La rabbia più grande


Non so se questo post valga o meno, per il blogstorming di GenitoriCrescono. Perché, onestamente, la Guerrigliera si arrabbia, urla strepita, fa i capricci. Ma la rabbia, quella vera, è tutta mia. Se guardo indietro mi pare che la rabbia sia stata mia fedele compagna da sempre. Da piccola, quando mi raccontano che quando mi arrabbiavo varamente riuscivo anche svenire. Da ragazza, quando mi mordevo le mani quasi a sangue (a volte lo faccio ancora). E, devo ammetterlo, anche da adulta: con stupore ripenso ai mille episodi in cui, specialmente con i familiari, ho perso il lume della ragione. Ho urlato per ore, ho vomitato veleno qua e là, cercando di dimostrare che no, calmarsi non era possibile. Ieri sera però notavo un fatto. Da quando mi arrabbio con mia figlia, sono costretta ad affrontare la cosa in modo del tutto diverso. Le volte che con lei ho perso il controllo (ce ne sono state), mi sono talmente spaventata che adesso, istintivamente, cerco di controllarmi. Arrabbiata, furiosa quanto prima: ma cerco di non urlare, di non trascendere, di prendermi una pausa anche io prima che sia troppo tardi. Sarà questo allenamento, o forse l'età che avanza, che mi ha portato a modificare molto anche il mio atteggiamento con gli adulti, persino con i familiari. Non è che mi arrabbi meno, anzi. Ma cerco di esternarlo in modo più controllato. Al limite di evitare lo scontro. E' meglio? Non lo so. La rabbia di prima, certo, spaventava gli altri. Era inadeguata, imbarazzante, completamente ingiustificabile. Ma era liberatoria. Dopo una sfuriata riuscivo a non avere nessun rancore, davvero. Magari poi i rapporti si rompevano lo stesso e passavo giorni oscillando tra il rimorso e la paura. Ma non lasciava altri strascichi in me. Finite le urla, per me la questione era chiusa. Ora davvero non potrei dire che sia così. La rabbia trattenuta si trasforma in tristezza, e la tristezza in risentimento. Ho la sensazione che questa rabbia stemperata in evitamenti e in distanze sia molto più pericolosa dei miei sanguigni scoppi giovanili. Avete presente il duello tra Maga Magò e Mago Merlino ne La spada nella roccia? Non più draghi che sputano fuoco, ma piccoli microbi, molto più letali.

Questo post partecipa al blogstorming

Quando uno se le cerca


Conversazione mattutina tra Meryem e suo padre.

– Hai visto la mia foto truccata da principessa?
– Mmmmm….
– L'hai vista, papino???
– Sgrunt… mmmmm… sì. Ma non sembri tanto una principessa
– Come nooooo???
– Anzi, sai che ti dico? Lo sai che ti abbiamo trovata per strada?
Commento 1: non vedo il nesso. Capisco che stavi dormendo, ma puoi fare di meglio…
– Ma che dici? Io sono nata dalla pancia della mamma, non mi avete trovata per strada.
– E chi te l'ha detto?
– Mamma!
– E come ci saresti finita nella pancia della mamma?
Commento 2: ma che, sei impazzito????
– Mammaaaaaa… Come ci sono finita nella tua pancia?
Chiamata in causa, mi tocca intervenire. – Ehm, glom, ti ci ha messo papà. (Oddio, no, così è peggio. Cerchiamo di correggere il tiro). Cioè, hai presente quando si mette un semino nella terra? Ecco, c'era un semino nella pancia della mamma e tu sei cresciuta (Semplice, naturale, vago quanto basta. Ottimo lavoro).

Più tardi, a pranzo con mia madre. 
– Mamma, ma esattamente come ce l'ha messo papà il semino nella tua pancia?

