Non so ancora se nel mio prossimo soggiorno in Salento riuscirò o meno ad avere un collegamento per aggiornare il blog. Sulla Danimarca ho in mente una serie di post: oltre a divertirmi molto, questa vacanza mi ha dato modo di fare parecchie riflessioni. Abbiate fede, al più tardi ricompaio ai primi di settembre. E a quel punto avrò da raccontarvi anche un’altra esperienza che credo che ricorderò a lungo, fosse solo per la sua valenza simbolica. Prima vacanza da sola con mia figlia.
Categoria: Varia
Vacanze, pronti… via!
Chi mi segue su Facebook lo sa: siamo in partenza, domenica all’alba, per la vacanza più inaspettata e imprevista della nostra vita. Una settimana in Danimarca, vinta con il concorso Legoland di Piccolini Barilla (qui la foto e il racconto che sono stati votati da molti di voi e premiati dalla giuria… grazie a tutti!). Incredibile, eh? Noi ancora stentiamo a crederci. Vi racconterò al ritorno, naturalmente. Poi, ancora non so bene quando e come, io e Meryem guadagneremo la casa che abbiamo affittato per due settimane a San Foca, Salento. Certo, con Nizam ela macchina sarebbe stato più facile, ma sono sicura che io e mia figlia sapremo cavarcela egregiamente. Anzi, vi dirò: sono contenta di questo primo viaggio io e lei da sole. Spero che sia il primo di una lunga serie.
Sono arrivata a queste ferie con uno stress accumulato che ha superato di gran lunga i livelli di guardia. Sono stati mesi duri, pesanti, carichi di sofferenze di diversa natura. Ora respiro un po’. Riesco a vedere quello che c’è e quel che ci sarà, non solo quello che ho perso e quello che mi manca. Mi sono goduta quattro giorni da donna libera, perché Meryem è andata in campagna con la tata. Sono uscita con mia sorella, ho passeggiato sul Passetto di Castel S.Angelo di notte (non l’avevo mai fatto prima ed è una delle cose da fare, una volta nella vita). Ho smesso improvvisamente di accumulare tensioni. Fino al 3 settembre, niente lavoro. Si ricaricano le batterie.
Ultimo aggiornamento: amo follemente il mio nuovo Kindle. Avercelo in mano, studiare le impostazioni, cercare chicche gratuite… mi dà un piacevole senso di libertà. Già, libertà. Credo che sarà questa la parola chiave della mia estate.
Letture digitali, corrieri analogici
Dopo tentennamenti durati qualche mese, incoraggiata da mia madre (in realtà curiosa come una scimmia di vedere il marchingegno), mi sono lanciata nell’acquisto di un Kindle. Mi avevano decantato la celerità delle consegne di Amazon e dunque aspettavo fiduciosa. Dopo diversi giorni, vado a tracciare il pacchetto, ancora non arrivato. Smanetto un po’, prima sul sito di Amazon e poi su quello di TNT e scopro, con una certa sorpresa, che l’ordine era stato consegnato. Di più: risultava consegnato a tale “Peri”, quindi verosimilmente a me.
Provo a contattare il servizio clienti TNT, a pagamento. Una vocina registrata prende i dati e sentenzia: “Consegnato in data 6 agosto”. Si, ok, sul sito so guardare anche io. Interazione con umano: impossibile. Rinuncio.
Contatto, tramite web, il servizio clienti Amazon. Un altro pianeta. Mi richiamano in tempo reale. Un fanciullo mi ascolta, promette che verificherà, mi rassicura: “In qualche giorno risolviamo”. Si scusa, si prende tutti i dati necessari e dopo qualche minuto mi arriva una bella mail di riepilogo. Io sono colpita, ma sospiro: mi sa che dovrò rinunciare all’oggetto del desiderio prima della partenza. E invece. Dopo qualche ora mi chiama Cristian, di Amazon. Mi dice che hanno sentito il corriere, che ha regolarmente effettuato la consegna a PIAZZA del CR n. 1a, il giorno 6 agosto. “E perché mai? L’indirizzo da me indicato è VIA del CR n. 1, non 1a”. Un attimo di silenzio. Cristian legge sullo schermo e commenta l’ovvio: “Quindi è un altro posto”. “Già. Come in tutte le città del mondo, una via è un posto diverso da una piazza, sia pur omonima. E qui per la cronaca non abbiamo neanche il portiere”. Cristian si profonde in scuse e mi assicura che faranno immediatamente un’altra spedizione. A me però viene un’idea. “Ma se ci faccio un salto?” “Signora, ci mancherebbe, lei non è assolutamente tenuta…”. Ok, ma tentar non nuoce, no? Conveniamo con Cristian che le speranze sono esili, ma concordiamo di risentirci di lì a una mezzoretta. Parto verso la piazza.
