A freddo


Lunedì sera ho seguito con attenzione la puntata di Presa Diretta, che trovate qui, se ve la siete persa. Mi ha fatto piacere anche di condividerne la visione con alcune amiche on line. Mi sembra importante e sicuramente positivo che una prima serata della RAI sia stata dedicata ai respingimenti di rifugiati e alla guerra in Libia. Però oggi non è di questo che voglio parlarvi, o forse non solo. Ho dovuto lasciar sedimentare per qualche giorno le sensazioni contrastanti che la trasmissione mi ha lasciato. Perché ho avuto la sensazione, fin da subito, che – nonostante le intenzioni e l’impegno civile e di denuncia, che di per sé sono un valore – ci fosse qualcosa che non funzionava. E non mi riferisco tanto e solo alle inevitabili omissioni, alle forzature necessarie, a questo o quel dettaglio. Alla fine forse ho capito qual è il punto vero. E’ un problema che sta alla base, che non riguarda il lavoro di quella specifica redazione. Il problema sta nel mezzo, il mezzo televisivo.

Mi spiego meglio. Qualunque addetto ai lavori sa, ed è pronto a spiegare, che il format televisivo ha le sue regole, le sue peculiarità. Soprattutto, i suoi tempi. Ecco, a me sembra che questi tempi televisivi non solo non aiutino a veicolare un messaggio sensato di impegno civile e di consapevolezza, ma che anzi necessariamente passino – in certa misura – il messaggio opposto. In un format del genere non si può mai approfondire: troppo lungo, l’attenzione calerebbe. Servono colori, toni forti. Se non lo sono abbastanza, vanno sapientemente calcati. La priorità è catturare l’attenzione, sempre. Il conduttore è sacerdote unico di questa liturgia: ergo, legittimamente, soprattutto interrompe. Gli intervistati, i suoi collaboratori, eventualmente il pubblico. Tiene i tempi.

Faccio un esempio concreto dalla puntata di Iacona. L’intervista ai rifugiati sopravvissuti del barcone è apparta fredda, inutilmente aggressiva, poco rispettosa. Sono certa che il tono sia stato scelto volutamente, per non indulgere a pietismi e comunicare obiettività. Eppure non posso fare a meno di notare che l’interlocutore, in questo efficace (?) scelta stilistica, sparisce. Si riduce a mera macchia di colore, fa atto di presenza. Ma più ancora mi colpiva il modo in cui il giornalista interpellava e poi toglieva subito la parola alla sua collaboratrice in studio, incaricata di riferire i feedback da internet. Sono sfumature, certo (e mi corre l’obbligo di precisare che escludo che il sesso del collaboratore abbia a che fare con questo). Ma certamente, in generale, l’atteggiamento era singolarmente privo di rispetto.

Si arriva alla fine della puntata con l’ansia, la sensazione che tutto fosse troppo complicato o poco pertinente, e soprattutto che noi della trasmissione (autori e pubblico) fossimo davvero troppo impegnati, troppo presi, troppo di fretta per lasciare davvero spazio a qualcosa. Ma è così? Una trasmissione televisiva deve trasmettere l’urgenza di un’operazione chirurgica a cuore aperto? Quale missione superiore ci si impone? Arrivare alla fine del programma? Tenere alta l’audience?

Soprattutto, qual è il messaggio implicito di una trasmissione del genere? In primo luogo, non è certo un’educazione all’ascolto e al rispetto. Quale che sia il tema, quello che lo spettatore coglie (almeno a me pare) è che il conduttore, è lui e solo lui quello che sa. Le sue “fonti”, i testimoni, gli esperti, hanno un ruolo meramente accessorio. Devono parlare e tacere a comando, devono intervenire a sottolineare e avvalorare quello che viene detto. Non si ha mai l’idea di condividere con il pubblico l’opportunità straordinaria di ascoltare qualcosa da chi davvero la sa. [N.B. Questo non è impossibile in televisione, in generale. Mi vengono in mente esempi in cui ciò viene fatto. Ma mai in trasmissioni di questo tipo].

Io sono convinta che per capire qualcosa di rifugiati (o di qualunque altro tema) si necessario, in estrema sintesi: a) non essere superficiali, riflettere, approfondire;  b) entrare per quanto possibile in rapporto con le fonti dirette e con i testimoni, senza filtri e senza mediatori (che a volte sono interessati); c) ascoltare con pazienza e umiltà, senza sovrapporre pre-giudizi propri o altrui, disponibili davvero a cambiare opinione o a iniziare a crearsene una. Tutte e tre queste cose, anche con le migliori intenzioni, sono incompatibili con i ritmi di una trasmissione come Presa Diretta, Report o simili. Forse sono incompatibili con i ritmi televisivi in genere. 