Resistenze


I viaggi di lavoro di solito non mi dispiacciono. Certo, si è sempre un po' sacrificati. Io, specialmente, che sono sempre troppo ligia al programma e soprattutto non mi posso/voglio permettere alcun allungamento ludico dei tempi, a causa di questo menage complicatissimo che mi ritrovo. Ma da dopo l'estate faccio davvero una fatica sospetta. Un viaggio, appena mi si è data l'occasione, l'ho cancellato senza pietà. Ed era Madrid. Dove non sono mai stata. Questo che mi aspetta domani, in quel di Uppsala, non mi va né su né giù. Certo, è lungo. Ma non è più lungo di quello che facevo un anno fa a Malta, o due anni fa a Dublino. E' il solito viaggio, che annualmente si ripropone. Né più né meno. Eppure c'è qualcosa che non va. Ho remato contro in ogni modo. Traccheggiato fino all'ultimo sul biglietto. Ancora adesso, a poche ore dalla partenza, non mi decido a fare la valigia. Non mi va di partire. Il piccolo incentivo che mi raccontavo, ovvero il piacere di rivedere un paio di colleghi simpatici, è tristemente venuto meno: non ci saranno. Ma non è che gli altri siano antipatici, poveracci. Il problema è mio. Ve lo devo dire che la Guerrigliera, annusata la mia titubanza, si produce in scene madri in cui preannuncia la tremenda nostalgia di cui sarà vittima (beato chi ci crede)? No, non c'è bisogno che ve lo dica. Colpire i punti molli del genitore è un'istruzione iscritta nel DNA di ogni figlio. 

