Girare a vuoto


"Non indovina mai…". Stamattina ho sorpreso mia figlia che, scuotendo la testa, mi commiserava tra sé e sé. Nella fattispecie, non avevo saputo rispondere correttamente alla domanda: "Che cosa c'è dentro il tramonto?". Ma abbiate pietà, erano le 6:55 e stentavo parecchio a carburare. Ripensandoci, seduta alla mia scrivania sotterranea, non posso che convenire con la Guerrigliera. Ci azzecco raramente. Mai come in questo in questo momento, mi pare di non capire granché di come va il mondo. Passo la maggior parte della mia giornata a lavorare per questioni ignote ai più (quasi quasi aveva più appeal l'ugaritico). Non so più neanche se riesco ad indignarmi. Anzi, no. Ci riesco benissimo. Però ho comunque la sensazione di girare a vuoto. 
Una delle cose che capisco di meno, poi, è come si concili la generale indifferenza e impertubabilità che pare accomunare la maggior parte dei miei concittadini, che davanti a stragi di giovani, donne e bambini avvenute per precisa responsabilità della nostra politica si limitano ad alzare le spalle e commentare: "Eh, i tempi sono difficili per tutti", con l'aperta faziosità da stadio, comprensiva di insulti e invettive, che si scatena qua e là, su alcune questioni. Facciamo un esempio, di perpetua attualità. Palestina, Israele. Se in ogni aspetto della nostra vita le ideologie sono morte (dicono gli esperti), su questo tema restano tutte validissime. Fin dai miei primi soggiorni in loco, negli anni Novanta, mi era stato chiaro che ben altro che l'ideologia ci voleva per farsi un'idea di una delle questioni più intricate della storia moderna. Certo, l'indignazione sacrosanta la conosco e la condivido. Già in altri casi ho detto e scritto che bisogna guardarsi dal mettere tutto sullo stesso piano, perché non lo è. Resta però il fatto che mi fa orrore vedere il mondo che assiste a una tragedia lunga più di sessant'anni con l'atteggiamento dell'ultrà di una curva di stadio. Vedere persone che pure, su ogni altro argomento, sono paladini della complessità e dell'approfondimento pronte su questo a rinunciare a qualunque ragionamento comporti più di due passaggi e applicare serenamente la logica del "bianco/nero", "buono/cattivo", manco fosse un cartone animato di serie B. 
Per rispetto di un impegno che non ho conosciuto direttamente non faccio il nome che in questi giorni rimbalza qua e là, a proposito e a sproposito. Di una cosa però sono sicura: mi sembra che se si è del tutto in buona fede non bisognerebbe accontentarsi delle spiegazioni circolate finora. Non mi basta sapere che sono stati questi o quei "cattivi". Vorrei sapere perché. "Perché lui era buono e loro cattivi, ovvio", mi risponderebbero in troppi. A prescindere da chi sono quei "loro". Fino a oggi l'unico articolo di taglio diverso che ho letto è questo. Ciò evidentemente non vuol dire affatto che le ipotesi avanzate siano necessariamente corrette. Ma questo sarebbe l'atteggiamento che io vorrei vedere di più in giro. Mi sono ricordata di una conversazione fatta in anni lontani con un tassista di Ramallah. Una frase un po' cinica, forse, ma temo attuale: "La pace si farà quando converrà economicamente a tutti". I soldi. Ne giravano e credo ne girino molti anche ora, alla faccia della miseria estrema sotto gli occhi di tutti. Non voglio mettermi a semplificare anche io, ma cercare la cassa forse aiuterebbe a capire aspetti nascosti, sommersi da slogan facili e da pacchi di ideologia propagandata, anche in buona fede, da molti.
E comunque, secondo voi "che cosa c'è dentro il tramonto?".

Natura


"Meryem, ti è piaciuto il pic-nic, oggi?". "Sìssì". "E cosa ti è piaciuto di più?". "Gli altri bimbi, Luca, Giulia…". "E le farfalle, i fiori, gli alberi… no?". "Ma mamma, quella si chiama natura. Na-tu-ra. Capito?". Mi fa sentire sempre un po' idiota.

