Semplicemente non lo sappiamo


Se fino a ieri mi avessero chiesto, così su due piedi, di collocare Goma su una carta geografica avrei esitato molto (e probabilmente avrei sbagliato). Questa città del Nord Kivu, una regione del Congo orientale, è stata ieri occupata da un gruppo di ribelli. E’ uno degli episodi di un conflitto che dura da 15 anni, a cui non sono estranee le straordinarie ricchezze del sottosuolo della regione (tra cui il tantalio, un minerale di cui si fa largo uso per le moderne tecnologie, dai telefonini ai computer).

Da Goma, qualche giorno fa, è stato evacuato il mio collega Danilo, che  da tempo lavora per i progetti del JRS nella regione dei Grandi Laghi. I civili fuggono, ma bambini, anziani, disabili e malati restano drammaticamente indietro, abbandonati a loro stessi e in balia della violenza degli scontri.

Un particolare mi ha colpito, del racconto di Danilo (pubblicato integralmente sul sito del JRS): da quando la maggior parte del personale del JRS è evacuato dalle zone più instabili, i team non sono in grado di rispondere a domande sulla sorte di donne, uomini e bambini che non sono riusciti a fuggire. Sono i più deboli, i più fragili, gli anziani, i disabili, i malati. Proprio quelli che maggiormente avrebbero bisogno di essere protetti. E che invece, nella selezione spietata della disperazione, sono stati lasciati dov’erano.

“Sono sopravvissuti ai combattimenti di ieri? Hanno trovato un riparo per proteggersi dalle piogge tropicali che sono comuni nella regione in questa stagione? Hanno trovato qualcosa da mangiare e le medicine di cui hanno bisogno? È terribile, ma semplicemente non lo sappiamo”.

E’ un dettaglio piccolissimo di un quadro grande, mi rendo conto. Un quadro che coinvolge centinaia di migliaia di persone, che non hanno diritto a una menzione nei nostri telegiornali. Il Congo non è la Terra Santa di nessuno. Però io queste domande senza risposta oggi non riesco a togliermele dalla testa.

San Saba


La sera, la porta verde, il tè nei bicchieri di plastica. I colloqui nella stanza del volontario, seduti su una branda. San Saba. Il primo centro di accoglienza del Centro Astalli a Roma (ma la parola giusta, allora, era dormitorio), il mio lavoro serale per molti anni. Penso alle mie relazioni mandate per fax a un ufficio dove probabilmente non le leggeva nessuno. Molti nomi, molte storie. Qualche emergenza. Io ero sempre in seconda linea, ero l’unica donna, quella che arrivava per parlare e poco altro. Mi fa impressione che molti nomi mi sono ormai sfuggiti e che ogni giorno mi pare di perdere un pezzo di quei ricordi. Se il mio ormai ex collega ex Riccardo fosse qui, saprebbe aiutarmi.

Issa, l’afgano arrabbiato dai grandi occhi chiari. Non voleva imparare una parola di italiano finché non fosse stato sicuro di restare qui. Stanco di essere mandato come un pacco su e giù per l’Europa. “Io l’ho imparato, il norvegese”, mi diceva attraverso l’interprete “e per uno che non è mai andato a scuola mica è uno scherzo. Dopo due anni, mi spediscono qui. Dovrei ricominciare da capo, dici? E se poi mi mandano da un’altra parte?” Gli è passata presto, l’arrabbiatura. Di Issa ricordo soprattutto i sorrisi.

Un giovane ivoriano di cui mi sfugge il nome. Un puledro nervoso. Giocava a calcio, sognava (come molti ragazzi) di sfondare diventando un professionista del pallone, una star. Ogni tanto esplodeva, urlava, spintonava qualcuno. Ma con due pacche sulla spalla di Riccardo si è sempre ricomposto.

Un kossovaro di mezza età. Muratore al nero, lavoratore instancabile. Silenzioso, rispettoso. Una sera ci ha detto che era il suo compleanno e che finalmente aveva raccolto abbastanza soldi per ricostruire la casa e il negozio che la guerra gli aveva distrutto. Tornava a casa. Ci ha fatto vedere le foto della moglie e dei figli. Ci ha ringraziato. Il giorno dopo è ripartito. E un altro kossovaro (neanche di lui ricordo il nome), giovane, bellissimo. Anche lui sempre in cantiere. Ha preso la TBC. E’ stata la prima volta che ho realizzato che quella malattia così demodé, che sembra uscita da un romanzo dell’Ottocento, è tornata d’attualità da tempo, a Roma.

Il velocista congolese, che aveva chiesto asilo durante i mondiali di atletica a Catania. Il ragazzino palestinese, mascotte del centro dal primo giorno: sveglio, vivace, curioso, saltellante come un cucciolo. Il giovane iracheno che voleva lasciarsi morire di fame: non ho mai visto occhi tanto sofferenti. Un giorno è ripartito per l’Iraq e non ne abbiamo saputo più nulla. Ho sempre davanti agli occhi il suo sorriso triste e la preoccupazione sui visi dei sui compagni, di ogni lingua, razza e religione.

Padri di famiglia, studenti, giovanotti fieri della forma fisica, poeti, religiosi ferventi di varie fedi. Le camerate spoglie di San Saba erano per tutti. Io più che un’operatrice ero un’ospite, una o due sere a settimana. Mi preparavano il tè, caldissimo e zuccherato. Si parlava. A volte formalmente, per quanto formale fosse lo spazio arrangiato di quella stanzetta in cima alle scale. Più spesso si chiacchierava seduti sulla soglia, si incrociavano lamentele e speranze, confidenze e battute.

