il mio post vibrante indignazione dopo la visita a Malta, ai primi di ottobre dello scorso anno. Ecco, in quel caso reagire era più facile. Ma davanti a un luogo in cui regnano trasparenza, civiltà, rispetto e persino valorizzazione delle diverse culture, le contraddizioni più profonde del sistema emergono con chiarezza estrema. C'è davvero un modo gentile e umano di rimandare qualcuno in Somalia, in Afghanistan o in un altro Paese di origine per fuggire da quale l'interessato ha rischiato ripetutamente la vita? Una frase mi è rimasta scolpita nella mente: "No, per carità, i bambini in detenzione no. E comunque mai oltre le 72 ore. E no, certo che non li separiamo mai dalla madre, ci mancherebbe. Come facciamo? Beh, compriamo il biglietto aereo in anticipo, così riusciamo a farli partire prima di doverli trattenere". Cioè, in pratica, per non dar loro il trauma di stare 72 ore in un centro meravigliosamente arredato, con ogni genere di attività ricreativa e tv ultimo modello, ci sbrighiamo a rimandare tutta la famigliola in Afghaistan così stanno più tranquilli. E stiamo più tranquilli anche noi. Ora, da un certo punto di vista, gli svedesi non sbagliano formalmente nulla. E si piazzano, da un certo punto di vista, qualche chilometro avanti a noi quanto a civiltà, trasparenza, democrazia. Resta però il fatto che è il sistema in sé, intendo quello mondiale, che è molto lontano dalla giustizia. Non si può che apprezzare il lodevole tentativo di darsi delle regole e di rispettarle tentando in ogni modo di non perdere l'umana dignità in questi passaggi (cosa che certo non si può dire del nostro Paese, tanto per non andare lontani). Ma il conflitto c'è: quello tra i migranti respinti e i cordialissimi e gentilissimi funzionari dell'immigrazione, che sono pronti ad offrire loro qualunque cosa (dalla sala di preghiera all'hoolahop) eccetto la libertà di costruirsi la vita in un Paese civile, sicuro e libero; ma anche quello interiore, molto percepibile, di quelli che operano nella migliore buona fede in questo sistema e devono interpretare due ruoli francamente poco compatibili tra loro, quello del "poliziotto" e quello dell'assistente sociale. E noi, che pensiamo di tutto ciò? Dopo anni che diciamo "ovviamente siamo contrari alla detenzione dei migranti, ma almeno lottiamo per migliorare le condizioni e le modalità", ci siamo trovati davanti quello che per la maggior parte dei nostri Paesi sarebbe un ideale difficilmente raggiungibile. Ma ci piace? Francamente no. Non ci piace affatto. Forse – eresia – ci piace persino di più che il poliziotto non sia gentile e curioso di conoscere la tua cultura, se alla fine ti metterà alla porta. E' maledettamente complicato.
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Una mezzora dopo l’altra
Immaginate una sera di ansia. Che probabilmente non sarà nemmeno l'ultima. Che segue una giornata di puro stress, di spiacevoli sorprese, di adrenalina mista a scoramento. Una brutta sera. In primo luogo, sono abbastanza felice di essere impedita in cucina e di avere, come sempre, la dispensa relativamente vuota (non ho neanche il latte per la colazione di domani, per dire). Altrimenti mi sarei già cucinata tutti i confort food dell'universo. Dai tacos al tiramisù. Non ce la faccio a stare a dieta, ma almeno non posso eccedere più che tanto.
Non mi dispiace neanche di non poter uscire, visto che Meryem dorme nel suo lettino. Credo che qui sia il posto più saggio in cui io possa stare, anche se probabilmente non il più utile. Forse sarebbe bene spiaccicarsi davanti alla televisione, visto che ho in lettura un cruento e macabro giallo di ambientazione partenopea che non concilia il rilassamento. Del resto, scartato NCIS, mi resta ben poco di attraente. Il Boss delle Torte? Temo che non funzioni neanche questo.