Dunque? Non lo so. Non sono mai stata contraria alla televisione, che è uno strumento potentissimo e potenzialmente di grande utilità educativa e civile. Mi pare, tuttavia, che forse bisognerebbe ripensare un po’ priorità e obiettivi. Voi che ne dite?

Ma è una femmina!


Tempo fa, alla festa di compleanno di un’amichetta, a Meryem è stato regalato un gatto con gli stivali di plastica. Per una volta, dunque, all’arrivo del pacchetto della Universal, mi sentivo meno impreparata del solito. Avevamo persino il gadget! Sabato, rientrate dal parco, ci siamo dedicate alla visione del film, che avevo accuratamente evitato di guardare sul volo della Emirates per Bangkok per non rovinarmi la sorpresa di gustarmelo insieme a mia figlia.

Credo che fossi l’unica al mondo a non sapere di chi è la voce del protagonista. Prima piacevole sorpresa: Antonio Banderas! L’inizio del film è piuttosto concitato e ho temuto che Meryem, che ha quattro anni e mezzo, non riuscisse a seguire bene la storia. E invece siamo state catapultate subito nel vivo. La scena cruciale, quella che ci ha definitivamente conquistato, è stata decisamente quella che inizia così… “Mamma, ma è una FEMMINA!”,  la Guerrigliera ha fatto  eco con tutto il suo stupore alla battuta del protagonista. Il nostro pupazzetto ha assunto tutta un’altra luce: non lui, ma lei, Kitty (con la voce di Salma Hayek, per la cronaca).

La scena del duello di ballo, ripresa nei titoli di coda, mi ha ricordato per maestria quella, famosissima, degli Aristogatti. Il mix di favole funziona, eccome. L’oca dalle uova d’oro e la sua mamma, in particolare, hanno colpito parecchio l’immaginazione di mia figlia. Come messaggio, è a prova di educatore. Amicizia, solidarietà, gratitudine, riscatto… senza mai essere stucchevole. Bellissimi e inaspettati alcuni gesti, dove il colpo di scena sottolinea la pregnanza della scelta generosa.

Meryem ha apprezzato molto anche il contenuto speciale, la storia del Gatto alle prese con i tre Diablos. Nel suo racconto concitato al padre, che è stato omaggiato dell’adesivo dei tre micini staccato dalla custodia del dvd, anche questo più breve video ha avuto un posto d’onore. Ma la Guerrigliera ha deciso: questo film il padre lo dovrà vedere con i suoi occhi. Scommetterei che non gli dispiacerà. Già ieri si è staccato a fatica dallo schermo per andare a lavorare, mentre le note del flamenco crescevano di intensità…

Mia madre cuoceva il mondo intero per me


More about Ogni uomo nasce poetaEra tanto che non leggevo un libro di poesie. Questo è un libro particolare per varie ragioni. Intanto perché è inframezzato di commenti e considerazioni dell’autore, che a volte spiega le circostanza in cui ha scritto un particolare testo o aggiunge note autobiografiche. Il secondo motivo è il linguaggio: semplice, molto semplice. Poi la mia personale soddisfazione: riesco a seguire agevolmente l’originale a fronte, in ebraico. L’ho cercato perché Evelina Meghnagi cita spesso una poesia di questa raccolta, intitolata “Metà della gente del mondo”. Molte altre mi hanno colpito altrettanto, per certi versi di più. Ho apprezzato i riferimenti biblici quasi impercettibili, filtrati come sono dal quotidiano e, in qualche modo, dall’universale esperienza di uomo, di figlio e di genitore.

Ho trovato particolarmente azzeccata la frase che dà il titolo a un’altra poesia e a questo post. Mi ha fatto pensare alle mamme che ho conosciuto in questi anni, a quello che ci accomuna e a quello che ci distingue. Ho pensato a come noi vediamo le nostre, di mamme, e a come anche io sono e sarò vista da Meryem attraverso una lente personalissima, chissà quanto deformante.

Vi trascrivo tutto il breve componimento, pieno di immagini che sento molto mie.

