Ohm


Incautamente ho annunciato a Meryem che ad aprile ci sarà una lezione aperta di yoga a cui parteciperemo anche noi mamme. La cosa, devo dire, mi eccita abbastanza. Nell’ideale braccio di ferro per le attività extrascolastiche di mia figlia, lo yoga è una proposta tutta mia, tollerata con indulgenza da tata Silvana (che non vede molto il punto, credo). E per ora sono soddisfatta. Meryem va con entusiasmo e l’insegnante mi ispira molta fiducia (la vedete in azione qui come insegnante e qui come santa donna comprensiva nei confronti delle madri schizzate come me).

All’annuncio della lezione comune, la Guerrigliera mi ha studiato con occhio critico. “Ma ti devi preparare. Tu non sai le posizioni”, ha osservato. Ho provato a dire che certamente avremmo ricevuto istruzioni là per là, ma non l’ho convinta. “Quanto manca a questa lezione?”. Un po’ di tempo, quasi un mese. “Ah, bene. Allora hai tempo. Andiamo a fare lezione”. Prego? Era seria. Mi ha tenuto buoni 40 minuti ad esercitarmi a fare l’aratro, il libro aperto e chiuso, la foglia caduta, il semino che diventa fiore, il gatto, ma anche cose che sospetto si sia inventata per l’occasione, tipo il delfino, che si tuffa dall’alto e si spiaccica rovinosamente a terra, con grave rischio per le mie povere giunture.

Magari io sentirei il bisogno di rallentare un po’ il ritmo. Con lei che mi tirava da tutte le parti, urlandomi nelle orecchie istruzioni fantasiose, non mi sono sentita esattamente rilassata. Però non c’è dubbio. Questa ragazzina non finisce di sorprendermi.

Nemici in autobus


Tornando a casa sull’autobus numero 44 mi sono ritrovata a formulare un pensiero che mi è già noto, perché mi torna in testa ogni volta che assisto a una situazione analoga. Tre ragazzi, seduti in gruppo, chiacchieravano tra loro di qualcosa che riguardava i loro documenti. Non capivo la conversazione, ma l’esperienza mi suggerisce che fossero afgani (presumo diretti a un centro di accoglienza gestito dal Centro Astalli, raggiungibile con quell’autobus). Sui 18-20 anni, uno con i capelli particolarmente strutturati a colpi di gel. Accanto a loro, nella corsia dell’autobus, un gruppetto di tre loro coetanei americani (nel senso di statunitensi). Vestiti in modo abbastanza analogo, anche loro con ciuffi che sfidavano la forza di gravità e, in diversa lingua, gli stessi accenti di scambio normale tra amici. I loro popoli si stanno combattendo da anni. Con un briciolo di forzatura, non sarebbe neanche impossibile pensare che il fratello di un membro dei due gruppi abbia sparato al fratello di uno dell’altro. In questo caso non hanno interagito, forse non si sono neanche notati (o più probabilmente gli afgani hanno notato gli americani, ma non viceversa). Ma in passato mi è successo di avere un simpatico volontario californiano in servizio in un centro di accoglienza pieno di giovani afgani. Lì c’è stata occasione di reciproco, esplicito riconoscimento. Sono sopravvissuti tutti e il volontario mi ha in seguito confessato che è stata un’esperienza che raramente dimenticherà. Non aveva mai pensato al conflitto in Afghanistan dal punto di vista di quei ragazzi, che sotto quelle bombe intelligenti hanno perso case, famiglie, progetti, speranze. Una questione di punteggiatura, si potrebbe dire. Ma una punteggiatura particolarmente drammatica. E quello che visto da una parte sembra “necessario” si svela improvvisamente per quello che è, insensato.

Converrete poi che le migrazioni, forzate e non, rimescolano le carte non poco. I conflitti, anche quelli che ci spacciano come scontri di civiltà, sono più territoriali e contestuali di quanto di creda e certe volte, in un luogo terzo, perdono ogni motivo di esistere. E tuttavia non è così semplice. Restano le reciproche, sia pure indirette, responsabilità. Resta il sano senso di appartenenza, che pure può accendere tante violente fiammate anche fuori tempo e fuori luogo (un po’ come accade con i miei amici ebrei rispetto a quanto accade in Israele). Restano reciproci i pregiudizi, alimentati talora da decenni di educazione a ciò finalizzata. Però vale anche quello che tanto mirabilmente racconta De André ne La guerra di Piero: un ragazzo afgano e un ragazzo californiano, se riescono a guardarsi onestamente negli occhi, si scoprono più simili di quanto non si aspetterebbero. “Lo stesso, identico umore”, le stesse aspirazioni a vivere sereni il proprio presente e il proprio futuro. “Ma la divisa di un altro colore”. Tutto sta a capire quando e quanto riescono a spogliarsi, almeno in parte, della divisa e essere liberi. Liberi nella loro simile, speculare, affascinante diversità.