La mia vita non è noiosa. Spesso mi compiaccio delle sue complicazioni. Ma certe volte, credetemi, desidererei molto una tranquilla routine. Qualcosa di meno esotico, se capite cosa intendo. Una vita in cui la principale preoccupazione sia trovare un buon idraulico (cosa che peraltro rimando da oltre un mese). Non ci credete? Forse fate bene, stasera non sono del tutto attendibile. Al momento in effetti ambisco solo a far passare questo maledetto tempo, una mezzora dopo l'altra.
Parlare di trascendente senza trascendere
Oggi è stato pubblicato un guestpost che avevo scritto giorni fa per Genitori Crescono. Confesso che sono un po' perplessa per la piega che ha preso la discussione, tanto che mi sono chiesta come mai questa volta mi pare di non essere riuscita a comunicare quasi per nulla i punti che mi stavano a cuore. Sono stata accusata persino di intolleranza grave e sono sinceramente cascata dalle nuvole, su cui forse mi ero addentrata eccessivamente. Riflettendoci, credo che abbiano giocato due fattori. Da un lato, il tema mi sta a cuore parecchio. Ci ho pensato a più riprese in momenti diversi della mia vita, coinvolge molti miei interessi culturali e emotivi, per cui forse tendo a dare troppe cose per scontate. Dall'altro lato, però, vedo che parlare di religione mette molti genitori a disagio, a prescindere. Notavo, in una discussione collaterale, il commento di un padre: "la religione mi sembra una cosa troppo seria per raccontarla a bambini in età fra 3 e 5 anni due ore alla settimana". Mi ha colpito molto. Mi sono chiesta di quale altro argomento lo penseremmo. Qui ovviamentesi sovrappone la questione scuola, che è tuttaltro che facile e che ha ovviamente messo in crisi anche me (non solo per la religione, a dire il vero): chi è la persona deputata a parlarne ai bambini? come lo fa? lo farà come lo farei io, ovvero rispettando almeno le basi di un'impostazione che ritengo accettabile? Ebbene, questo è un problema eterno della scuola. No, probabilmente no. La delega in questo caso è particolarmente scomoda e la percepiamo addirittura come pericolosa, potenzialmente traviante.
Mi sembra quindi di poter dire, abbastanza serenamente, che noi percepiamo la religione come tema particolarmente sensibile. E questo è tanto più vero quanto più i genitori hanno deciso di rinnegare l'educazione religiosa a suo tempo ricevuta. In un certo senso, questo mi pare ovvio e logico. Però è vero anche l'opposto. Conosco chi, ad esempio, essendo convintamente credente e praticante, "non si fida" di far fare religione a scuola ai figli, per un motivo simile: non poter essere sicuri dell'informazione che viene data, della sua "correttezza" o aderenza alle proprie convinzioni personali. Controllo, mi pare in entrambi casi il concetto base. Timore che i bambini possano essere influenzabili (si parla spesso di "lavaggio del cervello") e quindi avviati in una direzione diversa da quella che abbiamo pensato. Qui in genere si inserisce l'argomento già menzionato: l'importanza, la difficoltà di questo tema.
E' a questo punto del ragionamento che qualcosa non mi torna. Ma la religione è davvero così importante nelle nostre vite? Pensiamo davvero di dedicare più di due ore a settimana a parlare ai nostri figli di questi temi, comunque li si intenda? Non sarà che saremmo più a nostro agio se non se ne parlasse affatto?
Perché a questo punto il problema è più complicato di quello che mi sembrava in un primo momento e mi suscita due riflessioni. La prima è che, comunque la vediamo, noi sentiamo la nostra identità personale fortemente marcata dalla religione, o dalla non religione. Azzarderei a dire più che in passato, forse anche a causa di percorsi personali più o meno dolorosi e incasinati delle persone della mia generazione o giù di lì. Il che, evidentemente, non ci semplifica affatto la vita quando si tratta di rapportarci con gli altrie tanto meno con familiari e figli. Perché questa marchiatura appare tutt'altro che serena, almeno a giudicare dal tenore e dalla natura dei commenti che fanno capolino qua e là quando si toccano questi temi: discriminazione, pericolo, plagio, rischio, sono le parole frequentemente usate.