Mia madre cuoceva nel forno il mondo intero per me
in dolci torte.
La mia amata riempiva la mia finestra
con uva passa di stelle.
E le nostalgie sono racchiuse in me come bolle d’aria
nel pane.
Esternamente sono liscio, silenzioso e bruno.
Il mondo mi ama.
Ma i miei capelli sono tristi come i giunchi nello stagno
che va prosciugandosi.
Tutti i rari uccelli dalle belle piume
fuggono via da me.

Yehuda Amichai

 

Insegnare al principe di Danimarca


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Quando leggo un libro, soprattutto se lo devo recensire, ho l’abitudine di fare una piccola orecchia alla pagina quando qualche frase mi colpisce, mi fa pensare, merita di essere riletta e ripresa. Alla fine della lettura di questo libretto, vedo che le orecchie sono quasi ad ogni pagina e in qualche caso avrei voluto anche farne due. Ho l’urgenza di parlarne qui sul blog, non in forma di recensione strutturata, ma per fare il punto di tutte le riflessioni, intuizioni, a tratti illuminazioni che vi ho trovato dentro. Sul progetto Chance dei Maestri di Strada potete documentarvi altrove. Sono troppe le cose che si dovrebbero scrivere e io non sono persona qualificata per farlo. Qui vi propongo di riguardare insieme qualcuna delle orecchie che ho fatto in lettura. Le ho fatte, soprattutto, pensando al lavoro sociale, che fa parte della mia attuale professione. Se fossi un’insegnante, o un’attivista politica, avrei fatto altrettanto orecchie, probabilmente non le stesse.

“Non dobbiamo presentarci ai ragazzi pieni di idee, aspettative, progetti, altrimenti non abbiamo lo spazio dentro di noi per accogliere quello che ci propongono i ragazzi”. Un gruppo di persone profondamente coinvolte in un progetto significativo e innovativo come Chance spesso trova il suo peggior nemico, paradossalmente, nella propria ferrea motivazione. Che, coinvolgendo del tutto anche la sfera emotiva (necessariamente e a ragion veduta), a un certo punto finisce per appannare la vista e il giudizio. Un primo concetto importante è quello, espresso qua e là, che “dovremmo dare meno noi perché possano dare di più loro”. Ovvero: la reciprocità onesta, quella in cui si crede sul serio. Tutti i progetti sociali grondano reciprocità retorica: impariamo dai rifugiati, addirittura “questo progetto ci dà tanto” (impersonale, rigorosamente). Essere convinti sul serio che ognuna di quelle singole persone che accompagniamo possa insegnare qualcosa a me è tutta un’altra storia. Richiede umiltà, interesse, attenzione e, quel che è cruciale, tempo espressamente dedicato a questo. Tra l’altro non c’è nulla di più pericoloso della reciprocità. Esiste (ed è comunissima) la reciprocità malsana. La pagina 207 dovrebbe essere trascritta integralmente e affissa sulla bacheca di tutte le associazioni di volontariato, grandi e piccole.

“La camera di decompressione può ospitare contemporaneamente tante concomitanti e conflittuali infelicità”. Anche qui fin troppo spesso casca l’asino. E’ fin troppo logico sentire l’esigenza di fare una scelta tra le infelicità presenti, specialmente se una di esse è nostra, e di giudicare di conseguenza. Essere accoglienti rispetto a bisogni legittimi e infelicità che cozzano violentemente tra loro è un esercizio zen, che credo riesca a pochi. Ma già la consapevolezza che sarebbe necessario è un’acquisizione importante. Perché nel lavoro sociale si sceglie continuamente e la scelta contiene un giudizio. Tenere ciascuno di questi singoli giudizi davvero libero è una fatica quasi disumana.

Ultima considerazione per questo post. Tra i parametri per definire se una relazione è “sufficientemente buona” viene citato quello delle parole: “non bisogna usare parole senza significato”. Qui si critica l’uso e abuso della retorica da parte della sinistra, con il conseguente “aver tolto significato alle parole, cioè di dire parole anche buone ma in maniera retorica”. Esempio molto calzante: la terminologia dell'”altro”, del “diverso”. Crea lustro, fa immagine, ma non fa sostanza, non dice la fatica che c’è dietro l’incontro con un diverso. “E guardate che il primo diverso sono i nostri figli, il primo diverso è il nostro vicino di casa…”. Da un lato quindi, non farsi belli di presunte fittizie “differenze”e “multietnicità”. Dall’altro prendere piena consapevolezza che il lavoro serio non può cominciare da una diversità negata, ma deve piuttosto, faticosamente, prendere le mosse da una diversità ammessa, accolta, digerita. “Se io non riesco a prendere atto – e questo è faticoso -della differenza che c’è tra me e lui o lei, primo, non riesco a dargli una mano vera a superare questo abisso invisibile; secondo, non riesco a rendermi conto di quanto sia difficile per lui, e ancor più per lei”.

