Un lusso


Come lo dice bene, Barbara: anche l’indicibile fatica del quotidiano merita di essere raccontata. Io, a differenza di lei, la racconto pure troppo. Sono abbastanza lamentosa, trovo. Certo che “i momenti più neri, più bui, quelli che cambiano per sempre una vita” alla fine non li racconto nemmeno io. Qualcuno ce l’ho nelle bozze, ma scelgo sempre di non postarlo. Ma non divaghiamo.

Poi oggi ho letto un altro post, questo. C’entra molto con il regalo, il lusso, che ho deciso di concedermi domani. Contro l’indicibile fatica del quotidiano, contro la routine che a volte mi fa dimenticare che, di fondo, credo nel mio lavoro e lo amo, domani mi sono presa una giornata per raccontare a un gruppo di amiche cosa significa per me (e per altri, qui a Roma) l’impegno per i rifugiati. A prescindere da come andrà (vi racconterò anche questo, poi), volevo intanto dirvi che sono tanto felice che abbiano accettato il mio invito. Ho rimuginato per molti mesi sull’opportunità di farlo, un invito così. Ci penso dal Momcamp 2011 di Milano, quando per la prima volta avevo provato a raccontare perché mi pare importante, anche per un genitore, prendere confidenza con esperienze di impegno sociale, chiamiamole così. Pensa che ti pensa, pondera che ti pondera, a un certo punto mi sono decisa e, non senza una certa sorpresa, ho trovato un certo numero di persone disposte a regalare un sabato (merce rara e preziosa per chi lavora!) a me e alla mia idea.

Potrei scrivere molto altro, che mi riporterebbe alla gratitudine che provo per queste relazioni in rete, che sono tutto meno che virtuali e che prendono vie e intrecci inaspettati e mi fanno respirare anche quando mi  pare che manchi l’aria. Certe volte mi rammarico del fatto che la mia vita sia così riluttante rispetto all’incanalarsi su un binario tranquillo, prevedibile, sicuro. Ma per giustizia devo dire che mi dà anche tanto, questa mia vita strampalata. Ad esempio l’opportunità di una giornata come quella di domani.

Primo giorno di scuola: un pensiero, un segno


Oggi è il primo giorno di scuola per molti bambini. Leggo sui blog e sui social network l’emozione di molte mamme che accompagnano per la prima volta i propri figli, cartella in spalla, a un’esperienza che, nel bene e nel male, plasmerà una parte importante della loro vita (e della nostra). Ieri si è discusso di inserimenti, nei prossimi giorni si parlerà di tante altre questioni urgenti che ci si presentano ogni anno, a partire dalla sicurezza degli edifici scolastici.

Oggi però, mentre iniziavo il mio lavoro di ogni giorno, mi ha colpito una frase, che voglio condividere con voi. “A Homs, in Siria, alcuni bambini non frequentano la scuola da più di un anno”. Magari in una tragedia di quelle dimensioni, di cui mi fa piacere si cominci a parlare di più anche sul web, questa normalmente non sembra la cosa più grave. Lo stesso articolo che stavo traducendo parlava di bombe, di decina di migliaia di famiglie senza casa né cibo, accampate alla meglio negli edifici scolastici e nei parchi pubblici, di persone isolate a causa dell’insicurezza delle strade e che non hanno alcuna possibilità di essere raggiunte dagli aiuti. Ma oggi questo particolare mi ha colpito fortemente. Chi ha vissuto, più o meno da vicino, l’esperienza di un trauma forte come il terremoto sa bene che i bambini, proprio in queste circostanze, non devono essere lasciati soli. Che ai danni materiali, incalcolabili e inarrestabili, si aggiungono le ferite invisibili, più profonde nei più piccoli.

Ma oggi mi veniva in mente anche un’altra cosa. Siamo sicuri che l’istruzione dei bambini non sia una priorità “in questo momento” (i “momenti”, quando si tratta di crisi di rifugiati e di conflitti, possono durare anni, decenni, o persino alcune generazioni)? Non posso fare a meno di pensare a quanta legittima preoccupazione riserviamo a ogni dettaglio dell’istruzione dei nostri figli, a quanta importanza attribuiamo anche a quelle che sono semplicemente opzioni (“passi la materna, ma con una scelta infelice delle elementari li roviniamo proprio”, è capitato anche a me di dire e di pensare). E se mia figlia da oggi a tempo indeterminato non potesse frequentare una scuola? Siamo sicuri che la cosa non mi strazierebbe quanto la preoccupazione di darle da mangiare ogni giorno? La scuola è il futuro. E’ quello che contribuirà a definire il suo percorso, anche e soprattutto quello che potrà fare indipendentemente da me. Io credo che proprio quando una madre e un padre non potrebbero scommettere sulla propria sopravvivenza immediata si preoccuperebbero che ai loro figli non venga negato il futuro.

