Liberiamo tre ricette! Anzi, quattro!


Oggi la mia cucina, anche se piccola, ospiterà ben due amiche. L’occasione è di quelle che non si dimenticano e che ti fanno sentire fiera di navigare la rete in così ricca e bella compagnia.

Liberiamo una ricetta: farfalline di Sirkeci

Io mi cimenterò in una ricetta consona al titolo esotico di questo blog. Molto semplice, ovviamente, ma con un tocco a sorpresa. L’ho presa in un libro che vorrei aver usato di più e che ho comprato molti anni fa a Istanbul. Per fortuna è bilingue (turco e inglese) e raccoglie le ricette raccontate dagli anziani ebrei ospiti di una casa di riposo. Sono ricette dai fascinosi nomi spagnoli, eredità degli ebrei di Spagna che, nel 1492, sono stati dispersi nel Mediterraneo orientale e in Nord Africa dai cattolicissimi sovrani che li volevano tutti convertiti, morti o in esilio.

I biscotti che cucinerò per voi si chiamano in realtà Boyikos de asukar kon pimienta (Biscotti con zucchero e pepe), ma io li ribattezzerò per voi Farfalline di Sirkeci (si legge Sirkegì). Avvertenze: non si tratta di ricetta light. Masticandole sprigionano calore. Non contengono UOVA, è vero, ma hanno un retrogusto a dir poco sorprendente.

La preparazione è semplicissima. In una ciotola mischiare 6 cucchiai di olio di semi, 6 cucchiai di burro fuso (la ricetta originale prevede margarina), 6 cucchiai di acqua, una tazza da tè scarsa di zucchero, ma soprattutto il gesto di coraggio: un cucchiaino di pepe nero. Aggiungere tutta la farina che serve per formare un impasto soffice. Poi si stende sulla piastra su un foglio di carta da forno unto (non sia mai ci manchino calorie!), si ricavano i biscotti. Poi si cuociono in forno, ed è tutto ciò che la ricetta originaria dice. Io ho optato per forno caldo e una ventina di minuti a 180°. Più o meno ha funzionato.

Si mangiano accompagnate da tè turco nero, oppure da qualche robusto alcolico, per un dopocena corroborante. Fortemente consigliata una colonna sonora adatta, ovvero qualche bella ballata sefardita di quelle giocose, spiritose e, a modo loro, romantiche. Io mi sono ispirata a una canzone specifica, di cui vi accludo anche un video

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.
Questa ricetta la regalo a un’amica.
Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web

Mentre sgranocchio con Meryem le nostre farfalline (lei mi obietta che pizzicano un po’ la gola, ma le mangia lo stesso), cedo i fornelli a Silvia (la conoscete vero? è la metà di http://www.genitoricrescono.com). Eccola che arriva!

Liberiamo una ricetta: il polpettone di Bud Spencer

Oggi sono ospite della mia amica Yeni Belqis. Ecco, a volte mi manca non avere un blog personale…
La ringrazio per avermi accolto e permesso di lanciare da qui, come un aeroplanino di carta, la mia ricetta da liberare.
E’ un piatto semplice, di quelli che fai un po’ di corsa, sia in estate che in inverno, quando il tempo è poco, ma proprio non ti va di scongelare il solito hamburger. Una roba un po’ arrangiata, che cambia faccia ogni volta che la fai, perchè puoi sempre modificarla secondo l’offerta del tuo frigo e l’ispirazione del momento. Una cosetta da dilettanti, che riesce un po’ a tutti, senza fronzoli.
Il nome è dovuto al fatto che i due ingredienti principali sono tonno e fagioli. E a me i piatti a base di fagioli in scatola fanno sempre venire in mente i film di Bud Spencer e Terence Hill, che riscaldano fagioli nel pentolino sul falò mezzo alla prateria, che poi erano le dune di Sabaudia. Insomma, è un piatto un po’ rozzo, ma va su tutto.

