Perdersi nel caos e tornare a casa


Che oggi sia una giornata difficile, da affrontare e da spiegare, credo che siamo pronti a dirlo tutti. Proprio per questo, mi sono decisa a condividere gli appunti decisamente disorganici che vi propongo qui di seguito. Mi paiono appropriati, anche se apparentemente riguardano solo insegnanti e educatori (e mi hai detto niente?). Educatori, ci piaccia o no (a me non tanto, a essere sincera, o quanto meno non sempre) siamo tutti. Lo siamo in particolare in questo momento, in cui solo uno spettacolare quanto imprevedibile ritorno al senso civico può farci ritrovare un senso, al di là dello smarrimento che sembra montare da ogni lato.

Ecco qui la mia esperienza di giovedì scorso, quasi unplugged. Magari a qualcuno è utile. Per me, ancora confusamente, lo è di certo.

“Una buona pratica della scuola sono gli insegnanti che si fanno venire i dubbi (su cosa fanno, su perché lo fanno, soprattutto su come lo fanno). Io direi che è una buona pratica di per sé, ma certamente diventa più produttiva quando questi insegnanti e educatori cercano e trovano degli spazi per dare spazio ai dubbi individuali e elaborarli in pensiero collettivo. Cesare Moreno, maestro di strada, fondatore insieme con sua moglie Carla Melazzini, anche lei insegnante e scomparsa nel 2009, del “Progetto Chance” a Napoli, si adopera per dare a molti di questi gruppi informali e compositi la possibilità di fare tesoro dell’esperienza accumulata dal suo gruppo in molti anni di esperienza e di riflessione condivisa.

Giorni fa, a Roma, ho avuto l’opportunità di partecipare a un seminario tenuto da lui, che voleva essere una sorta di preliminare (“un trailer, puro marketing”, ha scherzato lui) a un percorso di 4/5 incontri di formazione (libera e gratuita) e alla costituzione di un gruppo di lavoro territoriale. Anticipo subito che un altro appuntamento di rilievo (e un’altra occasione per potenziali dubbiosi) si terrà a Napoli il prossimo 3 e 4 luglio: si tratta delle Giornate di Studio “La mappa e il territorio. Perdersi e ritrovarsi tra strada e scuola”, in cui saranno toccati temi caldissimi come Riflessività e costruzione di senso nella relazione educativa, La funziona educativa adulta all’epoca dell’evaporazione del padre, e altro.

La solita formazione fumosa, piena di terminologia tecnica e schemi in power point più simili alle istruzioni dell’IKEA che a linguaggio umano? Se così fosse, non saremmo qui a parlarne. L’incontro con Cesare è un’esperienza di per sé. Io mi ci preparavo, indirettamente da anni. Si può dire persino che lo avessi già incontrato in diverse forme, attraverso i racconti (e più ancora le pratiche didattiche) di una cara amica, ma più ancora attraverso il libro di sua moglie Carla, da lui curato, di cui ho già parlato in questo post. Quello che segue è un estratto dai miei appunti di ieri, organizzato secondo gli elementi che mi sono parsi più significativi. Circoleranno dei materiali elaborati sull’incontro di ieri, che potranno essere eventualmente condivisi in un secondo momento. Mi assumo, ovviamente, la responsabilità per ogni eventuale fraintendimento.

Pluralità e altri dilemmi di fondo
La professione dell’insegnamento è solitamente esercitata in modalità individuale. Spesso anzi si stabilisce una relazione biunivoca tra la persona dell’insegnante e una serie di variabili di natura logistica-organizzativa: “la classe è mia”, “la materia è mia”, “l’orario è mio”. Ciascuno persegue individualmente un percorso lineare, in cui la pluralità (eventualmente) è un attributo, un valore aggiunto. Invece la pluralità è un carattere fondante della professione: il soggetto è plurimo (docenti, non docenti, genitori, personale di segreteria…), il compito è plurimo. 

Studenti o persone? Noi non ci occupiamo di studenti, ma di persone. La scuola è nata per gli studenti, la persona a rigore non può entrare nella scuola. Salvo poi pretendere di interessarsi di tutto: dalla sfera sessuale al diritto di cittadinanza, dal bullismo al rapporto con le altre culture. Solo che tutto è trasformato in discipline. L’interdisciplinarietà risolve? Affatto. L’interdisciplinarietà non ricompone l’intero. L’essere umano è irriducibile alle discipline. Il concetto base è l’integrazione o, se si vuole, il rispetto della sacralità della persona, che non può essere scomposta. Se la disciplina deve essere strumento di crescita della persona, dobbiamo sapere come è fatta la persona. E non la persona in generale, ma quella persona specifica. 

