Continuiamo così…


Stamattina ho trovato il mio capo particolarmente affranto. Frattini ha annunciato ieri (cito dal sito del Mae) che oggi sarà firmato con il Consiglio Nazionale di Transizione libico (Cnt), un accordo di “cooperazione per prevenire e contrastare il flusso di immigrati irregolari, inclusa la problematica dei rimpatri. Loro si impegnano da subito anche al rimpatrio degli immigrati clandestini e dimostrano con questo la serietà della Libia di mantenere la collaborazione con l’Italia”, ha spiegato il Ministro. Ecco qui, pronta, l’attuazione delle incredibili dichiarazioni di Maroni sulla possibilità di respingere profughi in un Paese in guerra. Non abbiamo finito di combattere, per presunte ragioni umanitarie, un dittatore che ci affrettiamo a stipulare gli stessi vergognosi accordi con i suoi possibili successori. Ho provato a citare il coaching di ieri e la storia di mangiare l’elefante un pezzo alla volta. Lui mi ha risposto, non senza ragione: “Sono 11 anni che mangiamo elefanti”.

Si è letta qualche reazione sui provvedimenti di Maroni che prevedono la detenzione per i migranti irregolari fino a 18 mesi, come quella di Gad Lerner. Condivido ogni parola. Ma, come sempre, i rifugiati non interessano molto, neanche ai comitati della società civile, che pure molto hanno fatto e stanno facendo. Mettetevi nei nostri panni (parlo di chi lavora al Centro Astalli, ma anche dei pochi altri direttamente coinvolti nei servizi ai rifugiati): noi sappiamo esattamente chi sono queste persone che saranno ricacciate sotto le bombe. Sappiamo da cosa fuggono e come fuggono. Ne incontriamo a decine e basta davvero parlare un minuto con chiunque di loro per rendersi conto del livello straordinario di ingiustizia che la nostra politica, il nostro governo, sta promuovendo. Siamo subissati di richieste d’aiuto precise, circostanziate, con i nomi e i cognomi. E noi mastichiamo pazienti il nostro pezzettino di elefante. Ma io, personalmente, mi vergogno un po’. Non come Chiara Peri, ma come italiana sì.

Ieri eravamo a una veglia di preghiera per ricordare i molti morti nei viaggi verso l’Europa. Si leggevano nomi, date, circostanze in cui migliaia di persone hanno perso la vita. Seduti accanto a noi, un gruppo di persone appena arrivate da Lampedusa a Civitavecchia. Seguivano composti la celebrazione, grazie agli auricolari con traduzione simultanea forniti dagli organizzatori. Loro da quel mare arrivano. Loro hanno appena visto morire i loro compagni di viaggio. Alcuni hanno già sperimentato, per esperienza diretta o attraverso le esperienze di amici e parenti, che significa essere respinti. E provare ancora ad arrivare, ovviamente, perché un rifugiato non ha alternativa.

Arrivati allo scambio della pace, non riuscivo a ricacciare un pensiero insistente. Ok, è solo un gesto liturgico. Ma come si può immaginare che questa gente sia davvero disposta a riconciliarsi con noi? Come possono perdonare la nostra indifferenza e la nostra complicità? Ho stretto qualche mano, ho cercato di incrociare qualche sguardo, ma ho visto solo occhi bassi, umiliazione. Ancora una volta, mi sono vergognata profondamente.

Pacifismo surreale


Sono 11 anni che faccio parte di un gruppo relativamente sparuto di cittadini che partecipa alle iniziative per la Giornata Mondiale del Rifugiato. Questo mio interesse coincide in parte con il mio lavoro, ma va evidentemente anche un po’ al di là dei miei “doveri” da contratto. Tuttavia con gli anni ho imparato he parlare spesso di questi temi non è un buon biglietto da visita nella vita sociale (anche virtuale), quindi spesso mi autocensuro e ci penso non due, ma dieci volte prima di affrontare l’argomento con chicchessia.