Ingredienti:
– 250 gr. di tonno sgocciolato (corrisponde a un vasetto di filetti di tonno, quelli buoni, nel vetro, ma va bene qualsiasi tonno)
– 1 barattolo di fagioli (a me col tonno piacciono i bianchi di spagna, che sono belli compatti, ma borlotti e cannellini vanno ugualmente bene)
– 2 UOVA
– 1 cucchiaio di capperi
– 50 gr. di pangrattato
– un buon frullatore

ingredienti facoltativi:
olive nere
cipollina fresca
idee?

Nel frullatore si mettono insieme tonno (sgocciolato), fagioli, UOVA, capperi e pangrattato e si dà motore, fin quando non si ha un composto bello liscio.
Per una variante si possono aggiungere al composto le olive nere a pezzettoni o la cipollina fresca a rondelline.
Poi ci si oliano leggermente le mani (volendo) e si dà la forma di polpettone. Si avvolge nella carta forno bagnata e strizzata per bene e si chiudono le estremità a caramella. E poi via in cottura a bagnomaria per una mezz’ora.
Se avete da cuocere al vapore, meglio ancora e anche se si lessa direttamente in acqua va bene lo stesso.
Una volta freddo, si affetta. Si mangia freddo, si porta comodamente in ufficio o in gita, si mangia anche il giorno dopo.

Per goderlo al meglio, ci sta bene qualche salsina:
– maionese
– patè di olive nere
– un pesto veloce fatto con: 100 gr. di rucola, 50 gr di formaggio duro (parmigiano, grana, pecorino o quello che c’è), 30 gr di mandorle e olio q.b. (buono anche per la pasta)
– una salsina allo yogurt tipo quella che si mette nel kebab

Per contorno mi ci piacciono i pomodori in insalata con sale, olio e origano, semplici, semplici.
Ah, dimenticavo: lo mangiano volentieri anche i bambini e, con una fetta di pane, fa anche da piatto unico.
(nella foto è con pane alle olive e pesto di rucola)

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.
Questa ricetta la regalo a un’amica.
Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web

Rassettiamo rapidamente la cucina e lasciamo spazio alla prossima amica blogger, Patrizia!

Liberiamo una ricetta: il Vov

Che io me lo ricordo ancora il sapore del mio primo Vov. Si era poco più che bambini quando si cercava quel sapore dolce nel fondo delle tazzine dei nostri genitori, che poco più che grandi, si beavano allegramente della loro gioventù e si dimenticavano di noi per qualche minuto importante.
Eppoi quel colore, quel giallo del sole, dell’energia, della vitalità. Che se penso a noi bambini mi viene in mente quel colore lì.

Chissà a chi pensava il Sig. Pezziol, tra un torrone e l’altro, quando gli venne in mente di usare quei tuorli avanzati, che gli faceva peccato buttarli.
Chissà cosa pensavano i mille e più soldati a cui fu offerto un goccettino di VAV2(vino alimento vigoroso!), fortificante e corroborante, per l’uomo che non deve chiedere mai!

Noi si era da poco diventati mamma e papà e tra un pianto, una nottataccia e un molare in più, il nostro pensiero al Vov ci è andato da solo. Te lo ricordi quando si stava accoccolati ad ascoltare il mare…essì che me lo ricordo. Lontano, lontano, nel  tempo.

E così una sera, non troppo lontano, nel tempo, complice un piccolo sonnacchioso, ci siamo riscoperti insieme a girare latte e assaggiare il secco del marsala.

Eccoli gli ingredienti di quella serata. L’amore si sa, ora dovete mettercelo voi:

Per 1 litro di Vov:
mezzo litro di latte
4 tuorli
1 bustina vanillina
100 ml marsala secco
100 ml di alcool
400 gr di zucchero

Mettete a bollire il latte con lo zucchero. Lasciate che si raffreddi bene bene.
Nel frattempo sbattete i tuorli e aggiungete il latte(quello raffreddato, sì!). Unire la bustina di vanillina, il marsala, l’alcool; il tutto mentre sbattete energicamente, io mi aiuto con la frusta elettrica. Se volete farne almeno 2 litri, che insomma, 1 finisce presto, raddoppiate tutte le dosi, tranne per lo zucchero, ne bastano 600gr.
Imbottigliate il tutto.
Riponetelo in frigorifero e ogni mattina per almeno 8 giorni agitate bene la bottiglia per mescolare gli ingredienti, cercando di resistire alla tentazione di assaggiarlo.
Al 9°giorno, cin cin!