La relazione educativa è reciproca? L’incontro tra educatore e ragazzo è di per sé asimmetrico, perché io da educatore sono chiamato ad assumermi la mia responsabilità (vedi sotto, autorità versus autorevolezza…). Però io educatore nell’incontro mi modifico. Tradizionalmente non si intende che la relazione educativa sia reciproca. Nel DNA della scuola non c’è l’incontro, anche se magari c’è nel DNA delle persone. E un altro concetto che manca nel modello tradizionale è il gruppo. L’impressione a volte è che si pensi persino che è meglio quando il gruppo non c’è, come se fosse un elemento di intralcio o di disturbo. E invece quando non c’è il gruppo è un disastro, provare per credere. 

Dichiarazione di servizio
Cosa ci proponiamo di fare con questo percorso? Illustrare una metodologia per trovare la strada di casa dopo che vi sarete persi nel caos irriducibile delle vostre esperienze di didattica. Perché il caos che vi troverete, che vi trovate di fronte è irriducibile: un caos stratificato, un caos multilivello. E nel caos non si può fare altro che perdersi. Allo stesso tempo, questo percorso si pone come un inizio di progettazione partecipata.

Il metodo
Non ci sono formule da insegnare per risolvere le situazioni. Del resto, se ce ne fossero, voi sareste bloccati completamente davanti a una situazione che presenta caratteristiche diverse da quelle previste dalla formula: se la formula non si applicasse, sareste persi, più persi di prima. Invece, applicando un metodo, con cui magari ripetutamente siamo riusciti a capire come si possono sciogliere delle situazioni specifiche, ci può permettere di affrontare con fiducia l’ignoto di ogni giorno. Il metodo ci permette di trovare una soluzione in tempi ragionevoli. Oppure di non trovarla e di sapere che in quel momento non potevamo trovarla. Quando la soluzione non si trova, gli atteggiamenti possibili sono due: o riconosciamo in coscienza che per adesso la soluzione non c’è (e magari potrebbe un giorno potrebbe esserci), oppure pensiamo che ci sia, ma che non siamo in grado di trovarla. Questo secondo atteggiamento, apparentemente più umile, implica però che noi la soluzione smetteremo di cercarla. Anzi, il senso di colpa in certi casi sarà talmente forte che non vorremo più sentirne parlare. In caso contrario, pur riconoscendo il nostro fallimento, resteremo con i sensi allertati per riconsiderare la cosa, se qualche spiraglio si dovesse aprire: manterremo alta l’attenzione. 

Il metodo che noi seguiamo è la riflessione. Facile, direte voi. Tutti riflettiamo. L’uomo è animale pensante e dunque riflettente. Dipende cosa si intende per riflettere. Qui vogliamo dire riflettere sull’esperienza e fare in modo che ciò che ci accade diventi patrimonio di pensiero. Apprendere dall’esperienza non solo non è ovvio, ma è anche particolarmente difficile. Ce lo dice l’esperienza: vediamo ripetersi sempre gli stesso copioni, con insegnanti particolarmente tetragoni nel non cambiare i propri schemi, studenti ancor più tetragoni nel non modificare una virgola degli atteggiamenti. Non è però un caso che sia difficile apprendere dall’esperienza. Ogni volta che apprendo qualcosa, sono costretto a ristrutturare anche le mie conoscenze precedenti, ad abbandonare le mie certezze. E questo mi fa sentire male. Non è solo un problema cognitivo. Immaginate una moglie che torna a casa e scopre il marito in atteggiamento inequivocabile con una bionda: non si tratta solo di acquisire l’informazione “lui ha un’altra”, di sanare una dissonanza cognitiva. Quello che si verifica è  una catastrofe emotiva, relazionale… Aggiungiamoci che apprendere dall’esperienza mentre si sta seduti serenamente a un tavolo è un conto, farlo mentre si è immersi in una situazione caotica che sfugge (parzialmente o del tutto) al nostro controllo è tutta un’altra storia.

La prima cosa da fare è la descrizione dell’esperienza. Si tratta di una descrizione soggettiva, deformata, volutamente non scientifica. In che senso? La scienza si basa su un’ottica disciplinare e le discipline, per funzionare, devono avere dei limiti, sono parziali. La descrizione che ci serve, invece, è a 360°. Si deve soffermare soprattutto sugli aspetti in ombra, sugli aspetti nascosti. La mente addestrata infatti rileva automaticamente ciò che è noto, trascurando i particolari meno noti o disturbanti. Queste osservazioni è meglio farle per iscritto: non solo perché oralmente ci si distrae, ci si perde, ma anche perché il passaggio tra la lingua orale e la lingua scritta non è una semplice fotografia di ciò che ho in mente, ma la trasformazione di ciò che ho in mente. Ciascuno dunque scriverà o esporrà la sua descrizione, la quale sarà, ovviamente, parziale, lacunosa, addirittura faziosa. Noi non abbiamo alcuna fiducia nella capacità del singolo di vedere la realtà nella sua interezza, ma crediamo che il gruppo sia in grado di ricostruire un quadro attendibile. Attenzione, qui non si parla di “vero” o “falso”, che presuppongono che qualcuno dall’esterno valuti. Ci accontentiamo di un quadro che riscuota un ampio consenso.

