Stamattina presto è nato il secondo nipotino di tata Silvana: inizia quindi una settimana di arrangiamenti, compromessi e soluzioni di fortuna, in attesa del suo ritorno. La manovra di emergenza prevede la temporanea soppressione di attività sportive di Meryem e mie (troppo complicato) e un certo spirito di adattamento. Oggi per la ripresa da scuola è subentrata zia Vittoria, di ritorno in volata dalla ridente località dei Castelli Romani dove lavora. Il pomeriggio ci ha comunque poi portato, brevemente, alla biblioteca Marconi, dove abbiamo fatto in tempo a leggiucchiare qualche libro.
Ci tengo assolutamente a segnalarvi questo. Geniale, nella sua semplicità. Interattivo nel senso più proprio del termine. Io e Meryem ci siamo divertite come pazze. E io poi, per tutto il pomeriggio, ho pensato a quanto le cose semplici siano davvero piene di ricchezza. Come un’idea di fantasia purissima sia ancora più potente di sofisticatissimi 3D. Certo, non è da tutti. Questo è davvero un gioiellino, di quelli che ti fa pensare: ma come mai non ci aveva ancora pensato nessuno? Insomma, un modesto, economico colpo di genio. Ve lo raccomando.
Fin dall’infanzia e per moltissimi anni ho frequentato lo stesso parrucchiere. Quello che, in quinta elementare, mi tagliò le trecce. Senza essere mai stata particolarmente coinvolta dalla cura dei capelli, la visita da M. (o, come amava chiamarlo mio padre, “il servile M.”) era un rituale rassicurante, che non mi richiedeva alcuna partecipazione da parte mia e scorreva via piacevole, secondo binari definiti. Lui giocava ad essere molto gratificato dai miei tagli, io gli lasciavo fare con sublime indifferenza. Il massimo della trasgressione è stato un paio di ciocche blu (diventate poi verdi al secondo lavaggio). Ma arriva il momento in cui si lascia l’ambiente familiare: dopo l’ultima ristrutturazione, con subentro della figlia del titolare, quella modalità ben oliata è finita per sempre. Da allora, sono andata a tentativi.
Poi è arrivato Groupon. Mi sono fatta tentare. Il mio rapporto con il parrucchiere è diventato occasionale e mercenario già di suo. Perché allora non osare, a fronte di un risparmio non disprezzabile? Allora l’ho fatto, ho acquistato un coupon, ho prenotato. Oggi, all’ora x, facevo il mio ingresso in un salone nel cuore di Trastevere.
Mi ha accolto un personaggio che sembrava uscito da un cartone giapponese, tipo Mila e Shiro, Hello Spank o Kiss me Licia. Capello gonfio con volumi che non ricordavo dagli anni Ottanta, baffetti biondi, colpi di sole, camicia viola luccicante a righine riflettenti. Dal nome del luogo, originalissima composizione dei nomi propri dei due soci, apprendo che si tratta del primo dei due titolari. Mi tratta con squisita cordialità, chiamandomi insistentemente per nome. Procediamo. Chiedo un taglio deciso, spiego (se ce ne fosse bisogno) la mia necessità di tenere la manutenzione al minimo. Scoprirò che questo, unito al dettaglio che non mi trucco, lo porterà a stabilire che ho bisogno di qualcosa che mi renda meno anonima, nella fattispecie il colore. Ma ancora non lo so. Inizia a tagliare. Io intanto mi guardo intorno e il mio pensiero corre a Tabatha Mani di Forbice: il caos regna sovrano un po’ ovunque. Tagliando qua e là, lui azzarda una conversazione: inizia con il classico “che lavoro fa”, che però ci porta a un vicolo cieco di imbarazzo e esitazione. “Certo che ne deve vedere lei, di fuori di testa”, osserva garrulo lui. “Sì, specialmente politici e funzionari ministeriali”, chioso io. Per fortuna arriva una cliente abituale e la conversazione si incanala su toni più congrui alle pareti fucsia: il fascino di Johnny Depp, “un vero trasformista”, commenti pungenti sui “vips” nostrani, persino qualche imitazione (di Valeria Marini che vende la sua lingerie “aperta davanti e aperta dietro”, per la precisione).