Sunday bloody Sunday


Certe volte mi prendono dei raptus di masochismo. Non so darmi altra spiegazione per il pomeriggio di ieri. L'attenuante che mi concedo è la clausura forzata del giorno della festa nazionale, un incubo di pioggia e noia in mix fatale. Quindi il finesettimana è stato all'insegna delle attività. Al sabato sono sopravvissuta. Giretto mattutino al Gianicolo, dove Meryem ha tastato e decifrato tutte le lettere del monumento di Garibaldi, leggendo la sua prima parola ("R-O-M-A"), e ha imparato una nuova parola, "panorama", che le piace assai e da allora usa a proposito e a sproposito. Poi visita da mia sorella e saluti alle ospiti sarde, con annesso laboratorio di cucina (mi sono morsa le mani per non aver immortalato le fasi della fattura dei culurgiones, cucitura inclusa: era la volta che mi potevo spacciare, peraltro a scrocco, per food-blogger), pranzo presto per Meryem, casa e riposino, spettacolo al Teatro Verde. Intenso, ma giusto. La domenica invece mi ha preso la mano. In un delirio di onnipotenza mi sono lanciata verso il centro storico per assistere a uno spettacolo di danze internazionali sotto la colonna Traiana. Di per sé un'ottima idea, di gradimento della Guerrigliera. Però per arrivarci, dribblando il percorso della maratona, abbiamo percorso svariati chilometri nella folla, comprensivi di file per attraversare piazza Venezia a scaglioni, facendo a cazzotti con graziose quanto bastarde giovani turiste spagnole. Arrivati lì, l'entusiasmo musicale di Meryem si è espresso pienamente in un'ora e mezza di salti, corse, giravolte (spesso sui piedi altrui). Ho iniziato a manifestare qualche nervosismo e lei con me. Qui una mamma saggia avrebbe battuto in ritirata. E invece, contro ogni aspettativa, chiama Nizam ofrendosi di prendersi un paio d'ore per accompagnarmi al centro commerciale per alcuni acquisti ahimè indispensabili (altro che Trashic: qui ci vorrebbe la Protezione Civile per salvare qualcosa del mio attuale guardaroba). E io, senza fare una piega, dissimulando il presentimento che assomigliava pericolosamente a una certezza matematica, rispondo: "Ma certo, ti raggiungiamo subito!". Guadagnamo la metro di Colosseo con comoda deviazione su e già per il quartiere Monti (che si chiama così con qualche motivo). Arrivati al Centro Commerciale Meryem, esausta ma eccitata dall'inusuale presenza del padre, era l'incarnazione della bambina ingestibile. Un massacro. L'esasperazione si è mixata con la depressione latente che mi assale alla gola ogni volta che mi avvicino a un camerino diverso da quello della mia amata Stefania. Due ore dopo avrei ucciso chiunque mi si parasse davanti e vi assicuro che ce n'erano fin troppi, tra acquirenti e commessi. Il triste epilogo si è consumato in un negozio di scarpe, dove io e Nizam abbiamo acquistato praticamente un paio di scarpe a caso ciascuno, pur di ritenere adempiuta la missione e mettere la parola fine all'incresciosa esperienza. Io sono perplessa proprietaria di un paio di scarpe da papera che fanno concorrenza alle scarpe più brutte del mondo che qualcuno di voi ricorderà. Il curdo, che ha una tempra migliore della mia e l'occhio più allenato, quanto meno si è accaparrato un paio di Camper. Ieri sera, allettato il mostrino (che stamattina, a mente fredda, ci ha annunciato che si cercherà "un'altra mamma e un altro papà. E pure un'altra casa", mortalmente offesa per i rimproveri subiti), ho visto questo post di Francesca aka Panzallaria. Almeno adesso ho un paio di Camper anche io. Non che la cosa mi renda meno impresentabile, ma sono sempre soddisfazioni.