Su un tema molto dibattuto (i miei due centesimi)


Periodicamente, ma con frequenza via via più intensa, spuntano discussioni in merito al mondo dei (ma soprattutto delle) blogger: la relazione con le aziende e con il marketing, la loro capacità di “influenzare”, la loro stessa natura (sono veri/e? sono liberi/e?).

Nel 2004 questo mondo era del tutto nuovo per me. Ho fatto un po’ di esperienza, ho anche avuto una figlia (il che mi ha aperto, in potenza, l’accesso alla categoria di mamma blogger… perché per essere mamma blogger, dicono, basta avere un figlio, mentre ad esempio per essere fashion blogger non basta vestirsi ogni mattina, né per essere foodblogger basta scaldarsi una zuppa al microonde, se ce l’hai, o farti un uovo al tegamino). Ho fatto alcune esperienze, ne farò (spero) altre. Mi sono fatta un’idea, anzi più d’una. Ho cambiato opinione, sia pure non radicalmente, alcune volte.

Per quest’ultima ragione sento l’esigenza di annotare, per me e per le vostre eventuali considerazioni, come la penso in questo momento su alcuni punti. Pronta a ripartire da qui per ampliare le mie prospettive, si intende.

1) Il blog, di per sé, è uno strumento/un contenitore. Usare/Tenere un blog non è necessariamente una missione. Ne consegue che i blogger non hanno, in partenza, un comune denominatore per poter essere definiti tali. Non devono condividere un’idea politica, non devono essere impegnati nel sociale, non devono essere vegetariani o fan di Guerre Stellari. E’ pur vero che nell’uso comune quando si dice “blogger” si intende non chi compila pedissequamente un blog aziendale, ma chi usa il blog per esprimere un po’ di “personalità”, di personal branding anche minimo.

2) E’ ammessa la personalità fittizia? Beh, quella letteraria evidentemente sì. Ogni buon blogger ne ha una. Ma quelli meramente pubblicitari? Anche qui dipende. Est modus in rebus. Un’azienda può realizzare prodotti editoriali interessanti, con la collaborazioni di blogger. La differenza la fa in primis in contenuto e poi lo stile della collaborazione (e del collaboratore/collaboratrice). E’ chiaro comunque che questi prodotti sponsorizzati si pongono manifestamente come cosa distinta da un blog personale.

3) La verità vera che nel web, come nella vita, l’unico metro con cui mi sento di valutare le persone è lo stile e l’educazione. Non amo le sgomitate, gli atteggiamenti aggressivi, l’eccessiva enfasi, le presenze invasive, l’ostentazione, la superficialità, il pressappochismo, l’iper valutazione di contributi (propri o dei propri amici) che di fatto risultano tirati via con poca cura. Non mi sentirei di dire che questi elementi, comunissimi nel mondo professionale di tutti noi, inquinino il meraviglioso mondo dei blog, per il semplice motivo che non mi pare che ne esista uno a prescindere. Ma disturbano me. Questo sono riuscita a mettere a fuoco: non direi mai che la presenza di uno sponsor o di un logo su qualsivoglia blog mi scandalizzi (e, coerentemente, ne uso anche io, se mi capita); ma certamente i/le blogger finiscono per connotarsi anche per come si pongono sul web (inclusa la natura e la qualità delle loro collaborazioni esterne). Se quindi un blogger che lavora “nel settore” (quale che esso sia) e pertanto si espone di più alla mia valutazione di qualità, adotta uno stile che non gradisco, finisco per non leggerlo più. Il che non è una terribile minaccia, evidentemente. Ma era solo per dire che certe volte si discute allo stremo su questioni astratte, filosofiche e di principio, quando poi è lo specifico, più che la regola teorica, a cambiare tutto.

Parliamone


Aderisco volentieri al blogging day per chiedere la liberazione di Rossella Urru. Non conosco personalmente Rossella, anche se mi sarebbe potuto capitare di conoscerla. Abbiamo la stessa età Ha dieci anni meno di me (stamattina ero in preda a un attacco di ottimismo anagrafico…), ma abbiamo certamente alcuni interessi in comune. Abbiamo certamente in comune almeno un amico. Non sono tanti, in Italia, quelli a cui interessano rifugiati, profughi, popoli senza voce e assenti dai nostri giornali.