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.
Questa ricetta la regalo a un’amica.
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E con questo, un caro saluto a tutti i compagni di avventura e… buon appetito!

Post scriptum

Mentre aspettavamo che il Vov fosse pronto, ci  ha raggiunto un’altra cara amica, Caterina. A lei i fornelli!

Liberiamo una ricetta: una ricetta infallibile per la torta di mele

Ingredienti: 250 grammi di farina, 125 grammi di zucchero, 125 grammi di burro, 2 uova, un pizzico di sale, cannella, vaniglina (o scorza di limone grattugiata), un bicchiere scarso di latte, lievito artificiale per torte (meno di una bustina), qualche mela (tre in genere bastano).

Si lascia ammorbidire il burro fuori dal frigo e lo si mescola con lo zucchero fino a ottenere una crema soffice (si può usare una frusta, a mano o elettrica). Si uniscono le uova intere, una per volta, amalgamando bene, poi si unisce la farina a cucchiaiate, il sale, la cannella, la vaniglina o scorza di limone. Lavorando col cucchiaio si otterrà una pasta piuttosto consistente. A questo punto si sbucciano e si fanno a fette le mele (se un volontario non lo ha fatto nel frattempo), si unge e infarina una tortiera di 25 cm di diametro circa, si accende il forno a temperatura moderata. Si fa un vuoto nella pasta col cucchiaio, si mette il lievito in polvere e si unisce il latte, un po’ per volta, fino a ottenere una pasta lavorabile ma sempre un po’ più consistente di una torta “comune”. Si stende sulla tortiera e si mettono sopra le mele, spolverando se si vuole di zucchero e cannella. Si cuoce per una quarantina di minuti (dipende dal forno, con quello a gas ci vuole anche meno). Prima di servire si spolvera di zucchero a velo. Ci si possono aggiungere anche delle uvette, magari prima delle mele così non si bruciacchiano. Si possono far macerare le fettine di mela in un po’ di liquore o vino dolce, e unire la marinatura alla pasta (al posto del latte).

Una nota sul lievito artificiale: io lo odio, o meglio, ne odio il sapore. So benissimo che la media delle casalinghe ne metterebbe una bustina intera, ottenendo così torte sofficissime, che però allappano e lasciano in bocca un retrogusto orribile. Sulle bustine c’è scritto grosso così: dose per mezzo chilo di farina, e le stesse casalinghe su mezzo chilo di farina (dose doppia, per una torta di mele da offrire a una vasta comunità) ne mettono due senza rimorsi. La virtù sta nel mezzo, come sempre: io metto una bustina a partire da 300-400 gr. di farina, e una bustina e qualcosa per mezzo chilo.

Una nota sul burro: è ovvio che le torte si possono fare anche con la margarina o l’olio di semi o anche di oliva (a patto che sia di quelli che non sanno assolutamente di niente). Ma il sapore è tutto un altro, specie in ricette come questa che derivano, in ultima analisi, da quella della pastafrolla. Se si ha a che fare con bambini allergici ai derivati del latte il grasso vegetale diviene necessario, e il latte si può sostituire con succo di frutta (magari di mela o pera, o una pera matura grattata) o spremuta d’arancia.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.
Questa ricetta la regalo a un’amica.
Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Buon appetito a tutti! Chiara, Silvia, Patrizia e Caterina