Dopo tanti anni, San Saba è stato rimesso a nuovo. Tra una settimana vedrò cosa è diventato. Diverse sono le persone che ci lavorano, diverso (spero migliore) sarà lo spazio a disposizione degli ospiti. Simili, ma tutte diverse, sono le storie di chi ci vive e ci vivrà. A due passi da Piramide, proprio dietro la FAO: vicinissime, eppure ignote ai più. In gran parte, e di questo mi rammarico doppiamente, persino a me.

Le cose che non fanno notizia


Non fa notizia una pizza nel mio forno che non ha lievitato come si deve.

Non fa notizia Meryem che sabato prossimo imparerà una canzone nuovo al coro.

Non fa notizia un ufficio pubblico che funziona bene, e spesso neanche un ufficio pubblico che funziona male.

Non fa notizia una guerra civile che dura da marzo 2011 in una Paese che per molti motivi è vicino al nostro.

Non fanno notizia centinaia di famiglie che si chiedono come sopravviveranno all’inverno.

Sembra uno scenario da favola ottocentesca, vero? I bambini non hanno scarpe, non hanno vestiti pesanti, non hanno nulla da mangiare. Eppure questo è lo scenario che i miei colleghi del JRS si trovano davanti nel loro lavoro quotidiano, in Siria e nei Paesi dove molti siriani si sono rifugiati (Giordania, Libano, Turchia).

Oggi ricordiamo la maggioranza silenziosa di cittadini siriani che aspira alla pace e la cui sorte pare non stare a cuore a nessuno.

Questo post aderisce a “Siria, I Care” blogging day.

Danze di là, danze di qua


Claudia mi sfida e io non posso che raccogliere il guanto. Un guanto che mi immagino multicolore e certamente creato da lei stessa. Fuor di metafora: “quand’è l’ultima volta che hai ballato?”, mi chiede Claudia alla fine di questo video.

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Io ballo abbastanza spesso, con la mia piccola Guerrigliera, ma non è a queste danze in cucina che correva la mente ascoltando questo racconto di viaggio. La prima cosa che mi è tornata in mente sono tre frammenti di un altro diario, il mio.

24/09/2004 – Bonne chance
Oggi ho saputo che Bertrand andrà a Vicenza a cercare lavoro. Sono contenta. E’ una delle molte persone che sono stata particolarmente felice di incontrare. Veniva alla scuola di italiano del Centro Astalli e mi ricordo che lo prendevo in giro per il suo modo molto francese di dire “presente”: il suo insegnante Massimo non riusciva a correggerlo e in fondo non ci si applicava molto, perché il suo irrefrenabile senso estetico si compiaceva di quell’accento tanto “chic”. Bertrand una volta mi ha raccontato del lavoro che faceva in Camerun: per molti anni è stato guardia forestale, girava per i parchi naturali del suo paese e faceva azione di sensibilizzazione nei villaggi per scoraggiare i bracconieri. Una vita da film, di cui parlava con gli occhi accesi di entusiasmo e nostalgia. Appena lo hanno riconosciuto rifugiato è andato di corsa a respirare un po’ di Africa, come un pesce fuor d’acqua: non in Camerun, naturalmente, dove non potrà tornare più, ma in Togo, dove ha anche una parte della sua famiglia. E’ tornato con buste di bellissimi vestiti dipinti a mano, una pennellata d’Africa per i suoi amici romani. Il giorno dopo avermi regalato il mio è tornato in ufficio preoccupatissimo: “Non lo mettere in lavatrice!”. Ora se ne va al nord, in cerca di un lavoro e di una vita tranquilla. Parte con il suo sorriso buono e le sue camicie colorate. Speriamo che non abbia troppo freddo.

25/5/2005 – Non sono mica stupido
Ieri parlavo con un uomo camerunese, ospite del centro di accoglienza dove lavoro. E’ stato uno dei colloqui più dolorosi che abbia mai sostenuto. Lui, che al suo paese ha studiato diritto internazionale, è assolutamente sconvolto del non-sistema che ha trovato qui. Non riesce a crederci, semplicemente. “Non sono uno stupido, io ho studiato, conosco i miei diritti”, continuava a ripetere. “Chi chiede protezione deve essere tutelato dal governo dello stato dove arriva, non può essere sbattuto qua e là, contando sulla buona volontà e la carità di pochi”. E’ talmente fuori di sé che ha deciso di ripartire. Per dove, non lo sa. Ho cercato di spiegargli che nessun altro paese d’Europa lo accoglierà e che alla fine sarà rispedito qui, in Italia, magari dopo aver perso altri anni preziosi. Lui mi ha guardato disperato e mi ha detto, articolando bene ogni sillaba: “In Italia non c’è niente per me. Andare via, anche morire, per me è meglio di questo niente”. Sono tornata a casa, ieri sera, vergognandomi profondamente di essere italiana.

28/7/2005 – Ripartire, in salita
Ha un sorriso splendido, contagioso. Una personalità travolgente, una vivacità irrefrenabile. Le è costato molto riaccendere quel sorriso: C. nel suo paese è stata torturata. Quando è arrivata in Italia, dove è stata riconosciuta rifugiata, era distrutta nell’anima oltre che nel corpo. E poi, una volta qui, suo marito l’ha lasciata. Se ne è andato a Bologna con una testimone di Geova. Quando frequentava il corso di formazione professionale dove l’ho conosciuta, sempre seduta al primo banco, sempre pronta a intervenire nelle discussioni, C. era rinata. “Ho qualcosa che dà un senso alle mie giornate”, raccontava. Anche i malesseri fisici che la tormentavano sembravano spariti. Ma adesso il corso è finito. E lei si sente di nuovo al capolinea. Non riesce a trovare un lavoro e per giunta non può fare lavori troppo pesanti, come conseguenza dei traumi subiti in patria. Di nuovo non riesce a immaginare un futuro. Ha solo 30 anni. E al suo paese, in Camerun, ha lasciato quattro figli.