Tutte questi pensieri mi venivano alla mente oggi, traducendo gli aggiornamenti sulle attività del JRS in Siria e in Giordania. In questi giorni sono molte le sollecitazioni che arrivano a contribuire alla causa dei siriani in fuga e ne sono felice. Serve davvero il contributo di tutti e ciascun ente, grande o piccolo che sia, può fare la differenza. Mi scuserete se io vi parlo di chi conosco personalmente. Lo faccio per solidarietà personale, ma anche perché tra i loro servizi di emergenza sono comprese attività didattiche e psicosociali per 800 bambini a Homs, per 67 bambini a Damasco e per tanti altri che vivono nelle scuole di Aleppo o si sono rifugiati con i loro genitori ad Amman.

Vi riporto qui sotto i costi delle principali attività svolte dal JRS in Siria. Per le informazioni su come contribuire concretamente vi rimando al sito del JRS, dove troverete anche notizie e aggiornamenti.

L’inverno si avvicina e il JRS si prepara a fornire il supporto necessario, specialmente vestiario e articoli per la casa, alle famiglie di sfollati. La temperatura media in Siria scende fino a 10°, con piogge e forti venti. Molte famiglie hanno perso tutto e hanno solo vestiti adatti ai mesi estivi. Vista la gravità della situazione, il JRS spera di attrezzare una seconda cucina da campo a Aleppo, con il vostro sostegno.

70 euro: 100 litri di olio per il riscaldamento (per l’inverno)
80 euro: kit base per una famiglia: un materasso, due lenzuola, un cuscino, due coperte invernali e due asciugamani
100 euro: una fornitura mensile di generi alimentari per una famiglia di cinque persone
120 euro: vestiti invernali per una famiglia (maglione, giacca, pantaloni, scarpe)
160 euro: affitto di un appartamento per un mese per una famiglia di sfollati
4.000 euro: supporto per un giorno per le famiglie ospitate nelle scuole di Aleppo
4.000 euro: costo di una fornitura di cibo giornaliera per 10mila persone
8.000 euro: costo dell’installazione della cucina da campo.

Una sigaretta


Ti ho rivisto, oggi. Era un po’ che non capitavo nel luogo giusto al momento giusto per vederti. Non potrei dire che non ci siamo incrociati, perché tu sei sempre lì e quindi non può essere che colpa mia. Ero di dodici anni più giovane quando ti ho incontrato per la prima volta, Y. Ho pensato che avevi dei lineamenti molto fini, che sembravi anche molto distinto. Peccato. Peccato che da tempo non fossi più presente a te stesso, che vivessi ormai irrimediabilmente per strada, che parlassi quasi ininterrottamente da solo, facendo ampi gesti nell’aria tutt’intorno e ti interrompessi solo per dire la quasi unica frase che ti ho sentito dire nella mia lingua: “Ce l’hai una sigaretta?”.

“Non ti spaventare, non è violento”, mi ha buttato lì Stefano, preoccupato che la ragazzina inesperta creasse problemi. Ma non c’era neanche bisogno di dirlo, era evidente. Negli anni la tua presenza fissa, quotidiana, alla mensa di via degli Astalli è diventata familiare anche per me. Imparai di te quel che si sapeva: che sei etiope, rifugiato, e che – come accade a tanti, a troppi – non ce l’hai fatta a trovare una normalità. Quando hai incrociato via degli Astalli ti eri già perso. Però una relazione, nonostante tutto, è innegabile. Con il posto, con gli operatori. A volte sedevi tranquillo a fumare, avvolto nel tuo cappotto color cammello, alzavi un po’ la testa e fissavi un punto lontano. Ti ho anche visto sorridere, di tanto in tanto.

Poi c’è stata una improvvisa svolta. Un giorno si presentò a via degli Astalli un distinto signore etiope, che parlava un inglese fluente. Ci spiegò che era un professore universitario, a Roma per un convegno, e che data la circostanza gli era venuto in mente di passare a trovare suo fratello, all’ultimo indirizzo che aveva lasciato, più di dieci anni prima. “Non ci ha mai dato un telefono, una mail”, si giustificava. “Magari nel frattempo si è trasferito”. Era a disagio, il professore. Si aspettava una casa privata, non un corridoio della cantina del collegio dei gesuiti. Lo facemmo sedere, gli spiegammo con tutta la delicatezza possibile che no, suo fratello non aveva propriamente ricostruito la sua vita in Italia. Che probabilmente non si era più fatto vivo con loro perché si vergognava. E che, piano piano, la sua mente si era annebbiata. Ma chissà, magari quella poteva essere l’occasione. Incontrarlo, parlargli. Magari organizzare un suo rientro in patria. Certe volte il recupero può essere straordinario.