Il lavoro procede e la sensazione di un certo grado di improvvisazione non mi abbandona. Le cartine volano per terra tre volte, mi arriva persino uno schizzo di riflessante sulla manica. Si procede per la realizzazione di questo “taglio disconnesso”, nel tentativo di accrescere la mia personalità. Io taccio, cercando di restare sorridente. A quel punto il nostro mi stupisce ancora: “Scommetto che ora sei curiosissima del risultato”, mi dice, passando al “tu”. E aggiunge: “Perché lo sento che ci sono pensieri che si muovono qua sotto. Sai, io sono un sensitivo. In senso buono, eh?”. Intanto il socio, che – come tengono a specificare non è parrucchiere – offre caffè aromatizzato al limone e ai frutti di bosco alle clienti più affezionate. A me, fortunatamente, ne tocca uno normale. Arriva un cliente che chiede un appuntamento per la sorella (“Stiamo organizzando un toga party…”) e una che vuole un’acconciatura che le permetta però di lavorare un paio d’ore nella cucina di un ristorante senza sgualcirsi (forse una parrucca?).
Et voila. Tra un’assurdità e l’altra, ci siamo. Taglio minimo sindacale, al limite della spuntatura e guizzo di colore, nei toni del rosso tiziano (ah, Nancy Drew…), che a dire il vero a tratti tende al fragola. L’amica fashion mi dice che sono molto sixties. In effetti anche la vestaglia che lo indossavo lo era. Questo fa pensare che la cosa fosse premeditata, nonostante le apparenze.
Nell’ultima settimana mi sono trovata invischiata in molti rimuginamenti, miei e altrui, che girano attorno a uno stesso concetto: nella vita ci sono momenti in cui si percepisce la necessità di rimarcare un passaggio, accettandolo oppure, eventualmente, creandone uno dal nulla. Ho sentito parlare e ho parlato di capitoli che si chiudono, di pagine da cambiare – al punto da sospettare, come ho pure letto su Facebook, di dover proprio riporre il libro e iniziarne un altro. Certe volte questi discorsi facevano riferimento all’età, quei forse ingiustamente famosi 40, che certamente non sono più i 20 e che in qualche modo sono qualitativamente diversi anche dai 30. Nel mezzo del cammin di nostra vita, in un certo senso. E ancora, intraprendere strade nuove, raccogliere quelle che si è seminato, e così via, di metafora scontata in metafora scontata.
Una cosa è sicura: da queste parti il dubbio, l’insoddisfazione e l’impazienza si tagliano a fette. Ripenso a un romanzo che mi piace molto, Chocolat, e l’irrequieto vento del nord, che non era mai soddisfatto. “Tuttavia il vento irrequieto del Nord non era ancora soddisfatto.
Il vento parlò a Vianne di paesei ancora da visitare, di amici bisognosi ancora da scoprire, di battaglie ancora da combattere…”. Che poi, a pensarci bene, questo vento che chiudeva fasi c’era anche nel libro magico della mia infanzia, Mary Poppins (libro, libro: molto più ricco, ombroso e misterioso del solare film disneyano). Di quando in quando, nonostante le mie scelte relativamente prudenti e poco coraggiose, mi torna la voglia prepotente di mandare tutto all’aria e provare di nuovo. Come può convivere questo con una figlia? Sarà per questo che Chocolat mi affascina e mi strazia allo stesso tempo? Il vento, che per me è quello esagerato e violento di Tinos, in genere me lo immagino mentre mi sospinge via, sola. Come la mettiamo?
Il giovedì non mi mette, solitamente, di buon umore. Il giovedì mi tocca riprendere Meryem a pattinaggio. Che madre scioperata e anaffettiva, direte voi. Ho delle attenuanti. Il pattinaggio ha sede in un oratorio del quartiere, l’incarnazione – oserei dire – del luogo comune sugli oratori: un po’ sfigato, con scritte e murales fintamente accattivanti sui muri, gremito di ragazzini dediti al calcetto. Ma, soprattutto, presidiato da tate e da nonne. Per uscirne vivi bisogna avere fisico temprato e know how. Tata Silvana si destreggia meglio dei preti polacchi. Io mi trovo vittima di attacchi di orticaria dopo un soggiorno di alcune decine di secondi.