La seconda riflessione è che mi pare che alcuni ritengano che se ai bambini non parliamo di religione, loro non saranno condizionati e si avvieranno verso un ateismo sereno quanto e più del nostro (nel caso siamo atei, ovviamente). Mi pare una prospettiva utopica e poco realistica. Intanto perché immaginare che nessuno in una società variegata e complicata come quelle in cui viviamo tocchi l'argomento con i nostri figli mi pare un'ingenuità. E poi perché (ma questa è la mia personale impressione) le domande dei bambini spesso ti spingono su un terreno su cui, se vuoi essere sincero, qualche volo pindarico oltre il mero tangibile potresti essere portato a farlo. E se decidi di non farlo è una scelta precisa di disciplina personale. Già sento i mormorii. No, non vi risentite. E' che i bambini sanno essere così concreti e poetici davanti alle domande della vita che a me pare che certe volte rispondere a suon di sola realtà materiale sia riduttivo. Però ok, questo è davvero un problema mio, quindi se avete fatto obiezione la vostra obiezione è accolta.
Forse capire come la pensiamo davvero su questi temi è più impegnativo e potenzialmente frustrante di compiacerci di quanto siamo illuminati in tema di multiculturalità (ma attenzione: da quel discorso le religioni non si possono proprio tenere fuori…) o di omosessualità. Però io credo davvero che se siamo convinti di qualcosa sia quello, e non altro, che dovremmo insegnare ai nostri figli. Parlargli con convinzione della nostra fede (o non fede), per poi lasciare che ascoltino fin da piccoli anche tutte le altre campane. Tutte quelle che la vita porrà loro davanti. Abbiamo paura che sentano qualcosa che li attrae di più, ma che riteniamo sbagliato? Vorrà dire che glielo confuteremo. Come ci comportiamo con la pubblicità che non approviamo? Così faremo (anzi, in questo caso lasciatemi dire "farete") con la religione. E se da piccoli fossero fuorviati, crescendo capiranno meglio come la pensiamo e saranno liberi di relazionarsi con noi e con gli altri. Non fare l'ora di religione a scuola, così come non iscriverli a catechismo, fa parte delle nostre scelte educative. Facciamolo serenamente, se e quando ci pare il caso. L'importante è che ognuno trovi una sua verità davanti a se stesso, per poter essere un genitore onesto. Verità provvisoria, articolata, complessa fino alla contraddizione (come la mia) oppure incrollabile e non negoziabile. Non importa. Ma fare la fatica di definircela temo che rientri nei nostri doveri di genitori. Proprio perché è vero che è una questione importante e che impatta potenzialmente con la vita sociale e relazionale, nostra e dei nostri figli. Ma proprio per questo non deve essere un tabù.
Cul de sac
Un'altra manifestazione, un'altra serata di amarezza annunciata. Stavolta non ci avevo neanche pensato, a partecipare. Un po' per le mie perplessità, già più volta espresse, sulla natura un po' "annacquata" di queste manifestazioni. "Era un corteo pacifico, divertente…", commentava poco fa un manifestante. Io non credo che un corteo di massa, in un momento come questo, debba essere – come secondo aggettivo – divertente. Se diventa difficile distinguere una manifestazionedi indignazione dalla Maratona di Roma, c'è comunque qualcosa che non va. Purtroppo, di questi tempi, le manifestazioni si distinguono eccome. Questo è il secondo motivo per cui non ci vado, tanto meno con mia figlia. Il solito manipolo di facinorosi. Puntuale, organizzato, previdente, equipaggiato. Sempre, praticamente sempre impunito. Basta poco per svuotare anche i commenti dopo di qualunque contenuto. Tutti, dopo, sono capaci di condannare quei pochi violenti. Persino di deplorare che una manifestazione così "bella" sia stata rovinata. Ma "bella" in che senso? Come può essere che tutte le parti politiche definiscano "bella" una manifestazione del genere? Può essere perché non vuol dire più nulla. E' una bella passeggiata di tanti cittadini, menzionata sono come contrapposta a ciò che fa notizia: le violenze.