Però oggi, consentitemi, vorrei attirare la vostra attenzione su una dichiarazione del Ministro degli Interni Maroni, pubblicata su Repubblica: “Il problema sono i bombardamenti [in Libia] – premette Maroni – fino a quando continueranno le bombe continueranno le partenze e noi dovremo assistere i profughi, come stiamo facendo con l’aiuto delle Regioni”. Cioè, fatemi capire: il problema del bombardare una nazione si riduce al fatto che poi ci tocca assistere le vittime civili delle nostre prodezze? E poi, visto che parliamo della Libia, in realtà le persone che ne stanno arrivando in questo momento, non sono per lo più cittadini libici. Sono tutti quei rifugiati eritrei, somali, etiopi, etc  prigionieri in Libia perché noi italiano pagavamo perché così fosse. Persone che, assicura Maroni, potrebbero essere respinte in Libia fin d’ora: “Non ci sono rischi, verrebbero riaccolti dal governo provvisorio libico”. Certo, se non li bombardiamo pure noi è meglio, ma non è indispensabile smettere subito per sbarazzarci di loro. Ci potrebbero pensare gli stessi mezzi della NATO a fermare tutta questa gente che sta fuggendo (e che, in gran parte, perde la vita in un mare affollatissimo di uomini e mezzi, che però sono evidentemente impegnati a fare altro).

Dopo la performance del Ministro Brunetta di ieri, ho visto sollevarsi – almeno su quella rete popolata di gente che “non fa un c…”, per citare Stracquadanio – un bel po’ di indignazione. Ecco, qualcuno potrebbe indignarsi almeno un po’ anche per queste dichiarazioni, che offendono tutto di noi italiani, a partire dallo spirito e dalla lettera della Costituzione (per tacere della Convenzione di Ginevra, che compie 60n anni)?

