Mia madre cuoceva il mondo intero per me


More about Ogni uomo nasce poetaEra tanto che non leggevo un libro di poesie. Questo è un libro particolare per varie ragioni. Intanto perché è inframezzato di commenti e considerazioni dell’autore, che a volte spiega le circostanza in cui ha scritto un particolare testo o aggiunge note autobiografiche. Il secondo motivo è il linguaggio: semplice, molto semplice. Poi la mia personale soddisfazione: riesco a seguire agevolmente l’originale a fronte, in ebraico. L’ho cercato perché Evelina Meghnagi cita spesso una poesia di questa raccolta, intitolata “Metà della gente del mondo”. Molte altre mi hanno colpito altrettanto, per certi versi di più. Ho apprezzato i riferimenti biblici quasi impercettibili, filtrati come sono dal quotidiano e, in qualche modo, dall’universale esperienza di uomo, di figlio e di genitore.

Ho trovato particolarmente azzeccata la frase che dà il titolo a un’altra poesia e a questo post. Mi ha fatto pensare alle mamme che ho conosciuto in questi anni, a quello che ci accomuna e a quello che ci distingue. Ho pensato a come noi vediamo le nostre, di mamme, e a come anche io sono e sarò vista da Meryem attraverso una lente personalissima, chissà quanto deformante.

Vi trascrivo tutto il breve componimento, pieno di immagini che sento molto mie.

Mia madre cuoceva nel forno il mondo intero per me
in dolci torte.
La mia amata riempiva la mia finestra
con uva passa di stelle.
E le nostalgie sono racchiuse in me come bolle d’aria
nel pane.
Esternamente sono liscio, silenzioso e bruno.
Il mondo mi ama.
Ma i miei capelli sono tristi come i giunchi nello stagno
che va prosciugandosi.
Tutti i rari uccelli dalle belle piume
fuggono via da me.

Yehuda Amichai

 

Una volta


Una volta avrei voluto essere più artistica.

Una volta mi sentivo davvero a disagio con il mio corpo (e rivedermi in video, oggi, mi fa tenerezza e mi mette tristezza, allo stesso tempo).

Una volta più che aspettative avevo certezze.

Una volta avrei voluto essere capace di scrivere poesie. Una volta ne apprezzavo alcune. Oggi ne apprezzo poche. Recentemente Yehuda Amichai (e magari in un post meno sconclusionato ve lo racconto pure).

Una volta ambivo a vestiti di Calamo che oggi trovo orrendi (e lo erano anche allora).

Una volta ho rinunciato a baciare il ragazzo che mi piaceva perché dovevo fare i compiti.

Una volta, almeno una, ho creduto di stare facendo qualcosa di molto determinante, che poteva fare la differenza. Mi sbagliavo.

Una volta disprezzavo alcune vite. Ora mi pare di invidiarne un po’ troppe.

Una volta credevo di conoscere le mie priorità. Ora che so che quelle non andavano bene fatico più del dovuto a trovarne di nuove.

Zebuk e l’asino di Buridano


Buon Zebuk day a tutti! Oggi ho tutta l’intenzione di partecipare a una bella liberazione di libri in giro per l’Italia, per celebrare i due anni di questo bel sito tutto dedicato all’amore per la lettura. Non lo conoscete ancora? Male. Rimediate subito.

La conoscete la storiella dell’asino di Buridano? Mia madre me la propinava sempre. E’ quella povera bestia che, non sapendo scegliere tra cibo e acqua, finì per morire di fame e di sete. Storia triste, non me ne vogliano gli animalisti. Ma tranquilli, è solo una metafora. Le regole della giornata di oggi prevedono di scegliere un libro pensando di regalarlo a qualcuno affinchè si innamori della lettura. Poi, debitamente impecettato il volume con il segnalibro dell’iniziativa, provvedere a “liberarlo”, lasciandolo in un luogo dove il lettore ignoto predestinato potrà ritrovarlo.

E’ da giorni che tergiverso e cincischio. Stamattina finalmente lo ammetto. Questa scelta non sono capace di farla. Però, fatta appello a tutta la mia razionalità, ho messo a fuoco un criterio di scelta e ridotto la rosa a soli due volumi che, in violazione del regolamento, saranno liberati entrambi.

Condivido, per ora, il criterio di scelta. Se c’è una cosa che mi ha sempre incantato, nella lettura, è l’inatteso. E siccome dai “miei” temi ormai non riesco a liberarmi mai del tutto, aggiungo che la lettura, molto più del cibo, è una via per avvicinarsi ad altre culture. Una via tranquilla, cauta, dei primi passi. Un libro si può sempre richiudere, non ci chiederà conto di smorfie o gesti impropri, non scatena reazioni allergiche e non ha altre sgradevoli controindicazioni. Quindi per il mio Zebuk day ho scelto due biografie, una del passato (molto passato) e una del presente. Entrambe sorprendenti, secondo me. Entrambe straordinarie, poetiche e grondanti sogni e nostalgia. Curioso solo che, di tutta la mia biblioteca, sia riuscita a capare ben due autori di origine libanese. Sarà una coincidenza?