E’ strana l’informazione nel nostro Paese. Si spendono tante parole su argomenti futili, addirittura imbarazzanti. Pochi in Italia ignorano la questione della farfallina di Belen, pur senza avere davvero inteso documentarsi sulla cosa. Altri argomenti fanno rapide, rapidissime comparse nei media, oppure non ci arrivano affatto. La condanna della corte di Strasburgo nei confronti dell’Italia per i respingimenti in Libia. Quello che sta avvenendo in Mali, in Costa d’Avorio, in Congo. La tragedia somala. E anche il popolo sahrawi, per cui lavorava Rossella Urru. Ci dicono che questi temi non interessano il pubblico. Sono cose distanti, difficili. Meglio parlare dei vestiti della notte degli Oscar. Io credo che si debba anche parlare dei vestiti della notte degli Oscar, credo che non ci sia nulla di male a vedere il Festival di Sanremo. Ma il pubblico sono anche io e tante persone che conosco a cui non sta bene di essere tenuti all’oscuro di tutto ciò che avviene nel mondo, anche quando ci riguarda eccome. Non ci piace vedere Vespa che fa plastici per mesi su fatti di cronaca in cui la morbosità prevale di gran lunga sulla rilevanza e non riuscire ad avere una copertura decente nemmeno sui principali eventi di politica internazionale.

Oggi ricordiamo Rossella e ci uniamo al coro di quelli che chiedono che si faccia di più per la sua liberazione. Ma Rossella non si offenderà se io aggiungo anche una mia personale protesta contro i criteri arroganti e superficiali con cui si decide cosa fa notizia e cosa no. Vogliamo un informazione, almeno quella pubblica, che ci renda meno provinciali e ignoranti, che ci aiuti a capire di più del mondo e delle situazioni. Anche e soprattutto quando si tratta di questioni complesse, difficili, problematiche. Vogliamo rispetto, rappresentatività, impegno, trasparenza. Se ci fossero, non dovrebbero essere i blogger a chiedere di parlare di una giovane donna sparita in un Paese che non c’è.

Chi ci ripensa…


Questo fine settimana mi ha dato l’occasione di confrontarmi con altre mamme, più o meno avanti sul percorso scolastico, rispetto allo scoramento e al disincanto che condividevo un paio di post fa (qui). Leggo poi, in serata, questo articolo pieno di ottime intenzioni e forse di quel pizzico di zelo che io devo aver perso tra una riunione e uno scambio di battute con le maestre di mia figlia, mesi fa. Ripensando alla questione, mi sento di poter dire che le madri  che conosco (parlo di Roma, per comodità) sono da tempo rassegnate alle strutture fatiscenti, alle risorse mancanti, anche a quella tipica mancanza di flessibilità che accomuna la gran parte delle scuole pubbliche (e ingrossa le casse delle private). Quello a cui proprio non riusciamo a rassegnarci è l’evidente scadimento delle risorse umane impiegate. E, almeno io, non parlo strettamente di cultura (anche se un minimo di proprietà di linguaggio e la piena padronanza del lessico di base sarebbe sicuramente auspicabile). Fatte salve le molte, moltissime felici eccezioni che tutte voi potrete citarmi per confortarmi, l’esperienza mia e delle mie amiche è piuttosto scoraggiante. Io penso che ci sia anche una questione di dignità del lavoro, di smantellamento di un ruolo.

Non so quanti di voi hanno notato che nel film Pinocchio di Walt Disney, al primo giorno di scuola del burattino Geppetto gli consegna una mela. Ma non per la merenda, come immaginavo io. No, lo dice chiaramente: la mela è “per il maestro”. E’ ovvio che non si può certo auspicare che si torni a avvolgere il maestro di un’aura di superiorità classista che, oltre a essere del tutto fuori luogo al giorno d’oggi, non aveva evidentemente alcuna valenza  didattica di per sé, anzi. Però non posso fare a meno di notare che la maggior parte dei genitori, più o meno implicitamente, guardano i maestri dei loro figli alla luce di due considerazioni: sono persone che guadagnano poco e, nell’opinione comune, lavorano anche poco (o, peggio, perché guadagnano poco valgono poco – quanto lavorano magari non conta affatto). Fare il maestro, o anche il professore, ha perso ogni appeal sociale. E’ considerato un lavoro da sfigati. Sì, lo so, magari esagero. Protestate pure. Ma io ho la sensazione che quest’aura di disistima diffusa, anche se in massima parte non detta, abbia generato una sorta di autoassoluzione collettiva in cui molti di quelli che oggi insegnano si sentono legittimati a sguazzare.