Ritrovarsi, radunarsi


“Mezzora. Bastava alzarsi MEZZORA prima!”. Marielou, nonostante 40 anni di Italia e una lunga frequentazione con le persone in questione, resta un po’ olandese dentro. Ci prova, ad imprimere una parvenza di razionalità ai programmi. Quello di ieri prevedeva il disciplinato arrivo di tutti i numerosi commensali – che somigliavano nell’insieme al famoso villaggio africano necessario a crescere un bambino, ultimamente evocato a più riprese nei blog mammeschi – a mezzogiorno in punto alla stazione di Oriolo Romano. Peccato che all’ora prevista ci fossimo solo io, Meryem e Rosaria. Tutto il piano di trasbordi in station wagon di 7 nuclei familiari sudanesi è andato a farsi benedire. Marielou in questi casi, almeno a parole, si lancia in azzardate analisi sociologiche: “Ci credo che l’Africa va a rotoli!”. Ma la verità – lo sa anche lei, ma ce lo ha ricordato Rosaria – è che le persone non le cambi. Meno male, dico io nei momenti di ottimismo. Altrimenti finiremmo col convincersi che c’è un modo solo di fare le cose, in questa infinita e travolgente varietà che è la vita. Dal più apparentemente prossimo consanguineo fratello o sorella, fino al rappresentante di un’alterità più evidente… se li ami, li accetti. E così, come avviene in questi casi, la giornata ha ripreso a scorrere più o meno sui binari immaginati. Però tre ore dopo.
La cosa davvero notevole della giornata di ieri erano i percorsi che ci avevano riportato lì, ancora una volta ospiti in una casa che ha visto snodi significativi delle vite di molti di noi. Almeno il quadro generale merita di essere raccontato. Marielou, detta un tempo l’Olandese Volante (faceva la hostess, da ragazza), da oltre 10 anni insegna italiano ai rifugiati alla scuola del Centro Astalli. Ha cominciato quando, per caso e per destino, ha incrociato me, all’epoca novellina di quel mondo. Ai primi studenti, sudanesi, si è legata in modo particolare. Perché erano i primi, perché lei stessa studiava arabo. Ma soprattutto perché quello era il tempo dell’occupazione dei magazzini della Stazione Tiburtina (“Hotel Africa” lo chiamò, in modo un po’ insultante, qualche giornalista) e del successivo, doloroso, sgombero. Un periodo di passioni, sbandamenti, dubbi, ma anche di intensa crescita – per me – professionale e personale.
Passarono gli anni e alcuni di quei giovani uomini si sistemarono, trovarono lavoro, si sposarono. All’arrivo delle mogli dal Sudan, le affidarono alla “maestra” Marielou. Perché imparassero la lingua, in primo luogo. Ma lei, come le è naturale, andò ben oltre. Accolse le ragazze, le accompagnò a conoscere il quartiere, la città, le moschee. Fu loro vicina, da mamma, sorella e amica, nei mesi in cui i matrimoni combinati a distanza diventavano convivenze reali in piccoli e modesti monolocali e poi nelle gravidanze e nascite dei figli. Ascoltò le loro confidenze, seguì lutti e gioie, piccoli e ahimè anche grandi drammi.
Ciò che più mi fa pensare è come Marielou ha saputo essere fedele a queste persone, anche quando (spesso, molto spesso) le loro scelte risultavano a lei del tutto estranee e persino dolorose. Ad esempio quando la prima donna che aveva conosciuto, a lei molto cara, ha deciso di tornare a vivere in Sudan con i bambini che Marielou, senza retorica o affettazione, definisce “i miei nipoti”. Perché in effetti lo sono. Li ha visti nascere, li ha iscritti all’asilo e accompagnati al parco e alle feste, tentando in tutti i modi di supportare una donna che faticava e soffriva, specialmente a causa di una cultura e uno stile di vita che in fondo non era preparata né disposta ad accettare. Eppure, ogni volta che la famigliola torna a trovare il papà in Italia, Marielou organizza un momento di festa, come quello di ieri.
L’adunata di Oriolo aveva ben poco di intimo, almeno in senso letterale. Eppure, nella sua bizzarria, mi ha dato il senso profondo della comunanza, nel rispetto vero, non esibito, delle reciproche diversità. Così è l’amicizia che mi lega a Marielou. Trattenuta, pudica, mai urlata nelle manifestazioni: ma quando sono con lei sento che qualcosa lega, delicatamente, le nostre anime. Difficile da spiegare.

Un immenso errore di prospettiva


Negli ultimi tempi ho accuratamente evitato libri e film che parlassero troppo spudoratamente di immigrazione e asilo. Ero un po’ in overdose, in fondo per me è anche lavoro. Stasera mi sono vista Crossing Over e non posso fare a meno di pensare che in fondo faccio bene ad astenermi. Non perché il film in questione sia brutto, anzi. Certo, non è neanche un capolavoro. Pone delle questione e le liquida, abusando un po’ delle categorie di “povera vittima” e “buon cittadino compassionevole”. Ma sicuramente sul tema si vede di molto, molto peggio. Resta tuttavia il fatto che se mi metto a pensare sul tema dell’immigrazione (pensare fuori dal mio ufficio sotto terra, specialmente) non vengono fuori bei pensieri. Ho come un senso di catastrofe imminente. Il tasso di violenza a cui i nostri sistemi sottopongono persone, famiglie intere (illustrato ad esempio dal film) in una sorta di escalation non dovrebbe farci dormire sonni tranquilli. Ma non per moralismo e senso di giustizia astratto. Proprio perché non potrà durare per sempre. E continuare a considerarci “buoni” se, per illuminazioni episodiche, ce ne rendiamo conto non ci aiuterà a raddrizzare questo quadro storto. Ci vorrebbe ben altro. Accompagnata a questa consapevolezza da Cassandra ce l’è anche un’altra: nonostante la mia situazione parzialmente ibrida, nonostante lo stato semi-extracomunitario della mia famiglia, anche io mi troverò dalla parte sbagliata. Mi farà rabbia, ma sarà inevitabilmente così. Fine del post apocalittico.