Stasera mi viene da pensare che per cambiare le cose non si può confidare, al momento, nel Parlamento, dove ogni voto ha un prezzo, alla portata di qualunque mascalzone. Non si può confidare nella piazza, perché è evidente che qualcuno sbarra anche quella via. Sarà solo l'incapacità tutta italiana di gestire una protesta? La sistematicità del tutto me ne fa dubitare, ma forse sono vittima della teoria del complotto sempre in agguato in questo Paese. Ma allora, in pratica, cosa resta da fare? Servirebbero davvero una grande furbizia e creatività per scrollarsi di dosso questa cappa. Non sono virtù di massa, ahimè. E la massa, se vogliamo la democrazia, serve. Siamo in un vicolo cieco?
Momcamp, the day after
Come è andata? Bene, benissimo. Ma siccome il piacere di vedere o rivedere delle amiche real-virtuali, la sensazione della gita scolastica, la sorpresa di scoprire che Veronica è una speaker radiofonica nata e via elencando non sono comunque, alla fin fine, l'esclusivo motivo di un invesimento di tempo e di soldi, beh, diciamo anche altro. Diciamo che i contenuti volevo sentirli, e infatti c'erano. Alcuni mi sono più congeniali, altri leggermente più distanti, ma certo non mancavano. Idee, progetti, denunce, confessioni. Una galleria travolgente. Forse un po' troppo travolgente.
Mi spiego meglio. La mia ammirazione per Iolanda & Co. sale ogni volta che la incontro. Tempi serrati, organizzazione adeguata, buffet ottimo e abbondante. Meglio di così, umanamente, non si può fare. Tuttavia sono certa che a noi blogger, ingolosite da tanta grazia di Dio, è mancata soprattutto la facoltà di commentare. O almeno di farlo seduta stante. Perché no, decisamente, noi non lurkiamo (come ho imparato a dire anche io). Le statistiche ci danno ragione: leggere, o sentire, non ci basta mica. E al Momcamp lo spazio per il dibattito proprio non c'è. E anche se ci fosse, non basterebbe mai e forse non sarebbe adeguato come modalità (alzare la mano, lì in pubblico, alzarsi in una platea da convegno…). E allora? E allora il bello comincia ora, secondo me. Parliamone dove ci viene meglio parlarne: qui in rete.
Immagino che il blog del Momcamp potrebbe servire ottimamente proprio a questo, ma io intanto io qualcosina sul mio intervento l'ho già scritta nello scorso post. Mi riprometto di scrivere ciò che penso anche su qualche altro intervento, così da avviare qualche conversazione. E se le aggregassimo poi in un bel blogstorming speciale, sempre che Genitori Crescono lo consenta? Ci sono tante cose che ci sono rimaste sulla punta della lingua, ne sono sicura. La mancanza di discussione è ciò che più ha ucciso i convegni accademici, rendendoli una sfilata grottesca di performance fini a se stesse. Ma per noi non è così. Noi siamo blogger, ragazze!
Domani, al Momcamp…
Cosa dirò domani, al Momcamp? No, non ho fatto le slide. Le slide le uso per presentare i progetti al lavoro, quando voglio incalzare chi ascolta, stare nei tempi e dare l'idea di essere efficiente. Nei tempi ci starò anche domani, ci mancherebbe. Ma non vado a presentare un progetto, quindi le slide non ci stanno bene. Vado piuttosto a condividere dei pensieri, delle riflessioni, che nascono dalle mie reazioni, come persona (donna, cittadina, mamma, etc) e come professionista, all'esperienza multiforme della rete. E no, il tempo non mi basterà. Ma io spero che sia solo un inizio di conversazione. Il problema,mi direte, sarà dire le cose "giuste". Selezionarle bene. Io una scaletta me la sono fatta, ma non mi fido molto: a volte divago, magari sarò deconcentrata, rimbecillita, gasata dalle 24 ore di libertà assoluta. Mi sento un po' come quando, libera e senza pensieri, me ne andavo ai convegni universitari (ve l'ho detto che divago).