La parte che tocca a me, per lavoro, la parte che mi sono scelta, ha qualcosa in comune con l’esperienza di Claudia, ma è anche diversa: io quelle stesse persone le incontro qui a Roma, tra piazza Venezia e l’Aventino. Sono fortunata: niente valige, niente jetlag. Basta aprire gli occhi e le orecchie. Purtroppo, a differenza di Claudia e della missione Unicef che accompagnava, io sono molto spesso a mani vuote.

E la danza, mi direte voi? Si danza, si danza eccome. Anche qui, tra i rifugiati che ripartono da zero. Una delle esperienze più intense della mia vita è stata una sera di Newroz al centro Ararat, ritrovo dei profughi curdi a Roma. La notte del 21 marzo su una immensa mappa del Kurdistan disegnata sull’asfalto erano stati accesi molti falò. I ragazzi ballavano in cerchio, in un movimento crescente che trascinava chiunque fosse presente. Abbiamo ballato senza respiro, pestando i piedi con forza, buttando giù di tanto in tanto un bicchierino di tè nero bollente. Mi piace pensare che l’energia di quella sera abbia cambiato il corso della mia vita. Una danza che non è solo intrattenimento, una danza politica.

Quella sera di tanti anni fa credo di aver imparato una cosa: quando le cose importanti si riesce a farle ballando insieme hanno un impatto inimmaginabile. E’ raro, però: quando si è in molti è difficile trovare il ritmo comune. Ci vorrebbe un miracolo. Uno di quei miracoli quotidiani che in tante parti del mondo ancora accadono e in cui noi sembriamo non credere più.

Quello che poi si è visto


Segue da qui. Vale il disclaimer del post precedente: spiego le cose così come io le ho capite, condite dai miei commenti e dalle mie considerazioni. Non esprimo la posizione ufficiale di alcun ente, nemmeno di quello per cui lavoro.

Ci eravamo lasciati a circa un anno fa, con il piano straordinario di accoglienza gestito dalla Protezione Civile rinnovato per un anno. Cosa è successo intanto? Da un certo punto di vista, non granché. Con una certa lentezza e fatica, sono cominciati a arrivare gli esiti delle domande di protezione internazionale delle persone accolte. Gli esiti sono stati in gran parte negativi. I motivi sono vari: un po’ perché questi flussi erano molto misti, un po’ perché la preparazione dell’intervista in molti casi è stata carente, un po’ per tutto l’insieme delle circostanze.

Già da gennaio 2012 chi stava lavorando davvero sul campo ha iniziato a porsi seriamente la questione: era abbastanza evidente che questa emergenza così gestita portava dritta dritta a un vicolo cieco. Se infatti per la Protezione Civile una testa da alloggiare resta una testa, a prescindere dallo status giuridico, ben diverse sono le prospettive di integrazione di chi ha un permesso di soggiorno e di chi non ce l’ha. La strada obbligata, per quanto poco ragionevole e costosa, era far presentare ricorso contro il diniego ricevuto a tutti quelli che in accoglienza stavano e lì sarebbero comunque rimasti. [N.B. Normalmente, in un sistema di accoglienza specializzato (come lo SPRAR), non funziona così. Le domande di asilo si seguono con puntualità e attenzione e, di conseguenza, quando l’esito è un diniego non si presenta ricorso automaticamente: si valuta se c’è o no materia per presentarlo. Solitamente quindi si ha modo di preparare la persona alle conseguenze di un diniego, compresa la conseguente dimissione dal centro di accoglienza. Ma tutto ciò in emergenza non vale, naturalmente].

Il 13 marzo del 2012 il Tavolo Asilo, che riunisce i principali enti di tutela, aveva presentato e reso pubblico un appello molto specifico al Governo Monti. “Tanti di questi profughi – segnalava l’appello – sono stati incanalati nel percorso della domanda di protezione internazionale spesso senza aver ricevuto un’adeguata informazione sulle implicazioni e sui possibili esiti della procedura di asilo ed ospitati in strutture non sempre adeguate. L’alto numero di decisioni negative riguardanti le loro domande di protezione rischia di generare una vera e propria ulteriore emergenza. V’è infatti il concreto rischio che un elevatissimo numero di ricorsi, condizione necessaria per rimanere nei centri di accoglienza, metta in crisi la procedura di tutela del diritto d’asilo in sede giurisdizionale, con gravi ricadute generali sull’intero sistema asilo”. Si chiedeva dunque già allora, esplicitamente, che si adottasse l’unica soluzione possibile: concedere tempestivamente  la protezione umanitaria a tutti gli accolti e creare i presupposti indispensabile a un loro percorso di uscita da centri che sarebbero restati aperti ancora per poco. Si aggiungevano poi altre richieste importanti, tra cui il ripristino immediato di Lampedusa alla normale operatività.