Parlare di trascendente senza trascendere


Oggi è stato pubblicato un guestpost che avevo scritto giorni fa per Genitori Crescono. Confesso che sono un po' perplessa per la piega che ha preso la discussione, tanto che mi sono chiesta come mai questa volta mi pare di non essere riuscita a comunicare quasi per nulla i punti che mi stavano a cuore. Sono stata accusata persino di intolleranza grave e sono sinceramente cascata dalle nuvole, su cui forse mi ero addentrata eccessivamente. Riflettendoci, credo che abbiano giocato due fattori. Da un lato, il tema mi sta a cuore parecchio. Ci ho pensato a più riprese in momenti diversi della mia vita, coinvolge molti miei interessi culturali e emotivi, per cui forse tendo a dare troppe cose per scontate. Dall'altro lato, però, vedo che parlare di religione mette molti genitori a disagio, a prescindere. Notavo, in una discussione collaterale, il commento di un padre: "la religione mi sembra una cosa troppo seria per raccontarla a bambini in età fra 3 e 5 anni due ore alla settimana". Mi ha colpito molto. Mi sono chiesta di quale altro argomento lo penseremmo. Qui ovviamentesi sovrappone la questione scuola, che è tuttaltro che facile e che ha ovviamente messo in crisi anche me (non solo per la religione, a dire il vero): chi è la persona deputata a parlarne ai bambini? come lo fa? lo farà come lo farei io, ovvero rispettando almeno le basi di un'impostazione che ritengo accettabile? Ebbene, questo è un problema eterno della scuola. No, probabilmente no. La delega in questo caso è particolarmente scomoda e la percepiamo addirittura come pericolosa, potenzialmente traviante.
Mi sembra quindi di poter dire, abbastanza serenamente, che noi percepiamo la religione come tema particolarmente sensibile. E questo è tanto più vero quanto più i genitori hanno deciso di rinnegare l'educazione religiosa a suo tempo ricevuta. In un certo senso, questo mi pare ovvio e logico. Però è vero anche l'opposto. Conosco chi, ad esempio, essendo convintamente credente e praticante, "non si fida" di far fare religione a scuola ai figli, per un motivo simile: non poter essere sicuri dell'informazione che viene data, della sua "correttezza" o aderenza alle proprie convinzioni personali. Controllo, mi pare in entrambi casi il concetto base. Timore che i bambini possano essere influenzabili (si parla spesso di "lavaggio del cervello") e quindi avviati in una direzione diversa da quella che abbiamo pensato. Qui in genere si inserisce l'argomento già menzionato: l'importanza, la difficoltà di questo tema.
E' a questo punto del ragionamento che qualcosa non mi torna. Ma la religione è davvero così importante nelle nostre vite? Pensiamo davvero di dedicare più di due ore a settimana a parlare ai nostri figli di questi temi, comunque li si intenda? Non sarà che saremmo più a nostro agio se non se ne parlasse affatto?
Perché a questo punto il problema è più complicato di quello che mi sembrava in un primo momento e mi suscita due riflessioni. La prima è che, comunque la vediamo, noi sentiamo la nostra identità personale fortemente marcata dalla religione, o dalla non religione. Azzarderei a dire più che in passato, forse anche a causa di percorsi personali più o meno dolorosi e incasinati delle persone della mia generazione o giù di lì. Il che, evidentemente, non ci semplifica affatto la vita quando si tratta di rapportarci con gli altrie tanto meno con familiari e figli. Perché questa marchiatura appare tutt'altro che serena, almeno a giudicare dal tenore e dalla natura dei commenti che fanno capolino qua e là quando si toccano questi temi: discriminazione, pericolo, plagio, rischio, sono le parole frequentemente usate.
La seconda riflessione è che mi pare che alcuni ritengano che se ai bambini non parliamo di religione, loro non saranno condizionati e si avvieranno verso un ateismo sereno quanto e più del nostro (nel caso siamo atei, ovviamente). Mi pare una prospettiva utopica e poco realistica. Intanto perché immaginare che nessuno in una società variegata e complicata come quelle in cui viviamo tocchi l'argomento con i nostri figli mi pare un'ingenuità. E poi perché (ma questa è la mia personale impressione) le domande dei bambini spesso ti spingono su un terreno su cui, se vuoi essere sincero, qualche volo pindarico oltre il mero tangibile potresti essere portato a farlo. E se decidi di non farlo è una scelta precisa di disciplina personale. Già sento i mormorii. No, non vi risentite. E' che i bambini sanno essere così concreti e poetici davanti alle domande della vita che a me pare che certe volte rispondere a suon di sola realtà materiale sia riduttivo. Però ok, questo è davvero un problema mio, quindi se avete fatto obiezione la vostra obiezione è accolta. 
Forse capire come la pensiamo davvero su questi temi è più impegnativo e potenzialmente frustrante di compiacerci di quanto siamo illuminati in tema di multiculturalità (ma attenzione: da quel discorso le religioni non si possono proprio tenere fuori…) o di omosessualità. Però io credo davvero che se siamo convinti di qualcosa sia quello, e non altro, che dovremmo insegnare ai nostri figli. Parlargli con convinzione della nostra fede (o non fede), per poi lasciare che ascoltino fin da piccoli anche tutte le altre campane. Tutte quelle che la vita porrà loro davanti. Abbiamo paura che sentano qualcosa che li attrae di più, ma che riteniamo sbagliato? Vorrà dire che glielo confuteremo.  Come ci comportiamo con la pubblicità che non approviamo? Così faremo (anzi, in questo caso lasciatemi dire "farete") con la religione. E se da piccoli fossero fuorviati, crescendo capiranno meglio come la pensiamo e saranno liberi di relazionarsi con noi e con gli altri. Non fare l'ora di religione a scuola, così come non iscriverli a catechismo, fa parte delle nostre scelte educative. Facciamolo serenamente, se e quando ci pare il caso. L'importante è che ognuno trovi una sua verità davanti a se stesso, per poter essere un genitore onesto. Verità provvisoria, articolata, complessa fino alla contraddizione (come la mia) oppure incrollabile e non negoziabile. Non importa. Ma fare la fatica di definircela temo che rientri nei nostri doveri di genitori. Proprio perché è vero che è una questione importante e che impatta potenzialmente con la vita sociale e relazionale, nostra e dei nostri figli. Ma proprio per questo non deve essere un tabù. 

Il contrappasso


Ho passato i miei primi anni da mamma cullandomi in poche, pochissime convinzioni. La prima era che non avrei mai ceduto all'attività extrascolastica prima delle elementari: che esagerazione! Troppo stress, inutile aggiungere movimento al moto perpetuo della Guerrigliera, ma dài, è ancora troppo piccola. La seconda convinzione era che avrei evitato con particolare cura le attività tipiche della mamma snob-radical-chic-fashon-intellettuale monteverdina tipica (per i non romani: Monteverde è il quartiere di Roma dove sono nata e continuo a vivere, grazioso ma funestato dal grottesco orgoglio monteverdino di una larga fetta dei suoi abitanti). Sul secondo punto avevo già rischiato lo scivolone, con l'iscrizione all'asilo super mega galattico che non mi sarei mai potuta permettere. Ma i figli so' pezzi de core e non me l'avevano presa alla scuola comunale. Per fortuna le circostanze mi hanno fatto rapidamente rinsavire. 