Lo schema è immancabilmente il solito. Meryem finisce la lezione – durante la quale ha alternativamente interpretato la parte della povera bimba stremata e dell’efferato torturatore di allenatrici – e comincia la litania. “Mi posso fermare cinque minuti a giocare?”. Onestamente l’unica risposta sensata sarebbe NO. Sono carica come un mulo, devo passare a fare la spesa, devo portare me stessa e lei a casa superando la prova impari dell’autobus che passa solo quando lo dice lui. Ora però il mio argomento principale, il buio, è venuto meno. Quindi vacillo pericolosamente. Oggi, mentre vacillavo, mi ha affiancato una nonna. E’ stato teorizzato in sede autorevole che le mamme del parco non esistono. Le nonne dell’oratorio, però, esistono eccome. Sospira, rivolta alla nipotina. “Eh, Genoveffa, se Meryem proprio non si può fermare, ti toccherà giocare da sola…”. Scricchiolo. La nonna non demorde: “Ma neanche cinque minuti? Guardi che bel sole…”. Ringhiando mi accascio polemicamente su una panchina, circondata di pacchi e fardelli di forma varia. “Vabbè, cinque minuti…”, concedo, emettendo fumo nero dalle nari. Lei, la nonna, mi guarda con una certa schifata degnazione. Fa per aggiungere qualcosa, ma probabilmente le saette che guizzano dalle mie pupille la scoraggiano.
No, cara nonna giovane, con la maglia di tinta vivace e i capelli permanentati di fresco, è inutile che cerchi di socializzare. Non abbiamo nulla in comune e non farò finta che sia così. Tu a una cert’ora recapiti una bambina a casa, dove la attende una cena probabilmente non preparata da te. Tu non sei stata in ufficio a subire ispezioni burocratiche che passavano al microscopio una fetta della tua vita senza neppure il riguardo di riconoscere l’assurdità della procedure davanti a circostanze come quelle che abbiamo vissuto la settimana scorsa. Tu non dovrai fare i conti con le discese e le salite, con i piagnistei, con la fatica tua e quella di una bambina che in fin dei conti non fa che trottare, anche lei, dalle prime luci dell’alba. A dirla tutta, non ho nessuna voglia di socializzare in assoluto e forse è questo che mi fa stridere in questo cortile, dove tutti spettegolano giovialmente e si scambiano merendine fatte in casa.
Meryem gioca con l’amichetta, io piano piano sbollisco. La nonna non mi calcola più e io mi ricompongo. Ripiglio le redini del mio mostro interiore e della mia bambina esteriore. In un rigurgito di senso di colpa, prometto dolcetti al cioccolato autoprodotti per la serata. E mi toccherà pure mantenere la promessa.
L’ultimo pacco della Universal conteneva una incredibile borsa dell’acqua calda a forma di stivale e un dvd dell’Universal Miniclub con 10 episodi di Peppa Pig. Sospiro. Peppa Pig è una vecchia conoscenza per Meryem e me. Abbiamo visto e rivisto episodi su Rai Yoyo e persino su Youtube (in varie lingue). Vi offro una breve rassegna delle principali influenze che il porcellino britannico ha sulle nostre vite:
1) Saltare su e giù nelle pozzanghere di fango. Per fortuna è sempre chiaro, anche dai cartoni, che è necessario indossare stivali di gomma per dedicarsi a questo divertimento che, a detta della famiglia Pig, piace a proprio a tutto. Certo che poi, quando per caso si trova a indossarli, nulla la trattiene… (ma ci sono blogger più celebri di me che hanno lo stesso problema).
2) L’uovo alla coque. Meryem dopo averlo visto mangiare da Peppa e George lo pretende. Mi ha detto bene. Già le frittelle attaccate sul soffitto mi avrebbero messo maggiormente in difficoltà.
3) La canzoncina della stella polare. Mi perseguita da quasi due anni. “Luccica, luccica…”. Non c’è verso di trovarsi in macchina, in tram o a piedi al calar delle tenebre senza che la Guerrigliera parta a squarciagola con questa melodia fortemente evocativa.