Il 21 settembre la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato un documento di indirizzo per il superamento dell’emergenza Nord Africa. Si fanno alcune proposte concrete, sebbene nettamente insufficienti (ampliamento del sistema di accoglienza ordinario SPRAR di 1.000 posti circa; stanziamento di fondi per 1.000 “doti formative individuali” del valore di 5.000 euro ciascuna), ma due elementi balzano subito all’occhio. Uno: è tardissimo per iniziare percorsi formativi individuali se si pretende che il 31 dicembre tutti siano fuori dai centri; la formula dei tavoli di concertazione, nazionali e regionali, è correttissima, ma richiederebbe ben altra tempistica per essere efficace. Due: e che ci dite dello status giuridico delle persone? Per ora non si dice ufficialmente alcunché. Si mormora ufficiosamente (e pare l’unica soluzione possibile) che effettivamente questa protezione umanitaria verrà data, ma come, a chi e in che tempi ancora non si sa. E intanto è finito anche ottobre.

Si potrebbero fare molti, moltissimi commenti. Chiunque conosca persone che vivono la delicata condizione della richiesta di asilo sa che sarà difficile rimediare in fretta e furia a errori organizzativi e gestionali di questa fatta. Immaginate che io sia arrivata dalla Libia in piena guerra, vedendomi morire accanto amici e compagni di viaggio. Mi hanno mandato in un luogo di accoglienza (scartiamo le soluzioni estreme, tipo gli alberghi abbandonati sulla cima dei monti o le tendopoli: immaginiamo un centro standard),  ho aspettato oltre un anno per essere intervistata dalla commissione e svariati altri mesi per conoscere l’esito. Scopro che è negativo. Mi lasciano dove sto, mi fanno presentare ricorso. Non capisco molto. Mi dicono che comunque devo impegnarmi, imparare la lingua anche se sono analfabeta, cercarmi lavoro anche se non posso lavorare. Mi rimanderanno indietro? Mi daranno un permesso di soggiorno? Eh, mi dicono, è ancora presto per sapere questo. Nulla è sicuro, a parte il fatto che tu il 31 dicembre devi andartene da qui, con tanti auguri di buon anno nuovo.

Credo che a questo punto qualcuno dei profughi accolti con la cosiddetta emergenza Nord Africa si stia chiedendo in che razza di Paese sia arrivato/a. La maggior parte, dopo due anni, si saranno dati una risposta. Temo che questo dovrebbe essere il vero punto di forza dell’exit strategy: si conta sul fatto che, appena avranno in mano un pezzo di carta qualsiasi, si precipiteranno verso la più vicina frontiera. Tuttavia con i tunisini, l’anno scorso, questa raffinata pianificazione non ha prodotto gli esiti sperati. Qualcosa mi dice che ancor peggio finirà questa volta.

Emergenza? Quale emergenza?


Non mi cimenterei neanche nella scrittura di questo post se non potessi avvalermi dell’inconsapevole collaborazione di Alessandra Sciurba, che ha scritto un ottimo articolo che citerò qua e là e che sentitamente ringrazio per l’ottimo lavoro che fa (ho avuto anche la fortuna di incontrarla personalmente).

Partiamo dunque dalla notizia: Alcune delle maggiori organizzazioni sociali e sindacali che in Italia sono impegnate per il rispetto dei diritti e della dignità dei migranti (Arci, Asgi, Centro Astalli, Senza Confine, Cir, Cgil, Uil, Sei Ugl, Fcei, Focus-Casa dei Diritti Sociali) hanno convocato per martedì 30 ottobre una manifestazione a Roma per chiedere al governo ”risposte certe sulla sorte delle migliaia di persone giunte nel nostro Paese dalla Libia in guerra nel 2011”. (ASCA) Per la cronaca, l’appuntamento è a piazza del Pantheon alle 14.

Ma io temo che di questa triste vicenda, su cui iniziano ad uscire articoli poco edificanti (questo su Repubblica, dopo la più corposa inchiesta su L’Espresso…), non possa essere comprensibile solo dai fatti di oggi. Troppo facile (e pericoloso) passare il messaggio che “tanto sui rifugiati ci si mangia e basta”. Allo stesso tempo è necessario capire come mai fatti come quelli riportati possano essersi verificati, e continuino anzi a verificarsi.

La vicenda è lunga e intricata. Provo a raccontarvela così come la capisco io. Piccolo, necessario, disclaimer. Mi occupo di queste cose per lavoro, ma questo è evidentemente il mio blog personale. Penso che sia opportuno ricordarlo, anche se non mi pare di avere sostanziali divergenze di opinioni sul tema con l’ente per cui lavoro. In ogni modo, quello che qui dico esprime – come sempre – la posizione di Chiara e non quella del Centro Astalli.

Parliamo di numeri
Torniamo ancora una volta a maggio 2009. L’inizio dei respingimenti in Libia dei migranti intercettati in mare. L’Italia è stata condannata per questa pratica, a posteriori, dalla Corte di Strasburgo. Perché comincio da qui? Perché questo è l’inizio dello “sballamento” definitivo della nostra percezione dei numeri, che era già molto lontana dalla realtà. In tutto il 2010, con il Mediterraneo bloccato e Lampedusa vuota, le domande di asilo in Italia sono state 10.052, contro le 47.791 della Francia. Questo numero irrisorio (per darvi un paragone, quello stesso anno in Sud Africa ne sono state presentate 180.600 e negli Stati Uniti 54.300) è stato comunque mal gestito. Appena 3.000 i posti di accoglienza del sistema nazionale deputato a ciò, già saturi. Percorsi di integrazioni traballanti come e più del solito. Per quanto riguarda l’esito di queste domande, su un totale di 14.042 esaminate (le commissioni hanno sempre un arretrato dell’anno prima), il totale delle persone che hanno ottenuto una qualche forma di permesso di soggiorno sono state 7.558. Insomma, non esattamente un’invasione.

Poi inizia il 2011 e i numeri aumentano.