Arrivo al portone e, con un certo disappunto, vedo sul vetro della portineria un biglietto: “Torno tra 10 minuti”. Innervosita attendo, mandando mentalmente improperi all’italica abitudine della siesta.
Ma riavvolgiamo il nastro di un paio di minuti. Mentre percorrevo a ampie falcate via del CR, un attempato signore in jeans ampi e un po’ scoloriti sta percorrendo la stessa carreggiata in senso opposto. Verosimilmente mi sfiora il braccio passandomi accanto. Avete capito bene. Esattamente nello stesso minuto in cui io mi mettevo in cammino, il portiere sostituto di Piazza del CR 1a veniva a restituire il pacchetto alla legittima proprietaria, cioè a me. Ci incrociamo, ignari.
Rieccomi sui gradini assolati del palazzo signorile del Centro Storico romano. Vedo arrivare un signore sorridente che mi fa: “Ci inseguiamo, eh?”. Chiarita l’incredibile coincidenza, lui si affanna a spiegare che gli hanno consegnato tutto insieme, che lui non è pratico e che in effetti ci sono parecchie lettere probabilmente dirette a noi, oltre al mio pacchetto. Armeggia per buoni 6 minuti con la vecchia serratura di legno, temendo con una certa fondatezza di non riuscire mai più a raggiungere la sua postazione di lavoro temporaneo. A me inizia a venire da ridere per l’assurdità del tutto. Alla fine la porta cede. Lui sfodera un pacco di lettere e inizia a leggermi i nomi dei mittenti uno a uno, commentando: “Io questo proprio non lo conosco… e questo?… chissà… l’Ambasciatore A., poi, chi l’ha mai sentito?”. Dopo cinque-sei minuti di educato ascolto, sbircio gli indirizzi e gli faccio notare che comunque sono tutti per piazza del CL, ergo nessuno mi riguarda. “Ah, ok”, mi fa lui un po’ deluso. “E il pacchetto?”. “Ah, ma quello gliel’ho lasciato in ufficio”. Ovvio, no?
Saluto, ringrazio, rassicuro Cristian, che si è sciolto in enfatici ringraziamenti sia al telefono che per mail, dichiarandosi mio eterno schiavo per qualunque tipo di assistenza tecnica o commerciale su Amazon (“Chieda di me, sarà davvero un piacere. Spero di essere di turno al momento giusto”). E ora io guardo questo elegante oggetto grigio e sento un brividino di soddisfazione corrermi lungo la schiena. E’ stata un po’ articolata, ma tutto è bene quel che finisce bene. Lesson learned: TNT è una iattura, Amazon Italia effettivamente ha un servizio clienti di buon livello.
Roma sotto Nerone
“Ho patito meno caldo a Bangkok”, boccheggiava ieri sera il collega irlandese, cercando di rianimarsi con una birra artigianale chiamata, adeguatamente al luogo, “‘na biretta“. Come dargli torto? Ieri, uscita dall’ufficio, mi sono trovata davanti un Centro Storico di Roma con un vago sapore apocalittico. Politici e politicanti in giacca e cravatta, dal colorito pericolosamente paonazzo (e non solo per effetto dei weekend in catamarano). Turisti più o meno sfranti, mezzi nudi a prescindere da età e dimensioni – in sfregio alle più elementari norme civiche e di buon gusto – che si trascinavano eroicamente verso le piazze storiche dove anche i cavalli delle “botticelle” ormai stramazzano.