“Certo, certo, ovviamente, ci mancherebbe altro”, assicurava il professore. Più tardi, quel pomeriggio, vi incontraste. Chissà che vi siete detti. Dopo l’incontro tuo fratello sembrava vacillare ancora di più. Ci lasciò la sua mail senza troppa convinzione, assicurandoci tuttavia che si sarebbe fatto vivo alla fine del congresso. Non ci meravigliò molto il fatto che non ritornasse mai più e che non rispondesse più ai nostri messaggi. Si fa presto a giudicare. Dopo tutti quegli anni, sconvolgere tutti gli equilibri, chissà. Non se la sarà sentita.

E così tu sei sempre lì, fedele. Vieni, mangi, parli da solo, chiedi una sigaretta. Mi è sempre dispiaciuto un po’ non avertela mai offerta io, purtroppo non fumo. Vivi con poco, con pochissimo, discretamente in un angolo. Non ti ubriachi, non dai fastidio a nessuno. Ti spegni, giorno dopo giorno. Come spesso mi capita di pensare, chissà cosa abbiamo perso permettendo che la tua mente se ne andasse. Un patrimonio, molto probabilmente.

Così lontano


Su tutti i giornali si leggono aggiornamenti sulla Siria, che è diventata (e magari resterà per un po’) LA notizia dagli esteri. L’altra sera, benedicendo le webcam e chi le ha inventate, ho potuto seguire un lungo e toccante incontro pubblico organizzato presso l’Auditorium di San Fedele. Come sempre, le parole di chi vive direttamente l’esperienza della guerra, di questa folle e crudele guerra che fa a pezzi anche i bambini, hanno poco a che fare con i titoli giornalistici confezionati in redazioni lontane mille miglia, fisicamente e spiritualmente, dai fatti. Mi ha fatto particolarmente impressione pensare che noi ora assistiamo a qualcosa (una reazione contro un regime di oppressione) che passerà alla storia come qualcos’altro (una guerra civile a sfondo etnico e religioso) perché in effetti si sta trasformando, o forse è stata già trasformata, in qualcos’altro. Possiamo quasi toccare con mano come questo stia avvenendo, nonostante la resistenza eroica e commovente di alcuni.

Solo ieri, vergognandomi un po’, ho mandato una mail insulsa a un collega siriano conosciuto a Bangkok. Non so se mi vergogno di più per non averlo fatto prima o per averlo fatto ora, mettendo insieme quattro parole imbarazzate che in fondo volevano solo significare “Non capisco nulla, non posso sapere cosa stai passando, ma ti penso”.

Ho ripensato a una delle nostre conversazioni davanti al caffè thailandese, accompagnato da dolci di forma e colore improbabili. Gli dicevo che, stupidamente, durante gli anni dell’università, pur avendone la possibilità, non ero mai andata in Siria. Che un’altra volta ero stata quasi convinta di andarci, al punto da rifare il passaporto, per andare a vedere con i miei occhi l’esperienza di Deir Mar Musa, fondata da quel Paolo Dall’Oglio che oggi non può essere più lì. Ma che alla fine non mi ero mai decisa e ora mi dispiaceva. Lui mi ha guardato con il suo sorriso ampio e riflessivo e mi ha detto: “Vieni a trovarci. Abbiamo un piccolo appartamento dove puoi stare quanto vuoi”. Ma poi, con un guizzo di dolore negli occhi, ha aggiunto: “Magari non adesso”. Era ancora marzo.

Ripenso alle parole di un siriano che l’altra sera, parlava del centro storico di Homs, che lui era fiero di far visitare agli amici stranieri che venivano a trovarlo. Una testimonianza unica di convivenza tra popoli, lingue e religioni diverse, fin da prima dell’avvento dell’Islam. Ora, diceva, non potrò mostrare più nulla. Sono rimaste solo macerie. E cadaveri di bambini. Ho ripensato ai racconti di Nizam, che un mese fa mi chiamava da Mardin, in Turchia, non lontano dal confine. “Penso che ti piacerebbe”, mi diceva. E si riferiva anche lui a quell’intreccio antico di convivenza tra cristiani e musulmani, a quell’atmosfera unica, ricca e straordinaria di raffinatezza, di ricchezza, di cultura. Mentre parlavamo al telefono si vedevano i carri armati sul confine.

Continuo a seguire il filo dei pensieri e ripenso a una conferenza di Dan Madigan, un gesuita che stimo moltissimo, che ho trovato illuminante rispetto al concetto di fondamentalismo. Tendenzialmente bisogna tener presente che il fondamentalismo è il contrario del tradizionalismo. La tradizione culturale e religiosa può sicuramente essere opprimente e soffocante per l’individuo (specialmente per alcuni individui, ad esempio le donne), ma la tradizione cerca (e spesso trova) l’equilibrio e, almeno nei luoghi in cui sono presenti altre comunità, la stabilità di una convivenza sostanzialmente pacifica. I fondamentalismi di oggi, per “restaurare” qualcosa (la fede originaria, l’osservanza corretta, la purezza dei tempi antichi, l’interpretazione ortodossa), di fatto innovano violentemente, rompono programmaticamente gli equilibri costruiti dalla tradizione (spesso non senza secondi fini e strumentalizzazioni). Questa faccia delle religioni deve fare paura, oggi.