Qui lascio la parola a Alessandra: “Va detto innanzitutto come il relativo aumento degli ingressi dei richiedenti asilo che si è registrato in quel periodo sia da ricondurre non solo e non tanto all’incremento delle partenze dei profughi in fuga da situazioni di violenza e instabilità, ma soprattutto al dissolversi degli accordi bilaterali che l’Italia aveva instaurato da anni con i dittatori Ben Alì e Gheddafi in tema di migrazione. A quei tiranni improvvisamente diventati (o ritornati ad essere, come nel caso di Gheddafi), i nemici delle democrazie occidentali, erano state affidate fino a quel momento, in modo più o meno diretto, le vite di centinaia di migliaia di rifugiati attraverso la pratica criminale dei respingimenti in mare, o tramite l’esternalizzazione del controllo delle frontiere.
Nonostante ciò, in tutto il 2011 hanno fatto richiesta di asilo in Italia “solo” 34.117 persone. Lo stesso anno, in Francia, sono state inoltrate 51.913 istanze.”

In altri termini: la Tunisia e la Libia avevano il ruolo di bloccare le persone in arrivo in Europa, a prescindere dal motivo del loro viaggio. Il caso della Libia era particolarmente drammatico, perché tutti i rifugiati del Corno d’Africa transitano da lì. Ma anche la Tunisia operava il suo ruolo di controllo della frontiera al di là dei riflettori più che efficacemente. Per un po’ il tappo salta. Persone diverse che erano rimaste bloccate in Tunisia o in Libia arrivano in Europa. Dalla Libia però arrivano relativamente pochi libici: moltissimi i profughi, del Corno d’Africa o dell’Africa subsahariana, molte anche le persone che in Libia lavoravano e sono state sorprese dalla guerra. Emergenza, emergenza. Ma era un’emergenza vera? Ancora una volta l’Italia, nonostante la sua posizione geografica, ha un numero di domande d’asilo inferiore alla Francia. Il che spiega, anche se non giustifica, la reazione inferocita della Francia, che ha blindato la frontiera di Ventimiglia perché i tunisini arrivati in Italia là restassero: la storia dell’emergenza a loro non è mai andata giù.

Ma noi l’emergenza a Lampedusa l’abbiamo vista
Chi mi conosce un po’ sa che quando mi si nomina Lampedusa, specialmente alle riunioni con i colleghi stranieri, io inizio a vedere rosso. A ottobre scorso ho mormorato a un collega dell’ufficio di Bruxelles questo testuale avvertimento: “Fammi un’altra domanda che contenga la parola Lampedusa e ti mordo”. Tutti lo hanno trovato molto spiritoso, ma io ero serissima. Lui deve averlo intuito, e da allora abbiamo parlato d’altro.

Lampedusa è ormai un set cinematografico. Il suo scopo è, esattamente, quello di creare emergenza. Era successo nell’estate del 2008, quando Maroni inopinatamente diede l’ordine di bloccare i trasferimenti da questa piccola isoletta più vicina alla Tunisia che all’Italia e, come previsto e voluto, scoppiò tutto. Perché, ovviamente, le persone soccorse o sbarcate a Lampedusa, quando tutto va come deve andare, vengono entro qualche giorno trasferite in Sicilia o in altro luogo della lunga penisola italiana. Lampedusa fa parte dell’Italia, mica è stato indipendente. Ma si presta, eccome se si presta.

Lascio ancora la parola a Alessandra: “Anche alla luce di questi dati, si coglie fino a che punto l’allarme lanciato dall’Italia nel momento della cosiddetta “emergenza nord-africa”, a seguito delle rivolte democratiche, risulti pretestuoso. Per giustificarlo, in quei mesi Lampedusa è ritornata ad essere, come tante altre volte era successo, lo scenario dove mettere in atto lo spettacolo della frontiera. È stato sufficiente bloccare i trasferimenti dall’isola per poche settimane, per materializzare l’immagine più estrema dell’assalto al territorio italiano. Poche migliaia di persone abbandonate su quei pochi chilometri quadrati di roccia, a dormire per terra senza nessuna forma di accoglienza, sono state rappresentate come un pericolo ingestibile se affrontato con le procedure ordinarie, e cui tenere testa quindi col ricorso a decreti di emergenza che hanno gettato il paese in un clima di panico da guerra in corso”.

Lo spettacolo della frontiera. Che espressione efficace. Uno spettacolo drammatico, di cui ancora c’è chi paga le conseguenze. Il centro di primo soccorso è rimasto danneggiato da un incendio e quindi chiuso. Da allora, fino ad oggi, non è stato ripristinato. Lampedusa è stata dichiarata “porto non sicuro”. Un termine tecnico, in realtà anche una gran furbata. Quando si soccorrono dei naufraghi in mare, l’obbligo è di portarli al porto sicuro più vicino. Mettendo fuori gioco Lampedusa, possiamo sperare che Malta se ne becchi di più. Non commentiamo. Ricordo solo che sono uomini, donne e bambini quelli che ci si rimpalla, manco fossero rifiuti tossici.

Cos’è l’emergenza Nord Africa, allora?
Si è detto che, comunque, avevamo deciso di considerare la situazione straordinaria e di gestirla con misure di emergenza. Così è stato. Si è proceduto a un artistico collage di provvedimenti, sul cui dettaglio non mi soffermo (uno è stato il rilascio di permesso di soggiorno di un anno ai tunisini arrivati in una certa finestra temporale, accompagnato dalla speranza – anche esplicitata – che se ne andassero tutti in Francia: della reazione dei francesi abbiamo parlato sopra). Oggi ci interessa soprattutto l’accoglienza di queste persone, specialmente di quelle arrivate dalla Libia. Si sono trovati fondi straordinari e, ovviamente, non si è andati a potenziare il circuito esistente di accoglienza decentrata di richiedenti asilo, che è ottimo ma nettamente insufficiente. Troppo facile. Che emergenza sarebbe senza la Protezione Civile? Scende in campo la Protezione Civile.