Probabilmente ci sono altri elementi, che ora rimuovo. Io invece, tutte le volte che mi trovo davanti a un cartone di Pepa Pig, mi chiedo: ma la signora Coniglio è una persona così inaffidabile da perdere il lavoro a ogni episodio? Il suo caso andrebbe segnalato al sindacato. L’ho vista vendere gelati, fare la bigliettaia al museo, vendere palloncini, fare la truccabimbi alle feste (ma sa fare solo il trucco da tigre, qui forse si capisce che sia stata defenestrata), guidare treni e pullman per le gite scolastiche, fare la pompiera volontaria, persino gestire uno sfasciacarrozze. Alla faccia della flessibilità. Gli altri personaggi, viceversa, sembrano avere dei posti fissi: il signor Zebra fa il postino, nonno Cane guida il carroattrezzi, il signor Volpe fa il piazzista porta a porta (vabbè, lui è piuttosto un libero imprenditore, diciamo). Il signor Pig lavora in ufficio, mentre la signora Pig, mamma moderna, lavora da casa con il computer. Non si capisce bene che tipo di telelavoro sia: apparentemente scrive lettere e poi le stampa faticosamente con una stampante a aghi (l’unica rimasta sulla terra, probabilmente) che fa un chiasso indiavolato. Mandare una mail no?
Ma sto divagando. Meryem ha salutato con entusiasmo la sua amichetta storica. Chissà che faccia farà quando vedrà lo stivale del Gatto con gli Stivali, che per ora ho lasciato in ufficio.
Disclaimer: questo è un post di servizio e un po’ tanto donnesco.
La questione mi era sempre stata posta nei termini sbagliati: anche nei post più dotti e illuminati, come questo, ogni volta che si parlava dell’uso dell’oggettino caliciforme detto coppetta, lo trovavo abbinato ad altri ecologici ammennicoli qualificati come “lavabili”, fossero essi pannolini o assorbenti. Vi confesso che la mia coscienza ecologica cozza violentemente contro la mia a-casalinghitudine. Lavare più di quanto normalmente la sopravvivenza mi costringa già a lavare? No, grazie. La mia abnegazione non solo non arriva a tanto, ma non ci si avvicina nemmeno.
Poi, potenza dei social network, mi sono trovata non so come (cioè, lo so benissimo, ma un po’ mi sono sentita travolta lo stesso) in un gruppo su Facebook in cui i toni erano ben altri. Cioè, va benissimo il verdino della coscienza ecologica. Ma ho trovato una gamma di tinte ben più ampie: dal prugna fashion, al glitterato… Scherzi e futilità a parte, due sono stati gli elementi aggiuntivi che mi hanno portato a considerare per la prima volta la possibilità di convertirmi alla coppetta: il risparmio (mica da ridere) e, soprattutto, la comodità. Insomma, non avevo mai immaginato che questa alternativa potesse essere molto più pratica della tradizionale. Ma quando dico molto, intendo proprio molto. Ora che l’ho provato, posso testimoniarlo direttamente.
Quindi capisco che l’argomento si presti a una certa comicità, come insegna la brava Littizzetto (forse ricorderete un suo storico intervento sul tema) e, più di recente, la mitica Elasti e l’estroso Queen Father. Ridiamoci pure su, possibilmente entro i limiti del buon gusto. Però, donne, non limitatevi a ridacchiare e a fare le spallucce. E’ un’alternativa, caspita se lo è. Tanto da indurmi a fare un pensierino malevolo: perché non l’ho mai vista pubblicizzare? E non ditemi che l’argomento non si presta, perché pannolini, tamponi, assorbenti di ogni forma e dimensione, leggeri come petali e impalpabili come batuffoli ci tengono compagnia costantemente dagli schermi, attraverso le più ardite metafore. Si pubblicizzano i medicinali per la diarrea e le colle per le dentiere, per non parlare della carta igenica (anch’essa solitamente non mostrata nel suo uso più proprio). Sarà mica perché questa costa una ventina di euro e poi non compri più nulla?