Ora lo so che vi ho incuriosito. Quindi non tergiverso oltre e ve li presento. Ecco a voi i due libri che stanno per iniziare un emozionante cammino per le strade di una Roma gelida, ma piena di sole (tra piazza Venezia e Stazione Termini).
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Non è uno straniero, è Charlie


Alcuni anni fa, in uno dei più memorabili incontri pubblici organizzati presso il Centro Astalli, il neoeletto Padre Generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás, raccontò un aneddoto. In una famiglia giapponese, il padre collaborava per lavoro con un collega americano. Una domenica i cugini, arrivati in visita, giocano insieme ai bambini di casa. Uno dei ragazzi in visita, aperta la porta dello studio, si trova all’improvviso davanti l’americano e la richiude spaventato. “Che succede?”, gli chiede il cuginetto. “C’è uno straniero là dentro”. Il bambino si affaccia a sua volta e commenta ridendo: “Ma non è uno straniero, quello è Charlie!”.

Oggi ho ripensato a quel racconto leggendo l’aggiornamento della bacheca Facebook di un’amica, che si stupiva e rammaricava per il fatto che una giovane madre single, marocchina, si trovasse obbligata a fare una specie di viaggio attraverso la regione Lazio allo scopo di sostenere un esame di lingua, dal cui esito dipende il rinnovo del suo permesso di soggiorno. “Ci siamo”, mi sono detta. Ho pensato a un’estate afosa in cui abbiamo partecipato a riunioni su riunioni, anche al Ministero dell’Interno, per cercare di trovare soluzioni ragionevoli a decreti decisamente irragionevoli e comunque apparentemente acclamati (o almeno tollerati) da molti dei nostri connazionali. Sembravano cose molto tecniche, molto teoriche, di cui nessuno dei miei amici non del ramo avrebbe tollerato di sentir parlare per più di tre minuti. Giustamente. Quel lavoro ha portato a dei risultati positivi, e tuttavia il problema sussiste e ora – e questo volevo dire oggi – iniziamo a vederlo nell’esperienza di chi ci è vicino.

Ho letto recentemente in un libro di cui sentirò spesso, credo, l’impulso di riparlare (e che non posso citare precisamente, perché l’ho prestato a mia sorella insegnante, nella speranza di contagiare anche lei) che l’empatia non può essere globale. Umanamente non si può essere solidali con tutto il mondo, è una pretesa spropositata rispetto alla capacità emotiva del singolo. Cito malamente, si intende, ma il concetto è quello. Ce la si cava con la solidarietà meramente retorica, a impatto zero. Ma ora forse si inizia a intravedere uno scenario nuovo. Le migrazioni ci portano frammenti di solidarietà globale nella cerchia più intima delle nostre conoscenze. La diversità filtra nel nostro piccolo orizzonte, talora nelle nostre quattro mura.   Certo, non si può pretendere che questo equivalga necessariamente a un ampliamento di prospettiva. Talora ci accontenteremo della schizofrenia.

Ricordo come oggi un cugino triestino di mio padre, venuto a trovarci molti anni fa (almeno una dozzina). Una persona di una certa età, un po’ snob, di posizioni decisamente “nazionaliste”. Durante la cena fioccavano sospiri e lamentele su “questi che arrivano da fuori a rubarci il lavoro, a snaturare la nostra identità”. Poi il discorso è caduto, stranamente, sulla musica. La mia famiglia per cultura musicale ha sempre zoppicato abbastanza. Il cugino in questione, invece, era musicista. Parlava con strana competenza di qualcosa di moderno che non ricordo, ma che mi colpì perché eccentrico rispetto al repertorio classico e coltissimo a cui faceva solitamente riferimento, mentre noi ignoranti ci limitavamo a annuire per cortesia. Mi pareva bizzarro che quella persona avesse fatto quel genere di ascolto. Lui raccontò, sereno, che era il suo amico senegalese che gli aveva consigliato quel cd. Un ragazzo in gamba, tanto colto, che faceva il venditore ambulante (magari anche abusivo) vicino al bar dove era solito fare colazione. Che dava a quel signore di altri tempi la soddisfazione di un po’ di conversazione, gratuita, appagante. Che senza parere e probabilmente senza ricavarne alcunché gli faceva compagnia nella sua solitudine. Era assolutamente evidente che “il suo amico” (non ricordo il nome) non apparteneva alla categoria di quegli stranieri minacciosi e indesiderabili contro cui il cugino triestino non esitava a riversare il proprio disprezzo. Che strano, ho pensato io. Com’è vero che le etichette non significano nulla.

Ora quegli incontri si moltiplicano, si intrecciano, si evolvono. Non può essere altrimenti. E già comincia a risultare intollerabile a molti il disinteresse, l’ignoranza e l’incuria che il dibattito politico e culturale (con poche eccezioni) riserva al tema dei migranti. Per gli slogan si usano ancora termini astratti. Ricordo un fantastico cartello appeso al cancello del mio liceo: “Contro l’imperialismo, il capitalismo” e chissà quanti altri “ismi”. Concetti vuoti, per noi liceali. Parole così, gergo per inventarsi uno sciopero di maggio. I migranti oggi spesso si usano così, a mo’ di invettiva. Che poi si dica “Fermiamo l’orda” o “Siamo tutti clandestini” per certi versi (attenzione, parlo di metodo, non di contenuti) è uguale. Il 90% di quelli che scandiscono lo slogan non lo legano a nessun nome specifico, a nessuna faccia. A nessun amico. Questo sta cambiando rapidamente, sono fiduciosa che cambierà anche il resto. Per fortuna.