E allora fermo qui alcuni punti, così poi sarà più facile tornarci sopra, dopo. Il titolo che ho scelto è "Mamme social e impegno sociale: possibili contaminazioni?". Ora, sulle mamme social, per quanto brutta sia la definizione, non temo equivoci o fraintendimenti di sorta. Sull'impegno sociale sì. Dovrò sprecare qualche battuta per dire cosa NON intendo per "impegno sociale" (arbitrariamente, si intende): non beneficenza, non adesione virtuale a una causa, niente che si esaurisca in un click o che possa essere delegato ad altri.
Mi sembra che, rispetto ad altri temi presenti in rete, il sociale sia rimasto diversi passi indietro rispetto ad altri (come ad esempio le questioni legate all'educazione, o alla tutela dell'ambiente). Siamo ancora a un utilizzo puerile e primordiale delle potenzialità della rete in questo senso e a un'informazione approssimativa e poco esauriente. E perché questo dovrebbe interessare a delle mamme? Perché il futuro dei nostri figli ci riguarda. Ci riguarda la loro educazione. Ci riguarda molto da vicino lo sviluppo delle società dove vivranno. Ecco perché credo che un passo avanti in questo senso serva, molto.
Mi interessano soprattutto tre dimensioni, intrecciate e interconnesse, su cui spero di riuscire a soffermarmi brevemente: la dimensione informativa, quella educativa, quella "attiva". Io mi occupo di tematiche legate ai diritti umani, all'immigrazione, alla protezione internazionale. Gli esempi che farò partono dalla mia ristretta esperienza, professionale e personale. Non pretendo di essere esaustiva. Ma spero che molti altri possano dire la loro, a Milano e altrove.
Ascolto e conversazione
Disclaimer: Questa non è una vera recensione ed è un post molto ingarbugliato, scritto più per mettere ordine nelle mie idee in questo momento che per comunicare davvero un'idea. Tuttavia, se unite anche i vostri pensieri, magari mi aiutate a capire che penso. Conversiamone! 🙂
Oggi, mentre leggevo questo manualetto, mi sono fermata a pensare che il maggiore guadagno che ho avuto dalla frequentazione della rete sono state proprio le conversazioni e l'opportunità di rifletterci sopra, sia per i contenuti che per le modalità. Le conversazioni asincrone dei commenti sui blog, ma anche quelle dal vivo, gli incontri e le condivisioni di interessi. Di contro, mi sono resa conto che la mia vita a tratti è stata sorprendentemente povera di conversazioni. Nonostante l'apparente comunanza di interessi con chi frequentavo, i percorsi comuni, finiva che avevamo l'impressione di camminare sempre su strade già battute e ci dicevamo ben poco. L'unica sostanziale eccezione è stata l'esperienza degli Orientalisti, che almeno nei primi anni avrebbe avuto tutte le carte per diventare rivoluzionaria, creativa, produttiva. Poi però abbiamo fatto degli errori, io per prima. E sono stati in gran parte errori di comunicazione. Difetto di ascolto, pregiudizi, poca flessibilità. Se riguardo a quell'esperienza da una certa distanza, con il celebre senno del poi, posso attribuire questi errori al mio temperamento e alla mia immaturità, ma forse – soprattutto – al fatto che eravamo ancora troppo dentro gli schemi stantii del mondo accademico italiano. Sebbene pensassimo di rivoluzionarli, eravamo ancora troppo coinvolti da quelle modalità di rapporti e da quelle aspirazioni piccole, schematiche e poco promettenti. Oggi ho certamente meno vita sociale di prima, da un certo punto di vista. Ma negli ultimi due anni le mie interazioni e le mie conversazioni sono migliorate molto. Questo mi porta inevitabilmente a notare che invece in alcuni contesti, specialmente in famiglia (mia madre esclusa, almeno per alcuni aspetti) mi sento ancora molto poco ascoltata e, di contro, non sono capace di ascoltare. E' strano, ma i vincoli di sangue restano i più difficili da affrontare. Essere razionali in queste cose scivola troppo facilmente nell'essere poco spontanei, affettati, falsi. La famiglia mi pare ancora un obiettivo troppo ambizioso per le mie modeste doti di conversatrice. Quasi lo stesso posso dire delle mie due ex relazioni più passionali. Il pensiero di affrontarle di nuovo, o anche solo di riconsiderarle, mi fa tremare le vene dei polsi. Forse tra l'altro non è necessario che io lo faccia. Quale sarebbe esattamente il mio obiettivo, se decidessi di farlo? Forse solo dimostrare a me stessa che sono in grado e non mi pare motivo sufficiente, soprattutto se non sono in grado. Ma continuerò a rifletterci sopra.