Io la mattina guardo le maestre della scuola di mia figlia e non posso fare a meno di pensare che non mi pare che pretendano molto da loro stesse, professionalmente. Sarà che il livello è basso, sarà che il lavoro è usurante. Certo è che non fanno nulla per non dare l’impressione di stare lì proprio perché non avrebbero potuto ambire a altro. Sarà così? Magari no. Però al momento vedo sprazzi di entusiasmo professionale solo in alcune maestre di sostegno.

Che voglio dire con questo? Non lo so, forse nulla. Mi faceva pensare quello che scriveva Barbara in un commento al suo post: “Se non altro qui [in Olanda] il sistema prevede tante figure professionali”. Sarebbe meglio? Non lo so. Quello che so è che, oltre a tutta la giusta battaglia per le risorse economiche, credo che sia il caso di realizzare che oltre ai tagli abbiamo un problema di sgretolamento delle personalità degli insegnanti. Che magari in potenza sono tutti ottimi e qualificati (voglio pensarlo). Ma che in atto fanno cilecca e spesso non sembrano neanche particolarmente angustiati della cosa: o perché la cosa fa parte della loro tragedia personale di cui non potrebbero più fare a meno, o (spero che sia una sparuta minoranza) perché non se ne rendono proprio conto (come le “doRci” maestre di Meryem), o perché da quel dì hanno rinunciato a un ideale superiore al timbrare il cartellino e attenersi al minimo sindacale visto che il sistema tanto è tutto uno schifo. E intanto in quelle classi ci sono i nostri figli. Non so voi, ma sono angosciata.

Leggete anche questo, che ieri non avevo visto.

Mi chiedo…


La premessa è che non so quanto questa notizia sia attendibile. Si tratta delle regole per punire gli abusi degli utenti su Facebook. Il focus principale per ora mi pare (giustamente, da un lato) la questione del vietare immagini di allattamento al seno, come se fosse pornografia.

A me però è caduto inevitabilmente l’occhio su un altro punto, quello della “politica internazionale”. Copiando dal presunto documento, si nota che 3 dei 4 punti riguardano la Turchia e la questione curda. La negazione dell’Olocausto è l’ultimo dei quattro.

Non è che ora intenda farne questione di merito, ma sono rimasta un po’ colpita da tutta questa enfasi. Ci sono anche altre questioni politicamente sensibili sul pianeta. Come mai, secondo voi, questa curiosa selezione?

International Compliance/IP Blocks:

 Photos AND/OR text making fun of/attacking/depicting negatively/criticizing, Ataturk.
 Burning the Turkish flag [other flags are ok to be shown burning]
 Maps of Kurdistan [as of now, only maps are escalated; other references are merely confirmed]
 Holocaust denial[any discussion of holocaust denial that contains hate speech should be escalated]

Aspettative


Leggo questo post di Barbara e ripenso alla riunione di ieri con maestre e genitori della classe di Meryem. C’è stato un momento preciso in cui, seduta su quelle sedioline inadeguate al mio sedere, qualcosa ha fatto click nella mia testa. Mi sono resa conto che mi sono affannata inultilmente a cercare occasioni per parlare con queste maestre. Non hanno niente da dire. Non parliamo la stessa lingua. Non è per malafede o cattiva volontà, ma proprio non possono capire cosa io vorrei da loro. Ora mi accuserete di essere snob e classista, e magari avete anche ragione, chissà. Ma in due ore e mezza di riunione l’unico commento che sono stata in grado di estorcere su Meryem è che “è tanto dolce”, anzi “è tanto doRce”.

Ho studiato di nuovo, con calma, la fauna generale, inclusi alcuni genitori che fortunatamente perderemo per strada il prossimo anno. Ho esaminato quelli dei pochi bambini che resteranno e mi sono parsi, nella loro minoranza numerica, anche più promettenti. E’ giunto il momento di rivedere seriamente le mie aspettative. Continuo a confidare nelle attività generali della scuola (musica, drammatizzazione, psicomotricità, uscite varie), che sono di livello medio-buono. Per il resto, trattengo il fiato. Manca un solo anno, speriamo che non sorga nessun problema, perché in quella classe non c’è nessuno in grado di gestirlo, o anche solo di accorgersene. Credo che farò un fioretto a Santa Pupa, nota patrona romana della buona sorte.