Che vogliamo fare?


Senza il concetto di frontiera, la parola “migrante” non significa niente. Sarà un’ovvietà, ma il concetto di Stato nazionale non è scritto nelle stelle. E’ stato formalizzato appena nel 1648 (Trattato di Westfalia). In un’ottica storica di medio respiro, praticamente l’altro ieri. Parla velocemente, ma scandisce le parole Hassan Abouyoub, ambasciatore del Marocco in Italia. In un tavolo di relatori abbastanza bene assortito (conferenza stampa per la presentazione del rapporto OIM “1951-2011 Le migrazioni in Italia tra passato e futuro”), seduto alla destra di Natale Forlani (“il mio amico Natale”), direttore generale del Ministero del Lavoro, l’ambasciatore spicca certamente come il più colto (nel senso più ampio del termine) e, allo stesso tempo, il più provocatorio. La mobilità umana è un diritto naturale, sancito (“mi dispiace”, sottolinea ironico) anche dalla Dichiarazione dei Diritti Umani. E non ce ne sarebbe neanche bisogno, insinua Abouyoub, se si fosse consapevoli davvero della storia e della civiltà dei nostri Paesi. Storia ha coinciso con migrazione, da prima dell’Impero Romano, che non a caso, con Caracalla, ha ripensato senza troppi traumi il concetto di cittadinanza (curioso che ce lo ricordi lui, qui a Roma).

Ma non staremo qui a gongolare per i fasti passati, continua l’ambasciatore. Il fenomeno della migrazione, che in buona parte è prodotto della nostra mentalità, viene sempre trattato in modo quantitativo e fuorviante. Volete i numeri? In Marocco sta crescendo l’immigrazione dalla Spagna. Dista 20 minuti, del resto. La crisi colpisce anche l’Europa. Volete altri numeri? La sponda sud del Mediterraneo entro il 2022 dovrà creare 40 milioni di posti di lavoro. Ma l’Europa dovrà inventarne altrettanti. Ne ha la capacità? No. Sia per ragioni demografiche che per capacità tecniche la capacità di reazione dell’Europa è vicina allo zero. Evidentemente è giunta l’ora di deporre l’arroganza europea e riconoscere che siamo tutti sulla stessa barca. Forse così, sgomberato il campo, si potranno trovare paradigmi nuovi, un nuovo modello di benessere mediterraneo. Una ricerca lo ha provato: gli accordi di Schengen non hanno grande impatto sull’effettiva regolazione dei flussi migratori. In compenso, danneggiano fortemente alcuni Paesi. Sarà forse l’ora di deporre questo approccio escludente e rigido? Di cercare una nuova prospettiva? Molto concretamente, nei prossimi giorni a Bruxelles si voterà per l’abolizione di un trattato di cooperazione agricola che avrà ripercussioni immediate sugli equilibri economici interni del Marocco. Si può tranquillamente affermare che la politica europea in materia di agricoltura abbia generato il 15% del flusso migratorio dal Marocco. Diverso dovrebbe essere lo sguardo. Euromediterraneo. Altrimenti si finisce ad alimentare crisi su crisi, che non fanno altro che mettere sotto pressione la politica, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Anche Natale Forlani l’aveva ricordato. Negli ultimi 15 anni l’immigrazione in Italia è un fenomeno maturo, nonostante la politica. Il dibattito culturale e politico è rimasto sostanzialmente estraneo a tutto ciò. Il fai da te ha avuto certamente guizzi virtuosi di creatività e flessibilità. Nelle nostre comunità, sottolineava Forlani, ci sono molti più valori e buon senso di quanto riesca ad esprimerne la politica. Sì, ma nel fai da te ci sono anche alcuni vistosi contro, ricordava Andrea Olivero, presidente delle ACLI. Negli spazi di debolezza del Paese si producono vere e proprie piaghe sociali: lavoro nero, sfruttamento, sistematico spreco di risorse umane.

Su una cosa tutti i relatori sembravano concordare: non si può più andare avanti così, con le soluzioni che si autodeterminano nell’informalità illegalità, talora) e il governo che si limita ad arrancare e tamponare malamente, a suon di provvedimenti straordinari di corto respiro. E’ arrivato, da tempo, il momento di riflettere sulle cose serie e non sul buonismo e sul cattivismo. E’ una priorità? Certamente sì. Con buona pace dei grilli parlanti, gli immigrati si avviamo a diventare un quinto della popolazione del nostro (e quindi anche del loro) Paese.