Non riesco a svegliarmi


Ubi maior… Scherzi a parte, le paturnie personali non sono del tutto passate (così come il maledetto malanno di Meryem), ma non posso trattenermi dallo sfogo pure sul fronte, diciamo così, professionale. Non ho mai creduto che lavorare su temi legati all’immigrazione e in particolare al diritto d’asilo potesse essere socialmente appagante. Il nostro Paese brilla da sempre per pressappochismo, inefficacia, inadeguatezza e voluta ignoranza in quasi ogni aspetto connesso alle politiche migratorie. E’ un po’ il nostro marchio di fabbrica, al di là di buonismi e cattivismi che lasciano il tempo che trovano. Ma ora si è passato davvero il segno. Quello che questo Governo sta facendo e dicendo da gennaio a questa parte (una successione di iniziative e dichiarazioni contrastanti tra loro e con ogni norma nazionale e internazionale, insensate di per sé e in continua smentita di loro stesse) mi avvilisce profondamente come cittadina e come lavoratrice, anche al di là di ogni possibile considerazione umanitaria e culturale (due aggettivi che per pudore bisognerebbe astenersi dall’utilizzare come collettività, almeno finché saremo rappresentati sul piano nazionale e internazionale da questi governanti). Come vi spiego? Non si può fare in poche righe. Proviamo con una metafora. Immaginiamo che io sia un avvocato, abituato a interagire con il sistema giudiziario italiano, di cui conosco limiti, caratteristiche, possibili abusi, etc. E immaginiamo che un giorno io arrivi in tribunale e mi venga detto che no, in fondo nessuno ci obbliga a organizzare un processo, che vista l’eccezionalità della situazione organizziamo piuttosto una staffetta nei parchi di Casalotti, anzi no, magari un torneo di briscola al circolo delle bocce del Torrino. Con che diritto? Così. Chi ne è responsabile? Nessuno in particolare. Che ci azzecca? Niente. Ecco, io penso che se io fossi quell’avvocato, dopo un attimo di sbigottimento, mi stropiccerei gli occhi e aspetterei di svegliarmi, sorridendo tra me dell’assurdità del mio incubo. E invece no, non riesco a svegliarmi.

Improvvisazioni e ignoranza


Questa settimana lavorativa è stata accompagnata da un’aura di surreale. Ho scritto e contribuito a scrivere lettere, appelli, note, documenti. Sempre con la consapevolezza che questo senso di urgenza, di vitale importanza, è avvertito quasi solo da noi. Ho letto sui giornali articoli pazzeschi sulla questione dei rifugiati e degli arrivi dal nord Africa: informazioni distorte o più semplicemente scorrette, interpretazioni ancor più fantasiose, uso strumentale delle dichiarazioni altrui. E non credo che sia frutto di un disegno malevolo: mi pare soprattutto che i giornalisti, scartata l’idea di capire nel dettaglio questioni complesse e che farebbero perdere troppo tempo, annusino l’aria e imbastiscano un po’ come gli pare meglio. Più in generale mi verrebbe da osservare che per scrivere di immigrazione senza produrre ameni nonsense bisogna avere una certa competenza. Questa opinione non sembra condivisa dalla maggior parte delle redazioni, che affibbiano l’argomento ai più giovani e sprovveduti, salvo poi trasferirli ad altro appena cominciano a orientarsi. Chissà, forse l’immigrazione è un tema considerato a metà tra la cronaca nera e il costume. Invece tocca conoscere le regole, un po’ come scrivere di calcio (o di rugby, visto che le regole del calcio sembrano geneticamente iscritte nel DNA dell’italiano medio). Mi corre l’obbligo segnalare almeno due eccezioni alla generale incompetenza e improvvisazione: Vladimiro Polchi di Repubblica (che era in tempi remotissimi mio compagno di classe) e Stefano Galieni, che solitamente scrive su Liberazione. Il che non significa che non ce ne siano anche altri che al momento non mi vengono in mente: ma vi assicuro che fare esempi positivi è molto più arduo che segnalare bestialità.