Penso a quante volte, da giovani studiosi – filologi, archeologi, biblisti, storici delle religioni – ci siamo compiaciuti ingenuamente e abbiamo tratto soddisfazione intellettuale dalla millenaria storia della Siria, da Ebla a Edessa, dai poemi ugaritici a Luciano di Samosata. Ora questa nostra egoistica consapevolezza di bellezza ci serve ben poco per capire cosa accade. Come spesso avviene, infatti, alla fine sarà accaduto quello che qualche potente deciderà che sarà opportuno che sia accaduto. Pochi, troppo pochi, sono gli strumenti che oggi abbiamo in mano per rendere giustizia alla verità e ai troppi che, in queste ore, stanno perdendo tutto: la patria, la casa, le persone care, la vita, spesso anche la dignità di quello in cui credono.

Eataly, secondo noi


Premessa: la recensione più godibile che abbia letto sul nuovo Eataly Roma è questa, a fumetti. Tutta vera, fin nei dettagli. In particolare ho fatto notare al curdo il sistema che suppone che tu paghi educatamente alle casse uscendo tutto ciò che peschi qui e là, senza trangugiarti a scrocco pacchetti di patatine sbarazzandoti dell’involucro nel cestino più vicino. Il massimo deterrente è un cartello che ti fa notare che chi fa così, ruba. Che fa il paio con il cartello che spiega che non ci sono numeretti ai vari stand perché non vogliono chiamarti con un numero ma guardarti in faccia e che chi furbescamente passa avanti non è un cliente gradito, da Eataly. Affascinante. Funzionerà? Il curdo si è sbellicato dalle risa: “Entro luglio non venderanno più nulla lungo i corridoi”, ha profetizzato.

Ma andiamo con ordine. Sabato, ore dodici e trenta. Trentanove gradi. “Mpfff… dove vorresti andare?”. Nizam ha la voce impastata di chi tenta di recuperare di giorno le ore di sonno perse di notte. “Ma dài, chi vuoi che vada in un posto così di luglio, a quest’ora?”, prova a smontarmi. Non demordo. Poco dopo l’una siamo sul luogo. Carino davvero. Non troppa ressa, in effetti, ma c’è gente. Aria condizionata a temperatura gradevole. Iniziamo l’esplorazione. Meryem apprezza (ma anche noi, in realtà) i vari punti in cui si assiste alla lavorazione dei prodotti: la mozzarella di bufala, la pasta fresca, il pane. Assaggia diffidente un quadratino di pecorino da degustazione e poi ci dà il tormento per tutto il resto della visita per tornare dal “signore del formaggio” (che saggiamente frattanto si è defilato, lasciando il posto al signore della porchetta. Ma quella non è tanto halal). Carine le simulazioni di orti, in cui anche noi cittadine possiamo scoprire come è fatta una pianta di melanzana. Ci perdiamo in contemplazione scientifica prima della pescheria (aragoste, pesce spada,scorfani, calamari, razze…) e poi persino del banco della macelleria: “Guarda il coniglietto, Meryem!” “Ma… ha perso la pelliccia? Povero coniglietto!” e giù a ridere. E’ proprio curda. Sadica. Senza cuore. Non contenta, trascina il padre allo stand a fianco: “Guarda, papà: la quaglia (in verità spiaccicata e anche avvolta nel lardo, credo)… e le sue uova!”. Nizam disapprova il pollame: sostiene che il fatto che sia esposto completo di testa rivela che è stato ucciso in modo non consono. Mah, non mi addentro in questioni tecniche.

Finita la disamina dei cadaveri, ci scegliamo un tavolo al ristorante di pasta. Preparati, seguiamo correttamente la procedura. Pasto decisamente soddisfacente e non costosissimo:  pasta corta al ragù di vitella per noi, pasta fresca ripiena di carne e verdure condita con burro e salvia per Meryem, che la trangugia quasi tutta commentando: “Sapete quanto mi piace,da uno a dieci? Sessantasei!”. Io mi godo una piccola soddisfazione extra. Ci serve al tavolo Samba, giovanissimo rifugiato che ha frequentato ad Astalli un corso di formazione. Ha un sorriso più largo della faccia quando ci augura buon appetito. E anche io. So che non è l’unico dei “nostri” ad aver trovato qui una buona opportunità di lavoro: anche M., un ragazzo eritreo la cui storia ho raccontato in Terre Senza Promesse lavora qui. E già che ci troviamo, apriamo una parentesi sul personale. Sono rimasta positivamente colpita: giovani, sorridenti, con l’atteggiamento giusto (oddio, magari bisogna vederli col pienone per metterli davvero alla prova). Non tutti paiono espertissimi, ma certamente sembrano volenterosi. Ho sentito un cameriere spiegare un po’ vivacemente a una signora che no, non poteva lasciare il tavolo libero mentre ordinava: “Ielo fregano, signo’!”. Insomma, ci diamo un tono newyorkese, ma siamo pur sempre all’ombra del Cuppolone. Poi, vedendo che sogghignavo, invece di prendersela è stato al gioco. Con uno smagliante sorriso mi fa: “Dice che sono stato un pochino esplicito?”. “Inequivocabile ed efficace!”, gli rispondo io.