Memoria


Io la memoria la vorrei lunga, solida, ma anche inclusiva. Vorrei che fosse più urgente per tutti ricordare ciò che accomuna i grossi scivoloni che l’umanità ha compiuto e compie, per rialzarsi tutti insieme un po’ migliori. Le distinzioni spesso aiutano, ci mancherebbe. Non è onesto fare di tutt’erba un fascio. Ma nemmeno rivendicare classifiche dei dolori o delle colpe. Oggi leggo che Israele ha deciso di rendere legittima la detenzione dei migranti per un periodo di 3 anni. Non importa quale parola vogliamo usare per chiamare questa insensata disumanità, diffusa nelle più civili e insospettabili nazioni del mondo, nelle più varie forme. Soprattutto in quelle che coltivano religiosamente le memorie canoniche, quelle che non disturbano più nessuno. Chi davvero ricorda non si attacca alle parole, non le usa come arma.

Memoria è anche analizzare le responsabilità, quelle che esistono oggi e ci riguardano (omissioni comprese).   Memoria è promuovere l’umanità intera, non un gruppo. Memoria è condividere le pagine più difficili dell’esperienza propria e dei propri cari, con umiltà e desiderio di costruire. La memoria che vorrei non guarda indietro, guarda avanti. Con tutto lo slancio di una lunga rincorsa.

Non sembra, ma abbiamo già vinto


“L’Italia non può sorgere a nuova vita se non cerca i semi in se stessa”. Questa tipica frase risorgimentale, scritta a lettere d’oro sopra il palco, dava una singolare chiave di lettura per l’evento di ieri pomeriggio. Di solito i convegni per la presentazione di progetti (realizzati e, ancor di più, da realizzare) sono noiosi. Uno strazio per chi li organizza e una spiacevole incombenza per chi è precettato a parteciparvi. L’incontro-concerto presso l’Istituto Cattaneo non si è limitato a fare eccezione a questa deprimente regola. Si è trasformato in un incanto raro, che mi ha lasciato addosso un groviglio di sensazioni ancora ben annodate. Dipanare un post non è facile, anche a svariate ore di distanza.

Intanto il pubblico. In massima parte studenti, ma non studenti qualsiasi. Molti volti noti, ragazzi rifugiati che anni fa erano ospiti dei centri di accoglienza e aspettavano l’esito della domanda d’asilo. Oggi studiano all’istituto professionale, chi con più scioltezza, chi con più fatica. Tutti con grandi sacrifici, ma questo è implicito. Le ore ai corsi serali se le guadagnano a suon di lavoretti precari e viaggi avventurosi da un capo all’altro di Roma, roba da fare invidia ai tragitti omerici che li hanno portati qui, anni fa. Tutti sorridenti, entusiasti, partecipi. Poi una bella porzione di facce nuove. Sono quelli che oggi frequentano i corsi di lingua italiana del Centro Astalli, i nuovi arrivati. Se possibile, ancora più entusiasti di annusare l’aria di una “scuola vera”. La parola studio suscita, in queste persone, un rispetto profondo: per molti di loro la scuola è stata un sogno irrealizzabile, vivo solo nei racconti di chi, nei loro Paesi, ricorda il tempo remoto di prima della guerra. E infine noi, gli italiani. Quelli che, nonostante le batoste e gli schiaffoni quotidiani della vita, continuiamo a credere che valga la pena di portare un contributo perché qualcosa cambi. Se non oggi, domani. Un pensiero particolare a quest’ultimo gruppo, che tante volte io stessa definisco (includendomici) con l’etichetta poco benevola di “sfigati quanto basta”, che se la cantano e se la suonano tra loro e poco riescono a comunicare ad altri le bizzarrie di cui ancora sono convinti. Ieri, dopo molto tempo, ho sperimentato con chiarezza che, al di là delle apparenze, noi siamo dalla parte dei vincitori. Perché non facciamo altro che sorridere e farci trasportare dall’inevitabile corso della storia. Il futuro ha gli occhi dei ragazzi che ieri erano in sala, di tutti quelli che ho rivisto dopo tanto tempo, di quelli che non conoscevo ma che vedevo scherzare con i loro amici, fregandosene di nazionalità, lingua, classificazioni e titolo di soggiorno. Mi sono sentita fiera di essere lì e felice di esserci con tanti amici. “Ci siamo divertiti come pazzi, vero?”, mi ricordava Massimo, che ha iniziato a fare il volontario alla scuola del Centro Astalli undici anni fa. Ed è vero, potrei citare mille episodi che ancora ci fanno sbellicare dalle risate. Ma divertimento, per me, è un termine riduttivo.  Ieri ho avuto la chiara percezione dell’infinita ricchezza che questi dieci anni ad Astalli sono stati per la mia vita professionale, ma soprattutto personale. Un privilegio, davvero.