Storie di famiglie – 2
A. è un paraculo. Faccia da schiaffi, simpatico, solare, estroverso. Una sagoma. Ancora parla malissimo italiano, ma non sta zitto un momento, gesticola, ride, scherza. Sa di essere un bel ragazzo e ci marcia. Non ha soldi neanche per le sigarette, ma non cede alla t-shirt e ai jeans. Ha sempre una certa eleganza, pantaloni con la piega e camicia. Le conversazioni con lui tendono a prendere una piega surreale e, anche se l’argomento è spesso tragico, si finisce per sbottare a ridere insieme. A. è somalo. E anche lui ha una famiglia in perfetto stile somalo. Atipica, sparpagliata su tre nazioni e quattro città, con un portafoglio di sfighe che sarebbe troppo complicato passare in rassegna in modo esaustivo (viste anche le serie difficoltà di comunicazione). La principale, tuttavia, è quella di dovere avere a che fare con l’ambasciata italiana a Nairobi per ottenere i visti per il ricongiungimento familiare.
In sintesi, ha due figli la cui madre è morta e che ora vivono con la nonna in qualche posto della Somalia. Nel frattempo, in Kenya, si è sposato un’altra donna, somala come lui, (“perché per un uomo una donna è importante!” ci ripete a ogni pié sospinto). Ora che è rifugiato in Italia ambirebbe a fare confluire qui la sposina e i suoi figli. E qui incappiamo nel solito problema. Ai figli (pagando) si può fare il test del DNA, onde verificare la legittimità del ricongiungimento. La moglie però, non essendo la madre dei figli, non può essere sottoposta al test. Dei certificati di matrimonio kenyoti, a quanto pare, l’ambasciata italiana non si fida. Sembra che ne girino molti falsi. Lo stato di famiglia in Somalia, peggio che andar di notte. E quindi? Quindi no, apparentemente non si può fare. Abbiamo incontrato un altro somalo che, visto che non aveva figli, alla fine si è arreso e la moglie l’ha lasciata là e ha chiesto di fare venire la madre, che almeno è consanguinea. Però A., giustamente, non si rassegna. “Ma quante coppie senza figli ci sono qui in Italia?”, ci argomentava (sto traducendo molto liberamente dal suo coloritissimo italo-somalo). “Vi pare che una moglie non è moglie solo perché non ha avuto figli da me, ancora?”. E no che non ci pare. Però… “E allora la risposo!”. Prego? “Loro (l’ambasciata) mi dicono dove la devo sposare e io vado e la sposo. Così a loro va bene”.