Sento che in questo post mi lancerò in confidenze di cui potrei pentirmi. Ma ormai la mia vita, per voi sparuti lettori, è un libro aperto. Dunque non mi censurerò e vi metterò a parte di quanto ho appreso, con somma sorpresa, oggi intorno alle quattro del mattino. Perché ogni momento, anche il più inatteso, può aprire la strada alla saggezza.
La parte più imbarazzante in realtà è la premessa. Da circa 6 anni, 6 anni e mezzo, io e Nizam dormiamo su un letto rotto. Prima si è staccata una zampa, poi l’altra. Purtroppo ciò non l’ha reso un futon, perché la testiera di legno, tutta di un pezzo, è rimasta alla stessa altezza. Cambiarlo? Quando mai. L’equilibrio è una virtù innata, da esercitare con pratica quotidiana. Basta sapere che non ti puoi mai sedere su un capo del letto per rispondere al telefono o per allacciarti le scarpe. Basta sapere che per infilarsi sotto le coperte bisogna fare un movimento cauto e graduale di strisciamento. Basta sapere che mai, neanche quando la sveglia trilla, bisogna alzarsi di scatto. In genere queste precauzioni (e altre che immaginerete da soli) sono sufficienti.
Stanotte no. Per qualche moto tellurico non registrato da sismografo (no, maliziosi, lo so cosa state pensando: nulla di tutto ciò che immaginate) di punto in bianco il letto è crollato rovinosamente. “Su, dài, rimettilo su”, bofonchio io. L’operazione mi viene infatti difficile anche da sveglia e richiede forza fisica, pazienza e coordinazione. “Mmmm”, replica il kebabbaro. Insisto. “Credimi, così è meglio”, se ne esce lui improvvisamente risoluto. E per dimostrarmelo, si sdraia a testa in giù sul letto ormai inclinato a 35% e si riaddormenta. Meglio per chi? Forse per una coppia di opossum. Per un attimo mi sfiora l’idea di mettermi al rovescio anche io (non si dice forse che dormire con le gambe sollevate fa bene alla circolazione?). Ma poi saggiamente rinuncio e dormo scomoda, ma in posizione vagamente umana.
Meryem stamattina mi guardava perplessa. “Ma è normale che papà abbia la faccia viola?”. Proprio normale no, ma speriamo che non sia letale. E comunque è meglio.
Anzi, Lệ Quyên Ngô Ðình. Un nome difficile (ci tornerò). Questo è il mio blog personale, quindi non posso andare oltre il mio piccolo, parziale saluto e ricordo. Altrove troverete di più (e comunque sempre troppo poco: incredibile quante cose avesse fatto, quante ne facesse e a quante si interessasse).
Non posso dire di averla incontrata di recente. Nessuno che si occupi di rifugiati, soprattutto a Roma, può dire di non conoscerla. Era stimata, apprezzata e anche un po’ temuta in ogni campo del nostro lavoro. Una donna magnetica, dal piglio energico, impeccabile nell’espressione scritta e orale. Ma c’è stato un momento in cui il nostro rapporto ha superato quello tra enti ed è diventato una relazione personale. Era un convegno di fine progetto. Un progetto che ci aveva dato del filo da torcere e la parte di esposizione che toccava a me non era né facile né simpatica. Alla fine del mio intervento, lei si avvicinò e mi disse: “Lei è brava a parlare in pubblico. Dobbiamo tenerlo presente, in futuro”. Chi mi conosce un po’ sa che io e la stima altrui non abbiamo sempre un buon rapporto. Diciamocelo, io di solito mi baso soprattutto sull’autovalutazione. Ai complimenti raramente mi scopro a dare peso. Ma lei era lei. E, sebbene fosse sempre molto cortese e cordiale con tutti, le sue parole erano sempre ben pesate.