A questo punto, paradossalmente, lo status giuridico delle persone viene messo scientemente in secondo piano. Bisogna piazzare queste persone sul territorio? (Se ne aspettavano 50mila, ne sono arrivate poco più di 34mila). Le si piazza, di autorità. Alle regioni viene assegnata una quota di posti e le regioni devono farli saltare fuori. Per certi versi funziona: i posti saltano effettivamente fuori. A riprova del fatto che avere numeri meno ridicoli non sarebbe neanche impossibile, con un minimo di programmazione. Ma ci sono diversi problemi.

Il primo, banale: questi posti che saltano fuori non sono tutti uguali. E qui si rimanda agli articoli di cui sopra. C’è chi ha fatto un ottimo lavoro (questi non vanno sui giornali, chiaramente), c’è chi ha usato i soldi per riempire alberghi vuoti. E poi è l’Italia a non essere tutta uguale: per gli stessi soldi spesi, ci sono profughi che sono stati accolti in tendopoli e profughi che hanno avuto le chiavi di un appartamento. Totale disomogeneità, come pure ancora diverso è il trattamento che nel frattempo riceve chi continua ad arrivare in fuga con le sue gambe, a prescindere dall'”emergenza” del momento (gli afghani, ad esempio).

Ma il secondo problema è più di sostanza. La Protezione Civile ha mandato di alloggiare queste persone, come alloggerebbe le vittime di un terremoto. Ma un richiedente asilo oltre al tetto sopra la testa ha anche altri bisogni, che vengono nella maggior parte dei casi ignorati (o lasciati alla buona volontà di chi passa): deve capire la procedura, deve essere assistito e orientato durante l’iter, deve possibilmente imparare la lingua. Al 31 dicembre 2011 si è ancora a carissimo amico. La maggior parte delle persone accolte in questo circuito straordinario non hanno ancora sostenuto il colloquio con la commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato. Gli scandali di cui ora parlano i giornali sono già noti. Ma non sono interessanti per nessuno. Senza stare troppo a pensarci, si proroga l’accoglienza di un anno. E poi si vedrà.

Cosa si è visto, ve lo racconto alla prossima puntata.

Accelero particelle (nel mio piccolo)


No, non mi sono montata la testa. L’unica, inimitabile, inossidabile acceleratore di particelle è Barbara Summa. Ma in queste ultime settimane assisto da spettatrice partecipe a una strana alchimia di idee, progetti, novità che stanno maturando a Milano. Il tema è il mio, i rifugiati. Gli attori per due terzi si erano trovati tra loro da soli e non è che difettassero di entusiasmo, energia e spirito di innovazione. Io però, per una curiosa catena di presentazioni su Facebook, ci ho aggiunto un terzo componente. A giudicare dal ritmo dei messaggi che si stanno scambiando e dalla portata delle iniziative che progettano, direi che si sono piaciuti.

Vi terrò al corrente, amici milanesi. Se anche solo un terzo delle cose che hanno in mente va in porto, ci sarà da divertirsi.

Il dilemma del fundraising


Non sono mai stata granché brava a chiedere soldi, neanche quando mi sono dovuti. Al memento i miei crediti non riscossi superano di gran lunga le mie entrate mensili. Negli anni mi sono resa conto che, oltre al mio fallimentare senso degli affari (al punto che è quasi un’eresia accostare a me questo concetto), ho proprio un problema specifico: vengo da un ambiente “culturale”in cui di soldi non si parla, non sta bene, non fa fino. Il concetto è ben esemplificato da un triste aneddoto accademico. Lavoravo già al Centro Astalli quando mi è stata offerta una docenza a un master che comportava un impegno di tempo tale che avrei dovuto come minimo chiedere un part-time, se non lasciare proprio il lavoro (cosa che chi mi proponeva la cosa dava per scontata, peraltro). Facendo una violenza a me stessa e al tenore della conversazione ho chiesto quanto mi avrebbero pagato. 1000 euro lordi annui. Sì, avete capito bene. A quel punto ho spiegato con tutta la cortesia che ero lusingata, ma che proprio non si poteva fare. Il proponente ha detto di capire, ma poi mi ha raccomandato più volte di non dire a nessuno che rifiutavo per i soldi. Meglio inventarsi altre nebulose e più accademiche motivazioni (tipo: “temo di fare uno sgarbo a…”). Quando ho realizzato che all’estero anche i ricercatori delle mie materie si ponevano in modo del tutto diverso (ad esempio chiedendo, al colloquio per l’assegnazione di una borsa di studio, quali fossero gli eventuali benefit aggiuntivi all’importo, considerato evidentemente dal candidato olandese piuttosto micragnoso) è stata una rivelazione vera.