Non mancano pagine di meravigliosa, anche se amara, ironia. Insuperabile la descrizione della discussione in sala professori (oppure in un ufficio amministrativo della USL), pp. 212-216. Riporto solo la conclusione: “Si nota infine che la maggior parte delle persone qui descritte non sono stupide. L’intelligenza è evaporata per necessità di cose, forse sta conservata da qualche parte in attesa che a qualcuno venga in mente, chissà, che possa servire a qualche cosa”.

Grazie, Iunicorn!


Ci sono certe mattine di festa in cui faresti qualunque cosa per tornare momentaneamente indietro di una manciata di anni. Quelli che basterebbero perché non ci fosse una molla saltellante di un metro e spicci a tirarti giù dal letto a prescindere. La sera prima hai fatto la splendida: hai fatto tardi, hai sbevazzato e ti sei abbuffata di ogni sorta di pietanza portata dalle tue ospiti in imbarazzante abbondanza. Ti sei persino un po’ pavoneggiata perché tua figlia era a letto a dormire prima dell’inizio della cena e non si è neanche svegliata, nonostante il casino fatto. Però… chi va a letto presto, si sveglia presto. Prestissimo. All’alba, direi. Mentre lotti per tapparti la testa con quel che resta del piumone, l’immortale verso di De André ti rimbomba nelle orecchie: “Femmina un giorno e poi madre per sempre…”. Con una breve invocazione a S.Erode, le cui gesta vengono celebrate in queste giorni anche dalla liturgia, cerchi l’unica cosa che può ammorbidirti l’impatto con il mondo: un diversivo.

E così, ancora in stato di semi-incoscienza, ho ripensato al pacchetto della Universal. Dora l’Esploratrice fa al caso nostro. Le avventure di Dora nella foresta incantata è un cartone senza troppi fragorosi effetti sonori, in grado di intrattenere piacevolmente la Guerrigliera con quel tanto di interattività che la tiene avvinta (ok, ogni tanto urla “Mappaaaaa!”, ma tutto non si può avere) e ci ha permesso di oliare il nostro ingresso nella mattinata di festa con una piacevole e rilassante visione di un mondo traboccante di fiori e funghetti, dove il candido unicorno (“Iunicorn!”, come dice Meryem) si appresta a diventare re. Mi piacerebbe che il suo corno magico potesse creare uno scudo sotto il quale sonnecchiare un altro pochino…. Zzzzzzz…..

Mettersi in mezzo e farsi da parte


In questo ultimo periodo mia madre mi ha passato almeno due libri, davvero importanti. Lo fa così, senza parere. Come sempre. Ma queste letture sono state risposte, in un certo senso, a dubbi e perplessità ricorrenti. Del primo libro, quello di Bregantini, vi ho già ampiamente parlato e non ci torno sopra. Il secondo è questo. Da tempo mi chiedo da dove attingere nuove speranze, nuove contenuti, un nuovo stile di pensiero. Mai credevo di guardare così insistentemente ad alcune figure della Chiesa. Intendiamoci: parlo di impegno civile, di costruzione intellettuale, di punti di partenza. Non di fede o, peggio, di catechismo. Non pensierini per addetti ai lavori, per affiliati di parrocchietta. Pensieri veri e propri, strategie per il nostro tempo.

Questo ritratto del cardinal Martini tocca, certo, molti punti importanti per un cattolico. Ma “non puoi rendere Dio cattolico”, afferma il cardinale. Semplice, lineare, ovvio. Eppure non da tutti. Proteggere l’immensità e l’inclusività del divino è più importante di qualunque particolarismo e impulso a piantare bandierine qua e là. E allora, uno sguardo critico e libero attraversa tutti gli aspetti del mondo contemporaneo. Se si vuole utilizzare il cattolicesimo in politica come ramo moderato di qualsivoglia schieramento, lo si deve prima addormentare: non si tratta di pensiero, di per sé, accomodante e remissivo. La comunicazione? “Se l’idea di partenza è quella di vendere, non di dialogare tutto è distorto. Puntando sul sensazionale, calcando sui particolari che suscitano attrazione, disgusto, ribrezzo, pietà, si genera un’inflazione dei sentimenti e nello stesso tempo un accresciuto bisogno di emozioni sempre più grandi”. E’ una “falsa idea del comunicare”: non si intende dire qualcosa all’altro, ma possederlo, soggiogarlo.

