Ho fatto pace con il mio Battesimo


Oggi, 8 dicembre, è l’anniversario del mio battesimo e anche del fidanzamento dei miei genitori. Per motivi che sarebbe un po’ complicato spiegare, ultimamente la storia del mio battesimo mi ha suscitato qualche malessere. Era una bella storia di famiglia, di quelle che si raccontano. Il battesimo alla cappella del Gemelli, la Madonna a cui tutte le figlie sono affidate, l’anniversario. Poi un po’ per caso ho scoperto che c’era un particolare di quella storia che avevo sempre capito male. Per quanto potesse sembrare irrilevante (e a quasi tutti quelli a cui l’ho raccontato tale è sembrato), quel particolare mi ha fatto soffrire.

Oggi però, del tutto casualmente, ho scoperto un altro dato che riguarda l’8 dicembre. Passavo a salutare mia madre e l’ho incontrata che usciva per andare a Messa a S.Croce in Gerusalemme. Lì monsignor Romano Rossi, caro amico dei miei genitori, ha ricordato i 60 anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II. Potete sentire l’audio a questo link.

Un bellissimo discorso, storico, onesto, importante e spiritoso. Che mi ha fatto pensare ai miei genitori, per cui certamente quel momento era stato straordinariamente significativo. Molti anni dopo io stessa avrei incrociato in vario modo i documenti di quel concilio, a partire dalla Nostra Aetate. Ma più ancora tutta la mia educazione, religiosa ma soprattutto umana, è coerente con quella libertà informata e responsabile che oggi è stata evocata.

Mi piace pensare che il Battesimo fatto in quella data contenesse un augurio implicito per me, nata fuori tempo massimo e destinata necessariamente a restare un po’ ai margini della tradizione e memoria familiare in senso stretto, a uscire verso il mondo. Se era questa, la mia vocazione, credo di averla assecondata abbastanza. Se non con i viaggi fisici, con la curiosità, sempre, a volte con lo studio e, più di tutto, attraverso gli incontri preziosi che la vita mi ha messo e ancora mi mette davanti.

Fuori dai denti


Guardiamo in faccia la realtà. Ci sono cose che mi riescono più o meno bene, ma altre per cui sono evidentemente negata. Quella che mi pare più evidente (a parte guidare, si intende) è la vita sentimentale. Comincio a credere che mi manchino proprio le competenze di base. Perché in realtà, negli ultimi 12 anni almeno, non è che le mie relazioni vadano male: non esistono proprio. E visto che il passare del tempo ben difficilmente migliorerà la situazione (come mi ha detto brutalmente ma saggiamente un’amica, alla nostra età gli uomini sono come gli ascensori: o sono occupati o sono rotti), mi sto rassegnando a fare pace con questo dato di fatto. Mi aspetta una serena vecchiaia da zitella.

Che sia messo agli atti che mi sono impegnata. Per almeno un paio d’anni ho anche usato i moderni strumenti a disposizione. Ma è stato un immenso buco nell’acqua, nel complesso. L’esperienza ha di molto arricchito il mio repertorio di aneddoti surreali, ma ha comportato anche un paio di esperienze sgradevoli. Dunque sono arrivata alla conclusione che decisamente non ne vale la pena: troppa fatica, praticamente nessun vantaggio.

Quanto alle (ormai rarissime) occasioni di socializzare dal vivo, ho cercato di cogliere tutte quelle che capitavano e persino di mettermi in situazioni che favorissero nuove conoscenze. Insomma, ho fatto i compiti. Ma evidentemente delle due l’una: o sono la persona più sgradevole del mondo (possibile), o sbaglio qualcosa. Certo possiamo convenire che non ho avuto molta fortuna, ma a questo punto mi pare difficile pensare che sia una coincidenza. Arrendiamoci al dato di fatto: proprio non ci so fare.

A questo punto forse converrà smettere di provarci e basarci su alcune verità consolidate:

  1. Per quanto cerchi di smussare, sono piuttosto eccentrica. Mi piacciono cose bizzarre, non ho grandi filtri, mi appassiono di argomenti astrusi. Questo è. Ma ho anche dei lati positivi. Chi non li vede evidentemente non ha alcun interesse a vederli. Amen.
  2. Il tempo è troppo prezioso per sprecarlo in attività potenzialmente deprimenti. Mi concentrerò più su cosa mi va di fare più che con chi potrei farlo. E smetterò di comprare due biglietti per ogni concerto o spettacolo a cui voglio andare, sperando di trovare compagnia. 
  3. Certe volte non capisco perché non c’è niente da capire. Non c’è per forza una motivazione più profonda di quanto appaia a prima vista. Magari se uno si comporta in modo immotivatamente scortese è solo una persona scortese. Non sta mandando un messaggio più sottile. Magari se le persone appaiono irrazionali e incoerenti è perché lo sono.

Sì, lo confesso, ho scritto questo post per potermelo rileggere di tanto in tanto e ricordarmi che, nonostante le apparenze talora dimostrino il contrario, non sono del tutto stupida. Che a tutte queste giuste considerazioni arrivo anche da sola, se solo accendo il cervello. Magari potevo scrivermelo su un quaderno privato. Ma qui lo ritrovo più facilmente.