Un’altra precisazione: noi non parliamo di casi. Parliamo di situazioni. Ad accendere la situazione ci saranno evidentemente uno o più personaggi.

Qui si è fatto un esempio pratico. Alcuni partecipanti hanno descritto una situazione tipica della classe in cui insegnano. Altri hanno aggiunto informazioni alla prima descrizione, altri hanno fatto domande. Sono emersi via via, un po’ spontaneamente, un po’ dietro sollecitazioni, elementi utili a capire meglio le dinamiche. Tutto ciò è stato occasione di approfondire alcuni elementi di interesse generale (vado a mo’ di indice): la modalità cooperativa e il gruppo classe; affrontare dinamiche distruttive/dissipative; il tema della gerarchia e dei diversi modelli di leadership possibili, auto affermati o imposti; vantaggi e limiti di un’organizzazione funzionale del gruppo classe; l’autorità dell’insegnante come assunzione di responsabilità (che non significa autoritarismo); l’esercizio del potere riflessivo; la questione della lingua/delle lingue.

C’è una teoria dietro?
La teoria non sta “dietro”, ma può e deve avere un ruolo. La finalità del gruppo di insegnanti/educatori è costruire un pensiero condiviso, non uniforme (ci sono scambi), ma anche di tentare una condivisione ulteriore. Il ruolo della teoria, di una teoria non libresca, ma che si confronta con la pratica, è quella di far sì che la fatica fatta non vada dispersa, che non si debba ogni volta ripartire da zero. Una buona teoria può contribuire anche a dare sicurezza. Non va disprezzata.

Nella seconda parte abbiamo fatto un esperimento pratico, che consentiva di sperimentare la costruzione di un pensiero condiviso a partire dall’osservazione individuale di ciascuno. Il succo dell’esperimento, arricchito dai racconti degli esiti che la stessa prova aveva avuto in altri gruppi (di educatori, di studenti di età diverse, di genitori…), ha permesso di illustrare il passaggio da pensiero semplice (individuale) a pensiero complesso (condiviso) e, soprattutto, il passaggio da un ottica di giudizio a un’ottica di apprendimento.

Io devo ancora capire che cosa ci faccio, esattamente, in questo gruppo di professori/educatori. Ma nessuno mi ha cacciato, quindi sono ottimista sulle mie chances di essere ulteriormente tollerata come clandestina a bordo. Se effettivamente sarà così, potrei tornare a farvi partecipi.

P.S. Ho messo in grassetto alcune espressioni, che mi paiono di portata più ampia del contesto a cui si applicavano in quel momento. Il compito educativo, anche come genitori, non può essere un’impresa solitaria. Non solo perché supera di gran lunga la capacità del singolo. Ma soprattutto perché educare è scienza sociale. Me lo ripeto a bella posta, proprio in un momento in cui la tentazione di contare solo su noi stessi, come singoli, è in agguato a ogni più sospinto. Quando ci si guarda intorno e ci si vede isolati. Quando non si scorge, nei luoghi che frequentiamo, alcuna consonanza reale. Eppure, per ardua che sia, la via è quella. La costruzione, la ricostruzione, di un pensiero collettivo, di uno spazio di relazioni che esca dalle quattro mura apparentemente rassicuranti che ciascuno di noi si è scelto.

Cosa aggiungere?


Non c’è molto da aggiungere a quello che ha scritto Silvia su GC. Mi lego alla sua frase “non sappiamo difendere i figli e le loro idee”. Disclaimer: le mie considerazioni volano liberamente per associazione di idee, a prescindere dalla selva di ipotesi che si rincorrono (ma anche questo condivido del post citato prima: prima dei mandanti fumosi, arrestiamo il colpevole). Difendere i figli, dicevamo. Ho pensato a una donna israeliana che ho conosciuto e che mi raccontava che ogni mattina mandava i figli a scuola su autobus diversi. Così se uno dei mezzi fosse saltato in aria, non li avrebbe persi tutti e due. Questa osservazione quasi casuale mi è rimasta da allora scolpita nella mente. E’ questo difendere i figli? Non credo proprio. Ho avuto e ancora oggi ho un profondo rispetto per lo strazio quotidiano di questa madre. Ma i suoi figli no, non li difendeva davvero.