Il primo cedimento l'ho avuto con il pattinaggio. Domani la iscrivo, lei dopo una lezione pare entusiasta, la giovane allenatrice mi ha incoraggiato il giusto e poi alla fin fine mi commuoveva che facesse lo stesso sport che era stato il mio. Ma avevo l'attenuante di tata Silvana, che aveva fatto pressing e chi sono io per dire di no a tata Silvana? Quindi questi due pomerigi a settimana li abbiamo al momento impegnati (che poi, visto che la pista è scoperta, finirà con il piovere abbastanza spesso per rendere l'impegno un po' più lasco).

Però oggi mi sono fregata con le mie stesse mani. Ci hanno invitato a una lezione gratuita di gioco yoga, proprio a un passo da casa. In assenza della tata, tentata dal tragitto che potevo risparmiarmi per portarla al parco (domani pare che mi tolgano questi punti, sempre che all'Inail qualcuno mi si fili… ma dell'Inail e della surreale settimana della soddisfazione del cliente vi racconterò in un altro post), ho prospettato a Meryem come mera ipotesi la partecipazione una tantum a una roba così. Non l'avessi mai fatto. Esaltata. Come se le avessi prospettato una nuotata con i delfini, una gara di arrampicata con suo padre e una sessione di cucina a casa di Natalia Cattelani impastate insieme. Ho tentato di non dare troppo peso alla cosa. Che ne sa lei dello yoga? Beh, a essere onesti un po' ne sa. Avete presente quell'orrendo pseudo cartone simil Teletubbies in cui dei personaggi con gli occhioni fanno, appunto, una sorta di esercizi di yoga insieme a dei bambini veri? Lei è una fan, non tanto del cartone (che trova noiosissimo e non so davvero darle torto), ma degli esercizi. Mi costringe a farli insieme a lei tutte le volte. L'associazione è stata immediata. Per cui, pur avendo tardato di 40 minuti sui 50 previsti causa fila dalla pediatra, Meryem non si è lasciata scoraggiare e mi ha messo in croce finché non ce l'ho portata.

E' schizzata dentro e si è lanciata nell'attività con un entusiasmo che ha lasciato perplesse le due fanciulle che gestiscono la cosa. Mi hanno chiesto se aveva già praticato. Io, un po' imbarazzata, ho confessato l'unica e francamente discutibile fonte dell'entusiasmo di mia figlia per lo yoga. "Si vede che è tanto portata". Oddio. Ho faticato a portarla via e confesso peraltro che l'ambiente è molto accogliente e piacevole, davvero a un passo da casa. Ci fanno yoga per gestanti e questo gruppo, una volta a settimana, per bambini. Non costa lo sproposito che temevo. Si paga mese per mese o, al limite, a singola lezione. Mi sento proprio la matrigna cattiva a negarle di provare almeno per un po'. Lei si è sbaciucchiata le maestre con un trasporto che non le avevo mai visto (dieci, intensi minuti di conoscenza) e si è portata via il suo mandala da colorare a casa. Glom. Non ci credo che sto per incastrarmi un altro pomeriggio. Tata Silvana, informata da me per telefono con voce tremante, mi è parsa possibilista. "Che bello, sì, certo, se si diverte perché no?". E già, perché no? Perché con un certo sgomento ho provato una sorta di affinità con le altre mamme presenti, intente a compilare con qualche difficoltà le fitte agende dei loro bambini. 

Ma visto che l'unica cosa che ho imparato in questa maternità è che è assolutamente inutile procedere per principi astratti, ebbene, proviamo. Vediamo come va. Tra l'altro ho come la sensazione che un po' di fantasia, di inventiva, di magia sia particolarmente necessaria quest'anno, in cui la scuola sembra ripiegarsi su un grigiume che ancora non posso dire che mi preoccupi, ma certo non mi riempie di trasporto e fiducia. Ooooohm.