Premio madre degenere


Accompagnando Meryem stamattina a scuola ho fatto uno scivolone con la maestra che difficilmente recupererò. Credo di averla davvero turbata. Forse ha già chiesto l'intervento di psicologi e servizi sociali. Per farvela breve, io avevo appena congedato la fanciulla e rapidamente, con la coda dell'occhio, mi accertavo che non mi fosse sfuggito nessun cartello di vitale importanza. La maestra, cogliendo il mio sguardo, prontamente mi segnala il cartellone con i provini delle foto della sfilata di Carnevale. "Per prenotare le stampe", aggiunge flautata. Io impreco fra me, mi vergogno di dirle che ne farei tranquillamente a meno e mi sento in dovere di dare una rapida occhiata. Ero di fretta. Il corridoio è scarsamente illuminato. E vabbè, sono anche discretamente cecata (sì, mamma che leggi il mio blog, hai ragione: non ho ancora preso appuntamento dall'oculista). Insomma, scarabocchio una crocetta poco convinta sotto un primo piano di una bimba con la maglietta colorata da farfalla. Una bimba, come mi ha fatto notare subito la maestra inorridita, che non era Meryem e non le assomigliava più di tanto. Oooops. Ho Il premio della madre degenere è senz'altro mio, per quest'anno.

Feste, ci provo


Era un po’ di tempo che non andavo a una festa di una delle compagne di scuole di Meryem e, francamente, non ne sentivo la mancanza. Ci vado davvero solo per dovere e perché credo sia importante provarci. Io ci provo. Oggi è andata meglio dell’ultima volta (quella era stata un vero incubo). Festa in maschera. Un tripudio di Winx. I maschietti erano vestiti da Spiderman o da Batman. Uno aveva entrambi i costumi e li alternava. Un altro era vestito da Ben 10 e non saprei dirve se era fedele all’originale, perché grazie a Dio quello non l’ho mai visto. Mi chiedo solo se ‘sti supereroi è necessario imbottirli di muscoli: a me fanno un po’ impressione. Meryem, vestita da gatto con costume artigianale, per fortuna non sfigurava. Cioè, più precisamente, non si è sentita a disagio. Era bellissima, ma non era detto che lei ne fosse consapevole. L’animazione non l’ha entusiasmata, ma ha persino partecipato parzialmente (è la prima volta). Si è divertita. Tornando a casa ha ripetuto più volte “è stata una festa fantastica” e ha voluto telefonare al padre per raccontargliela. Ma perché io invece sono perplessa? Perché continuo a sentirmi un pesce fuor d’acqua con queste madri. Non ho praticamente scambiato una parola con nessuno, tranne che con la madre della festeggiata e con una delle maestre che era venuta con le sue bambine. Al momento del fatidico “scarta la carta” mi sono sentita ancor più a disagio. I regali erano tutti più importanti e più brandizzati del nostro. Io avevo optato per questo. A me pareva carino e il budget adeguato. Ma davanti a Barbie megagalattiche abbigliate alla Ruby, capi di vestiario da Lolita e persino un vestito da principessa comprensivo di scettro e corona, mi sono sentita un po’ a disagio. La festeggiata ha ovviamente ignorato il regalo. Meryem non credo che lo abbia notato, perché era presa dalla torta. Però…

La sento calda


I termometri a mercurio non sono più in commercio. Ci sentiamo tutti più sicuri. Però, con il venir meno definitivo dell’ultimo termometro di vetro che avevo, sono stata gettata di colpo in un orizzonte indefinito. Le misurazioni più sono sofisticate più sono inafferrabili. Il termometro digitale, che aveva avuto la sua stagione di utilità quando Meryem era piccola, si presta abbastanza bene alla misurazione rettale (di cui però, con la crescita, ambiremmo tutti a fare a meno), ma si rivela assolutamente inadatto alla misurazione esterna. Oltre i 34, 34.2 nessuno di noi è mai riuscito ad andare. Mia sorella mi ha procurato un termometro da orecchio megagalattico, che esige cambio di cappuccetto protettivo ad ogni misurazione. Mah. Non mi convince. Detta com’è, mi pare che segni sempre 37.5. Cambia radicalmente versione solo se lo si sposta di orecchio. Il che, per carità, sarà pure normale, ma non contribuisce a farti sentire sicura. Insomma, in occasione della febbrona di Meryem durante il weekend siamo ritornati al “mi sembra calda” versus “mi sembra fresca”. Valutazioni che raramente ci trovano concordi, va da sé. E così, sempre ad occhio, abbiamo deciso che da domani è guarita. Su questo l’intera équipe di misuratori di calore corporeo ha miracolosamente concordato. Sarà forse che nessuno di noi è libero domani mattina e quindi si impone il ritorno a scuola? No, non siate maligni. Siamo personcine responsabili, noi. Però la febbre non siamo in grado di misurarla.