Un bel funerale


Cinque anni fa ho cambiato lavoro. Era stato il punto di arrivo di un percorso di restauro di me stessa, che aveva anche comportato un autoregalo significativo: un corso di scrittura autobiografica con Rossana Campo.

Come capita abbastanza spesso quando mi lancio nelle cose senza troppo pensarci, solo alla prima lezione ho realizzato che la scrittura del corso non era genericamente creativa, ma proprio autobiografica. Il mio inconscio aveva evidentemente trovato un escamotage per vincere le mie resistenze.

Tuttavia, finito il corso (le due edizioni che mi sono concessa), le resistenze continuavano. Ho rimuginato altri 5 anni per realizzare il progetto che avevo definito alla fine del corso. Poi, un po’ inaspettatamente, mi ci sono buttata (sempre in modo disordinato e scomposto) e in pochi mesi ho scritto lei, la Prima Stesura del mio memoir.

Tutto questo per dire che non so se questo porterà mai a una pubblicazione vera, come quella di almeno due delle mie compagne di quello splendido corso. Ma intanto ho vissuto un’esperienza importante, l’ho attraversata e ho imparato molto di me stessa e di cosa mi ribolliva dentro.

Non lo leggerete mai in una quarta di copertina, ma quello che mi è venuto da pensare rileggendomi è stato: “Quella parte della mia vita probabilmente è morta per sempre, ma almeno ho provato a mettere su un bel funerale…”

E adesso? Chissà. Ho cominciato una strada. Mi sono fermata un po’ di mesi a riposare, ma ora devo capire come andare avanti. Se sono rose fioriranno.

Io, la rana


Qualche notte fa un sogno mi ha ricordato una storiella attribuita a Esopo e che mi è rimasta impressa fin dall’infanzia. Magari la conoscete, ne esistono anche alcune varianti. In breve, una rana sta per attraversare un fiume quando uno scorpione le chiede un passaggio sul suo dorso. La rana obietta però che lo scorpione dovrà astenersi dal pungerla, altrimenti affogheranno entrambi. “Ma ti pare?”, ribatte lo scorpione. E la rana lo fa salire. A metà traversata, lo scorpione punge la rana. Mentre entrambi, come correttamente quanto inutilmente previsto dalla rana, stanno affogando, la rana esasperata chiede allo scorpione: “Ma perché lo hai fatto? Vedi che così ci siamo condannati a morte certa tutti e due?”. E lo scorpione: “È la mia natura”.

Oggi improvvisamente, anche ripensando al sogno, mi è apparso con grande evidenza il fatto che la rana sono io. La rana, a pensarci bene, confida esageratamente non solo nella buona fede altrui, ma anche nella propria capacità di analisi. La rana aveva previsto tutto ed era convinta di aver preso le sue contromisure. Sotto sotto era sicura di averlo convinto, lo scorpione, di aver costruito un’alleanza con lui. Un’alleanza improbabile, certo, ma proprio per questo degna di nota. Non è una cosa da niente portarsi uno scorpione in groppa, ma lei sentiva di poterlo fare.

Peccato che poi, il più delle volte, le cose vanno effettivamente a scatafascio, alla faccia delle prospettive alternative e dell’acutezza della rana. Perché la natura dei ragionamenti non sa che farsene. Nella vita, presa dall’entusiasmo e da una certa arroganza intellettuale, mi sono caricata sulla schiena un certo numero di scorpioni. Tutti, come era facilmente prevedibile, mi hanno punto. Nonostante credessi di poter gestire i rischi, la realtà mi ha sempre smentito.

Quando mi deciderò a smettere di considerare gli scorpioni così interessanti e diventerò capace di lasciarli, senza astio ma con la necessaria freddezza, sull’altra riva?

Cambiamenti


Mi piace pensare che questa estate ho fatto provare a mia figlia la bellezza di fare programmi e la bellezza di disfarli, per farne di nuovi. Che ci avrebbe aspettato un settembre di grandi cambiamenti un po’ lo sospettavo e in questa casa la flessibilità e la resilienza, proprio nel senso fisico del termine, sono indispensabili.

Affezionarsi a un’idea, a un sogno, a un proposito è un piacere profondo. Separarsene può fare male, ma a volte è necessario per affezionarsi ad altro, o semplicemente per restare noi stessi (o per restare vivi, il che alla fin fine è quasi la stessa cosa).

Una volta ho pensato che mi auguravo che la relativa facilità all’entusiasmo di Meryem la accompagnasse nei molti anni a venire. Entusiasmarsi e coltivare l’entusiasmo, senza limitarsi alla prima scintilla. Ma anche cambiare strada con lo sguardo ben fisso avanti, lasciando che la prontezza di cogliere cose nuove di cui entusiasmarsi porti via titubanze e sospiri.