Il gelato artigianale non era male, ma non era neanche indimenticabile. Meryem ha criticato molto il fatto che, essendo erogato con una sorta di dispenser, i due gusti non sono uno a fianco all’altro, ma sovrapposti. Quindi prima se ne mangia uno, poi l’altro. La Guerrigliera, dopo aver sospettato a lungo che la signorina avesse dimenticato il pistacchio, alla fine ha capito, ma continuava a scuotere la testa. “Due gusti io li voglio insieme”. Ok, mi pare un’obiezione lecita. Comunque ce la siamo goduta abbastanza. Nizam ha deciso che deve imparare a fare la mozzarella, cosa che certo, vista così, sembra pure abbastanza veloce. Lo staff dei mozzarellari era particolarmente multietnico. A un primo esame sembrerebbe: due maestri indigeni (casertani, verosimilmente), due ragazzi bengalesi, un egiziano e commesse dell’est Europa. Magari ci sbagliamo, eh? In ogni caso era un piacere stare a guardare quelle treccione che galleggiavano opulente.

Ultima nota sui prezzi. Medi, direi. Non inavvicinabili, non stracciati. Un pasto da tre, con mezzo litro di vino e acqua grande lo abbiamo pagato 39 euro. Era buono e abbondante, comprensivo di pane più che soddisfacente. Per gli acquisti, suppongo dipenda dai prodotti. Certo, non è luogo da spesa quotidiana. Ma uno sfizio ogni tanto, un regalo originale, una voglia improvvisa… Non è nemmeno Castroni. Insomma, promosso. Ha la nostra benedizione (anche se Nizam bofonchiava non so che contro le piadine al piano terra. Non ho approfondito, ma immagino sia sensibile nei confronti della concorrenza. Ha però speso parole di sincera ammirazione per l’aspetto delle patate al forno dello stand rosticceria).

Un momento di transizione


Lo è per Isabel, che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare da tanti anni. Vorrei che lo fosse anche per me, perché sempre più spesso mi manca l’aria (e non c’entrano Caronte e Minosse). Questo video, realizzato da Famiglia Cristiana nel mio ufficio, stamattina mi commuove più del normale. Ci vedo dentro riflesse tante altre storie che ho incrociato in questi anni e, come in un caleidoscopio, anche la mia.

A volte mi chiedo cosa sarebbe cambiato se, tanti anni fa, avessi avuto l’assegno di ricerca che tutti si aspettavano che ottenessi. Se il mio ex marito avesse potuto firmare il prestigioso contratto di lavoro su cui contava quando ci siamo sposati. Se fossi partita per un viaggio a Vienna, anch’esso remoto nel tempo, a cui magari, chissà, potevano seguire molti altri eventi. So che sono domande oziose. Che l’esito di ciascuno di questi bivi (e dei tanti altri, nella vita di tutti noi) è stato determinato da un mix di mie valutazioni, di scelte altrui, di destino, forse di Provvidenza. Che dunque non è davvero il caso di concentrarsi sui treni passati, sulle occasioni perse, sui percorsi che magari si sarebbero rivelati vicoli ciechi.

Una cosa è molto probabile: storie come questa non sarebbero state parte della mia quotidianità. Nel bene e nel male, ho spalancato la mia vita alle assurdità e alle meraviglie del mondo. Per questo, condividendo con voi questo video, voglio ricordare a me stessa che non me ne pento.

Morire di speranza


Solo lo scorso anno, circa 2.000 persone hanno perso la vita durante la traversata del Mar Mediterraneo e i confini europei sono diventati vetrine di tragedie umane.
Uno di questi viaggi, conclusosi in un disastro, è stato ben documentato. Si trattava di un piccolo gommone partito da Tripoli, il 25 marzo 2011, con 72 persone a bordo, di cui 50 uomini, 20 donne e 2 neonati. Quindici giorni dopo, è stato costretto a tornare sulle coste della Libia con solo nove sopravvissuti. Avrebbero potuto essere portati in salvo tutti…. se solo i testimoni di questo triste evento avessero rispettato i propri obblighi. Invero, il mondo è rimasto a guardare.
Ripercorriamo i fatti: dopo un giorno e mezzo dall’inizio di quel viaggio, un sacerdote in Italia fu avvertito con un telefono satellitare del dramma in corso. Immediatamente, egli informò la Guardia Costieraitaliana che rintracciò la posizione dell’imbarcazione e allertò le navi della zona affinché avvistassero il gommone. Entro poche ore, un elicottero militare si avvicinò alla barca e una volta riforniti i passeggeri di acqua e biscotti, fece segno che sarebbe tornato. Ma non fu così. L’imbarcazione incontrò almeno due navi da pesca, nessuna delle quali prestò soccorso. Il gommone andò alla deriva per molti giorni, senza acqua né cibo, mentre la gente iniziava a morire. Al decimo giorno di viaggio, quando già metà dei passeggeri erano morti, una portaerei o una portaelicotteri di grandi dimensioni si avvicinò. I sopravvissuti ricordano i marinai a bordo che li guardavano con i binocoli e scattavano foto. Nonostante l’evidente stato di emergenza umanitaria, la nave militare si allontanò. Cinque giorni dopo, il piccolo gommone ritornò in Libia.