Condannati


Nel maggio del 2009 scrivevo post che grondavano angoscia e amarezza (qualche esempio: questo, questo, questo). Ma anche senza il blog me li ricorderei quei giorni spaventosi. Il primo, soprattutto. Mattina, ufficio. Il collegamento internet interrotto. Quella telefonata da Malta: “Avete visto? Cosa sapete?”. Non avevamo visto, non sapevamo ancora. Per la prima volta una nave italiana intercettava in mare e riportava in Libia persone in fuga da guerre e persecuzioni, persone che credevano di essere state tratte finalmente in salvo dopo il carcere, la tortura, il deserto. Dopo la Libia, quella Libia di Gheddafi pagata da noi per trattenere, davvero a qualunque costo, chi tentava di arrivare in Europa, rifugiati o no. Maroni se ne vantò in televisione. Uno shock enorme. Una frustrazione inesprimibile (e peraltro in gran parte inespressa, anche perché non sapevamo a chi esprimerla).

In seguito un reportage fortunato di Presa Diretta ci ha mostrato con tutta l’efficacia del video cos’era successo davvero. Ci ha fatto vedere i volti di quei 13 eritrei e 11 somali, un campione piccolo delle migliaia di vittime di quella politica sconsiderata, ma con il pregio di non essere una massa indistinta, ma uomini con nome e cognome. Uomini traditi. Uomini disperati e increduli, quando hanno capito dove venivano portati. Non genericamente politiche scellerate, dunque, ma un crimine preciso (sia pure tante, troppe altre volte replicato in altra e non documentata forma) contro persone precise.

Oggi, finalmente, c’è una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani e una condanna per l’Italia, con relativo risarcimento da pagare a quelle specifiche persone. Non si può rimandare qualcuno dove rischia trattamenti inumani, tortura o ulteriori respingimenti in luoghi dove questi trattamenti avverrebbero. Non si può stabilire che una persona non ha diritto all’asilo senza assicurargli un ricorso effettivo (il che, su una nave della Guardia di Finanza o di chicchessia, è proprio difficile). Non si può respingere in massa gruppi di persone senza curarsi di chi sia ciascuno di loro. Sì, proprio uno per uno. Quindi, va da se, non si possono nemmeno costruire vergognosi muri dove vanno a sbattere masse anonime. Non è vero che abbiamo il diritto di difendere la nostra (presunta) sicurezza a qualunque costo.

Io ricordo benissimo quell’anno e mezzo in cui a Lampedusa non sbarcava più nessuno e si aveva anche il coraggio di rallegrarsene e di vantarsene. Erano i mesi in cui scrivevamo “Terre senza promesse”: le persone che ci raccontavano gli orrori del Corno d’Africa ci parlavano di parenti, di amici, di compagni, la cui fuga è stata tragicamente bloccata dalla nostra politica di respingimenti. “Non si può fare qualcosa?”, ci ripetevano in tutti i modi e con tutti gli accenti. Qualcuno ci ha provato, nel suo piccolo. Una manciata di persone è stata tratta in salvo. Per il resto, solo sospiri e occhi al cielo.

Onore al merito va data ai caparbi avvocati che hanno presentato questo ricorso alla Corte di Strasburgo. Non era ovvio riuscirci. I ricorsi devono essere nominativi, presentati dalle singole persone. Hanno dovuto andarci subito, a Tripoli, per intercettarli. E’ stato un lavoro coraggioso, di principio. E ora?

La sentenza di per sé è importantissima. Storica, dice l’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati. Io però ricordo benissimo l’unica manifestazione pubblica organizzata a piazza Navona per protestare a respingimenti in corso: eravamo pochissime persone, una circostanza davvero deprimente. Gli stessi organizzatori avevano un’idea molto vaga del reale significato di quei fatti. E poi, sempre, questa totale indifferenza. Lo sguardo vagamente infastidito negli occhi di chi mi sente parlare di queste “cose tecniche”. Negli anni ho imparato, in molti casi, a non provarci nemmeno a comunicarla questa indignazione. Eppure sbaglio, lo so, e allora oggi ci riprovo.