E qui è d’obbligo una parentesi sugli eroici animalisti che, in seguito a ciò, si sono incautamente messi a polemizzare, armati di termometro, con i veraci vetturini romani. “Mi ha ripetutamente minacciato di morte”, affermava concitato un ventenne dal commovente accento settentrionale al telegiornale l’altra sera, riferendosi al nerboruto conducente a cui tentava di illustrare i limiti di temperatura previsti dalla normativa. “Diceva: ‘ti stacco la testa’”. Probabilmente gli avrà anche detto ‘te sego le recchie’, eppure nessuna mutilazione permanente è stata operata. Solo una ben poco gloriosa scazzottata, roba che i turisti giapponesi ci saranno rimasti secchi dallo sgomento. Dove non ha potuto Nerone, arriva lo shock culturale.
Nella mia oretta di perlustrazione nella versione capitolina del deserto del Sahara, sono incappata in due lussureggianti oasi. La prima, che disperavo di trovare, è stata la libreria Feltrinelli di via del Babuino. Quando ero giovane avevo la ferrea convinzione che quella libreria fosse dotata di uno strano potere sovrannaturale: si spostava. Ogni volta che la cercavi, la trovavi – spesso dopo un paio di giri a vuoto – in un punto della via molto distante da quello dove avresti giurato che fosse. Non avevo mai osato rivelare a nessuno questa mia percezione un po’ balzana, quando una volta in un film ambientato a Roma (ora mi sfugge quale) il protagonista si riferiva tranquillo al luogo come “la Feltrinelli del Babuino, quella che si sposta”. Improvvisamente quindi mi è stato chiaro che non succedeva solo a me. Ieri l’ho trovata assai diversa, comunque. Intanto una bandierina rossa visibile dalla distanza ha di molto attenuato la capacità mimetica del negozio; poi, all’interno, ho trovato una cassiera (dallo spiccato accento settentrionale, anche lei: sarà mica parente dell’animalista?) di una cortesia così squisita da risultare assolutamente esotica. Mi sono goduta un bel giro per gli ambienti ampi e arredati con un certo gusto, nonché l’aria condizionata della giusta temperatura.
Non paga, sono passata da Feltrinelli Red. Altra sensazione acuta di trovarmi altrove. Ragazze mediamente sofisticate armate di i-Pad, immerse in silenziose ricerche sui tavoli. Uomini sobriamente vestiti che sfogliavano quotidiani sulle poltrone. Una tavolata che non ho saputo identificare (un seminario? un collettivo politico? un corso di cucina? una riunione di condominio?) che discuteva animatamente, ma compostamente, nell’area ristorazione. Mi sono rifornita di una copia molto bio della gassosa al caffè calabrese della mia infanzia e ho salutato il pianeta delle persone civili e non sudate. Poi, senza rimpianti, mi sono lanciata nuovamente per via del Corso, facendomi largo tra ragazzine dedite allo struscio, nonostante la temperatura, e gli irriducibili artisti di strada, fattucchieri e mendicanti di sempre. Seguendo la loro immutabile disposizione, come Pollicino i suoi sassolini, ho riguadagnato il tram verso casa.
Sabato con le balene
“Ma le balene hanno bisogno di respirare fuori dall’acqua?”. A Nizam sembrava sfuggire il presupposto essenziale per cogliere l’intera trama di “Qualcosa di straordinario“, omaggio estivo del progetto Mamma Blogger Club di Universal. “Ma certo, papà. Non vedi che fanno gli spruzzi? Così loro respirano. Me l’ha detto Barbazoo”. E poi dicono che i cartoni di RaiSatYoyo non sono educativi. Meryem comunque di lì a poco si è stufata e si è messa a disegnare e scrivere sul quaderno del film, che oggi si è portata anche con sé nella sua trasferta settimanale in campagna. In effetti a cinque anni è ancora presto per seguire una trama del genere, che invece io e Nizam ci siamo goduti, debitamente sbracati sul divano.
Non avevo letto recensioni brillanti di questo film (Mymovies addirittura gli attribuisce una sola stella), quindi ammetto che non nutrivo grandi aspettative. Invece mi sono dovuta ricredere. E’ certamente un film leggero, adatto a tutta la famiglia, ma offre anche alcuni spunti di riflessione non banali, al di là della facile commozione che la storia della famiglia di balene non manca di suscitare.