“Oggi non ci dobbiamo concentrare su elementi fissi e immutabili: le religioni non sono nei libri, ma nel vissuto della gente di tutto il mondo”. Ed eccoci al famoso “dialogo” tra le religioni, fonte di tanti malintesi, incongrui protagonismi e brusche frenate. Intanto basta teorie, dibattiti sulle nuvole, definizioni a priori. “Fatti invitare a una preghiera dal tuo interlocutore e un giorno portalo con te a messa. Se vuoi entrare in un altro mondo religioso, hai bisogno di un amico che ti accompagni. Non avere paura dello straniero”. Lo stesso vale per la cattedra dei non credenti, con cui non si dialogava chiedendo loro (come fa il papa attuale) di ragionare “come se Dio ci fosse”. Martini metteva credente e non credente sullo stesso piano, sottolineando come entrambi siano caratterizzati sia da certezze che da dubbi. E’ un problema di metodo. Confrontarsi con un’alterità in modo proficuo e credibile presuppone di dare sinceramente alla posizione dell’altro lo stesso valore della propria, senza condiscendenza, paternalismo, simulazione. Pro veritate adversa diligere.

E ancora tanti spunti. “La vita fisica va rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto”. La dignità umana vale di più. Più esplicitamente? “La prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto”. Non so se mi spiego. Niente regolette, davanti a questioni obiettivamente complesse. Solo una grande umiltà e desiderio di intercessione. Inter-cedere, fare un passo in mezzo. Sporcarsi le mani. Anche nei conflitti politici, anche nei drammi come quello della guerra in Terra Santa. “Intercedere vuol dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo”. Non si tratta di fare l’arbitro, o il mediatore. Non si tratta di convincere gli altri a cedere qualcosa e a scendere a compromessi. Se si trattasse solo di questo, saremmo ancora nel campo della politica e resteremmo estranei al conflitto, pronti ad andarcene in qualsiasi momento. “Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione”.

Ho sempre più netta la sensazione che senza volontà di accettare pienamente il rischio, “senza scampo”, ciascuno nelle proprie corde, nulla si potrà smuovere davvero nelle nostre società. Le sfide del presente e del futuro ci vedranno vittime inermi o arditi interpreti? Non so se esiste davvero una via di mezzo. Perché mai uno dovrebbe esporsi, mi chiedo? Mah, qui ciascuno deve fare i conti per se stesso. Fede, ideale, senso del dovere, fantasia, creatività, sete di giustizia, esasperazione, oppure nulla di tutto ciò. Cosa direbbe Martini? “Non credere che spetti a noi risolvere i grandi problemi dei nostri tempi. Lascia spazio allo Spirito Santo, che lavora meglio di noi e più profondamente”. Peccato che per lasciare quello spazio tocchi darsi molto, molto da fare. Standocene fermi a sospirare blocchiamo ogni spiraglio.

Heroicamente


Anche questo Natale in famiglia è andato. Con qualche colpo di scena e qualche falso allarme, meno mugugni del solito e i soliti preparativi irrazionali dell’ultimo minuto. Il cibo fin troppo abbondante, i regali – che pure abbiamo cercato di contenere – debitamente ammucchiati sotto l’albero. Le canzoni in coro, ma nessuna poesia (Meryem si è rifiutata), il pan brioche per far contenta mia madre, ma anche le lasagne (che mia figlia ha definito, facendomi fare la solita figura da madre degenere, “molto, molto più buone di quelle del bar”. Come se la nutrissi a Quattro Salti in Padella al baretto sotto casa). In questo contesto tradizionale si è inserito un nuovo ospite: il cubotto edizione speciale contenente le quattro confezioni di Lego Heroica. Era stato rivestito di carta da regalo e etichettato come “Antibiotico, confezione risparmio” per depistare il destinatario.

Mio nipote (9 anni) ha gradito. I suoi cugini ventenni sbavavano senza ritegno. Uno mi ha confessato che il Natale più felice della sua vita è stato quello in cui gli è stato regalato un castello Lego con torre svettante. Nel raccontarlo gli tremava la voce dall’emozione. Suo fratello, a parziale risarcimento, ha ricevuto questa.