Sembra un reportage, e invece è un’omelia. Un brano dell’omelia del Cardinale Antonio Maria Vegliò all’annuale preghiera ecumenica ”Morire di Speranza”, in memoria delle vittime (migranti e rifugiati) dei viaggi verso l”Europa, nella Basilica di S. Maria in Trastevere.

Per l’ennesima volta mi chiedo: ma perché il parere della Chiesa, che tanta, troppa, troppissima influenza ha su alcune note e dolenti questioni della politica italiana, su questo tema specifico sembra non spostare una virgola? Perché una leggera allusione sul diritto alla vita ha il potere di stravolgere alcune proposte di legge e la denuncia di una strage continua passa sotto silenzio chiunque la faccia? Non è vita anche quella di tutta questa gente?

Giornata del Rifugiato 2012 – Qualche suggerimento


In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, ho pensato di condividere con voi qualche spunto di approfondimento, qualche idea che spero vi invogli a dedicare qualche minuto, oggi o nei prossimi giorni, a questo tema che mi sta molto a cuore.

Intanto una lista (parziale) delle iniziative organizzate in questi giorni in varie città d’Italia. Io, per quel che mi riguarda, spero davvero di trascorrere la serata qui con le due amiche con cui ho vissuto, quasi dall’inizio, questa avventura infinita che ancora dura.

Poi una piccola scelta di testimonianze. Ce ne sono molte, in rete. Ma vi propongo queste, perché testimoniano una delle prime cose che ho imparato al Centro Astalli: i rifugiati sono maestri di speranza, mentre noi troppo spesso siamo analfabeti di questa virtù.

Le donne di  Villa Paraíso     Un mondo fuori dal campo

Il coraggio di un popolo ignoto ai più        Uscire dal neolitico

Sono molti, moltissimi i libri che si potrebbero leggere, una biblioteca intera. A me però è particolarmente caro Niente asilo politico, di Enrico Calamai. Rende benissimo quel momento fatidico in cui una persona non particolarmente sensibile ai diritti umani e ben inserita in un contesto privilegiato (in questo caso un giovane diplomatico, l’autore – perché è una storia vera) si rende conto dell’enormità dell’ingiustizia commessa sotto i suoi occhi e non riesce proprio a fare a meno di intervenire. Ma tanti altri si potrebbero aggiungere. Un giorno li aggiungeremo pure (spero con il vostro contributo), ma per oggi basta così.

Con i film è più complicato. Ce ne sono molti belli, ma non saprei così su due piedi indicarvene uno che mi soddisfi al 100%. Per i documentari, menzioniamo sicuramente Mare Chiuso, che oggi verrà proiettato in tutta Italia. Cento proiezioni, cercate quella che vi viene più vicina. Per la fiction, me la caverò riproponendovi questo cortometraggio, realizzato dagli amici Artigiani Digitali, ispirato a un racconto scritto da una liceale milanese, Lorenza Pacini. Mi sembra si adatti benissimo allo slogan scelto dall’UNHCR per questa giornata: una sola famiglia distrutta dalla guerra (o dalla violenza, anche burocratica, degli uomini) è già troppo.

Confusamente


Ci ho scherzato su, ma l’intervento di Luigi Centenaro a Mammacheblog mi ha messo la famosa pulce nell’orecchio. No, non sto cercando banner pubblicitari. Ci mancherebbe. Però mi sono interrogata per l’ennesima volta sul motivo per cui ho aperto un blog. Non questo, che doveva essere solo una prova non pubblica. Quello su cui volevo puntare davvero, che si chiamava Rifugiati e che, essendo su Splinder, oggi è stato inghiottito dall’oblio informatico definitivo.