Rabbia


Quando Meryem era piccola mi succedeva una cosa strana. Non mi limitavo a pensare alla possibilità che si verificasse qualche incidente (da quelli più idioti, come una ciotola che si rovescia, a quelli più gravi): li visualizzavo proprio. Mi vedevo davanti scene più o meno raccapriccianti, con frequenza direttamente proporzionale alla mia stanchezza e al mio sconforto. Fortunatamente solo una parte minime di quelle funeste possibilità si sono davvero concretizzate. Il tutto per dire che stasera mi sono sentita esplodere dentro una tale rabbia che, dopo molto tempo, ho avuto di nuovo una visione: me stessa che, armata di oggetto contundente, sfondavo i mobili di casa. Non solo non l’ho fatto, ma sono anche rimasta relativamente composta. Però con la cosa dell’occhio mi guardavo fare in mille pezzi la televisione e un po’ mi meravigliavo anche. In effetti la causa scatenante era infinitesimale rispetto alla reazione che mi stavo immaginando.

Però, a guardarla bene, anche la mia rabbia aveva le sue ragioni. Non certo Meryem che cincischia con il cibo, anche se oggi ha davvero superato ogni immaginazione. No, la frustrazione più grande mi veniva da un’imprevista quando deludente riunione del pomeriggio che, oltre a farmi fare tardi di un’ora e mezza rispetto alla prevista routine, mi ha fatto sbattere il muso con una certa violenza contro l’inamovibile irrazionalità del sistema pubblico italiano, e forse romano in particolare. Quel mix devastante di inconsapevole incompetenza, di arrendevolezza, di impicci e burocrazia che fanno naufragare in grandi sospiri qualunque opportunità. Non ne posso più di sospirare. Non ne posso più dei condizionali. Non ne posso più dei grandi progetti arroganti e presuntuosi che tanto non si devono mai misurare con nessuna operatività.

Ora che la mia altra me ha smesso di frantumare mobili Ikea, mi torna in mente a mo’ di antidoto un incontro di lavoro che risale a qualche giorno fa. Due operatori di uno sportello comunale mi hanno sbalordito per competenza, determinazione, attenzione, spirito di iniziativa. Uno dei due mi teorizzava che qualcosa dalla loro dirigenza l’hanno ottenuta perché “quelli si erano sentiti accerchiati”. Mi era parsa quantomeno bizzarra questa espressione da guerriglia riferita a determine e circolari. Oggi più che mai mi rendo conto che il loro modo di lavorare, che mette a frutto amici, contatti personali, conoscenze, interessi, tempo libero, per dare un senso al loro lavoro nonostante il contesto, è una faticosissima forma di resistenza. Altro che sfondare virtualmente salotti. Quella è fatica, non i sospiri di chi si sente sprecato e invece, sotto sotto, contribuisce attivamente ad alimentare la palude.

Bar della Pigna (piccola elegia)


Non è la prima volta che sul web 2.0 mi trovo a tessere le lodi del Bar della Pigna, aka “bar degli energumeni” (la definizione, della cui origine si sono perse le tracce, è entrata nell’uso alla Fondazione Astalli più o meno contemporaneamente a quella di “Batcaverna” che definisce la stanza adibita a magazzino). Ma in questi quasi dieci anni di frequentazione praticamente quotidiana questo posto è diventato parte imprescindibile della mia personale geografia di Roma, oltre che piccola succursale di casa. Ora che si è anche dotato di un gruppo Facebook, l’affetto ruvido riservato ai clienti si può propagare libero nella rete, senza perdere una virgola della sua genuinità. “Oggi vi siete scordati un cappellino e un trench, di chi sono?”. Commento: “io me sò scordato 100 euro…..o erano 200?”. “Vi scordate di tutto e di più! Oggi, una sciarpa, un giubetto da scooter con le chiavi e un paio di occhiali da vista! I proprietari del giubetto e della sciarpa si sono fatti vivi. Gli occhiali da vista di chi sono?”. Commento: “scusa non riesco a leggere il tuo post, mi sono scordato gli occhiali da qualche parte… che c’é scritto’??”. Insomma, in questo bar ci si diverte non poco.

Oggi, seduta davanti a una pasta e ceci bollente e ben pepata, immaginavo un ideale podio dei motivi per cui non cambierei questo posto con nessun altro, per le mie rapide pause pranzo.

1. Cucina casalinga. Ma non si tratta solo di cosa si mangia, che pure è buono e relativamente vario (con occasionali punte di sublime). Io ho ritrovato la spartizione del cibo della famiglia numerosa, dove l’ultima porzione si becca anche tutto il sughetto della pentola, dove se ti va un po’ e un po’ si può sempre fare, dove qualche coraggioso chiede e ottiene le mezze porzioni ma, soprattutto, chi serve un po’ pensa a te e ai tuoi gusti. “Ti ho lasciato la lasagna coi broccoli, ti piace, vero?”. “Avrei scommesso che prendevi la zuppa, oggi”. Quando ripiego su pizzetta o panino, colgo un lampo di dispiacere al di là del bancone.