Credo sia un’ottima dimostrazione di come una straordinaria successione di casualità (il telegiornale nazionale che deve riempire un buco di un minuto e mezzo) e di interessi complessi e apparentemente contrastanti abbiano concorso a trasformare un episodio come tanti ne avvengono senza che nessuno lo sappia in un caso straordinario, per cui mobilitare l’esercito e la diplomazia internazionale. Mi è piaciuto vedere l’attivista di Greenpeace (Drew Barrimore) dipinta con tutti i suoi limiti, che deve necessariamente imparare a mettere da parte perché l’operazione vada avanti: protagonismo, tendenza a giudicare moralmente gli altri, incapacità di comunicare in modo efficace. Interessante la scena in cui l’odiosa reporter a cui rimprovera di avere a cuore solo l’audience le fa notare che sì, lei avrà pure a cuore le balene, ma è l’audience che fa muovere i politici, che alla fine – pur non interessati alla causa in sé – ne rendono concretamente possibile la risoluzione. Bella anche la scena in cui l’ex fidanzato che la riprende con la telecamera le trancia brutalmente il discorso catastrofista da manuale dell’ecologista arrabbiato e la provoca affinché dica invece ciò che “il pubblico” vuole sentire: empatia, emotività, poesia.
Non ci sono nel film personaggi troppo buoni o troppo cattivi. Ci sono personaggi sgradevoli, antipatici, ma nessuno è caricaturale. Persino il petroliere, che all’inizio si candida a rivestire il ruolo di Satana, a modo suo mostra aspetti meno banali nello svolgersi della vicenda. Stupendi i piccoli imprenditori del Minnesota, piombati dal nulla e adottati da una squadra come minimo eterogenea.
Si sorride, ci si commuove e ci sono anche spunti per una bella chiacchierata in famiglia, magari davanti a un bel gelato.
Una sigaretta
Ti ho rivisto, oggi. Era un po’ che non capitavo nel luogo giusto al momento giusto per vederti. Non potrei dire che non ci siamo incrociati, perché tu sei sempre lì e quindi non può essere che colpa mia. Ero di dodici anni più giovane quando ti ho incontrato per la prima volta, Y. Ho pensato che avevi dei lineamenti molto fini, che sembravi anche molto distinto. Peccato. Peccato che da tempo non fossi più presente a te stesso, che vivessi ormai irrimediabilmente per strada, che parlassi quasi ininterrottamente da solo, facendo ampi gesti nell’aria tutt’intorno e ti interrompessi solo per dire la quasi unica frase che ti ho sentito dire nella mia lingua: “Ce l’hai una sigaretta?”.
“Non ti spaventare, non è violento”, mi ha buttato lì Stefano, preoccupato che la ragazzina inesperta creasse problemi. Ma non c’era neanche bisogno di dirlo, era evidente. Negli anni la tua presenza fissa, quotidiana, alla mensa di via degli Astalli è diventata familiare anche per me. Imparai di te quel che si sapeva: che sei etiope, rifugiato, e che – come accade a tanti, a troppi – non ce l’hai fatta a trovare una normalità. Quando hai incrociato via degli Astalli ti eri già perso. Però una relazione, nonostante tutto, è innegabile. Con il posto, con gli operatori. A volte sedevi tranquillo a fumare, avvolto nel tuo cappotto color cammello, alzavi un po’ la testa e fissavi un punto lontano. Ti ho anche visto sorridere, di tanto in tanto.
Poi c’è stata una improvvisa svolta. Un giorno si presentò a via degli Astalli un distinto signore etiope, che parlava un inglese fluente. Ci spiegò che era un professore universitario, a Roma per un convegno, e che data la circostanza gli era venuto in mente di passare a trovare suo fratello, all’ultimo indirizzo che aveva lasciato, più di dieci anni prima. “Non ci ha mai dato un telefono, una mail”, si giustificava. “Magari nel frattempo si è trasferito”. Era a disagio, il professore. Si aspettava una casa privata, non un corridoio della cantina del collegio dei gesuiti. Lo facemmo sedere, gli spiegammo con tutta la delicatezza possibile che no, suo fratello non aveva propriamente ricostruito la sua vita in Italia. Che probabilmente non si era più fatto vivo con loro perché si vergognava. E che, piano piano, la sua mente si era annebbiata. Ma chissà, magari quella poteva essere l’occasione. Incontrarlo, parlargli. Magari organizzare un suo rientro in patria. Certe volte il recupero può essere straordinario.