Con molto pudore parlo di rifugiati, che sono oggi certamente l’argomento su cui ho più consolidate conoscenze e esperienze. Ieri ho scritto un guestpost sul tema per le amiche di Zebuk e, come sempre quando tocco questo argomento, ben pochi commentano. Giorni fa ho scritto uno dei post più documentati e ponderati della mia modesta carriera di blogger, quello della politica di Israele sui rifugiati africani. E qui trovo un commento di Nex, che mi ha riempito di pensieri e di dubbi. Non su quello che sostengo nel post, ci mancherebbe. Ma sulla mia capacità di fare informazione su questo tema. Poi mi dico: vero, io sono limitata e insufficiente. Ma non sarà che subisco la concorrenza sleale di tonnellate di informazione scorretta sul tema, talmente generalizzata da entrare come tale anche nella valutazione delle persone più intelligenti e equilibrate? Come si fa a urlare che non è vero, che le cose non stanno così, senza passare per un’estremista invasata e puerile? Ricordo che già in un’altra occasione avevo cercato di spiegarvi quanto è umiliante e spiazzante vedere un Paese intero (per tacere degli altri, che non necessariamente brillano) che sembra farsi beffe di leggi, procedure, dati statistici, competenze. Quanto fa rabbia vedere che tutti ti spiegano con aria paziente e paternalistica come ovvietà delle cose che sono solo e semplicemente non vere. E tu lo sai, i tuoi dieci colleghi lo fanno, ma cosa conta? Non ci andiamo mica noi in televisione. Come ho detto in un’altra occasione, nessun giornalista sportivo potrebbe confondere un calcio di rigore con un calcio d’angolo senza perdere per sempre la propria credibilità. Sull’immigrazione (como in amore e in guerra) tutto è concesso, perché si sa che sono cose complicate e che poi in fondo non interessano nessuno (a parte qualche milionata di persone).

Che c’entra il povero Luigi Centenaro in tutto ciò? C’entra perché mi ha messo in testa la domanda: “Io che problema risolvo?”. Beh, con questo blog direi nessuno. Ma anche con il mio lavoro di problemi ne risolvo piuttosto pochi. Però una cosa mi piacerebbe farla. Mi piacerebbe organizzare un incontro (con Chiara parlammo, a suo tempo e chissà perché, di un eremo) con un po’ di persone interessanti e potenzialmente interessabili che ho conosciuto in rete in questi anni e poter finalmente spiegarvi per bene cosa non mi va già della questione dei rifugiati in Italia (e anche altrove). Poter rispondere alle vostre obiezioni e alle vostre domande. Capire da voi dove sbaglio, perché dopo tanti anni mi viene il dubbio di non essere in grado di comunicare granché. A qualcuno fregherebbe qualcosa?

Più che un sogno, un incubo


Confessiamolo subito: questo post non sarebbe così difficile, da scrivere e da leggere, se le vicende di cui parlo accadessero, che so, in Belgio. Sarebbero fatti dolorosi e politiche che suscitano indignazione, ma almeno non sarei tenuta a fare alcuna premessa o disclaimer. Mi correggo: non farò premesse in ogni caso, perché credo che tutta la mia esperienza parli da sola. Però, a scanso di equivoci, mi sono documentata molto per scrivere questo post e cercherò, più del solito, di citare le mie fonti. Ci tengo davvero che la discussione, se ci sarà, sia pertinente e non ideologica.

Siamo in Israele, dunque. Quella stessa Israele giustamente citata ad esempio su alcune bacheche Facebook anche di recente per l’apertura e l’inclusione effettiva dimostrata nei confronti degli omosessuali. Ma da mesi c’è un altro argomento che ricorre prepotente nella pagine dei quotidiani. E qui ho avuto il primo sussulto, per la terminologia usata: si parla di problema degli infiltrati. Infiltrati africani, per la precisione. Approfondendo la questione, si arguisce che il termine, per l’uso del quale il governo israeliano è stato criticato anche dal Dipartimento di Stato USA, ha un suo preciso fondamento giuridico: la Legge per la Prevenzione dell’Infiltrazione, del 1954, emanata in circostanze di emergenza e rinnovata di anno in anno, fino al suo ultimo emendamento di pochi giorni fa. Si chiama così. Nel 1954 gli infiltrati erano nemici armati che si insinuavano all’interno dei confini di Israele per compiere attentati. Oggi gli infiltrati sono soprattutto eritrei e sudanesi, che varcano il confine del Sinai dopo aver passato spesso attraverso l’esperienza del sequestro e dei ricatto da parte di trafficanti senza scrupoli. Si tratta di persone in fuga da guerre e persecuzioni, a volte amici e parenti dei rifugiati che incontro ogni giorno qui in ufficio e a cui l’Italia riconosce la protezione internazionale.

La legge prevede detenzione fino a tre anni, bambini inclusi, per chiunque varchi la frontiera senza documenti, anche se chiede asilo. La pratica dei respingimenti in frontiera è comunemente praticata. Ma Israele non ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951? Certo che l’ha firmata. Eppure l’accesso alla procedura d’asilo è una fortuna riservata a pochi. Secondo l’associazione israeliana Avvocati per l’asilo, dei circa 25mila richiedenti asilo presenti nel Paese, all’85% è negato l’accesso alla procedura. Secondo il Dipartimento di Stato USA, alla maggior parete dei richiedenti asilo viene dato un documento che ne sospende provvisoriamente l’espulsione, da rinnovare a intervalli di pochi mesi. Ma agli altri non sembra andare molto meglio: se si guardano i dati UNHCR, delle 4.603 richieste di asilo presentate nel 2011 (a fronte di circa 16mila arrivi), 3.692 sono state respinte e a una sola famiglia è stato riconosciuto l’asilo politico.