2. Socializzazione. Nelle ore di punta, oltre all’universale fenomeno dell’avvoltoiaggio del tavolino (tecnica che consiste nello scrutare torvo l’avventore che sta deglutendo gli ultimi bocconi, per indurlo a levare le tende il prima possibile), si pratica anche la condivisione guidata degli spazi. Catia, dall’alto della sua postazione, dirige il traffico. “X, mi ospiti Y?”. E si vince un ospite al tavolo, oppure si diventa tali, con grande disinvoltura. Ho fatto incontri interessanti con questo sistema: bibliotecari, restauratori, esperti di cooperazione internazionale, professori di ingegneria. Certe volte credo che ci sia anche una regia nelle proposte di aggregazione. Ma poi mi dico che questo è francamente eccessivo, nel casino delle 13:30.

3. Colonna sonora. Non so che stazione sia, ma la radio trasmette quasi esclusivamente grandi successi del passato. Ce la si gode di più a colazione, o all’ora dell’aperitivo. Ma stare lì seduti, con il cappuccino e “La donna cannone” in sottofondo… sono piccoli piaceri complementari.

E non dimentichiamo poi che qui si sta sempre al passo con le notizie di attualità e, anzi, le si interpreta con tutta l’auspicabile creatività.

Insegnare al principe di Danimarca


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Quando leggo un libro, soprattutto se lo devo recensire, ho l’abitudine di fare una piccola orecchia alla pagina quando qualche frase mi colpisce, mi fa pensare, merita di essere riletta e ripresa. Alla fine della lettura di questo libretto, vedo che le orecchie sono quasi ad ogni pagina e in qualche caso avrei voluto anche farne due. Ho l’urgenza di parlarne qui sul blog, non in forma di recensione strutturata, ma per fare il punto di tutte le riflessioni, intuizioni, a tratti illuminazioni che vi ho trovato dentro. Sul progetto Chance dei Maestri di Strada potete documentarvi altrove. Sono troppe le cose che si dovrebbero scrivere e io non sono persona qualificata per farlo. Qui vi propongo di riguardare insieme qualcuna delle orecchie che ho fatto in lettura. Le ho fatte, soprattutto, pensando al lavoro sociale, che fa parte della mia attuale professione. Se fossi un’insegnante, o un’attivista politica, avrei fatto altrettanto orecchie, probabilmente non le stesse.

“Non dobbiamo presentarci ai ragazzi pieni di idee, aspettative, progetti, altrimenti non abbiamo lo spazio dentro di noi per accogliere quello che ci propongono i ragazzi”. Un gruppo di persone profondamente coinvolte in un progetto significativo e innovativo come Chance spesso trova il suo peggior nemico, paradossalmente, nella propria ferrea motivazione. Che, coinvolgendo del tutto anche la sfera emotiva (necessariamente e a ragion veduta), a un certo punto finisce per appannare la vista e il giudizio. Un primo concetto importante è quello, espresso qua e là, che “dovremmo dare meno noi perché possano dare di più loro”. Ovvero: la reciprocità onesta, quella in cui si crede sul serio. Tutti i progetti sociali grondano reciprocità retorica: impariamo dai rifugiati, addirittura “questo progetto ci dà tanto” (impersonale, rigorosamente). Essere convinti sul serio che ognuna di quelle singole persone che accompagniamo possa insegnare qualcosa a me è tutta un’altra storia. Richiede umiltà, interesse, attenzione e, quel che è cruciale, tempo espressamente dedicato a questo. Tra l’altro non c’è nulla di più pericoloso della reciprocità. Esiste (ed è comunissima) la reciprocità malsana. La pagina 207 dovrebbe essere trascritta integralmente e affissa sulla bacheca di tutte le associazioni di volontariato, grandi e piccole.

“La camera di decompressione può ospitare contemporaneamente tante concomitanti e conflittuali infelicità”. Anche qui fin troppo spesso casca l’asino. E’ fin troppo logico sentire l’esigenza di fare una scelta tra le infelicità presenti, specialmente se una di esse è nostra, e di giudicare di conseguenza. Essere accoglienti rispetto a bisogni legittimi e infelicità che cozzano violentemente tra loro è un esercizio zen, che credo riesca a pochi. Ma già la consapevolezza che sarebbe necessario è un’acquisizione importante. Perché nel lavoro sociale si sceglie continuamente e la scelta contiene un giudizio. Tenere ciascuno di questi singoli giudizi davvero libero è una fatica quasi disumana.

Ultima considerazione per questo post. Tra i parametri per definire se una relazione è “sufficientemente buona” viene citato quello delle parole: “non bisogna usare parole senza significato”. Qui si critica l’uso e abuso della retorica da parte della sinistra, con il conseguente “aver tolto significato alle parole, cioè di dire parole anche buone ma in maniera retorica”. Esempio molto calzante: la terminologia dell'”altro”, del “diverso”. Crea lustro, fa immagine, ma non fa sostanza, non dice la fatica che c’è dietro l’incontro con un diverso. “E guardate che il primo diverso sono i nostri figli, il primo diverso è il nostro vicino di casa…”. Da un lato quindi, non farsi belli di presunte fittizie “differenze”e “multietnicità”. Dall’altro prendere piena consapevolezza che il lavoro serio non può cominciare da una diversità negata, ma deve piuttosto, faticosamente, prendere le mosse da una diversità ammessa, accolta, digerita. “Se io non riesco a prendere atto – e questo è faticoso -della differenza che c’è tra me e lui o lei, primo, non riesco a dargli una mano vera a superare questo abisso invisibile; secondo, non riesco a rendermi conto di quanto sia difficile per lui, e ancor più per lei”.