Penso ai bambini nei campi profughi (ad esempio palestinesi), penso ai bambini nelle carceri con le loro madri, penso ai bambini di tanti paesi del mondo che muoiono di diarrea (una cosa che non si cura con sofisticati e costosi farmaci, ma con acqua potabile, sale da cucina e zucchero). Davvero sono troppe le circostanze in cui, andando contro ogni naturale istinto, non difendiamo i nostri figli. Certe volte, con tutte le nostre ansie, imprigioniamo, blocchiamo, ma non difendiamo.

Come si difendono i nostri figli, e quelli di tutti gli altri? Io credo che l’unico modo di farlo sia non deporre mai il preciso ideale di rendere il mondo, questo mondo più giusto. Non è una frase vaga, è un progetto preciso, che si persegue con l’educazione, con l’esempio, certe volte con le scelte. Non tutti sono chiamati a scelte eroiche. Per fortuna. Ma certamente tutti hanno la responsabilità precisa di non alzare le spalle perché tanto ormai. Chi si arrende non ha figli, né suoi né di altri.  Chi non si arrende certo non soffre di meno, oggi e tutti i giorni in cui alla vita di un essere umano, e più ancora un bambino, non viene riconosciuto alcun valore.

Non sono una mosca


Lo dico con una certa fierezza, quello che sto per dire. Oggi ho avuto modo di riflettere, grazie a Cesare Moreno, sul fatto che imparare dall’esperienza è cosa assai difficile. Il che spiega benissimo perché la storia non sia affatto, nella pratica, magistra vitae. Di esperienze ne facciamo, eccome. Il problema è cosa poi facciamo delle nostre esperienze. La mosca che sbatte contro il vetro non capisce e continua a risbatterci finché non cade a terra tramortita (a meno che, pigra e volubile, non abbandoni l’impresa, senza comunque capire). La chiamano coazione a ripetere. Tutta questa premessa per dire che io, in abbondante e ottima compagnia, scopro di scivolare sempre negli stessi errori. Però nella giornata lavorativa di oggi (ed eccoci arrivati a spiegare la fierezza), senza averli del tutto evitati, quei soliti errori, sono riuscita comunque a gestire i miei viscerali impulsi e me la sono egregiamente cavata in una situazione difficile.

E allora quella sensazione di amaro in bocca, di crepolino allo stomaco, di orgoglio ferito (ecco, ho confermato il solito stereotipo che gli altri hanno – a ragione – su di me) si è stemperata in una considerazione elementare: oggi sono stata brava. Non sono stata perfetta in ogni passaggio, ci ho lasciato mezzo fegato e una porzione abbondante di cuore. Ma ho trovato il coraggio di non deviare dal mio obiettivo, di confezionare un prodotto eccellente, ma soprattutto (cosa per me assai più ardua) di soprassedere e dribblare provocazioni e occasioni di contrasto. Quello che più mi fa onore è che quest’ultima faticosissima forzatura al mio istinto l’ho praticata non perché sperassi che avrebbe risolto una situazione che avevo (erroneamente) giudicato senza uscita, ma per mera scelta di metodo. Il tutto mentre la sottoscritta era in preda a una comprensibile tempesta emotiva, di complessità e stratificazione impressionante.

Et voila. Come per magia, tutto il problema sembra essersi sciolto come neve al sole. Non sono una mosca. Devo cercare di ricordarmelo. Anche se è meglio, molto meglio che non ripensi a cosa mi è stato detto, o peggio scritto, oggi. Rischio seriamente di rimettermi a prendere a capocciate il vetro.

Parole, parole, parole


Si fa un gran parlare del programma di Fazio e Saviano su La7, la cui serata conclusiva è oggi. Ho fatto del mio meglio per seguirlo, ma confesso che alla fine il mio bottino di telespettatrice è stato scarsino: faccio fatica a restare sveglia, per cui ho assistito solo a tratti. A onor del vero, la cosa non si può imputare del tutto al programma: anche lo spettacolo di Marco Paolini, sempre su La7, che pure mi piace e mi interessa, l’ho visto (e non al 100%) solo perché ho potuto usufruire anche della replica.

Mi sembra che ci sia molta enfasi rispetto a questa trasmissione, al punto che ho pensato fosse il caso di guardarla e, in un certo senso, di capire cosa (finora) ne ho pensato. Vedo che altri, sui social network e sui blog, hanno avvertito la stessa esigenza.

Per semplicità, mi atterrò a una lista di “like” e “dislike”, riservandomi di aggiornarla in futuro (magari anche grazie alle vostre osservazioni).