Perché sto dalla parte dei perdenti


Un bel post di Anna sulla quotidianità della guerra mi ha fatto venire in mente un’altra riflessione, analoga. Si sono già allestiti, al confine tra Tunisia e Libia, i campi profughi. E qui parte l’immaginario collettivo delle anonime masse di povere vittime nelle tende, parallelo e in un certo senso complementare all’altro immaginario collettivo, quello delle masse (sfigate o minacciose, a seconda da chi le immagina) sui barconi che si riversano sulle nostre coste. Masse, immagini sfuocate, astrazioni. Tipo l’immagine standard del campo di concentramento, quel brulichio di vittime che sono solo tali, che mai e poi mai potrebbero avere le sembianze del nostro macellaio, vicino di casa, familiare, marito, figlio.

Tante volte mi trovo a spiegare le circostanze, in gran parte casuali, per cui ho iniziato a occuparmi di diritto d’asilo. Ma c’è stato un momento, che ricordo distintamente, in cui ho realizzato che il destino di quelli che chiamiamo profughi, rifugiati, potrebbe ben essere il nostro, di destino. Uno dei primi rifugiati che ho conosciuto era un professore universitario di storia antica. Distinto, dotto, benestante, sereno nel suo equilibrio familiare. Abituato a una routine da professionista, a uno standard di vita assolutamente paragonabile al nostro (nessuna capanna sull’albero, tanto per capirci, nessun bambino con la pancia gonfia di denutrizione). Poi ha scritto un libro che gli è costato il lavoro e anche la sicurezza, l’incolumità. Al punto che si è trovato costretto ad arrivare qui, in Italia, ad avere come unica chance di mantenersi un’improbabile candidatura come manovale in un cantiere della periferia romana. Quel professore, per certi versi, era il ritratto di mio padre. Come lui disabituato alle faccende pratiche, come lui incapace di barcamenarsi nella burocrazia, nella violenza quotidiana, nell’arroganza di chi ti dice “ciao bello” solo perché sei straniero, anche se hai sessant’anni e sei plurilaureato.

C’è un altro aspetto che mi colpisce della questione dei rifugiati. Che sono qui, che vivono con noi. Il ragazzo della sicurezza al supermercato potrebbe ben essere un giornalista camerunese, finito in un carcere segreto solo per le sue idee, per la sua resistenza alla corruzione, per un imperativo morale a denunciare qualcosa o qualcuno, a firmare o non firmare un documento. E noi lo trattiamo con condiscendenza, certi della nostra superiorità culturale, certi di essere guardati con invidia, come modelli irragiungibili. Certe volte, dopo dei colloqui con questi giovani rifugiati, mi sono sentita sinceramente a disagio. Penso che sentimenti ben diversi dall’ammirazione mi animerebbero, se fossi al loro posto. Nizam, che questa trafila l’ha passata tutta, ci scherza su amaramente: i rifugiati sono gli extracomunitari degli extracomunitari, sono quelli che non si possono neanche far forza della comunità, dell’import export, della propria ambasciata e della pubblicità dell’ufficio del turismo. Cani sciolti, che spesso – pur avendo resistito alla tortura, a viaggi a piedi durati anche decenni, a prove surreali durante il viaggio – arrivati qui si perdono, travolti dall’indifferenza di una Paese provinciale, retorico, arrogante e anche molto, molto violento verso i “perdenti”.

Ieri nel mio ufficio c’era un padre con una bambina di circa un anno, che muoveva i primi passi  con quella spavalderia favolosa dei cuccioli (anche di quelli di uomo). Non so i particolari, ma quell’uomo è qui in Italia solo, con quella bambina. Si sta districando tra pratiche burocratiche, perizie, commissioni. Gli viene chiesto di raccontare la propria storia migliaia di volte, di imparare l’italiano, di fare file interminabili in Questura e altrove, di affannarsi nei meandri incerti e poco lineari di una procedura continuamente messa a rischio anche dai disinvolti provvedimenti come quello di cui ho parlato nel post precedente. E intanto deve crescere una bambina, da solo, sradicato da qualunque contesto e portandosi dietro un lutto che non posso neanche immaginare. Con tutto il rispetto per i nostri compagni, probabilmente questo padre non si chiude in bagno a giocare con l’i-phone, anche se magari lo desidererebbe.