Non mancano pagine di meravigliosa, anche se amara, ironia. Insuperabile la descrizione della discussione in sala professori (oppure in un ufficio amministrativo della USL), pp. 212-216. Riporto solo la conclusione: “Si nota infine che la maggior parte delle persone qui descritte non sono stupide. L’intelligenza è evaporata per necessità di cose, forse sta conservata da qualche parte in attesa che a qualcuno venga in mente, chissà, che possa servire a qualche cosa”.

Hic sunt leones


Ogni volta che mi capita di dover andare (di solito per lavoro) in un posto dove non sono mai stata, mi scatta la stessa crescente preoccupazione confusa. Sarà che mi muovo con i mezzi, sarà (soprattutto) che le mie mappe cognitive raramente hanno a che fare con quelle topografiche, ma inizio subito a pensare: oddio, ma è lontanissimo. Negli anni ho imparato a riconoscere, non solo in me, ma anche in altre persone, una coloritura del concetto di “lontano” che non ha nulla a che fare con la distanza. Dice piuttosto di estraneità, a volte di disinteresse, altre volte di timore o soggezione. Tra amiche talora ci si rinfaccia scherzosamente le reciproche lontananze (ma lontano rispetto a cosa? qual è il punto che considereremmo il Campidoglio delle nostre relazioni?). Altre volte in quei: “Ma è lontano”, o addirittura “è lontaniiisssiiiimo”, c’è un affettato snobismo.

Questi filosofici pensieri mi hanno tenuto compagnia, tre giorni fa, mentre procedevo verso il Grande Raccordo Anulare, lungo la Tiburtina. Già la notizia che la metropolitana fosse stata riaperta, dopo un guasto, mi ha rinfrancato. Non tanto per il tempo di percorrenza (comunque, tra una cosa e l’altra, un paio d’ore), ma perché riuscivo a ripristinare un punto noto nella confusa nebulosa della via da percorrere: da Rebibbia al punto x il percorso era un mero segmento di strada consolare, con scarse incognite. Mi sono ricordata di quando Nizam mi raccontava di avere imparato a memoria, fin da subito, i nomi delle fermate della metro: Piramide, Circo Massimo, Colosseo, Cavour, Termini… Posso immaginare che questo piccolo escamotage possa fare sentire meglio chi, estraneo alla metropoli, deve percorrere ogni giorno grandi e articolate distanze. Riconoscere un nome noto significa spesso tirare un sospiro di sollievo. Ricordo anche che faticavamo non poco a convincere gli alunni della scuola di italiano che Piramide e Colosseo sono anche monumenti, e non solo fermate della metropolitana.

Mi ricordo un’altra esperienza su una consolare diversa, la Casilina. Due ore di tragitto da Monteverde, da percorrersi tra le 5:30 e le 7:30 del mattino. Era lontano sicuramente, ma per molti mesi la Ferrovia Roma-Pantano mi era diventata familiare, con le vecchiette che salivano a Porta Maggiore e ti chiedevano “Va a Roma?”, riconferendo a quella porta l’originaria funzione di confine urbico persa definitivamente svariati decenni addietro. La cosa buffa è che Ponte Casilino, dove andavo poco tempo prima di sera a frequentare un corso piuttosto inutile, continua ancora oggi a sembrarmi più lontano di Centocelle, sempre in barba alla geografia.

Alla fine alla sede della mia riunione sono arrivata e ho trovato un contesto molto poco estraneo. Addirittura familiare. Quando dovrò tornarci, mi preoccuperò di meno. Ma le quasi quattro ore di tragitto, quelle vanno comunque messe in conto.

Liberiamo tre ricette! Anzi, quattro!


Oggi la mia cucina, anche se piccola, ospiterà ben due amiche. L’occasione è di quelle che non si dimenticano e che ti fanno sentire fiera di navigare la rete in così ricca e bella compagnia.

Liberiamo una ricetta: farfalline di Sirkeci

Io mi cimenterò in una ricetta consona al titolo esotico di questo blog. Molto semplice, ovviamente, ma con un tocco a sorpresa. L’ho presa in un libro che vorrei aver usato di più e che ho comprato molti anni fa a Istanbul. Per fortuna è bilingue (turco e inglese) e raccoglie le ricette raccontate dagli anziani ebrei ospiti di una casa di riposo. Sono ricette dai fascinosi nomi spagnoli, eredità degli ebrei di Spagna che, nel 1492, sono stati dispersi nel Mediterraneo orientale e in Nord Africa dai cattolicissimi sovrani che li volevano tutti convertiti, morti o in esilio.

I biscotti che cucinerò per voi si chiamano in realtà Boyikos de asukar kon pimienta (Biscotti con zucchero e pepe), ma io li ribattezzerò per voi Farfalline di Sirkeci (si legge Sirkegì). Avvertenze: non si tratta di ricetta light. Masticandole sprigionano calore. Non contengono UOVA, è vero, ma hanno un retrogusto a dir poco sorprendente.