Il terrore dei pizzaioli


Mio malgrado, inizio ad avere una certa fama in quartiere. E il merito, va da sé, non è mio. Oggi Silvana era fuori, quindi sono uscita prima dal lavoro per prendere la bambina a scuola. Mi sono commossa quando,entrando nell’edificio scolastico, un nanetto biondo mi ha gridato: “Ciao, mamma di Meryem!”. Ah, che bella cosa la socializzazione. Con il sorriso stampato sulle labbra ho prelevato la Guerrigliera e ho pensato di comprarle un pezzetto di pizza per merenda. Al banco della pizzeria, una fanciulla bionda dall’aria angelica. Dei due pezzetti acquistati, uno vola a terra. Meryem insiste perché il pezzetto in questione sia rimpiazzato. Cedo. Lei, mentre io mi avvicina al banco, precisa: “Un solo quadratino. Non due”. La fanciulla del bancone mi chiede se deve dividere la strisciolina di pizza e io, di conseguenza, le dico di no. E aggiungo, tra me e me: “Per carità”. So quanto è elastica mia figlia. Come un blocco di diamante purissimo. La fanciulla a quel punto allunga l’occhio verso la bambina e sbianca vistosamente. “Ah, ma è LEI? Oddio, certo, meglio fare come dice lei”. Io a quel punto avrei dovuto ritirarmi in bell’ordine. Ma sono drammaticamente e inguaribilmente curiosa. Quindi ho chiesto delucidazioni. Lei mi racconta che talora Silvana e Meryem passano a fare merenda alla pizzeria ed è successo che Silvana, per errore, avesse sbagliato qualcosa nell’ordinazione. “Farle cambiare idea è impossibile”, argomentava la ragazza (come se non lo sapessi). “Le abbiamo provate tutte. Io ho provato persino a fare i fiorellini con le cannucce colorate. Il cuoco ha cucinato di nuovo la pizza che lei voleva e che era finita. Io ho tagliato diversi pezzi di vari dimensioni perché LEI diceva che non erano quadratini”. Non sapevo se sprofondare di vergogna o conferire alla fanciulla bionda (e a Silvana, a parimerito) il premio Trota d’Oro per essersi lasciate tiranneggiare fino a quel punto da una pupattola alta un metro e otto centimetri.

Torno subito


Una settimana di ferie già volge (quasi) al termine. Il mio programma iniziale si è rivelato un’utopia al limite della fantasticheria più sfrenata. Il ragionamento era: sono in ferie, ma chiedo a Silvana di aiutarmi comunque, in modo di ritagliare delle comode, lunghe ore per studiare roba astrusa. Soprassediamo sul masochismo di questo proposito, che non mi azzarderei a definire sano. Fatto sta che, all’alba del giorno 1, il mio occhio destro non si è aperto. Congiuntivite. Mi sono barcamenata un po’ con un occhio solo, ho portato Meryem dalla pediatra, ho persino fatto una specie di shopping. Il giorno dopo mi sono arresa, anche in seguito al commento buttato lì dalla pediatra (“Io mi farei vedere quell’occhio, sembra che ci sia un’emorragia in corso”), ho investito una mattina per sentirmi dire da dottoressa più qualificata che trattasi di congiuntivite virale, acuta, contagiosissima e che mi sarebbe certamente cominciata anche all’altro occhio nel giro di poche ore. Il mercoledì mi aggiravo con un manipolo di mamme blogger nei pressi della Basilica di S. Paolo e pensavo a voce alta che, alla faccia della poco affabile oculista, l’altro occhio sembrava immune. Perciò oggi mi sono alzata con l’occhio sinistro in fiamme e, di fatto, praticamente cieca. “A volte il nostro corpo ci manda dei messaggi”, mi diceva un po’ zen la mia fida Stefania lunedì, mentre mi facevo regalare da mia sorella un impermeabile Urbahia. Il mio, di corpo, urla, gesticola, mi lancia oggetti, nel tentativo di attirare la mia attenzione. Sì, ok, ma che vuole da me, mi verrebbe da dire? So benissimo anche io che bisognerebbe cambiare ritmo, depurarsi, disintossicarsi, rilassarsi. Che un altro stress come un esame faticosissimo unita alla praticamente certa umiliazione di perdere “in casa” forse non mi ci voleva. Che anche tutto il resto aspetta urgentemente di essere rivisto, ridiscusso, risistemato. Però io e Nizam siamo entrambi momentaneamente indisponibili. Proverò a ingoiare un cartellino con scritto “Torno subito”, magari il mio corpo capisce che in questo momento, con tutta la buona volontà, i messaggi non riesco a leggerli.