“Certo, certo, ovviamente, ci mancherebbe altro”, assicurava il professore. Più tardi, quel pomeriggio, vi incontraste. Chissà che vi siete detti. Dopo l’incontro tuo fratello sembrava vacillare ancora di più. Ci lasciò la sua mail senza troppa convinzione, assicurandoci tuttavia che si sarebbe fatto vivo alla fine del congresso. Non ci meravigliò molto il fatto che non ritornasse mai più e che non rispondesse più ai nostri messaggi. Si fa presto a giudicare. Dopo tutti quegli anni, sconvolgere tutti gli equilibri, chissà. Non se la sarà sentita.
E così tu sei sempre lì, fedele. Vieni, mangi, parli da solo, chiedi una sigaretta. Mi è sempre dispiaciuto un po’ non avertela mai offerta io, purtroppo non fumo. Vivi con poco, con pochissimo, discretamente in un angolo. Non ti ubriachi, non dai fastidio a nessuno. Ti spegni, giorno dopo giorno. Come spesso mi capita di pensare, chissà cosa abbiamo perso permettendo che la tua mente se ne andasse. Un patrimonio, molto probabilmente.
Un blog “straniero”
Per la seconda volta temo di forzare un po’ le regole della Caccia al Tesoro di Barbara: quello che vi presento oggi è un blog con pochi post, che non viene aggiornato costantemente e che certamente non emoziona per stile, foto o design. Emoziona me, però, per più di una ragione che vado a spiegarvi.
Qui e là, sul mio blog, ho fatto menzione di un incontro molto particolare che ho fatto all’università (non mi fate ricercare i post nel marasma dell’archivio: se li rintraccio ve li linkerò): un incrocio fugace con una persona notevole sotto più di un aspetto, che in un periodo di tempo incredibilmente breve mi ha dato moltissimo. Il blog che vi presento oggi è scritto da lui, e questa è la prima ragione per cui mi emoziona. Questa però è una ragione personalissima, che temo che per voi non significhi granché.
Andiamo col secondo motivo, il titolo, che mi dà l’occasione di introdurre poi il vero punto di forza del blog di Antonio: la padronanza straordinaria di più culture, lontanissime tra loro. Il titolo, dicevamo: Gefilte Sushi. Chi ha un po’ di dimestichezza con l’ebraismo forse saprà che il Gefilte Fish è il piatto tipico degli ebrei dell’Europa dell’Est (una sorta di carpa ripiena, se non vado errata). Ecco, chiamare le avventure di un rabbino in Giappone Gefilte Sushi mi pare un innegabile colpo di genio.
Terzo motivo. I post, come si è detto, non sono moltissimi, ma sono densissimi, mai banali, a tratti strazianti, ma spesso e volentieri divertenti, addirittura esilaranti. La maggior parte hanno un titolo tratto da una citazione biblica. Se non la riconoscete, non sentitevi in soggezione: poche persone al mondo conoscono la Bibbia come Antonio. E intendo proprio fino all’ultimo puntino (le virgole nel testo ebraico non ci sono).
Quarto motivo. Il Giappone è uno dei pochi Paesi al mondo che non ha su di me alcun appeal. Non mi ispira. Di più: mi incute un vago senso di disagio. Ora non dico che il blog di Antonio me lo stia facendo amare (a tratti, anzi, aggiunge inquietudine a inquietudine, come nel caso della descrizione di questa cena): ma certamente è per me, e potrà essere anche per voi, occasione di cogliere aspetti che nessun servizio giornalistico o visita turistica potrebbe offrirci.
Concludo solo riportandovi un brano dal primo post di Gefilte Sushi. Mi ha commosso profondamente e, pur non avendo incontrato le persone citate se non una volta di sfuggita, mi sento di testimoniare che la loro capacità di essere accanto al figlio nel suo percorso, certamente assai insolito, è stata straordinaria. Potessi io, come genitore, riuscire a far lo stesso, mi riterrei soddisfatta.