Momcamp, the day after


Come è andata? Bene, benissimo. Ma siccome il piacere di vedere o rivedere delle amiche real-virtuali, la sensazione della gita scolastica, la sorpresa di scoprire che Veronica è una speaker radiofonica nata e via elencando non sono comunque, alla fin fine, l'esclusivo motivo di un invesimento di tempo e di soldi, beh, diciamo anche altro. Diciamo che i contenuti volevo sentirli, e infatti c'erano. Alcuni mi sono più congeniali, altri leggermente più distanti, ma certo non mancavano. Idee, progetti, denunce, confessioni. Una galleria travolgente. Forse un po' troppo travolgente. 

Mi spiego meglio. La mia ammirazione per Iolanda & Co. sale ogni volta che la incontro. Tempi serrati, organizzazione adeguata, buffet ottimo e abbondante. Meglio di così, umanamente, non si può fare. Tuttavia sono certa che a noi blogger, ingolosite da tanta grazia di Dio, è mancata soprattutto la facoltà di commentare. O almeno di farlo seduta stante. Perché no, decisamente, noi non lurkiamo (come ho imparato a dire anche io). Le statistiche ci danno ragione: leggere, o sentire, non ci basta mica. E al Momcamp lo spazio per il dibattito proprio non c'è. E anche se ci fosse, non basterebbe mai e forse non sarebbe adeguato come modalità (alzare la mano, lì in pubblico, alzarsi in una platea da convegno…). E allora? E allora il bello comincia ora, secondo me. Parliamone dove ci viene meglio parlarne: qui in rete.

Immagino che il blog del Momcamp potrebbe servire ottimamente proprio a questo, ma io intanto io qualcosina sul mio intervento l'ho già scritta nello scorso post. Mi riprometto di scrivere ciò che penso anche su qualche altro intervento, così da avviare qualche conversazione. E se le aggregassimo poi in un bel blogstorming speciale, sempre che Genitori Crescono lo consenta? Ci sono tante cose che ci sono rimaste sulla punta della lingua, ne sono sicura. La mancanza di discussione è ciò che più ha ucciso i convegni accademici, rendendoli una sfilata grottesca di performance fini a se stesse. Ma per noi non è così. Noi siamo blogger, ragazze!

Domani, al Momcamp…


Cosa dirò domani, al Momcamp? No, non ho fatto le slide. Le slide le uso per presentare i progetti al lavoro, quando voglio incalzare chi ascolta, stare nei tempi e dare l'idea di essere efficiente. Nei tempi ci starò anche domani, ci mancherebbe. Ma non vado a presentare un progetto, quindi le slide non ci stanno bene. Vado piuttosto a condividere dei pensieri, delle riflessioni, che nascono dalle mie reazioni, come persona (donna, cittadina, mamma, etc) e come professionista, all'esperienza multiforme della rete. E no, il tempo non mi basterà. Ma io spero che sia solo un inizio di conversazione. Il problema,mi direte, sarà dire le cose "giuste". Selezionarle bene. Io una scaletta me la sono fatta, ma non mi fido molto: a volte divago, magari sarò deconcentrata, rimbecillita, gasata dalle 24 ore di libertà assoluta. Mi sento un po' come quando, libera e senza pensieri, me ne andavo ai convegni universitari (ve l'ho detto che divago).

E allora fermo qui alcuni punti, così poi sarà più facile tornarci sopra, dopo. Il titolo che ho scelto è "Mamme social e impegno sociale: possibili contaminazioni?". Ora, sulle mamme social, per quanto brutta sia la definizione, non temo equivoci o fraintendimenti di sorta. Sull'impegno sociale sì. Dovrò sprecare qualche battuta per dire cosa NON intendo per "impegno sociale" (arbitrariamente, si intende): non beneficenza, non adesione virtuale a una causa, niente che si esaurisca in un click o che possa essere delegato ad altri. 