Al progetto successivo abbiamo collaborato molto più strettamente, scrivendo insieme un capitolo di una ricerca. Dopo molte questioni sul fatto che non c’era nessuno che potesse fare editing e che dunque avremmo dovuto aggiustarci da noi rispetto alla continuità di stile, abbiamo convenuto di provare a buttar giù due pezzi giustapposti e lavorare in seguito per l’armonizzazione. Ebbene, scoprimmo in quella circostanza che avevamo uno stile di scrittura tanto simile da essere praticamente indistinguibile. Nel frattempo quel progetto ha creato un gruppo di lavoro eterogeneo e itinerante, che finì con l’incontrarsi, insieme o a gruppetti, in diverse circostanze su e giù per l’Italia. Lệ Quyên in quel contesto ha saputo andare ben oltre il suo ruolo ufficiale. Fu uno scambio a tutto campo, in qualche misura anche informale e personale, intessuto di tragitti in treno e pranzi arrangiati in rosticcerie di varie località. “Tu, quando mi scrivi, sei tra le poche che scrive il mio nome correttamente”, mi disse un giorno dalle parti di piazza Indipendenza, a Roma. Eravamo passati al tu (ci si adeguava al codice del gruppo di lavoro, in netto contrasto con la sua abitudine di dare del lei a tutti i collaboratori, anche a quelli più stretti) e io risposi: “Beh, non è difficile: faccio copia incolla dalla tua firma”. La verità è che io detesto quando chi scrive una mail sbaglia il nome del destinatario. A voce si può sbagliare, ma quando si scrive il controllo dovrebbe essere un obbligo di cortesia. Si parlava molto di nomi, in qella pausa pranzo. Nel rispetto della persona che passa anche attraverso lo sforzo di non storpiare il nome altrui e il tentativo di dare adeguatamente del lei anche (e soprattutto) allo straniero appena arrivato.
Ma parlammo anche di altro, in quei mesi. Del mio ultimo tentativo di carriera universitaria, attraverso il concorso più avvilente della mia esperienza. Lei mi raccontò la sua, di esperienza, per certi versi ancora più frustrante. E il fatto di essere su un treno per Parma la mattina in cui ho saputo l’esito della farsa, in attesa di essere accolta da un variegato gruppo di specialisti un po’ caciaroni che in parte faceva il tifo per me (e in parte mi augurava, saggiamente, di restare dov’ero) certamente è stata una terapia efficace per riprendermi da un’esperienza non esaltante. Con Lệ Quyên parlai anche delle mamme blogger e di “Hai voluto la carrozzina?”. Lei mi confessò di aver accarezzato molte volte l’idea di scrivere un libro comico sulla maternità e, se non fosse stato per un impedimento dell’ultim’ora, si sarebbe unita volentieri a un aperitivo con una blogger che andavo ad incontrare, sfruttando la trasferta del progetto. Lesse il libro con la stessa accuratezza che dedicava alle ricerche giuridiche e questo mi incoraggiò, quando saltai una riunione del progetto successivo a causa di un infortunio surreale di cui ero rimasta vittima, a giustificare la mia assenza mandandole un link, questo. Scoprii poi che lo aveva girato anche a una sua serissima collaboratrice, con cui si davano del lei, per incoraggiarla a ridere a sua volta degli acciacchi e delle difficoltà.
Quest’anno stavamo lavorando a un progetto a cui entrambe tenevamo molto. Non erano mancate le difficoltà e anche, ahimè, le tragedie. Ma il clima delle riunioni di progetto era sempre incredibilmente rilassato, scherzoso, affettuoso e allo stesso tempo produttivo ai massimi livelli. Stavamo facendo un lavoro eccellente, ciascuno nel suo. Lo continueremo, certo. Ma non è la stessa cosa. Una come lei non si può sostituire, in nessun senso. Il mio capo gesuita dice che dobbiamo essere riconoscenti per avere avuto la grazia di fare un pezzo di strada con lei. Certamente. Oggi però mi sento solo di pensare che mi fa rabbia quello che tutti abbiamo perso, che è un’ingiustizia e uno spreco incalcolabile. Che mi fa malissimo non poter partecipare al suo funerale (domani si lavora). Che mi fa malissimo, soprattutto, non poter più godere della sua compagnia, del suo umorismo, della sua competenza e, non ultimo, della sua eleganza.