Un’ultima pennellata, sempre scusandomi per la scarsa leggerezza che mi caratterizza in questi giorni. Pensate a una ragazza, giovane, tranquilla. Una ragazza a cui era stato dato un pezzo di carta chiamato “protezione internazionale”, già nel lontano 2008, in riconoscimento di violenze a cui nonostante tutto era sopravvissuta. Una ragazza che aveva fatto del suo meglio per imparare la lingua, per cercare una strada qui in Italia. Pochi giorni fa si è tolta la vita, in perfetta solitudine, in un luogo indegno di essere abitato, ma che era per lei l’unica possibilità di avere un tetto sopra la testa. A Roma, non in un remoto campo profughi africano. Nessuno dei suoi connazionali, che pure si stanno facendo in quattro per dimostrare solidarietà, sa spiegare perché. Nessuno, in fondo, sa nulla di lei. Se non che era tranquilla, a modo, garbata. E sola.

Deportando qua e là


In questi giorni provo uno sbigottimento che non riesco a condividere, se non con i pochi colleghi con cui peraltro non c’è bisogno di condividere alcunché, essendo loro sbigottiti quanto me. Il Ministero dell’Interno sta mettendo in atto un provvedimento che supera tutti i precedenti per assurdità e antieconomicità, nonché per danno concreto a migliaia di persone. Ciò avviene alla luce del sole, senza alcun timore di contestazioni o proteste. Le persone che riescono a decifrarne le conseguenze si contano sulle dita di una mano ed è noto che le violazioni dei diritti dei rifugiati, nel nostro Paese, non scandalizzano nessuno e anzi non sono neanche avvertite come tali.
Mi sento in dovere di cercare di spiegare in parole semplici questo provvedimento, fosse solo per aggiungere due o tre persone al gramo elenco degli indignati sostanzialmente impotenti. Si tratta di un progetto dal nome poetico: il villaggio della solidarietà.
Trattasi di ciò: come qualcuno di voi ricorderà dai telegiornali, il Ministero ha allestito/sta allestendo un grande complesso presso la ex base militare americana di Sigonella. Con quale finalità? Ecco, su questo inizio subito a mordermi la lingua. Diciamo che la finalità esatta non era perfettamente definita, così come la natura giuridica di questa struttura, che poi si aggiusterà a seconda di chi ci sarà “ospitato”. Al momento si parla di circa 1800 posti, che verosimilmente aumenteranno. A gennaio, più o meno in concomitanza, riprendono gli sbarchi in Sicilia, interrotti da tempo a causa dell’accordo di collaborazione con la Libia. Quale fortunata concomitanza, penserete voi. Arrivi straordinari e, per una volta, tanti nuovi posti d’accoglienza disponibili. Ebbene no. Così era troppo logico. Cosa si decide invece di fare? In Italia ci sono nove centri dove i richiedenti asilo aspettano l’esito della loro domanda di protezione internazionale. Sono centri aperti e le persone, durante il giorno, possono uscire e iniziare a capire dove sono piovuti: frequentare un corso di lingua (del volontariato, si intende: lo stato non organizza nulla di simile), farsi assistere da un legale per le pratiche burocratiche, curarsi (quasi un terzo dei richiedenti asilo che arrivano in Italia sono vittime di tortura, stupri e violenze estreme). Gettare le basi insomma per un futuro percorso di integrazione. Ecco l’idea geniale. Prendiamo tutte le persone accolte al momento in questi centri, da Gorizia a Trapani. Spostiamole tutte a Sigonella, alias Mineo (CT), in un immenso comprensorio di villette in mezzo al nulla. Ah, queste persone devono fare un colloquio con le commissioni territoriali per il riconoscimento dello status? Poco male. Vorrà dire che ne allestiremo una in loco. Prima o poi. Il centro di Mineo è nuovo di zecca: metti 1800 richiedenti asilo tutti insieme in una struttura allestita dal giorno alla notte e vedrete che “la qualità della loro integrazione” risulterà certamente migliorata. Come? Ad esempio (cito testualmente dalla nota del Ministero) grazie alla “realizzazione di sistemi integrati di videosorveglianza per garantire il massimo della sicurezza”. Se fosse il primo aprile si potrebbe pensare a uno scherzo di cattivo gusto.
Ma soprattutto, perché organizzare questa macchinosa e costosa deportazione di massa, facendo saltare completamente il sia pur fragile sistema d’asilo di cui l’Italia si era dotata? Perché i nove centri così svuotati potranno accogliere i tunisini sbarcati a Lampedusa, semplice. Ora vi chiedo: ma vi pare logico? Vi pare consequenziale? Si vocifera (ma questo nella nota del Ministero non c’è) che le villette di Mineo sarebbero “troppo belle” per i tunisini. Che hanno paura che le rovinino. E quindi ora si procede così, un po’ a casaccio. Certo, qualche migliaio di persone si troverà in una situazione assurda, senza che nessuno le assista, probabilmente private di qualunque diritto e tutela. Ma a chi importa di qualche migliaio di richiedenti asilo?