Mi sembra che, rispetto ad altri temi presenti in rete, il sociale sia rimasto diversi passi indietro rispetto ad altri (come ad esempio le questioni legate all'educazione, o alla tutela dell'ambiente). Siamo ancora a un utilizzo puerile e primordiale delle potenzialità della rete in questo senso e a un'informazione approssimativa e poco esauriente. E perché questo dovrebbe interessare a delle mamme? Perché il futuro dei nostri figli ci riguarda. Ci riguarda la loro educazione. Ci riguarda molto da vicino lo sviluppo delle società dove vivranno. Ecco perché credo che un passo avanti in questo senso serva, molto. 

Mi interessano soprattutto tre dimensioni, intrecciate e interconnesse, su cui spero di riuscire a soffermarmi brevemente: la dimensione informativa, quella educativa, quella "attiva". Io mi occupo di tematiche legate ai diritti umani, all'immigrazione, alla protezione internazionale. Gli esempi che farò partono dalla mia ristretta esperienza, professionale e personale. Non pretendo di essere esaustiva. Ma spero che molti altri possano dire la loro, a Milano e altrove. 

Le attività extrascolastiche: cronaca di una guerra non dichiarata


Se l'anno scorso ero assolutamente sicura del fatto che ogni attività sportiva pomeridiana fosse superflua quanto insostenibile, quest'anno titubo. Meryem vede tutti gli amichetti impegnati qui a là; le mamme della classe esortano, la tata fa pressing. In fondo si potrebbe anche fare. Esclusa la piscina, poco raggiungibile e francamente un po' scomoda d'inverno, io avevo optato per una molto decantata lezione di "gioco-danza", ubicata in una scuola dei paraggi. Ci vanno alcuni amichetti, è una sola volta a settimana e non richiede attrezzatura. Mi ero lavorata un po' Meryem, a cui l'idea piaceva, e mi preparavo, con molta calma, a prendere informazioni in merito. Ma avevo fatto i conti senza tata Silvana. Anche lei si è fatta un'idea, nel frattempo. Presso una parrocchia oratorio dove spesso lei e Meryem vanno a socializzare con i bambini del quartiere, c'è un corso di pattinaggio. Stessa location in cui io, seienne, andavo a spazzolare la pista a culate. Ah, il revival. E poi quest'anno ci sono i maestri del CONI (???). Un'occasione d'oro. Insomma, Silvana tifa per i pattini a rotelle. Misteriosamente Meryem, che l'anno scorso aveva giudicato l'attività "un po' noiosa", oggi sembra convinta che abbia il suo appeal. "E poi vedi, mamma, nel pattinaggio si fa anche danza". Questa, cara Guerrigliera, non è farina del tuo sacco, mi sa. I contro sono palesi: minimo due volte a settimana, pattini da acquistare, temibili saggi e, Dio non voglia, in futuro, anche gare in luoghi improbabili. Certo però che, a essere onesti, c'è anche qualche pro: trattasi (se le piacesse) di sport, serio e piuttosto bello; per me è stato una grande palestra di vita, perché mi faceva affrontare i miei limiti, mi ha insegnato l'autovalutazione e, soprattutto, mi ha insegnato a perdere. Ma soprattutto, cavoli, era una goduria. La sensazione del vento nei capelli mentre prendevo velocità, la soddisfazione di un atterraggio riuscito, il vortice delle trottole… senza essere una grande atleta, mi ha lasciato delle belle sensazioni. Silvana sarebbe felice. E io? Mah. Ancora titubo. Ho detto di informarsi, poi decideremo. Voi che dite?

Scuola, ce la possiamo fare (forse)