Anni fa ho visto uno di quei film che sarebbe rimasto una pietra miliare, pur nella sua leggerezza, per la costruzione delle mie convinzioni di cittadina e operatrice sociale. Si tratta di questa commediola francese, mirabilmente interpretata da Carole Bouquet. Tra una risata e l’altra, il messaggio complessivo è molto saggio: non avere pregiudizi nei confronti degli stranieri non deve mai equivalere a una mitizzazione a prescindere. L’istinto di difendere persone da continui soprusi di cui siamo testimoni, particolarmente spiccato in operatori sociali, attivisti dei diritti umani et similia, nella pratica spesso porta a un parziale obnubilamento del senso critico in soggetti che magari in altri campi brillano per acume di analisi e complessità di ragionamento. Si potrebbe definire “infatuazione professionale da reazione”.
Dato che le grugnate, anche dolorose e drammatiche, in questi casi, si sprecano e in 9 casi su 10 si traducono in reazioni viscerali, generalizzate e estreme (che, viste da lontano, assomigliano molto al più deteriore razzismo), la consapevolezza di questa malattia professionale del cittadino socialmente impegnato è quantomai auspicabile. In estrema sintesi, sebbene ci faccia orrore che le etichette negative siano associate agli stranieri in quanto tali (e su questo non ci piove, ci mancherebbe altro), ci dobbiamo ricordare sempre che può ben darsi che uno straniero si comporti da stronzo, egoista, menefreghista, violento, disonesto, senza che per forza si debbano cercare giustificazioni a misterioso sfondo antropologico per dimostrare che in realtà trattasi di malinteso culturale. Ebbene, il malinteso culturale a volte è presente e certo non aiuta: ma ogni individuo può pur sempre comportarsi da bastardo senza che ciò sia predeterminato dalla sua origine etnica o giustificato da una specifica identità culturale.
E quindi? Diffidare sempre? Certo che no. Io, dall’alto di una consolidata esperienza, consiglio di prendersi tutte le fregature del caso ma non condannarsi alla paranoia. Un po’ (anzi, dosi massicce) di autoironia però aiutano sempre, unite possibilmente a un sereno atteggiamento socratico, ovvero alla consapevolezza che nel rapporto con l’altro (in tutti i casi) le cose che ci sfuggono sono solitamente di gran lunga superiori a quelle che afferriamo, con l’intelletto o con il sentimento.
Più passa il tempo, più mi rendo conto di avere una posizione bizzarra in fatto di religione. Mi pare di avere le idee molto chiare, ma non sono mai riuscite a spiegarle compiutamente, il che mi rende a tratti assai confusa. L’altro giorno ho finito di leggere un libro di un espertissimo di dialogo interreligioso, Brunetto Salvarani, perché dovrò scriverne una breve recensione. Non è che mi abbia folgorato, ma l’ho trovato pieno di buon senso. Di pensiero in pensiero, mi sono trovata a formulare questo: in realtà le religioni sono tutte, in un modo o nell’altro, piene di buon senso. Aaaaah, orrore. Che ho detto, anzi che ho pensato e (poi) che ho scritto. E l’oppressione delle donne, il burqa, i kamikaze, l’inquisizione, le spose bruciate, le caste e chi più ne ha più ne metta (in ordine sparso)? Ok, ok, non dico che in nome delle religioni non si commettano crimini orribili, a tutti i livelli. Datemi un’idea e vi troverò mille estremisti. Ma. C’è un ma.
Vediamo la cosa da un altro punto di vista. Anni fa, in una conferenza particolarmente illuminante, mi fu ben mostrato come gli estremisti, di solito, non siano affatto gli esponenti più tradizionalisti di una specifica religione. Anzi. I fondamentalisti, in genere, si appellano a una riforma di presunto ritorno alle origini che si configura, nei fatti, come un’innovazione più o meno violenta rispetto alla consuetudini. Le tradizioni, religiose e non, hanno tanti limiti, per carità. Ma solitamente, nonostante quello che si crede, sono piuttosto sagge e flessibili. Non nel senso che si modificano, ma piuttosto per la loro tendenza inclusiva a riorganizzare in sé anche ciò che è estraneo e lontanissimo. Se il fondamentalismo esclude, la tradizione ingloba (non senza una certa misura di violenza, a volte. Ma non con le bombe). Guardiamo la tradizione religiosa italiana: in un sapiente mix di paganesimo e cristianesimo, abbiamo rinunciato proprio a poco. Culto dei serpenti incluso. Giusto una ripittatina, qualche santo qui, qualche Madonna là. Però allo stesso tempo ci siamo agganciati in tutto e per tutto al respiro sovralocale e sovranazionale della religione cristiana, creando una marea di equilibri nuovi in gamme assortite, per cui oggi si sentono cristiane persone che ben poco hanno in comune l’una con l’altra.