Mi piace
– il fatto di affrontare alcuni temi forti (la Cecenia, il soccorso in mare, la tratta…) in un format leggero, diretto, facile, fuori dagli schemi delle trasmissioni come Report, Presa Diretta etc (il cui frequente sconfinamento nell’autoflagellazione seleziona il pubblico alla fonte);

– la partecipazione di molti personaggi di livello, di testimoni scelti, di persone che faticherebbero ad essere conosciute al grande pubblico;

– la programmazione in prima serata;

– Elisa;

– Paolo Rumiz… lo so, lo so, non è corretto valutare un solo intervento individuale quando non si sono neanche sentiti tutti gli altri. Ma lui mi piace da morire ed è riuscito a trattare il tema scarpe/piedi/viaggio senza essere banale e senza neanche scimmiottare Erri De Luca.

Non mi piace
– l’enfasi su e di Roberto Saviano. In tutti i sensi. Mi pare un calzante esempio italico in cui chi fa un buon servizio pubblico rischi di essere trasformato/trasformarsi in un carismatico profeta, con sgradevoli protagonismi da predicatore che mettono a tratti in ombra i contenuti;

– la presenza privilegiata di troppi personaggi già presenti nel programma di Fazio su Rai3 (Littizzetto, Gramellini…), che non era veramente necessaria (potevano partecipare nella stessa modalità di tutti gli altri). La messa in onda su La7 è autoesplicativa, non aveva bisogno di essere accentuata, a mio parere (ma magari sottovaluto);

– la sensazione che la buona idea alla base del programma non sia stata lavorata a sufficienza. Forse questa impressione è dovuta anche alla discontinuità della mia visione, ma sono rimasta con l’idea che magari si potesse andare un poco più in là nella costruzione del copione, pensarlo un po’ di più.

Nella sua gigioneria (what’s gigioneria, mi diranno i non romani?), comunque, il giochino delle parole è stimolante. Mi sono chiesta io, in questo momento della vita, che parole sceglierei. Una, in effetti, tempo fa l’ho scelta. Era “interfaccia“. Un’altra, probabilmente, sarebbe “rappresentanza”. Ma per svilupparla mi ci vuole più tempo e ulteriori rimuginamenti.

Festa della mamma


Non resisto e sottopongo anche io la Guerrigliera (5 anni) al test che leggo in questo divertente post di Luana. Ne esce uno spaccato piuttosto inquietante (quello che mi merito, mi sa)

Dimmi una cosa che Mamma ti dice sempre

Di non sporcarmi con il fango.

Che cosa rende felice Mamma?

Dormire.

Che cosa rende triste Mamma?

Non lo so.

Cosa fa ridere Mamma?

Le cose delle sue amiche (le battute che leggo su Facebook).

[La domanda prevista era in realtà: Come ti fa ridere Mamma? La Guerrigliera, interpellata su questo argomento ulteriore ha sogghignato e ha detto testualmente: “E’ una lunga storia”. Rassegnatevi.]

Com’era Mamma quando era una bambina?

Con i capelli marroni.

Quanti anni ha Mamma e quando è nata?

20 anni ed è nata a settembre (per la cronaca, ne ho 39 e sono nata a dicembre).

Qual è la cosa che Mamma preferisce fare?

Chiacchierare.

Che cosa fa la Mamma quando tu non ci sei?

Va al lavoro.

Se Mamma diventasse famosa, per cosa lo sarebbe?

Per il regalino della mamma che le ho fatto.

Che cosa Mamma sa fare molto bene?

Yoga

Che cosa Mamma non sa fare bene?

Il granchio (la posizione del)

Che lavoro fa Mamma?

Scrive.

Qual è il cibo preferito di Mamma?

Le verdure.

Che cosa ti rende fiero di Mamma?

Che la amo

Se Mamma fosse un personaggio di un cartone o di un film, chi sarebbe?

Una principessa

Che cosa fai insieme a Mamma?

I record. (Questa necessita spiegazione: la mattina, quando siamo in ritardo, per spronarla a vestirsi in fretta le dico di stabilire un nuovo record…)

Come sei simile a Mamma?

Non lo so.

Come sei diverso da Mamma?

Io ho la pelle scura e lei chiara.

Come sai che Mamma ti vuole bene?

Mi abbraccia sempre e io divento una schiava (????).

Qual è il posto preferito di Mamma? 

Il letto.

Buona festa della mamma anche a voi!