Proprio in questi giorni è aperta la caccia all’uomo in vista di un massiccio rimpatrio coatto in Sud Sudan, Paese notoriamente a rischio, sia dal punto di vista della sicurezza alimentare che delle violazioni sistematiche dei diritti umani. Per ora non è stato autorizzato il rimpatrio coatto di eritrei e sudanesi. Per ora.

Il clima sociale e politico è incandescente. Gli africani che vivono in Israele, spesso senza alcuna forma di accoglienza, sono stati oggetto di ripetuti attacchi: molotov lanciate in case private e persino contro un asilo frequentato da bambini africani, incendi dolosi ad abitazioni, manifestazioni in cui centinaia di persone chiedono a gran voce di “deportarli tutti”. Non si può dire che i politici gettino acqua sul fuoco. Il Ministro dell’Interno ha rilasciato dichiarazioni sconcertanti: malati di AIDS, stupratori, violenti, i migranti africani avrebbero reso il sud di Tel Aviv “la pattumiera del Paese”. Se ne devono andare, con le buone o con le cattive. E se qualcuno gli obiettasse che le sue parole possono suonare un po’ xenofobe e razziste, risponde: “Lo so, ma sono motivato dall’amore per il mio Paese e dalla consapevolezza che non ne ho un altro.”

E chi ne ha un altro, oltre il proprio? potrebbe obiettare qualcuno di voi. No, qui il riferimento è chiaro ed è tutto ideologico: gli ebrei non potrebbero vivere altrove, perché sarebbero perseguitati. Israele è l’unica risposta possibile per assicurare a un ebreo di vivere in sicurezza. Secondo me, con questa frase il ministro Yishai deliberatamente mira a spostare il piano del dibattito da una questione di politica nazionale a un piano diverso. “Noi non siamo uno Stato come gli altri”, sembra voler dire. E su questo punto, sono spiacente, ma non mi sento davvero di seguirlo.

Il colpo di grazia su questa storia mi arriva da un editoriale singolarmente infelice di Abraham B. Yehoshua, pubblicato su La Stampa giorni fa. L’articolo è stato ampiamente criticato in rete (per esempio qui e qui), quindi evito di glossarlo punto per punto. Cito solo una frase su tutte: “Qual è la soluzione? Innanzi tutto bloccare la frontiera col deserto, cosa che sta già rapidamente avvenendo [con la costruzione di un muro su 140 km dei 250 km di frontiera complessivi n.d.b.*]. Se ciò non accadesse Israele potrebbe essere travolta da un vero e proprio tsunami africano”. L’uso del termine tsunami applicato all’arrivo di richiedenti asilo per noi italiani non è una novità. L’abbiamo sentita in bocca a Maroni e a Berlusconi, a proposito degli arrivi dal nord Africa (ed era stata giustamente criticata, tra gli altri da Gad Lerner). In nessun caso delle persone, fossero pure dei migranti in cerca di lavoro, possono essere accomunate a un’anonima catastrofe naturale. La cosa è tanto più grave se si hanno presenti le circostanze che hanno costretto alla fuga questi uomini e queste donne e le esperienze spaventose che hanno subito nella speranza di salvarsi la vita.

Non tsunami, dunque, e neppure infiltrati. Chiamiamoli rifugiati e interroghiamoci su cosa sono diventate le nostre società democratiche (Israele, certamente, lo è). Dobbiamo chiedercelo prima ancora che per loro, per noi e per i nostri figli. Il ministro Yishai dice che questa gente minaccia il sogno sionista. Io credo fermamente che questo sogno rischi di trasformarsi in un incubo, se non si riuscirà a tornare al rispetto delle leggi internazionali e, prima ancora, della ragionevolezza e della civiltà, come molti in Israele chiedono.

Meno di un mese fa, Anne Rose Siegel, volontaria di una ONG israeliana, ha scritto una lettera molto toccante alle comunità ebraiche della diaspora. Anche lei, come il ministro Yishai, cerca il collegamento, complicato e controverso, con gli ebrei che non vivono in Israele. Cita un celeberrimo discorso di Ben Gurion alla comunità internazionale del 1944, lo parafrasa e chiede: se invece di africani fossero ebrei gli uomini, le donne, i bambini che si vedono oggi arrivare molotov in camera da letto e che vivono nel terrore costante di essere deportati dove li aspetta carcere, tortura o morte certa… vi comportereste nello stesso modo? Ma forse si può generalizzare e dire: se fossero i vostri figli, i vostri amici, i vostri parenti… vi comportereste nello stesso modo? Non crediamo forse di appartenere a un’unica famiglia umana, chi per un motivo chi per l’altro?

*nota del blogger