Lo strappetto


Avete presente quando si va in montagna e tu non sei tanto allenata (eufemismo, va’)… Il sentiero a un certo punto, scorre. Temperatura ottimale, vento in faccia, ti sembra di aver spezzato il fiato, di aver trovato quel giusto equilibrio tra il ritmo dei passi e il respiro. Inizi a pensare che non hai fatto male a imbarcarti nell’impresa, ti guardi intorno e ti godi i colori amplificati da quel tanto di fatica che hai accumulato. E poi arriva “lo strappetto”. Il terrore di tutti i camminatori fuori forma. Quel tanto di salita improvvisa che ti rigetta nel pieno dello sconforto iniziale. Non è neanche lo strappo finale, quello che già vedi la meta sopra di te e senti le voci di chi si sta ingozzando di cioccolata calda al rifugio. Anche quello può essere fatale, ma sei sostenuto dalla prova visiva che il più è fatto. Nossignore, il bastardo strappetto è lì, in mezzo al nulla, giusto per rovinarti l’entusiasmo eccessivo. In questi giorni, ecco, mi sento un po’ così. Il vantaggio è che della visione d’insieme, fondamentalmente, non dubito. Mi piace questo sentiero e sono abbastanza certa che non stramazzerò. Ma, fuor di metafora, certe volte un po’ di aiuto in più non guasterebbe. La piccola curdina fa il suo mestiere, ovvero captare con uno speciale radar il genitore vicino al punto di rottura. E a quel punto affonda, con la costanza e la tenacia che la caratterizza. E’ perché ha bisogno di vedere fin dove può arrivare. Ha bisogno che tu le metta dei limiti certi. Ha bisogno di essere rassicurata, in questo periodo che il padre è assente più che mai. Tutto vero, tutto giusto. So anche, perfettamente, che  “Guarda che se non collabori me ne vado (sott. anche io)”  non è la frase più giusta da dire in questa circostanza. Come si è detto, non bisogna esagerare. L’adulto sono io e non me lo dimentico. In fondo, come le ho detto ieri, insieme possiamo andare in un mucchio di posti bellissimi. Strappetti o non strappetti. Io ci credo davvero. Sempre che non decida di darmi alla fuga sul serio :-).

Momento topico


Quanto ero in ansia per la prima recita della scuola materna. Ero agitatissima. Non so spiegare perché, ma ho la sensazione che Meryem stia attraversando un momento di crescita importante in questi mesi. E’ un po’ agitata, di notte litiga nel sonno, si agita, grida “no, no e poi no!”. Parla dei suoi amici di scuola, ma anche dei piccoli soprusi quotidiani (“Oggi Marta non mi ha fatto prendere le costruzioni”. “Andrea si è seduto senza salutarmi”). Elabora costantemente in quella sua testolina. E oggi io avevo paura che si sarebbe emozionata, che si sarebbe sottratta in qualche modo. E invece no, stava lì con il suo cappellino da Babbo Natale e ripeteva diligente le poesie, batteva le mani, faceva il girotondo. Era contenta. C’era anche Nizam, un altro che sta facendo degli sforzi enormi in questo periodo. Ho apprezzato davvero che anche per lui fosse importante questo piccolo appuntamento. E c’era, ovviamente, anche la tata Silvana. Io ho pianto con discrezione. Caspita, com’è faticoso essere genitori. E, a dirla tutta, fa anche un po’ paura.