Perché vi racconto tutto ciò? Solo per dire che ogni volta che al Centro Astalli emerge il tema del fundraising sento un brivido corrermi lungo la schiena. E non sono la sola, nel mio ufficio. Ci pare brutto. Visualizziamo subito le invasive campagne con uso sfacciato di occhioni di bimbi africani, che sono lontane mille miglia dalla nostra sensibilità e della nostra identità. Come ho già detto, abbiamo costatato che il rifugiato presente in Italia è difficile da “vendere”. Sostenere a distanza è di gran lunga più rassicurante. Ma è anche vero che il nostro stile di fundraising è timido fino all’inesistente: sul nostro sito il “sostienici” è inguattato in basso a destra, quasi invisibile. Mandiamo bollettini per le donazioni in allegato al nostro bollettino non più di una volta l’anno. Agli eventi che organizziamo non chiediamo mai alcun genere di offerte. I progetti che facciamo nelle scuole sono del tutto gratuiti. Quando abbiamo pubblicato il libro “La notte della fuga” abbiamo quasi litigato con l’editore per abbassare il prezzo di copertina e, non contenti, acquistiamo noi molte copie per poterlo rivendere a un prezzo inferiore (e non percependo quindi neanche i diritti d’autore).

Una collega un po’ pragmatica ci ha fatto notare che probabilmente la convinzione generale è che il Centro Astalli sia ricco, che non abbia alcun bisogno di offerte. Questi gesuiti, si sa. Il che, evidentemente, non ha nulla a che vedere con la realtà. Ogni mese arranchiamo e se avessimo più soldi potremmo aiutare molte più persone nelle loro spese vive (affitti, occhiali, tutori, medicine, corsi, eccetera).

E’ per questa ottima ragione che, ancora una volta, abbiamo stabilito di riconsiderare la nostra politica di fundraising. La settimana prossima faremo una riunione per formulare idee, proposte, colpi di genio. Il fronte degli innovatori dovrà essere assai convincente, perché le scetticismo è molto. Io, con il bipolarismo che mi contraddistingue, saltello con disinvoltura tra le due posizioni. Diciamo che ho maturato uno scettico entusiasmo. Volete partecipare al nostro brainstorming dandomi qui qualche dritta?

Welcome (come dicono a Parigi)


Jean-Marie mi è piaciuto fin dal primo incontro, svariati anni fa. Gesuita, francese, biblista, perennemente con un pericoloso scintillio negli occhi azzurri. Refrattario a ogni forma di obbedienza burocratica o intellettuale. E allo stesso tempo completamente e convintamente dedito al servizio, con una certezza cristallina e una fede incrollabile nell’impossibile. Il progetto Welcome era una di queste idee irragionevoli, poco realistiche, potenzialmente buone ma sai com’è, tra il dire e il fare… Jean-Marie lasciava dire. Ma sapeva che ci sarebbe riuscito e infatti così è stato.

A Parigi i richiedenti asilo trascorrono molto tempo per strada, in attesa che venga loro assegnato un posto nel sistema di accoglienza. Minimo quattro-cinque settimane, a volte di più. Centinaia di giovani afghani dormono in tende per le strade della città, a volte persino lungo gli argini della Senna di fonte a Notre Dame. La Francia pullula di grandi ONG specializzate in materia di asilo e migrazioni, con reti di advocacy potenti e presenza capillare un po’ ovunque. Dei giganti del nostro lavoro. Ma Jean-Marie, con il suo stile da Asterix, insisteva: finché c’è tutta questa sofferenza lo spazio per l’azione c’è, dobbiamo solo trovare il nostro. Per tutti questi giganti i rifugiati, alla fine, sono solo un caso, un numero di fascicolo, una pratica da sbrigare. Per noi può essere diverso. E per “noi”, allora, intendeva essenzialmente lui stesso e una giovane signora italiana, convinta quanto lui (e grazie a lui). Isabella in seguito mi raccontava tra lo sgomento e l’ammirazione retrospettiva alcuni colloqui con finanziatori, amministratori e simili, a cui lei si presentava sudando freddo, con decine di slides e pile di documentazione. Jean-Marie entrava, si sedeva, guardava l’interlocutore negli occhi e partiva con un linguaggio del tutto inaspettato. Niente budget, niente strategie, niente partenariati e programmazioni: solo ospitalità, diritti umani, eventualmente tirando in ballo direttamente lo Spirito Santo. “La prima volta sono uscita dal colloquio sconfortata e anche un po’ arrabbiata”, mi diceva. “Ero certa che nessuno ci avrebbe preso sul serio, se parlava con quel tono da profeta”. E invece.

Oggi Welcome è una rete di ospitalità incredibilmente efficace, che opera in tutta la Francia. Funziona così: alcune famiglie (ormai parecchie) danno la propria disponibilità ad ospitare in casa un richiedente asilo per un periodo di 5 settimane. Il JRS Francia si occupa di selezionare gli ospiti che sono segnalati da ONG su tutta la Francia, di offrire tutte le opportune informazioni e supporto alle famiglie e di fornire a ciascun ospite un tutor che lo segua costantemente in tutte le sue necessità, dalla procedura d’asilo, all’insegnamento della lingua, alla ricerca di soluzioni successive. Alle famiglie viene chiesto solo di accogliere, gratuitamente. E’ un’esperienza che si può fare una o più volte l’anno, o al limite una sola volta nella vita. Ma che ha un valore immenso. Il primo, pratico: toglie dalla strada persone già sfinite dalla fuga dai loro Paesi, consentendo loro di riposare il corpo e lo spirito e, ancor più importante, di sentirsi accolti singolarmente, in forma non anonima. Più di 100 richiedenti asilo, persone molto giovani e in situazioni di grande vulnerabilità, ne hanno usufruito. Ma non è tutto qui. Una sera, durante la riunione annuale del JRS a Parigi, Jean-Marie ha invitato a cena le famiglie e i ragazzi che in questi anni hanno partecipato al progetto. Parlando con loro capisci la portata davvero rivoluzionaria di questa idea semplice.