Lo stesso vale per l’Islam, per l’ebraismo, per il buddhismo, almeno nelle sue manifestazioni tradizionali, storiche, che hanno fatto del compromesso più o meno dichiarato il proprio punto di forza. (Banalizzo, eh? Lo so. Ma è per amore di argomentazione). I problemi vengono quando si cerca la coerenza, la consapevolezza piena del fedele o, in alternativa, la restaurazione consapevole del primitivo/originario. Qui l’ipercorrettismo è pressoché inevitabile. Di più: le religioni rivisitate sono, molto più di prima, ostili le une alle altre. Ciò che una sana pratica tradizionale poteva reinventare in chiave positiva (il film E ora dove andiamo? offre begli spunti, sia pure un po’ paradossali), una religione ripensata e rifondata non può che aborrirlo.
Qui mi spingo un filo più in là. Mi pare che nel cristianesimo, complessivamente, si richieda un sacco di ragionamento, consapevolezza, adesione se non razionale, almeno di sentimento. Questo, in soldoni, mi hanno sempre trasmesso al catechismo. Non dobbiamo ripetere come pecore, dobbiamo starci, capire, riformulare, fare nostro. Bello. Ma si rischia di trasmettere una visione equivoca della religione, secondo me. La religione non è un sistema di credenze per interpretare la realtà. La religione è l’indicazione di un percorso per entrare in rapporto con qualcosa che la nostra mente e la nostra esperienza non può, per definizione, cogliere né definire. Entrare in rapporto non è spiegare. Qui secondo me sta il buon senso delle tradizioni: l’idea che, in fondo, io faccio così, perché così mi hanno fatto di fare e perché molti insieme a me fanno così, e mi affido a questo. Non vado troppo oltre. Questo può essere ottusità, ma anche opportuna modestia.
Chi mi conosce sa che non sopporto il fatto che il politeismo antico venga puntualmente rappresentato come forma collettiva di idiozia di povera gente ignorante. Il fatto che a noi della mitologia greca siano arrivate quasi solo le caricature fatte da chi non ci credeva più, oppure che non siamo in grado di capire granché del complessissimo sistema degli antichi egizi, non ci autorizza a sentirci superiori. Questa stessa gente ha gettato insuperati presupposti della scienza moderna, non è che avesse l’anello al naso. Magari però aveva l’idea che per parlar dell’infinitamente grande il linguaggio della logica terra terra (tipo il principio di non contraddizione, per dirne una) non fosse sufficiente. Magari il linguaggio e le associazioni erano ancora più libere, meno incasellate, più predisposte ad esprimere la complessità straordinaria di ciò che trascende. Per questo noi non lo capiamo (oltre che per il fatto che ci manca quasi tutta la documentazione diretta, ovviamente). Qui concludo con una piccola nota di scetticismo: io diffido sinceramente dei politeismi moderni, rifondati alla luce delle più svariate consapevolezze, siano etniche o di genere. Ho un profondo rispetto per il politeismo che ancora fa parte della nostra storia, che si traveste (appena appena) e ci accompagna, con saggezza millenaria, nei piccoli e grandi eventi della nostra vita: dalla pastiera (di cui ultimamente tanto ho letto, qua e là) alle tarantelle, dalle usanze funerarie e quelle di ogni singolo paese, che carica di senso valli, fonti, crepe di montagne e grotte marine. Non mi pare che abbiamo bisogno di organizzare sistemi religiosi alternativi, basati su studi scientifici (che notoriamente sono ben poco adatti a fondare religioni). Godiamoci i nostri poli-monoteismi con serenità e senza perdere di vista i messaggi centrali che nessuna religione nega e che poi, in buona sostanza, sono le regole di buon senso che dovrebbero ispirare il cittadino del mondo: giustizia, moderazione, compassione.