Sì sì, no no


C’è un poeta che più che ogni altro mi è caro. Si tratta di Konstantinos Kavafis. E’ comparso nella mia vita all’improvviso, misteriosamente come un amico specialissimo che mi ha regalato le sue poesie, prima di sparire in un’altra dimensione. Come lui, ha saputo stabilire con me una vicinanza difficile da razionalizzare. Però siccome le poesie da allora le ho sempre avute con me (a differenza dell’amico), le ho potute usare come lente per leggere alcuni passaggi della mia vita e della vita della mia anima. Mi piace anzi pensare che per questo mi siano state regalate.

Questo è un periodo di dubbi, di scelte e di non scelte. Ieri sera, improvvisamente, mi sono tornati in mente questi versi.

Arriva per taluni un giorno, un’ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora no,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

Mi fa sempre pensare, questo “giusto No”.  Può essere giusta una scelta che rovina per sempre? Giusta rispetto a cosa? Giusta moralmente? Ma non sembrerebbe neppure questo. Chi sente di essere nel giusto moralmente mi sembra di riconoscerlo nella descrizione di chi dice Sì, forte della “propria certezza” e della “stima” altrui. Oggi, per la prima volta, mi pare di capire che il No non è dettato dalla legge, dalla morale, dal bene più alto. Non è il No di Antigone. E’ piuttosto il No di chi è conscio dei propri limiti, che non riesce nemmeno a spiegarli e che si lascia guidare da altro (non sa nemmeno lui bene cosa). Non se ne pente, ma è indubbiamente una scelta più difficile.

Il gioco del telefono


Ricordo che una volta il mio professore all’Università raccontava che secondo lui ascoltare le conversazioni in tram era la prova provata che se non si conosce il contesto non c’è possibilità di decifrare alcunché di senso compiuto. La cosa mi è sempre parsa bizzarra, visto che lui di mestiere decifrava epigrafi frammentarie in lingue morte e pressoché sconosciute. Ricordo anche di aver pensato che la mia impressione era piuttosto l’opposto. A me le conversazioni in autobus apparivano il più delle volte autoesplicative, tanto facevano riferimento a situazioni standard che tutti abbiamo ben presente: lui, lei, l’altra, il capo, la madre, il marito, la prof…

Chi aveva ragione? Non saprei. A volte, per quanto possa sembrare insensato, me lo chiedo ancora. Me lo chiedo oggi ancor di più a proposito delle conversazioni sui social network. Non tanto le chat con  chi si conosce, ma l’ultima tendenza in cui sono stata travolta, i gruppi segreti (o al limite solo chiusi). Lì la difficoltà di decifrazione è massima, visto che non si conoscono tutti i componenti e talora si ha anche la pretesa di lanciarsi in conversazioni “di sostanza”. Allora serve un atto di fede: da i post da me scritti, letti in un ordine quasi impossibile per me da prevedere, i miei interlocutori riusciranno a seguire il senso di cosa intendevo (e viceversa). Considerando, peraltro, che manca tutto: il contesto, il tono di voce, il body language, spesso persino la conoscenza previa dell’interlocutore.

Mi rendo conto che tutti argomentiamo per allusioni (a letture, a esperienze pregresse, a convinzioni già condivise in passato). E’ certamente vero che con un po’ di prontezza e una media intelligenza si riesce a condurre conversazioni potenzialmente interessanti. Ma, fuori da scambi di informazioni neutre o tecniche e di battute di spirito, il più resta nell’ombra dell’indecifrabile. Magari il mio professore non aveva tutti i torti.

Quattro desideri per una figlia femmina


Meryem, è un’epoca difficile per noi donne. Come sempre, più di sempre. La prima causa di morte per una donna in età fertile è l’omicidio. Femminicidio, lo chiamano. Nell’abisso di impotenza che ogni genitore prova davanti a questi temi, sono giorni che penso che qualcosa, come madre, mi devo impegnare a farla. Non posso proteggerti dagli altri, probabilmente non posso proteggerti neanche da te stessa e dalle eventuali scelte sbagliate che, se mi assomigli almeno un po’, farai in buona fede. Ma l’amore per te stessa, quello che passa attraverso i piccoli gesti quotidiani, quello almeno ci voglio provare a insegnartelo.

Sono giorni tutti in salita anche per me, come donna. Ripenso al passato e vedo cose difficili da raccontarti, pezzi della mia storia che probabilmente tu non conoscerai fino in fondo. Ma se potessi convocare qui delle fate, come sulla culla della futura Bella Addormentata, e formulare dei desideri, sarebbero questi quattro.

1) Che Meryem non consideri mai un privilegio avere un rapporto speciale un uomo che dovrebbe essere un educatore, una guida, un maestro. Che nulla, né la stima, né l’ammirazione, né la soggezione, la possano indurre a fare sconti davanti a comportamenti inopportuni.