This first entry in my mind is also little tribute to my mom and dad who, unfortunately, given their complete ignorance of English will never be able to read it. My parents are two of the most amazing individuals I have ever met. They have showered with love my sister and me, and made the biggest sacrifices to take us where we are. They have accepted me in all my different permutations and with all my revelations, and, most of all, they have never clipped my wings and let me fly freely since I was eighteen.
Pluripremiata
Disclaimer: prima di arricciare il naso per i contenuti frivoli e inutili di questo post, riflettete un momento. Stamattina ero a un pelo dallo scrivere un pippone esistenziale depresso e vagamente recriminatorio. Cos’è meglio? Ecco, ero certa che avreste capito. Buona lettura!
Così va la vita. Proprio quando le mie prestazioni di genitore scendono pericolosamente al di sotto della soglia accettabile, causa caldo, nervosismo, stanchezza, eccetera, per ironia della sorte ricevo premi. Oggi addirittura due, da una vecchia amica blogger bolognese, che ho seguito di blog in blog fin dalla sua gravidanza. Di un altro premio, ancora più inaspettato, vi parlerò più diffusamente appena potrò farlo ufficialmente.
Veniamo dunque alle incombenze che i premi virtuali comportano.
Devo scrivere 7 cose su di me, rispondere a 16 domande e indicare 15 blog che mi piacciono.

Sette cose su di me
1. Penso che Agatha Christie sia a tutt’oggi insuperata come giallista, oltre che un vero modello di vita. Posso dire che la considero una figura di riferimento.
2. Ci sono almeno tre viaggi che ho pianificato più volte e non sono mai riuscita a fare: il Cammino di Santiago, il Kurdistan turco e la Siria. Eventi internazionali permettendo, conto di rimediare il prima possibile.
3. Sono stata, una volta nella vita, alla prima della Scala. La gente era molto meno elegante di quanto mi aspettassi (anche io, ma quella è una lunga storia).
4. Il concerto più indimenticabile a cui abbia mai assistito è stato quello di Bruce Springsteen con la E Street Band a Assago. Ero con una celebre speaker di Radio Rock (non saprei se lo fosse già, all’epoca) e due sconosciuti ci hanno offerto un calice di prosecco prima dell’inizio del concerto.
5. Ho sempre pensato (non so se a ragione, non ho mai provato) che le uniche città dove potrei vivere, oltre a Roma, sono Berlino, Istanbul e Torino.
6. Nutro l’insano desiderio di riassaggiare una bevanda terribile chiamata Slice che è stata un po’ la costante di una vacanza in Grecia particolarmente ben riuscita.
7. Ho scritto una voce per un’opera che si intitola “Dizionario Teologico sul Sangue di Cristo”.
E ora, per la gioia dei miei biografi, proseguo con le…
Sedici domande
2) Quale sarà il tuo “must/have”primavera estate? I miei sandali Bionatura.
4) Rossetto o gloss? Nei rari casi in cui, rossetto.
5) Stivali o sandali? Domanda strana. Sandali, con questo clima. Sebbene potrei aver bisogno, inaspettatamente, di stivali di gomma nelle prossime settimane…
6) Abbronzatura si o no? Non studiatamente, ma se capita sì.
7) Profumo o acqua profumata? Raramente, profumo.
8) Hai fatto programmi per l’estate? Sì, ma solo nei prossimi giorni saprò quanto sono stati sconvolti.
10) Terra o blush? Non pervenute.
11) Palestra o dolce far niente? Mi sono imposta un po’ di palestra, ma non credo avrò la forza di perseverare. Noiosissima.
12) Short o mini? Ma scherziamo?
14) Il tuo colore per l’estate? Ci devo pensare.
15) Giornata al mare o in montagna? Sogno la montagna, con tutte le mie forze.
16) Fondotinta d’estate? Neanche d’inverno!
Per quanto riguarda i 15 blog, quelli dei miei link (escluso quello del Centro Astalli) sono attualmente 17. Ce li facciamo andare bene? Però continua solo chi, per caso, avesse voglia.