Ora, soprassedendo sui costi e sull’irrealizzabilità del matrimonio bis, converrete che A. non ha fatto altro che dare voce a un nostro pensiero ricorrente, che vi vado a formulare qui. Ma insomma, cara ambasciata italiana, questi somali dove volete che si sposino? In Somalia no, perché senza governo l’anagrafe non esiste. In Etiopia no, perché al massimo li fanno sposare in moschea e non lo considerate un matrimonio valido. In Kenya men che meno, perché il certificato poi rischia di essere falso o anche solo di sembrarlo. Certo, un modo per aggirare i problemi ci sarebbe. Andarsene in Kenya, dove tua moglie è parcheggiata in attesa del visto a Nairobi e provvedere non a risposarla, come vorrebbe romanticamente il nostro giovane paraculo, ma a generare un figlio là per là, seduta stante. Così si fa il test del DNA ed è tutto a posto. Ma questo, a parte i tempi comunque un po’ lunghi che la cosa richiede, non ci sentiremmo di consigliarlo, francamente.
Storie di famiglie
Da quando sono mamma e sono on line anche in quanto tale, ho notato che quasi ogni aspetto della maternità si è guadagnata un suo spazio nei media: gravidanza, parto, educazione dei bambini e degli adolescenti, adozioni all’estero, fecondazioni assistite. Ci sono aspetti che hanno più o meno spazio, più o meno popolarità. Varia molto la competenza e l’impostazione di programmi, siti e forum. Ma la genitorialità, in generale, è un tema che interessa a una buona fetta di popolazione – come dimostrano anche il fiorire di proposte commerciali connesse al tema. Già da prima dell’estate vado rimuginando su quanto possa essere diverso per un migrante (e ancor di più per un rifugiato) essere genitore. Un tema dolorosissimo, solitamente velato da omissioni e non detti. Le parole chiave della genitorialità migrante sono infatti, di solito: separazioni obbligate (a volte spaventosamente traumatiche), lontananze protratte e, nel migliore dei casi, ricongiungimento familiare (che però vuol dire, anche: procedure burocratiche estenuanti e surreali; spese esorbitanti; frustrazioni reiterate e incomprensibili per tutti gli interessati…). No, decisamente non è una passeggiata. Neanche quando i ricongiungimenti vanno a buon fine.
Stamattina, nel mio ufficio, sedeva una giovane donna somala, sorridente sotto un velo fucsia sottile ed elegante. E’ una persona molto riservata, non ci ha mai raccontato i dettagli della sua storia e noi, del resto, non glieli abbiamo mai chiesti. Sta cercando di fare arrivare in Italia i suoi tre bambini e suo marito, che adesso sono in Somalia (e qui apro una parentesi: avete presente quale sia l‘attuale situazione in Somalia e nei paesi vicini?). Premettiamo che qualunque madre italica (o europea, o americana…) sarebbe stata in preda all’ansia e al panico. Lei ostentava una sorta di determinata rassegnazione (non so se mi spiego), tipica di chi vive da talmente tanti anni in mezzo agli orrori da aver rinunciato a ogni reazione scomposta. Il colloquio di oggi verteva sui documenti da produrre e qui, da un intoppo burocratico, abbiamo avuto la possibilità di farci un’idea dell’esperenza di questa donna. Sul suo permesso di soggiorno, alla voce “stato civile”, si legge: vedova. Abbiamo quindi dovuto chiederle, necessariamente, di raccontarci un po’ di fatti suoi. Il padre dei suoi bambini è stato ucciso, in Somalia, in circostanze tragiche che non abbiamo approfondito e che l’hanno costretta, a sua volta, a fuggire, lasciando i suoi tre bambini piccoli a sua madre. Quando ha raccontato la sua storia alla commissione per il riconoscimento dello status, le hanno riconosciuto l’asilo ai sensi della Convenzione di Ginevra. In questi anni è successo che sua madre si è ammalata e ha perso la vista. Non era più in grado di badare ai bambini da sola. In mancanza di altri parenti, un vicino di casa si è occupato dei bambini e dell’anziana donna (che probabilmente, vista la vita media e la qualità della vita in Somalia, avrà una cinquantina d’anni…). Li ha presi a vivere con sé e quando una delle bambine si è ammalata e aveva bisogno di essere ricoverata in ospedale, l’ha portata in Etiopia e ha pagato per salvarle la vita. Ha fatto di quelle persone abbandonate al loro destino la sua famiglia. In occasione dell’operazione della bambina, la ragazza che era da noi oggi è riuscita a raggiungere sua figlia a Addis Abeba: il suo passaporto di rifugiata non le consente di tornare al suo Paese, ma in Etiopia è riuscita ad arrivare, grazie al generoso sostegno di amici e connazionali. Lì, ad Addis Abeba, il vicino/nuovo padre dei suoi figli le ha chiesto, con grande semplicità, di sposarlo. Lei ha trovato assolutamente ovvio farlo. Non essendo cittadini etiopi si sono sposati in moschea e poi hanno registrato l’unione anche civilmente (in una forma che speriamo ardentemente che il nostro consolato in Etiopia riconoscerà valida). Forse questa non è una storia romantica. Non almeno nella forma a cui siamo abituati. Io trovo che questa sia una famiglia, eccome. Una famiglia che ora meriterebbe di riunirsi, per la prima volta, in un Paese senza guerra, per continuare a combattere insieme la povertà, la precarietà, l’esclusione che segnerà necessariamente anche la loro storia in Italia.