Ci risiamo, la giostra è ripartita. Lotta impari contro l'orologio, la corsa a ostacoli degli imprevisti e probabilità della scuola (specie pubblica), la socializzazione semi-forzata con le altre mamme, le feste dei compagni, il fondo cassa. Dopo il primo giorno, oggi, sto cercando di non dare troppo peso a qualche piccolo incidente di percorso. Più d'uno, a dire il vero. Prima di tutto l'odioso scarto tra orario dichiarato (anche con appositi cartelli) e orario effettivo, più corto di un paio d'ore. Poi il mistero dei bagni, il cui uso sembra concesso con una parsimonia francamente eccessiva per dei bambini di 4-5 anni. Non riesco a liberarmi dalla spiacevole sensazione che si tenda al risparmio delle energie e dell'impegno, oltre che delle risorse economiche. Ma la cosa che più mi ha infastidito è stato uno scambio davvero poco felice con una delle due maestre, quella che ci conosce già da un anno (l'altra è cambiata). Si parlava del fatto che mia figlia, nonostante sia figlia di musulmano e comunque non battezzata, frequenta l'ora di religione. "Ah, ma allora il padre non è musulmano", commenta la maestra. Beh, veramente sì. "Che strano!!!", insiste lei. "E dire che loro sono così fanatici. Lui deve essere proprio l'eccezione". Ora. Soprassedendo sul fatto che se uno ha in mente un (pre)giudizio così sgradevole, potrebbe sempre tenerselo per sé, o almeno aspettare che mi allontani per spettegolarne con qualcun altra. Vogliamo parlare del fatto che questa maestra ci conosce da un anno? Che ha avuto modo di vedere con i suoi occhi che padre sia Nizam (unico aspetto che dovrebbe interessarle, per inciso)? Che caspita di frase è? Come le viene? Vabbè. Mi becco tutte le canzoncine interculturali del mondo e poi… 
Ma veniamo ad argomenti più frivoli. Mi preme segnalarvi come, del tutto involontariamente, ho acquistato diversi punti nella stima delle mamme monteverdine. Considerato quanti ne perdo durante l'anno scolastico, partire da un saldo positivo mi può solo avvantaggiare. Episodio 1: festa di compagna di scuola, Villa Pamphili. Una delle mamme, che scopro militante di sinistra, si adopera per raccogliere firme per il referendum. Va dichiarata la data di nascita. Scopro con una certa sorpresa che un buon gruppo di mamme è nata negli anni '60, sia pure verso la fine. "Eh, almeno la tua data di nascita inizia con il 7…", mi dice una. Non so come mi sia uscito, ma ho detto: "Per non parlare di Nizam, che ha una data di nascita che inizia per 8…". Siepe di sguardi, per dirla alla De André. Oooops. Il pensiero palpabile nell'aria era: "Ma come fa 'sta carampana, che dimostra molti anni più della sua età, ad aver acchiappato un giovinetto?". Ehm. Mi allontano con discrezione. Non mi ameranno più di prima, ma qualcuna scoprirà per me una sorta di rispetto. Oggi è seguito l'Episodio 2. Con l'entusiasmo alle stelle, dopo l'ufficio mi sono trascinata in palestra. Avrei preferito quasi qualunque cosa. Mentre pedalavo svogliatamente sulla cyclette mi casca l'occhio su una bambina che si aggira tra gli attrezzi. Mi sembra familiare. E infatti… "Ciao!", mi dice semisgomenta la mamma della bimba, compagna di Meryem. Fingo disinvoltura. Dovevo essere uno spettacolo raccapricciante, ma vabbè. Lei si sta informando per iscriversi. Mi assicura che mi chiamerà per chiedermi un parere. Si vedeva vistosamente che ero l'ultima persona che si aspettava di incontrare e non saprei darle torto. Ma ora sono diventata anche, nell'opinione delle mamme della classe, una che fa fitness. Ci rendiamo conto? Vi saprò dire se tutto ciò avrà una qualche influenza sulla mia vita sociale. 