Mondi che non avrebbero motivo neanche di sfiorarsi per caso che si trovano a camminare insieme un tratto di strada: famiglie borghesi nel senso più pieno del termine e giovani afghani, ceceni, ivoriani. Intellettuali, casalinghe, persone impegnate nella fede e in politica e dedite ai più vari hobby e giovani in fuga, abituati a tentare il tutto e per tutto pur di sopravvivere. Suvvia, non può funzionare. E invece sì. Funziona. Con l’attenta regia del JRS France, che lavora per prevenire difficoltà e “tentazioni” (la regola è chiara: niente soldi, niente regali, niente beneficenza di alcun tipo per gli ospiti, niente proroghe; a tutti gli aspetti pratici pensa il tutor e l’organizzazione), il progetto fiorisce intorno al suo punto centrale: l’ospitalità, nel senso più alto del termine. E i legami continuano, si intrecciano, si estendono di conoscente in conoscente, di condominio in condominio.

I risultati sono stupefacenti e oggi, a pochi anni dall’avvio, tutta la Francia pullula di reti di famiglie e di coordinamenti locali. Jean-Marie si avvia a concludere il suo incarico di direttore del JRS France. Nel salutarlo, domenica, a Parigi non ho potuto fare a meno di dirgli: “E’ straordinario. Ti rendi conto che questo è un miracolo?” “Mica li faccio io, i miracoli”, ha ribattuto brusco lui. Certo, i miracoli sono competenza esclusiva di Qualcun altro. Però si può facilitarli o ostacolarli. “Facilitatore. Sì, questo ruolo mi piace!”, mi ha concesso infine. E ha riso di cuore, come sempre.

Ma, tornando a noi. Con il mio collega italiano ci chiedevamo se questo modello sarebbe esportabile nelle nostre città. Io, ovviamente, dicevo: magari! Mi si obiettava però che il concetto italiano di ospitalità è troppo vincolante, sia per chi ospita che per chi è ospitato. Che gli italiani sono meno avvezzi a dare le chiavi di casa e a dire all’eventuale ospite: “Noi stasera siamo fuori, per la cena arrangiati”. Che le italiane medie sono pericolosamente mamme di tutti e che dunque si dovrebbe vigilare continuamente sulla correttezza dei rapporti. Eccetera. Io però credo che: a) mica siamo tutti uguali! b) non sarebbe l’ora che ci educassimo un po’ a un’ospitalità più sana, che lascia anche molte meno scuse per sottrarsi sempre? Voi che ne pensate?

Jean-Marie

Non sta a me


Non è che avessi proprio un piano preciso, lo confesso. Si sarà pure notato, presumo. Però dopo la giornata di oggi, la gita sociale “Roma dei rifugiati”, sono ancora più convinta che vale proprio la pena di farle, queste cose poco pensate e tanto sentite. Mentre uscivamo dal mio catacombale ufficio, eccezionalmente trasformato in luogo dove ricevere delle amiche, mi sono chiesta: “Era troppo?”. Questo davvero non sta a me giudicarlo. Per la mia golosità era pure poco, anche se era davvero il massimo consentito da una tempistica che evitasse il trattamento inumano dei partecipanti e, in qualche caso, l’abbandono di uno o più minori.

La gratitudine a chi è venuto l’ho espressa ieri. La ribadisco tutta. Ci aggiungo quella a Guglielmo, di Prime, che ci ha accolto senza batter ciglio e mi ha preso sul serio, sulla fiducia, in una roba che non sapevo neanche ben spiegare cosa dovesse o potesse essere. E nonostante questo, è stata proprio come la volevo. Sono emersi tanti spunti di riflessione anche per me, che non sono nuova all’argomento. In particolare due temi su cui devo continuare a riflettere seriamente: quello della comunicazione sul tema dei rifugiati e quello del fundraising (sì, no, come, quando).

Se e quando le partecipanti si riprenderanno dalla botta, mi piacerebbe sentire anche da loro (in pubblico o in privato, a loro discrezione) cosa ne pensano e come mi consigliano di proseguire questo percorso un po’ alla cieca, che vorrebbe essere (un po’ troppo pomposamente) un’operazione culturale. Più realisticamente può diventare un’operazione di condivisione di esperienze, di idee e di pensieri.

Il pranzo mi ha richiamato prepotentemente alla mente i coffee break autoprodotti dei convegni degli allora giovani Orientalisti. Quando credevamo seriamente di cambiare la società a colpi di storia antica. Non a caso è stata una delle partecipanti del convegno di dicembre 2001 a darci lo spunto per organizzare il pic nic  (ci sei mancata tantissimo, Betti!). Forse questo oggi lo posso dire – e non sapete quanto mi conforta: non è mai tardi per avere un ideale. E se ne parla meglio a stomaco pieno, ridendoci un po’ su, incoraggiandosi con il calore di amicizie che, a dispetto della casualità con cui nascono e si intrecciano, sono davvero di sostanza.

Ultimo ringraziamento doveroso ad Alessandra. Specialmente alle non romane tenevo proprio a regalare quei vicoli, quegli scorci. Poi però Alessandra ci sa mettere sopra tanto di più (gelaterie sfiziose incluse!). Certo, non era lì solo per la sua competenza. Oggi me la rivedevo davanti in una classe piena di curdi, in una scuola del Flaminio. E ritorno al punto di partenza: quanto è bello riuscire ad alzare la testa e vedere che non si è così soli come nei giorni grigi ti pare di essere.

P.S. Iniziano a reagire! Ecco qui i racconti di Isabella, Chiara e Anna.