Documento del Tavolo Asilo  

Il cinismo nuove gravemente alla salute


La sensazione più intensa di questi giorni è che davvero qualcosa stia cambiando, che si stia scrivendo una pagina di storia che probabilmente noi non saremo neanche in grado di leggere. Come tutte le pagine di storia, non è esattamente una pagina rosa. Anzi, oserei dire che gronda di sangue. Qui al lavoro cerchiamo faticosamente di seguire le possibili strategie che saranno messe in atto per accogliere gli arrivi dal Nord Africa. Fatica quasi inutile, dato che quel che arriva (per lo più a mezzo stampa) è fantasioso, surreale e assolutamente contraddittorio. Ma al di là del quasi inevitabile pasticcio che combineremo noi, lo scenario si allarga e si approfondisce a vista d’occhio. Leggevo qui: “Il vento della democrazia può cambiare la percezione che abbiamo dei musulmani”. Io pensavo qualcosa di vagamente analogo, ma in chiave persino più ambiziosa. Sembrerebbe che il sistema scricchioli, che a tratti ceda. Ora, essendo cinici, si potrebbe dire che rapidamente la struttura di ingiustizia reagirà e troverà il modo di riassorbire le piccole perdite per ricalibrarsi in un sistema magari diverso, ma analogo. Ma vogliamo sognare? Sarà pure l’ora di cominciare. Vogliamo immaginare che il Nord Africa si porti dietro molti altri Paesi africani e riesca a scardinare la dinamica dello stato/i occidentale/i che supporta/no regime antidemocratico accampando scuse più o meno nobili (la laicità, lo sviluppo, il progresso, gli aiuti umanitari)? A quel punto non ci sarebbero più musulmani e cristiani. Sarebbero (oltre che sognatori, siamo pure ingenui) oppressi contro oppressori. Sarebbe rimettere in discussione sistemi geopolitici, ma soprattutto economici. Sarebbe ripensare alla radice tutti i rapporti di potere. Già vi vedo scuotere la testa. Le rivoluzioni non sono mai una cosa romantica, lo so anche io. Alla fine, gira gira, a vincere sono sempre i soliti, magari sotto mentite spoglie. O forse si finirà col perdere tutti quanti, chi può dirlo. Però sapete che c’è? Il cinismo, oltre una certa soglia, dovrebbe essere proibito per legge. Nuoce gravemente alla salute e, in particolar modo, alla voglia di fare. Noi brillanti e profondi analisti non riteniamo valga la pena nemmeno formularli, certi pensieri. Sospiriamo, argomentiamo. E infatti siamo al punto in cui siamo, come Paese. Ovvero molto in basso.