2) Che Meryem non si senta mai in dovere di autorizzare un uomo a non offrirle nulla di impegnativo, pur di avere le sue attenzioni. Che non si presti mai ad alimentare alibi per chi vuole solo prendere, senza condividere nulla di sé.

3) Che Meryem non debba mai aver paura di eccellere, di esprimersi, di coltivarsi e di essere ammirata solo perché chi le sta accanto potrebbe sentirsi messo in ombra.

4) Che Meryem non si faccia mai convincere di non meritare, per mancanze di qualunque genere,  tutto il rispetto, l’affetto, l’amore, il sostegno che aiutano un essere umano nel percorso difficile della felicità quotidiana.

Verde come il teatro


Il blogger navigato si riconosce dall’autocontrollo. Stavo per scrivere un post talmente grondante banalità e autocommiserazione che avrebbe probabilmente fatto scattare l’antignolla di cui tutti i browser sono dotati, con il risultato di disconnettere da internet all’istante tutti i miei pochi lettori. Dunque vi darò prova di grande responsabilità, ripiegando su un post di servizio mammesco, che fa sempre brodo.

Oggi parliamo di teatro e, in particolare, di Teatro Verde. Abbiamo la fortuna di averlo molto vicino casa e, già dall’anno scorso, io e Meryem abbiamo assistito a svariate rappresentazioni. Quest’anno abbiamo optato per la formula dell’abbonamento (5 spettacoli a 40 euro anziché 50): in realtà alla fine abbiamo usato solo 4 ingressi, ma siamo riusciti facilmente a rivendere a un altro padre in fila l’ingresso mancante, cosicché siamo rientrati della spesa. L’abbonamento dà diritto alla prenotazione telefonica del posto, con la possibilità di non arrivare con mezzora d’anticipo. Lo spettacolo è alle 17 e, la domenica, anche alle 11. Va segnalato che un’ora prima gli attori del teatro a turno intrattengono i bambini con una lettura a voce alta di libri, molto ben fatta. Tra l’altro al teatro c’è una biblioteca, aperta il sabato e la domenica dalle 11 alle 16.

Il Teatro Verde organizza anche cicli di spettacoli gratuiti (solitamente con burattini) qua e là per la città, di domenica mattina: noi siamo andati a quelli a Villa Pamphili, vicino al Vivibistrò (ripresi anche quest’anno) e a quelli invernali presso il teatro della Parrocchia di S. Pancrazio. Le sere d’estate ci sono le rassegne a Villa Pamphili del teatro dei ragazzi (sempre ingresso gratuito), vicino alla Casa dei Teatri.

Ciò detto, vorrei menzionarvi i tre spettacoli più belli che abbiamo visto in questi due anni. Due fanno parte del repertorio storico del Teatro Verde, uno invece è della compagnia il Baule Volante. Giusto qualche commentino e l’apposito link, in modo che semmai potete approfittarne anche voi. In ordine di gradimento.

Scope, stregoni e magiche pozioni. Che dire? Un gioiellino. Avvincente, ironico, coinvolgente, bellissimo anche esteticamente, pieno di trovate sceniche e di idee non ovvie. Musiche molto graziose. Vi segnalo che è anche un libro/copione con CD, un regalo perfetto.

Il sogno di tartaruga. Pluripremiato, assolutamente a ragione. Un’esperienza magica, un pezzo di bravura, nonché uno dei (rari) casi in cui l’intercultura non sa di artificioso, neanche minimamente. Non trascurabile l’aspetto musicale e la possibilità di visionare da vicino gli strumenti, dopo lo spettacolo.

I cavalieri della favola gioconda. Il marchio di fabbrica si riconosce. Coinvolgente, intelligente, spiritoso e con un bel messaggio, pensato e azzeccato. Anch’esso è un’audiofavola e anche in questo caso le canzoni sono all’altezza.

Sono stata brava? Nemmeno una lagna. E sì che avrei un potenziale in grado di fare secco da sola un drago volante…

P.S. No, non è un post sponsorizzato. Magari. Però è il secondo anno che io e Meryem partecipiamo fedelmente alla giuria dei bambini, compilando le schede gialle di gradimento alla fine di ciascuno spettacolo. Chissà che un giorno la mitica borsa di studio da 500 euro messa in palio ogni anno non tocchi a noi…

Dilemmi giuridici al Palatino


Oggi, alla biglietteria del Palatino, mi è successo un fatto curioso, che mi ha messo – come si suol dire – la pulce nell’orecchio. Chiedevo un biglietto intero per me e uno gratuito, per Meryem (in quanto minore di 18 anni). “Posso vedere un suo documento?” “Suo di chi? Della bambina?” “No, signora. Suo”. “Certo. Posso sapere perché?” (non penserà mica che abbia meno di 18 anni anche io?). “Certo. Devo solo verificare la sua nazionalità”. Vedendomi allibita continua: “I minori entrano gratis solo se sono cittadini dell’Unione Europea”. Sarebbe interessante capire quale nazionalità mi aveva attribuito la signorina (non c’era neanche Nizam). Ma poi le rotelline del mio cervello hanno continuato a girare. E quindi? Un bambino extracomunitario, quale che sia la sua età, paga intero?