Il giorno dopo però il vincitore della confezione ha preteso di vagliare con attenzione il contenuto del regalo, non senza una certa diffidenza iniziale (“apriamo solo la prima scatola, così se mi fa schifo regalo le altre a qualcun altro”). Ci siamo quindi messi all’opera.

Il test è stato positivo. Heroica ci è piaciuto, anche se l’abbiamo giocato ovviamente nella sua forma più basica per impratichirci. “Fichissimo”, l’ha definito il fiero neoproprietario, che ha anche vinto la prima partita giocata. Sua sorella, definita “l’eroe più pigro del mondo”, si limitava a seguire i nostri omini evitando perigliosi combattimenti. Grazie dunque per averci dato l’opportunità di sperimentare questa nuova versione delle costruzioni più giustamente famose del mondo. Un’unica piccola critica: se in una confezione ci sono solo due eroi, possono partecipare solo due giocatori (almeno, per come abbiamo inteso noi le regole). Noi le avevamo tutte e quattro, quindi abbiamo immediatamente ovviato: giocare in tre è molto più divertente!

Antigone: la solitudine e la bellezza


“Mi trascinano per questo viaggio inevitabile, così, illacrimata, senza amici, senza sposo. Mi tolgono questa luce bella, il sole sacro. Quale pianto umano, quale voce amica gemerà sulla mia sorte?” 

L’Antigone di Sofocle è un testo che ho studiato, amato e rimuginato a lungo all’ultimo anno del liceo. Ma che poi si è riaffacciato, qua e là, in momenti diversissimi della mia vita. Questo è uno di quei momenti. Giorni fa, al lavoro, abbiamo ricevuto una mail. Un ragazzo rifugiato, uno di quelli che probabilmente abbiamo incrociato in uno o più dei nostri servizi, è morto. Lui era solo qui. Rimandare il corpo in patria, a sua madre, sarebbe un gesto minimo di civiltà. Che però costa, molto. La Croce Rossa Internazionale coprirebbe parte dei costi (circa la metà), ma il resto? Gli operatori che l’hanno più seguito e conosciuto chiedono a tutti di contribuire, perché si raccolga la cifra in questione. Io, da quando ho letto questo appello, mi sento combattuta. Da un lato la mente pratica dice: ci sono tanti, troppi vivi, che non hanno neanche l’indispensabile. Spendere qualche migliaio di euro per un morto suona come un tragico lusso. Dall’altro però non posso non vedere l’altro lato della medaglia: una madre che non può seppellire suo figlio perché non può permetterselo. Una forma ulteriore di abbandono, di oblio. La lontananza che si perpetua nel negare, di quel figlio perso, persino una sepoltura. E’ qui che ho pensato a Antigone. Una che per una sepoltura si è fatta seppellire viva. Ne valeva la pena? Beh, risponderebbe qualcuno, magari non è proprio per il cadavere, ma per una questione di principio. La legge, la coscienza… Io lo seppellirò. E poi sarà bello morire. Cara a lui riposerò con lui a me caro. E avrò compiuto un delitto santo. Il tutto per dire che non lo so davvero come la penso, anche su questo. E’ difficile essere pratici in queste cose. Penso a cosa proverei se quella madre fossi io. Ma tanto non lo saprò mai, questo. Un altro esercizio ozioso.

Però Antigone è ricomparsa nella mia vita e con essa il tema che più mi folgorava, al liceo, quando leggevo il testo greco: la solitudine. La solitudine, da adolescente, mi affascinava e mi terrorizzava come un crepaccio cattura lo sguardo di chi soffre di vertigini. Oggi, a tanti anni di distanza, la solitudine ha acquistato tante diverse sfumature e tutte molto distanti dalle mie piagnucolose serate di liceale. Ancora una volta il pensiero corre ad alcuni rifugiati. Quasi tutti loro sono soli, per buona parte della loro esperienza qui. Ricordo un quadernino di un ragazzo curdo di 19 anni che frequentava la scuola di italiano, tanti anni fa: una pagina intera era riempita con la parola yanliziyim, “sono solo”. Però la solitudine si accentua in alcune situazioni estreme. Un ragazzo afgano ha avuto un ictus, è stato in coma, ora si è risvegliato e è in ospedale. Nessuno lo va a trovare, non ha nessuno. Una professoressa del corso serale che frequenta si fa in quattro per andare di tanto in tanto, per informarsi dai medici anche se non potrebbe. Diciotto anni, solo al mondo, qui. Lo stesso è successo a un ragazzo egiziano, l’estate scorsa. Le mie colleghe, che avevano fatto con lui due o tre colloqui di orientamento, erano tra le persone che avevano con lui legami più stretti, qui a Roma. Lo ricordano sperduto in un letto di corsia, confuso e disorientato, completamente perso. Il recupero sarebbe stato difficilissimo. Nessuno gli parlava. Un altro ragazzo, afgano, quella stessa estate non ce l’ha fatta. E’ affogato, incomprensibilmente, su una spiaggia del litorale romano. Roba che se uno pensa a quello a cui era sopravvissuto, più che ad Antigone pensa a Samarcanda.