Riusciranno a farlo? Chissà. Certo ci vorrà tempo ed è anche possibile (noi lo temiamo) che dal ricongiungimento quest’uomo generoso rimanga escluso, perché non si riterrà adeguatamente documentato il loro vincolo matrimoniale (anche perché non è il genitore biologico dei figli). Noi però facciamo il tifo, per loro e per tutti quelli che combattono battaglie simili, nell’indifferenza generale.
Zygmunt, guardaci!
“I rifugiati sono rifiuti umani, senza nessuna funzione utile da svolgere nella terra del loro arrivo e soggiorno temporaneo e nessuna intenzione o prospettiva realistica di assimilazione e inserimento nel nuovo corpo sociale”. Oltretutto, poiché non è fisicamente possibile rimuovere tutti i rifiuti – oppure non è possibile tenerli lontani in modo che noi non li vediamo -, ecco che si fa in modo che vengano sigillati in “contenitori a tenuta stagna”: campi profughi o ghetti che, da provvisori, diventano definitivi cosicché chi li popola non potrà mai più accedere al diritto di piena cittadinanza.
Cito da una recensione on line di questo libro, una delle letture più dolorose di questi anni. Ora che ci penso, dovrei rileggerlo. Non mi sono mai riuscita a togliere dalla testa questo parallelo ferocissimo tra migranti e spazzatura, tra discariche e campi profughi. “Il bene primario della società dei consumatori sono i consumatori; i consumatori difettosi sono il suo passivo più irritante e costoso”. Il parallelismo tra smaltimento dei rifiuti e migrazioni regge, eccome se regge.
Forse è anche per questo che quando Marichia, una donna appassionata, determinata, ma anche poetica mi ha parlato di questa fondazione e della sua intenzione di coinvolgere di un gruppo di rifugiati a Roma per realizzarlo anche qui, sono rimasta così colpita. Oggi, a meno di un mese dall’avvio delle attività, grazie a un patchwork di collaborazioni cucito in tempo reale in un paio di giorni alla fine di luglio, questa idea bellissima si è già tradotta in bicchieri, borse, collane, cartoline. Soprattutto, cosa ancora più insperabile, il gruppo di rifugiati esiste. Sono motivati, competenti e agguerriti. Il bigliettino su tutti i prodotti recita: “Questi oggetti artigianali, fatti con materiali di scarto, sono il risultato della creatività di rifugiati coraggiosi che spostandosi per mari e terre alla ricerca di protezione, vogliono contribuire al bene comune, ripulendo l’ambiente e utilizzando rifiuti per trasformarli in doni preziosi. Refugee ScArt è un dono che torna: aiuta chi l’ha creato e aiuta anche te a vivere in un ambiente più pulito”.
Ora che il primo passo è fatto, bisogna immaginare gli altri. Sarà necessario riuscire a dare concretezza e sostenibilità a questa idea. Intanto voi date pure una sbirciatina ai lavori in corso.