Pellicole alla romana
Caldo, caldo, caldo. Stamattina, mentre boccheggiavo sul divano di mia madre (peraltro accessoriato con cuscini greci in pura lana), mi casca l’occhio sulla programmazione del multisala vicino al kebab: Cenerentola. Sempre un classico. Gli orari combinavano e io e Meryem, giusto in tempo per l’inizio dell’unico spettacolo, ci accomodiamo in una sala quasi deserta. Ci sono altri due bambini, con accompagnatori e, inspiegabilmente, un tizio di mezza età da solo (appassionato di Disney?).
Il film, dopo qualche problema tecnico, comincia. Notiamo con qualche meraviglia che è un dvd, ma vabbè. Selezionano la lingua corretta (c’era anche il turco) e si parte. Fin dai primi fotogrammi è ovvio che è un sequel. Io il sequel di Cenerentola non riuscivo proprio a immaginarlo, eppure. Dopo un’oretta, il film si avvia al gran finale da cardiopalma (si fa per dire). Mentre il principe sta per sposare una sosia, Cenerentola – che è già stata salvata da una nave in partenza per località imprecisata (qui Meryem ha realizzato inequivocabilmente che lei di film ne aveva visto un altro, senza navi) – Cenerentola, si diceva, è riuscita per miracolo a scampare allo sfracellamento da un dirupo e si appresta, lacera, contusa, ma volitiva, a ritornare al galoppo a palazzo per sciogliere il tragico equivoco. Ce la farà?
Luci in sala. Il film si interrompe. “Scusate, ci siamo sbagliati”, ci dice un omino. “Questo era un altro film. Ora vi mettiamo quello giusto”. Ma visto che ormai è quasi finito a questo punto perché non ce lo lasciate? “Ah, ve sta bene questo? No, perché l’altro è proprio quello dei topi, della scarpetta…”, argomenta ancora il tipo. Cerchiamo di spiegare che, sia come sia, non è carino a questo punto lasciarci appesi sul finale. Il tipo esita. “Non so, se volete vi rimborsiamo il biglietto… Ma vabbè”, si convince infine “intanto finiamo questo, poi ci pensiamo”.
In molti multisala romani l’interazione con il proiezionista è maggiore di quanto ci si aspetterebbe. Ma oggi si è superato ogni record. Meno male che non era un film d’autore. Finiamo la visione, poi rientra l’omino trionfante. “Sapete, coi tempi ci stiamo. Vi mettiamo pure l’altro!”. Quindi, a seguire, in ordine cronologico inverso, abbiamo finito di sviscerare il cartone di Cenerentola in ogni sua fase e dettaglio. Quando siamo uscite, quelli dello spettacolo successivo – parcheggiati in corridoio per una decina di minuti – sbuffavano un po’. Ma alla fine, ne siamo usciti tutti abbastanza bene. Roma.
La fragile vecchina
Conversazione con mia madre, fieramente ottantaseienne. Vive da sola, va a messa ogni mattina con le sue gambe e guai a chi cerca di dirle qualcosa.
– Mamma, come mai mi hai chiamato in ufficio per chiedermi l’indirizzo del kebab di Nizam? (In piena riunione non potevo indagare)
– Oh, me l’aveva chiesto un tipo che è passato ieri da me.
– Che tipo?
– Uno, pensa si chiamava Francesco e vive a Paola. A settembre si sposa. Si chiacchierava e mi ha detto che il kebab gli piace molto, quindi ho pensato di dargli l’indicazione del negozio.
– E che ci faceva questo da te?
– Me l’ha mandato la C*****. La solita storia. Dicono che vogliono solo regalarmi un libro, io gli dico che non compro niente, loro rispondono che comunque mi devono solo fare qualche domanda sulle mie letture e mi mandano un poveraccio. Questo mi ha raccontato i casi suoi per un’ora prima di capire che io l’enciclopedia non la compravo. “Ma allora ho perso tempo”, mi ha detto poi. “Esatto”, ho risposto io. Che comunque gli stavo per dire che il suo tempo era scaduto, altrimenti entrava in azione A. (il fido portiere moldavo).
– In che senso?
– Beh, sai, ho pensato che in fondo questo chi lo conosceva. Allora ho detto a A. che se entro un’ora convenuta non lo vedeva scendere, saliva lui. Sai, ha le chiavi. Tanto per stare tranquilli.
Hai capito, la fragile vecchina. Io non ci avrei mai pensato.