Del resto la stessa solitudine colpisce, a volte, chi più si spende a fianco di queste persone dimenticate. Penso a uno stimatissimo collega che, ricoverato in ospedale per una malattia grave, è stato di fatto assistito solo dalle colleghe di ufficio. Preso dalla causa, noto a tutti, coordinatore di reti nazionali, non ha una famiglia e, alla fin fine, condivide nei fatti (pur nella diversità delle situazioni) la condizione di coloro per cui tanto si spende.

A conclusione di questo quadro piuttosto fosco, volevo invece parlarvi di un libro che mi ha molto colpita: questo. Un libro che vorrei che mia figlia leggesse, appena sarà in età per farlo (diciamo alle medie, o forse anche agli ultimi anni di elementari). Si parla di lotta alla mafia, ma anche di molto altro. Un passo in particolare mi pare molto efficace. Bregantini usa l’immagine del lupo di Gubbio (la sapete la storia, vero? altrimenti ascoltatevi la canzone di Branduardi, come consiglia lo stesso vescovo) per raccontare ai ragazzi delle scuole la mafia: “Certo, sono necessari degli adattamenti: i mafiosi non uccidono per fame. Però è vero che, oltre ai boss che si spartiscono le grandi ricchezze degli affari illeciti, ci sono i tanti ‘manovali’ della ‘ndrangheta che vivono di briciole […]. Dal vivere ai margini a mettersi consapevolmente ai margini il passo è breve. Per questo l’antimafia non è fatta di eroi solitari. Occorre una comunità – come a Gubbio – per vigilare sul male e prevenirne gli attacchi, ma anche per riconoscere le situazioni in cui il male affonda le proprie radici e per trovare il modo di risanare il terreno. Non basta un prete, un vescovo o un Saviano […] Per combattere la mafia non basta denunciare le negatività – come fanno Saviano e altri autori – che conoscono i fatti in maniera approfondita e fanno benissimo a descriverli con la necessaria crudezza. La loro chiarezza e lucidità ci aiuta a capire. Ma non basta! A noi – Chiesa e società civile, tutti e ciascuno – tocca il compito di andare oltre, di raccontare e valorizzare il positivo che già c’è, di seminare il bene e il bello, altrimenti si rischia di rimanere schiacciati dall’orrore”. Il contrario della solitudine sterile e potenzialmente pericolosa è, sorprendentemente, la bellezza. Sottrarre all’incuria, valorizzare il bello,  insegnare ad apprezzarlo è uno delle vie più efficacia per consolidare la speranza e, con essa, il tessuto sociale. Nelle prime pagine Bregantini parla della cattedrale normanna di S.Maria Assunta Gerace, in cui l’architettura è talmente raffinata che i raggi di luce penetrano nel tempio seguendo percorsi precisi a seconda delle ore del giorno e del calendario liturgico, in modo che il 15 agosto, giorno dell’Assunzione, il sole colpisce esattamente il centro del presbiterio. Un po’ come accadeva in certi templi egiziani, che hanno sempre colpito la mia immaginazione pur non avendoli mai visti. Io a Gerace sono stata più volte, ma questa cosa non la sapevo. Questo credo che sia il punto dell’apprezzamento della bellezza di cui parla Bregantini: non si tratta solo di goderne individualmente, in solitaria contemplazione, ma di condividerla e restituirla al territorio, ridando dignità a tutti coloro che ci vivono. Troppo astratto? Forse. Ma si parla anche di cooperative, di logiche di sviluppo, di idee concrete e tangibili. E’ un libro pieno di affetto e stima per la terra di mia madre, quella Calabria dove alle volte il concetto di destino soffoca ogni possibile cambiamento. E mi commuovono le sottolineature, a matita, di una donna che quella terra l’ha abbandonata a 19 anni, pur senza cessare mai di amarla profondamente. In quei segni sobri la vedo annuire, sospirare, ricordare e anche sperare in quei giovani in cui ha sempre riposto tutta la sua più sincera fiducia.