Due parole sulla magia della musica, la “mia” Evelina Meghnagi. Canti del popolo ebraico, in esilio per definizione, che esprimevano quello stupefacente equilibrio tra disperazione e allegria, in un’altalena continua tra lingue diverse: dal ladino all’arabo tripolino, dallo yiddisch all’ebraico. In sala gli studenti afghani, turchi, iraniani, camerumensi, palestinesi, egiziani, ivoriani e romani di Roma sono riusciti, in quel mosaico di melodie, a sentire vibrare ciascuno qualcosa di suo. Chi una parola, chi una modulazione della voce, chi un suono di canto di pastori notturni, chi un modo di pizzicare il contrabbasso o semplicemente il ritmo che improvvisamente cresceva, strappando battiti di mani e tamburellamenti di piedi.

Sui piedi bisognerebbe scrivere un capitolo a parte. Perché dopo, levitando già a mezz’aria, sono andata anche a teatro per uno spettacolo di Erri De Luca, che mi ha offerto fasci di pensieri che avrebbero ben potuto sostituire questa mia goffa relazione. Mi piacerebbe tornarci su. Intanto condividerò questo testo, che trovo sempre azzeccatissimo.

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Non è tutto oro…


… quel che luccica, recita un vecchio adagio. E oggi mi si impone una riflessione sui modi di brillare e di far brillare, che non vedo l’ora di condividere con voi e di affinare alla luce dei vostri illuminati pareri. Immaginiamo una situazione. Trattasi, evidentemente di exemplum fictum, o – per chi non bazzicasse le lingue straniere – di esempio fittizio.

Sono un fabbricatore di gabbie per il trasporto di ippopotami. Decido di partecipare a un premio per il riconoscimento della tecnica più innovativa per la realizzazione di gabbie per ippopotami. Quando è il mio turno, racconto che io le gabbie per gli ippopotami le costruisco facendo spezzare i legnetti che le compongono dagli ippopotami stessi. In questo modo intrattengo gli ippopotami, rafforzo la loro dentatura e risparmio anche sulla spesa per i componenti delle gabbie. Dopo la mia esposizione scrosciano gli applausi. Ho vinto, ho stravinto. Sono decisamente il fabbricatore di gabbie per ippopotami più innovativo. Peccato che io le gabbie continuo a realizzarle come tutti gli altri: compro i legnetti già tagliati e li assemblo. Ho avuto cura di distribuire dei bastoncini di liquirizia ai miei ippopotami per fare loro le fotografie mentre masticavano, ma la mia idea geniale è rimasta appunto un’idea. Sono stato bravo a pensarla, a raccontarla e a far credere a tutti che l’ho davvero realizzata. 

Voi che dite, il premio è stato meritato?

La colonna sonora che mi merito


Quello che vorrei raccontarvi oggi passa attraverso una serie di negazioni: non capisco nulla di musica, non so ballare, non sono ebrea. Come spesso nella mia vita, alle cose più mie sono arrivata per puro caso. E poi uno si racconta delle storie, a volte anche suggestive, per cercare qualche motivazione poetica, o dei frammenti di destino. Perché la cultura ebraica mi appassiona? Perché la musica che amo forse più profondamente si intreccia a quella cultura? Perché gli unici balli che non mi sono vergognata di ballare erano danze israeliane?