Storie di famiglie


Da quando sono mamma e sono on line anche in quanto tale, ho notato che quasi ogni aspetto della maternità si è guadagnata un suo spazio nei media: gravidanza, parto, educazione dei bambini e degli adolescenti, adozioni all’estero, fecondazioni assistite. Ci sono aspetti che hanno più o meno spazio, più o meno popolarità. Varia molto la competenza e l’impostazione di programmi, siti e forum. Ma la genitorialità, in generale, è un tema che interessa a una buona fetta di popolazione – come dimostrano anche il fiorire di proposte commerciali connesse al tema. Già da prima dell’estate vado rimuginando su quanto possa essere diverso per un migrante (e ancor di più per un rifugiato) essere genitore. Un tema dolorosissimo, solitamente velato da omissioni e non detti. Le parole chiave della genitorialità migrante sono infatti, di solito: separazioni obbligate (a volte spaventosamente traumatiche), lontananze protratte e, nel migliore dei casi, ricongiungimento familiare (che però vuol dire, anche: procedure burocratiche estenuanti e surreali; spese esorbitanti; frustrazioni reiterate e incomprensibili per tutti gli interessati…). No, decisamente non è una passeggiata. Neanche quando i ricongiungimenti vanno a buon fine.
Stamattina, nel mio ufficio, sedeva una giovane donna somala, sorridente sotto un velo fucsia sottile ed elegante. E’ una persona molto riservata, non ci ha mai raccontato i dettagli della sua storia e noi, del resto, non glieli abbiamo mai chiesti. Sta cercando di fare arrivare in Italia i suoi tre bambini e suo marito, che adesso sono in Somalia (e qui apro una parentesi: avete presente quale sia l‘attuale situazione in Somalia e nei paesi vicini?). Premettiamo che qualunque madre italica (o europea, o americana…) sarebbe stata in preda all’ansia e al panico. Lei ostentava una sorta di determinata rassegnazione (non so se mi spiego), tipica di chi vive da talmente tanti anni in mezzo agli orrori da aver rinunciato a ogni reazione scomposta. Il colloquio di oggi verteva sui documenti da produrre e qui, da un intoppo burocratico, abbiamo avuto la possibilità di farci un’idea dell’esperenza di questa donna. Sul suo permesso di soggiorno, alla voce “stato civile”, si legge: vedova. Abbiamo quindi dovuto chiederle, necessariamente, di raccontarci un po’ di fatti suoi. Il padre dei suoi bambini è stato ucciso, in Somalia, in circostanze tragiche che non abbiamo approfondito e che l’hanno costretta, a sua volta, a fuggire, lasciando i suoi tre bambini piccoli a sua madre. Quando ha raccontato la sua storia alla commissione per il riconoscimento dello status, le hanno riconosciuto l’asilo ai sensi della Convenzione di Ginevra. In questi anni è successo che sua madre si è ammalata e ha perso la vista. Non era più in grado di badare ai bambini da sola. In mancanza di altri parenti, un vicino di casa si è occupato dei bambini e dell’anziana donna (che probabilmente, vista la vita media e la qualità della vita in Somalia, avrà una cinquantina d’anni…). Li ha presi a vivere con sé e quando una delle bambine si è ammalata e aveva bisogno di essere ricoverata in ospedale, l’ha portata in Etiopia e ha pagato per salvarle la vita. Ha fatto di quelle persone abbandonate al loro destino la sua famiglia. In occasione dell’operazione della bambina, la ragazza che era da noi oggi è riuscita a raggiungere sua figlia a Addis Abeba: il suo passaporto di rifugiata non le consente di tornare al suo Paese, ma in Etiopia è riuscita ad arrivare, grazie al generoso sostegno di amici e connazionali. Lì, ad Addis Abeba, il vicino/nuovo padre dei suoi figli le ha chiesto, con grande semplicità, di sposarlo. Lei ha trovato assolutamente ovvio farlo. Non essendo cittadini etiopi si sono sposati in moschea e poi hanno registrato l’unione anche civilmente (in una forma che speriamo ardentemente che il nostro consolato in Etiopia riconoscerà valida). Forse questa non è una storia romantica. Non almeno nella forma a cui siamo abituati. Io trovo che questa sia una famiglia, eccome. Una famiglia che ora meriterebbe di riunirsi, per la prima volta, in un Paese senza guerra, per continuare a combattere insieme la povertà, la precarietà, l’esclusione che segnerà necessariamente anche la loro storia in Italia.
Riusciranno a farlo? Chissà. Certo ci vorrà tempo ed è anche possibile (noi lo temiamo) che dal ricongiungimento quest’uomo generoso rimanga escluso, perché non si riterrà adeguatamente documentato il loro vincolo matrimoniale (anche perché non è il genitore biologico dei figli). Noi però facciamo il tifo, per loro e per tutti quelli che combattono battaglie simili, nell’indifferenza generale.