Improvvisazioni


Immaginate una serata che davate per morta e sepolta, dopo che tutti i vostri programmi erano andati a farsi benedire (dico io, si può comprare un voucher Groupon a maggio e lasciarlo scadere perché si era letta male la data di validità? sì, si può). Immaginate però un moto di ribellione interiore, che innesta una piccola controreazione di fortuna che riequilibra un po’ la sfiga. [Più che interiore, esteriore: l’acquisto pressoché subitaneo di ben due paia di scarpe. In realtà, non contemporaneo, ma in rapida successione. Siete mai rientrati in un negozio dopo 50 secondi che ne eravate usciti, dicendo: “Senta, ho cambiato idea. Mi dia anche le altre. Alla faccia di chi non vuole”? No, vero? Per poi spiegare pietosamente alla commessa che non è il marito che non vuole, come uno potrebbe legittimamente pensare. Sono io stessa che mi boicotto e che ero disposta a lasciare lì delle scarpe che mi piacciono solo perché non ne avevo un disperato bisogno]. E allora, dimenticati i programmi e anche i programmi alternativi e tutti i ripieghi, scopri che si può ancora accodarsi a un aperitivo birresco di convegnisti, questa volta con la leggerezza di chi non ha nulla da dire, da argomentare o da commentare. Birra, solo birra (con un vago sentore di incenso) e patatine alla paprika.  “Do you know Chiara Peri?”. No, grazie a Dio. Solo un’amica. Una turista. Una passante. Nice to meet you.

Poi, per una strana alchimia dimenticata, dopo che ridere di nuovo dei soliti vecchi aneddoti per una volta non ti è parso uno squallido rituale, ma ti sei dimostrata ancora indulgente verso te stessa e te lo sei concessa senza stare a pensarci su, ti ritrovi per le strade di Roma. Non è piazza dell’Orologio, è il Monte di Pietà. Dietro l’angolo, Campo de’ Fiori. E un’altra ispirazione subitanea, il cinema Farnese. Ci hai visto Frida, una vita fa. Probabilmente anche altro (Rosa Luxembourg?), ma non ti viene in mente. “E’ iniziato lo spettacolo?”. No, inizia adesso. Via, dentro. Così, a casaccio. Tutti ne parlano un gran bene.

This must be the place. Però se il posto è questo, forse io ho sbagliato momento. Per carità. Poetico. Originale. Sean Penn bravo, anche bello, a modo suo. Ma non mi basta, non mi basta affatto. Come dicevamo con Marta, se al cinema ormai vado solo in caso di assoluta eccezionalità, io pretendo di ridere, o di sognare. Al limite, al limite, di pensare. Ma uscire con l’esclusiva consapevolezza che il regista è capace, ma che evidentemente non si è premurato di andare al di là del luogo comune, in fatto di contenuti (che non sono tanto importanti i contenuti, quando si è così geniali), non mi basta più. So di essere impopolare, ma a questo bel film non gliela posso dare la sufficienza. E’ intelligente, ma non si applica. Vietato, vietatissimo, specialmente in tempi di carestia.

Strategie di sopravvivenza


Stamattina si registrano due novità fondamentali: Nizam è schiantato a letto con la febbre a 39 (dal suo letto di dolore ogni cinque minuti si sente bofonchiare “Ma al negozio non c’è nessuno…”) e abbiamo inaugurato il nuovo orario per lo spettacolo del Teatro Verde, alle 11 di domenica mattina. L’ultimo spettacolo a cui avevamo assistito, un po’ per i posti infelici, un po’ per il ritmo non proprio accattivante, ci aveva un po’ deluso – o piuttosto aveva deluso me, Meryem ha russato dall’inizio alla fine. Ma oggi è stata tutta un’altra storia.

Abbiamo assistito a Il pifferaio di Hamelin, una collaudata produzione del Teatro Verde stesso fin dal 1988. Lo spettacolo è degno dei migliori che avevamo visto lo scorso anno (i due migliori sono senz’altro Il sogno di tartaruga e I cavalieri della tavola gioconda): il giusto mix di recitazione, musica (la rock band dei topi è irresistibile), coinvolgimento dei bambini in sala, battute e allusioni per tenere alto il morale dei genitori in sala. La durata è giusta (circa un’ora) e Meryem ha gradito moltissimo.

E così la mattina è andata. Nel pomeriggio ci aspetta un’amichetta per giocare. Siamo arrivati verso la fine di questo weekend un po’ complicato!