La preparazione è semplicissima. In una ciotola mischiare 6 cucchiai di olio di semi, 6 cucchiai di burro fuso (la ricetta originale prevede margarina), 6 cucchiai di acqua, una tazza da tè scarsa di zucchero, ma soprattutto il gesto di coraggio: un cucchiaino di pepe nero. Aggiungere tutta la farina che serve per formare un impasto soffice. Poi si stende sulla piastra su un foglio di carta da forno unto (non sia mai ci manchino calorie!), si ricavano i biscotti. Poi si cuociono in forno, ed è tutto ciò che la ricetta originaria dice. Io ho optato per forno caldo e una ventina di minuti a 180°. Più o meno ha funzionato.

Si mangiano accompagnate da tè turco nero, oppure da qualche robusto alcolico, per un dopocena corroborante. Fortemente consigliata una colonna sonora adatta, ovvero qualche bella ballata sefardita di quelle giocose, spiritose e, a modo loro, romantiche. Io mi sono ispirata a una canzone specifica, di cui vi accludo anche un video

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.
Questa ricetta la regalo a un’amica.
Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web

Mentre sgranocchio con Meryem le nostre farfalline (lei mi obietta che pizzicano un po’ la gola, ma le mangia lo stesso), cedo i fornelli a Silvia (la conoscete vero? è la metà di http://www.genitoricrescono.com). Eccola che arriva!

Liberiamo una ricetta: il polpettone di Bud Spencer

Oggi sono ospite della mia amica Yeni Belqis. Ecco, a volte mi manca non avere un blog personale…
La ringrazio per avermi accolto e permesso di lanciare da qui, come un aeroplanino di carta, la mia ricetta da liberare.
E’ un piatto semplice, di quelli che fai un po’ di corsa, sia in estate che in inverno, quando il tempo è poco, ma proprio non ti va di scongelare il solito hamburger. Una roba un po’ arrangiata, che cambia faccia ogni volta che la fai, perchè puoi sempre modificarla secondo l’offerta del tuo frigo e l’ispirazione del momento. Una cosetta da dilettanti, che riesce un po’ a tutti, senza fronzoli.
Il nome è dovuto al fatto che i due ingredienti principali sono tonno e fagioli. E a me i piatti a base di fagioli in scatola fanno sempre venire in mente i film di Bud Spencer e Terence Hill, che riscaldano fagioli nel pentolino sul falò mezzo alla prateria, che poi erano le dune di Sabaudia. Insomma, è un piatto un po’ rozzo, ma va su tutto.

Ingredienti:
– 250 gr. di tonno sgocciolato (corrisponde a un vasetto di filetti di tonno, quelli buoni, nel vetro, ma va bene qualsiasi tonno)
– 1 barattolo di fagioli (a me col tonno piacciono i bianchi di spagna, che sono belli compatti, ma borlotti e cannellini vanno ugualmente bene)
– 2 UOVA
– 1 cucchiaio di capperi
– 50 gr. di pangrattato
– un buon frullatore

ingredienti facoltativi:
olive nere
cipollina fresca
idee?

Nel frullatore si mettono insieme tonno (sgocciolato), fagioli, UOVA, capperi e pangrattato e si dà motore, fin quando non si ha un composto bello liscio.
Per una variante si possono aggiungere al composto le olive nere a pezzettoni o la cipollina fresca a rondelline.
Poi ci si oliano leggermente le mani (volendo) e si dà la forma di polpettone. Si avvolge nella carta forno bagnata e strizzata per bene e si chiudono le estremità a caramella. E poi via in cottura a bagnomaria per una mezz’ora.
Se avete da cuocere al vapore, meglio ancora e anche se si lessa direttamente in acqua va bene lo stesso.
Una volta freddo, si affetta. Si mangia freddo, si porta comodamente in ufficio o in gita, si mangia anche il giorno dopo.

Per goderlo al meglio, ci sta bene qualche salsina:
– maionese
– patè di olive nere
– un pesto veloce fatto con: 100 gr. di rucola, 50 gr di formaggio duro (parmigiano, grana, pecorino o quello che c’è), 30 gr di mandorle e olio q.b. (buono anche per la pasta)
– una salsina allo yogurt tipo quella che si mette nel kebab

Per contorno mi ci piacciono i pomodori in insalata con sale, olio e origano, semplici, semplici.
Ah, dimenticavo: lo mangiano volentieri anche i bambini e, con una fetta di pane, fa anche da piatto unico.
(nella foto è con pane alle olive e pesto di rucola)

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.
Questa ricetta la regalo a un’amica.
Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web

Rassettiamo rapidamente la cucina e lasciamo spazio alla prossima amica blogger, Patrizia!

Liberiamo una ricetta: il Vov

Che io me lo ricordo ancora il sapore del mio primo Vov. Si era poco più che bambini quando si cercava quel sapore dolce nel fondo delle tazzine dei nostri genitori, che poco più che grandi, si beavano allegramente della loro gioventù e si dimenticavano di noi per qualche minuto importante.
Eppoi quel colore, quel giallo del sole, dell’energia, della vitalità. Che se penso a noi bambini mi viene in mente quel colore lì.