Non so se l’intento sia quello di spennare il turista americano e giapponese o, forse, di scoraggiare eccessive marmaglie di ragazzini (ma perché solo gli extracomunitari). Ame il pensiero è andato immediatamente ai tanti cittadini di Paesi terzi che risiedono in Italia senza esserne cittadini. I loro figli vanno a scuola, talora sono nati qui. Perché mai dovrebbero essere discriminati rispetto ai coetanei italiani, proprio nell’accesso ai siti archeologici e ai luoghi di cultura? Mi pareva una discriminazione bella e buona.

Stasera ho approfondito la questione e credo di poter dire che le spiegazioni della signorina in biglietteria erano un po’ sbrigative. Vi offro quindi un piccolo compendio di cosa prescrivono in questo senso i regolamenti dei siti romani (hai visto mai che veniate in gita a Roma con un gruppo di bimbi sudanesi….). Intanto vanno distinti i musei e siti archeologici del Comune da quelli dello Stato. I primi (ad es.: Musei Capitolini, Ara Pacis, Mercati di Traiano, MACRO…) prevedono che sotto i 6 anni tutti entrino gratis e che tra i 6 e i 18 (e sopra i 65) la gratuità sia limitata ai residenti del Comune di Roma. Questa limitazione, a guardar bene, è di fatto più democratica, perché distingue turista occasonale da residente, ma non discrimina in base alla cittadinanza: lo studente delle elementari egiziano usufruirebbe tranquillamente della gratuità. Invece i siti statali (dall’Appia Antica, al Colosseo, dai Fori alla Galleria Borghese…) prevedono appunto la gratuità da 0 a 18 (e sopra i 65) per i cittadini europei. Ma attenzione: la stessa gratuità vale per i cittadini di Paesi non comunitari a “condizione di reciprocità. E che vuol dire? L’allegato del sito Roma Pass comprende solo quattro Paesi che rientrano in tale fattispecie e, precisamente: Svizzera, Norvegia, Liechtenstein e Islanda. Però secondo il sito del Ministero degli Affari Esteri ci sono dei casi in cui non è necessario verificare le condizioni di reciprocità:

In base al Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 [che poi altro non è che il Testo Unico sull’Immigrazione] sono parificati ai cittadini italiani e, dunque, dispensati dalla verifica della condizione di reciprocità:

  • i cittadini (persone fisiche o giuridiche) degli Stati membri dell’UE nonché i cittadini dei Paesi SEE (Islanda, Liechtenstein e Norvegia); [e fin qui ci siamo]
  • i cittadini extracomunitari che soggiornino in territorio italiano e siano titolari della carta di soggiorno o di un regolare permesso di soggiorno rilasciato per motivi di lavoro subordinato, di lavoro autonomo, per l’esercizio di un’impresa individuale, per motivi di famiglia, per motivi umanitari e per motivi di studio;
  • gli apolidi residenti in Italia da almeno 3 anni;
  • i rifugiati residenti da almeno 3 anni. 
A parte la bizzarria della residenza minima di tre anni per i rifugiati, che parrebbe stranamente penalizzarli rispetto ai migranti economici, il mio “problema” – se l’interpretazione fosse questa – parrebbe superato:  i figli minori di un cittadino extracomunitario regolarmente residente non dovrebbero avere problemi in biglietteria. Speriamo solo che tutti i bigliettai lo sappiano…
P.S. Che poi queste magari vi sembrano e sono minuzie. Però vi segnalo che oggi e domani (6-7 maggio) ben più clamorosa sarà l’esclusione. Per le elezioni amministrative in molti comuni italiani non tutti possono votare.
Sono i 3.235.497 cittadini stranieri non comunitari, pari al 5,3% della popolazione, che risiedono stabilmente nel nostro paese ma non sono rappresentati nelle giunte locali che governano le città nelle quali vivono, studiano, lavorano contribuendo al loro sviluppo economico e sociale: sono infatti ancora prive del diritto di voto amministrativo. Su questo vi invito a seguire la Campagna nazionale “L’Italia sono anche io”, che ha già presentato in Parlamento una proposta di legge di riforma della cittadinanza supportata da 200 mila firme…