Il nostro Paese e, in certa misura, tutti noi siamo stati condannati per aver calpestato i diritti umani di persone che dovevano essere da noi protette. Per avere messo a rischio la loro vita e per aver contribuito alla morte di molte altre. E non si tratta solo di una triste pagina di storia contemporanea. Forse, finita la guerra in Libia, stiamo già continuando. Leggete cosa scrive l’UNHCR: “L’Alto Commissariato è inoltre preoccupato che l’Italia abbia riattivato il trattato bilaterale con l’attuale Governo libico senza rinunciare formalmente alla pratica dei respingimenti che è il risultato di tale accordo”. Io non credo che si possa dormire tranquilli, anche senza aver conosciuto personalmente tutti i vari Ali, Arif, Abdi, Michael e Mohamed che ho avuto la fortuna di incontrare io.

Parole, bugie e omissioni


Io con le bugie ho un rapporto ambivalente. Non parlo di quelle grandi e gravi, a cui nessuno di noi ammetterebbe di ricorrere. Penso a quelle piccoline, funzionali, utili a liberarti rapidamente di un collega troppo insistente o di un familiare importuno. Ecco, questo tipo di bugie mi piacerebbe saperle dire, o piuttosto saperle dire meglio di quanto talora non faccia già. Perché mentire per cose futili mi rende esitante. Non posso contare sulla giusta carica di adrenalina necessaria a rafforzare le prestazioni della mia memoria, ad esempio. E poi, maledizione, ora ci sono i social network che complicano tutto. Quando hai declinato un invito accampando solenni e irrimandabili pranzi in famiglia, poi sarà meglio non fare check in al cinema, o postare su FB le foto che ti ritraggono al parco immersa nel dolce far nulla.

Altro capitolo quello delle bugie nelle relazioni. Soprassediamo per rispetto della privacy su quelle che riguardano l’essenza della relazione stessa e eventuali adulteri occasionali o strutturati. Ma voi le “bugie funzionali” in un rapporto di coppia come le considerate? Esempio classico: “Quanto hai pagato quelle scarpe?”. Voi riuscite a fare qualche arrotondamento verso il basso pro bono pacis? O, come me in questa fase della mia vita, sentite l’irrefrenabile impulso di dire precisamente la verità, manco foste Roger Rabbit al tamburellare del bastone del cattivo?

Una risorsa che ho finora sottovalutato sono le omissioni. Con Meryem vi ricorro, talvolta (anche perché di bugie non me ne passerebbe una e, a differenza di me, ha una memoria di ferro). Tuttavia sono poco utilizzabili in caso di domanda diretta a bruciapelo. Piuttosto l’intera strategia della comunicazione andrebbe pensata con una certa sapienza, valorizzando i punti di forza e distogliendo l’attenzione dell’interlocutore da eventuali passaggi critici. Vedo alcuni (e ancor di più alcune) che sono maestri in questo. Per quanto riguarda me, polla sono e polla resto. Fino a prova contraria.

Sincretismi


“Mamma, lo sai che nonno Vittorio potrebbe essersi trasformato in animale?”. Meryem dimostra grande curiosità rispetto al nonno morto prima che lei nascesse. Ci pensa molto, elabora idee diverse e ciclicamente me le ripropone. Questa della metempsicosi gli è stata prospettata da un’amichetta dell’asilo. Io mantengo il mio punto: non sappiamo bene cosa ci sia “di là” e come funzioni esattamente. Possiamo sperare che un giorno ci rivedremo. Punto. Se poi evitiamo di specificare che il nonno è diventato un bacarozzo (questo è il primo esempio che è venuto in mente a mia figlia), magari risparmiamo un coccolone alla di lui vedova.

Poi ci si mettono anche i racconti interculturali. Un bellissimo libro di favole di animali contiene una suggestiva illustrazione dove il dio delle nuvole cavalca l’arcobaleno. Perfetta per visualizzare il concetto, abbondantemente proposto alla Guerrigliera, che il nonno è andato in cielo. “Mamma, vedi quella nuvola là? Secondo te sopra ci stanno nonno Vittorio e tutti quelli che sono morti che sono tutti diventati dii delle nuvole e giocano insieme?”. Beh, come idea del paradiso mi pare sufficientemente poetica e dinamica. Ma magari sul politeismo possiamo lavorare un po’, temo che la maestra Marina, che insegna religione con zelo degno di miglior causa, potrebbe restarne turbata. “Ma no, Meryem, non diventano tutti dio. Di Dio ce n’è uno solo, ricordi? (Altra dichiarazione cerchiobbottista, valida pure per l’Islam nonché per svariate di altre religioni)”. “Ma lo so, mamma! E’ che oggi è Carnevale, no? E’ per finta. Si sono tutti travestiti da dio delle nuvole”. Ah, allora è tutto chiaro.