Non mi piace ripercorrere nostalgicamente strade del passato. Ho indugiato un po’, a Torino, nella nostalgia. Me lo sarei preso volentieri un cappuccino in quel bar, sulla strada di Palazzo Nuovo. Ma volete mettere la soddisfazione di entrare per la prima volta con Meryem all’Arena di Verona e essere accompagnati ai nostri #tweetseats? 

Avanti dunque. Avremo una nuova maestra, dei nuovi vicini e tante altre cose, grandi e piccole, che non saranno più come prima. Ma se guardo Meryem, anche lei non è più come prima: gambe lunghe, risata pronta, lingua irrefrenabile. E anche io non sono come prima. Un po’ ammaccata, forse, ma comunque ancora capace di mettermi in spalla uno zaino e mettere un freno ai miei piagnistei. 

Rivelazione


Venerdì scorso, prima di un weekend di Carnevale che più festaiolo non si poteva (per Meryem, si intende), ho finalmente capito una cosa piuttosto banale. Sono brava a fare lezioni all’università. Ah, direte voi, ecco che rispunta la solita vecchia nostalgia dell’orientalistica, mai sopita. Vi dirò: in realtà sono molto più brava a fare lezione sui rifugiati di quanto non lo fossi a parlare di astruse lingue e religioni semitiche. Questo passaggio non l’avevo ancora mai fatto con questa consapevolezza.

La mia preparazione, in questo mio relativamente nuovo settore di competenza (13 anni mica sono acqua fresca, mi avvio decisamente verso il pareggio, rispetto alla porzione di vita dedicata), è più completa e solida. Me la sono dovuta costruire con l’umiltà che nell’accademia non mi è stata mai richiesta. E’ passata attraverso una varietà di esperienze e molti confronti importanti, anche teorici (laddove, alla fine, negli studi il confronto e il riferimento tendeva ad essere una persona soltanto, nel bene e nel male).

Ma ciò che più conta, credo, è il fatto che quando mi capita di far lezione a giovani studenti di master o di università io sono profondamente convinta che quello che racconto sia davvero rilevante per la loro vita futura, se non di specialisti dell’immigrazione, certamente di cittadini. Questo, quando ho insegnato filologia semitica, mi è sempre mancato. Le scienze inutili sono importanti, a loro modo, e possono contribuire ad affinare il senso critico. Ma richiedono una certa vocazione e condizioni precise, che all’università finivano per mancare, vanificando un po’ il tutto. Ricordo distintamente di aver pensato, svolgendo alle mie allieve il modulo di linguistica semitica, che nelle loro vite quelle informazioni non erano utili. Allora stravolgevo il programma, per quanto mi era possibile. Soprassedevo sul ginepraio delle sibilanti e mi concentravo piuttosto sul rapporto tra lingua, scrittura e identità.

Adesso, invece, da ogni lezione esco convinta e appagata. E mi sorprendo a pensare: sarebbe bello che questo fosse davvero, pienamente, il mio mestiere.

Cambiamento (teorico)


Arrivo in corner al blogstorming di Genitori Crescono sul cambiamento per condividere con voi, manipolo di lettori, una scoperta che ho fatto su di me. Mi vanto di essere una volatile anima sagittaria, accesa dal fuoco del movimento e della trasformazione. Sbavo, letteralmente, pensando a viaggi improvvisati in mete inconsuete. Mi appago (e mi frego da sola, continuamente) con un torneo di improbabili progetti, imprese, interessi. Salvo poi abbandonarli alla loro ineluttabile irrealizzabilità, o amarli un po’ meno perché quando si realizzano hanno confini, dimensioni definite, vita limitata.

I cambiamenti, io, li adoro. Li cerco, li voglio, li amo.

Però. Non cambio lavoro da 14 anni. Mesi fa, dopo doloroso travaglio interiore, ho mandato un application per un altro impiego. Superata la tragedia e inviata la mail fatidica, ho del tutto rimosso la cosa. Quando alla fine mi è arrivata una risposta, negativa, ho avuto la certezza che mai e poi mai avrei abbracciato entusiasta quell’eventuale cambiamento. Affatto. Avevo avuto il sospetto di essere un coniglio, professionalmente parlando. Dico dico, ma alla fine non so se avrò mai l’ardire di uscire dal mio buco, se qualcuno non mi caccia a pedate. Qualcosa di simile l’ho sempre sperimentato nella mia vita privata. Se proprio non sono costretta con il fucile puntato, lascerei le cose come stanno. Sempre. Oltre ogni legittima immaginazione.

Se ci penso bene, anche fisicamente sono più o meno sempre la stessa, dalla terza media. Qualche chilo in meno o in più (più facilmente in più), ma il colpo d’occhio è quello. Potrei mettermi gli stessi vestiti per decenni e in alcune circostanze l’ho persino fatto. Patisco un po’, questa continuità, ma ormai ci ho fatto pace.

Come si concilia questo tratto con la parte di me che più mi piace, quella avventurosa e mobile? Semplice, non si concilia. Se ne frega di conciliarsi. Sta lì e basta, mi piaccia o meno (direi meno).

We’ve given each other some hard lessons lately
But we ain’t learnin’
We’re the same sad story that’s a fact
One step up and two steps back

Questo post partecipa al blogstorming

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