Chissà a chi pensava il Sig. Pezziol, tra un torrone e l’altro, quando gli venne in mente di usare quei tuorli avanzati, che gli faceva peccato buttarli.
Chissà cosa pensavano i mille e più soldati a cui fu offerto un goccettino di VAV2(vino alimento vigoroso!), fortificante e corroborante, per l’uomo che non deve chiedere mai!

Noi si era da poco diventati mamma e papà e tra un pianto, una nottataccia e un molare in più, il nostro pensiero al Vov ci è andato da solo. Te lo ricordi quando si stava accoccolati ad ascoltare il mare…essì che me lo ricordo. Lontano, lontano, nel  tempo.

E così una sera, non troppo lontano, nel tempo, complice un piccolo sonnacchioso, ci siamo riscoperti insieme a girare latte e assaggiare il secco del marsala.

Eccoli gli ingredienti di quella serata. L’amore si sa, ora dovete mettercelo voi:

Per 1 litro di Vov:
mezzo litro di latte
4 tuorli
1 bustina vanillina
100 ml marsala secco
100 ml di alcool
400 gr di zucchero

Mettete a bollire il latte con lo zucchero. Lasciate che si raffreddi bene bene.
Nel frattempo sbattete i tuorli e aggiungete il latte(quello raffreddato, sì!). Unire la bustina di vanillina, il marsala, l’alcool; il tutto mentre sbattete energicamente, io mi aiuto con la frusta elettrica. Se volete farne almeno 2 litri, che insomma, 1 finisce presto, raddoppiate tutte le dosi, tranne per lo zucchero, ne bastano 600gr.
Imbottigliate il tutto.
Riponetelo in frigorifero e ogni mattina per almeno 8 giorni agitate bene la bottiglia per mescolare gli ingredienti, cercando di resistire alla tentazione di assaggiarlo.
Al 9°giorno, cin cin!

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.
Questa ricetta la regalo a un’amica.
Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

E con questo, un caro saluto a tutti i compagni di avventura e… buon appetito!

Post scriptum

Mentre aspettavamo che il Vov fosse pronto, ci  ha raggiunto un’altra cara amica, Caterina. A lei i fornelli!

Liberiamo una ricetta: una ricetta infallibile per la torta di mele

Ingredienti: 250 grammi di farina, 125 grammi di zucchero, 125 grammi di burro, 2 uova, un pizzico di sale, cannella, vaniglina (o scorza di limone grattugiata), un bicchiere scarso di latte, lievito artificiale per torte (meno di una bustina), qualche mela (tre in genere bastano).

Si lascia ammorbidire il burro fuori dal frigo e lo si mescola con lo zucchero fino a ottenere una crema soffice (si può usare una frusta, a mano o elettrica). Si uniscono le uova intere, una per volta, amalgamando bene, poi si unisce la farina a cucchiaiate, il sale, la cannella, la vaniglina o scorza di limone. Lavorando col cucchiaio si otterrà una pasta piuttosto consistente. A questo punto si sbucciano e si fanno a fette le mele (se un volontario non lo ha fatto nel frattempo), si unge e infarina una tortiera di 25 cm di diametro circa, si accende il forno a temperatura moderata. Si fa un vuoto nella pasta col cucchiaio, si mette il lievito in polvere e si unisce il latte, un po’ per volta, fino a ottenere una pasta lavorabile ma sempre un po’ più consistente di una torta “comune”. Si stende sulla tortiera e si mettono sopra le mele, spolverando se si vuole di zucchero e cannella. Si cuoce per una quarantina di minuti (dipende dal forno, con quello a gas ci vuole anche meno). Prima di servire si spolvera di zucchero a velo. Ci si possono aggiungere anche delle uvette, magari prima delle mele così non si bruciacchiano. Si possono far macerare le fettine di mela in un po’ di liquore o vino dolce, e unire la marinatura alla pasta (al posto del latte).

Una nota sul lievito artificiale: io lo odio, o meglio, ne odio il sapore. So benissimo che la media delle casalinghe ne metterebbe una bustina intera, ottenendo così torte sofficissime, che però allappano e lasciano in bocca un retrogusto orribile. Sulle bustine c’è scritto grosso così: dose per mezzo chilo di farina, e le stesse casalinghe su mezzo chilo di farina (dose doppia, per una torta di mele da offrire a una vasta comunità) ne mettono due senza rimorsi. La virtù sta nel mezzo, come sempre: io metto una bustina a partire da 300-400 gr. di farina, e una bustina e qualcosa per mezzo chilo.

Una nota sul burro: è ovvio che le torte si possono fare anche con la margarina o l’olio di semi o anche di oliva (a patto che sia di quelli che non sanno assolutamente di niente). Ma il sapore è tutto un altro, specie in ricette come questa che derivano, in ultima analisi, da quella della pastafrolla. Se si ha a che fare con bambini allergici ai derivati del latte il grasso vegetale diviene necessario, e il latte si può sostituire con succo di frutta (magari di mela o pera, o una pera matura grattata) o spremuta d’arancia.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.
Questa ricetta la regalo a un’amica.
Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Buon appetito a tutti! Chiara, Silvia, Patrizia e Caterina