Famiglie di serie B


Mi avete incoraggiato, allora non mi censuro più. Stasera ho in mente due famiglie, che non ho mai incontrato personalmente, ma di cui conosco la storia. Sono due famiglie divise e non a causa di crisi e di screzi, ma a causa di frontiere, di visti, di regolamenti.
La prima famiglia è composta da quattro persone: marito (con gravi disturbi psichici), moglie, bimba di due mesi, sorella diciottenne del padre. Avevano chiesto asilo in un Paese del nord Europa, dove è nata la piccola. Si decide (le procedure, i regolamenti) che si deve mandarli in Italia. Non perché vi abbiano mai messo prima piede, no. Ma perché hanno un visto italiano. Si vede che, quando si sono trovati a fuggire, il nostro era il visto più economico, più facile da falsificare. In vista di questo trasferimento, la ragazza diciottenne viene chiusa in un centro di detenzione. I due giovani genitori no, perché hanno la piccola e perché lui sta molto male. Li sistemano in una specie di centro alternativo alla detenzione. Sono terrorizzati. Nessuno spiega loro cosa li attende in Italia. Io e la mia collega che lavora in quel Paese ci informiamo, veniamo a sapere che per fortuna qui a Roma li aspettano, la segnalazione è arrivata e, anzi, la ragazza l’hanno già mandata a Roma. Perché separarli? Non facciamo più in tempo a fare arrivare le informazioni. Loro hanno preso la bambina e sono scappati. Nessuno sa dove siano. Certo è che non hanno nulla, che non parlano la lingua del luogo dove si trovano, che non conoscono nessuno e che fa un gran freddo, lassù. Dove sono stasera? Chissà.
Solo in padre della seconda famiglia è in Italia. E’ somalo, rifugiato dal 2008. Da allora tenta di fare arrivare qui la moglie e i sei figli. Ne avrebbe diritto. Ma queste cose vanno per le lunghe e servono soldi, tanti. Questo signore, che non abbiamo mai visto, scrive un’educata mail alla nostra associazione. Spiega che tutti i suoi familiari sono riusciti a fuggire dalla Somalia e sono in Kenya, in attesa del visto. Allega un preventivo delle spese, che vanno dal sostentamento dei familiari in Kenya ai test del DNA richiesti. Sono oltre 11.000 euro, compresi i biglietti aerei. Lui ne ha messi insieme circa 7500, manca poco. Ha pagato tutte le pratiche, mancano quei maledetti biglietti e poco altro. Oggi manda un’altra mail. Finalmente li hanno chiamati dall’ambasciata, i visti sono pronti, ma senza biglietti non glieli consegnano. Così rischia di andare a monte tutto. Servono i soldi mancanti. Dietro la pacatezza dei toni, si legge chiara la disperazione: “Salvate la mia famiglia”. Esistono voli a prezzi stracciati, realizzati da un’organizzazione umanitaria italiana. Con un loro interessamento si potrebbe risolvere la cosa. Ma ho ancora davanti agli occhi il funzionario che mesi fa dissertava sul fatto che bisogna finirla di aiutare tutti questi rifugiati a portare qui le famiglie. E’ vero, ne hanno diritto, ma alla fine non è un bene per nessuno imbarcare altri disperati. Non sono progettuali. Io vorrei obbiettare a quel funzionario che salvare la vita ai tuoi bambini è già un bel progetto. Per questo la normativa internazionale te ne dà il diritto, reso inapplicabile dall’avidità degli uomini.
Più sento le storie dei ricongiungimenti familiari negati, di persone che perdono la vita perché la nostra ambasciata non risponde al telefono per anni, più mi stupisco della capacità di sopportazione che pretendiamo da immigrati e rifugiati. E lo pretendiamo con noncuranza, con disinvoltura, senza neanche mettere a fuoco cosa significa. Proprio noi, che per i nostri figli faremmo qualunque cosa e giustificheremmo tutto.