Nelle storie immaginate si può andare solo per immagini. La prima mi vede nell’estate successiva alla maturità. Una ragazza sostanzialmente sola, con quindici giorni da impiegare a Londra, in libertà assoluta. Per fortuna, avevo potuto sprecare appena poche ore per incrociare il ragazzo di cui ero perdutamente e infelicemente invaghita (ma l’avrò incrociato davvero, poi? Ho una memoria assolutamente confusa di quell’incontro, focalizzato principalmente sul mio paio di Nike Wimbledon con i lacci rossi. Sarà forse che mi guardavo i piedi. Ma sto divagando). Alcune suggestioni di quelle passeggiate bizzarre mi avrebbero accompagnato a lungo: la casa di Marx (e i figli bambini morti di stenti in nome di un ideale), i rilievi assiri con leonesse ferite di abbagliante bellezza e la sinagoga sefardita. Di lì a pochi mesi, stavo studiando l’arte assira e l’ebraico (Marx no, e forse non è un caso).

Un’altra immagine. Gerusalemme, estate. Un anfiteatro che dà sul deserto più deserto che io abbia mai visto, la strada che scende a Gerico (quella del buon samaritano, per chi frequenta i vangeli) che a un certo punto, dopo un cartello con cui i turisti si fanno fotografare, scende sotto il livello del mare. Io, in jeans e camicia bianca, cantavo. Perché avessi deciso di far parte del coro dell’Ulpan, il corso estivo di lingua ebraica, ancora oggi mi è misterioso. Le canzoni le ricordo ancora, così come ricordo un paio di sere molto diverse dalle altre e un attentato, in cui hanno perso la vita anche alcuni studenti come me. Ricordo anche le canzoni di una cassetta accompagnata da un libricino: poesie di Leah Goldberg e di Rachel, interpretate da Achinoam Nini, aka Noa.

Sfoglio ancora l’album. Questa volta sono a Piazza di Spagna. Indosso sempre una camicia bianca, ampia. E ballo al sole di Roma, nella grande festa della Maratona. Klezmer, debka e melodie yemenite. Groviglio inestricabile, filoni diversi che non ho più smesso di seguire con la mente e con le orecchie. Qualche volta in folta compagnia, come i solari concerti di Noa. Più spesso in gruppi molto più sparuti. Un ricordo per tutti: notte d’estate al teatro romano di Ostia Antica, la voce piena, travolgente, tradizionale e ribelle di Evelina Meghnagi. E ancora la sua voce, al teatro Palladium, che interpreta una traduzione ebraica del Testamento di Tito. Le mie fantasie musicali, partite da ricordi adolescenziali stupidi e poi rimpolpate di pensieri, letture, memorie, hanno spesso trovato imprevisti e imprevedibili connubi.

Cosa ci trovi? Mi è stato a volte chiesto di spiegarlo. E allora mi perdo. Inizio da un capo: il Cantico dei Cantici, il dibbuk, il golem, il microcosmo, Pico della Mirandola, il ladino…. Ma trascuro una parte essenziale, che tiene insieme il tutto. Me. La me che ero a 18 anni, quella che ero a 22. Quella che sono diventata, in decine di estati e di inverni. Le fantasie reali e quelle più evanescenti. Quei passaggi complicati dalla solitudine alle relazioni e ritorno. Decine di volti, di alcuni dei quali ricordo a stento i contorni. La mia colonna sonora più vera e irrazionale. Sì, mi piacerebbe che la mia colonna sonora fosse Bruce Springsteen. Trumps like us, babe we were born to run. Ma quella vera è questa bizzarra accozzaglia di melodie che non hanno molto a che vedere l’una con l’altra, ma che si portano dietro, a mo’ di strascico, una lunga catena di assonanze, associazioni di idee, sapori e odori. E, sotto sotto, Gerusalemme.

 

P.S. Non ce l’avete fatta? L’avete spenta dopo 30 secondi? Peccato, la mia preferita è la seconda canzone. Magari se un giorno avete tempo e pazienza ci tornate.

Luoghi comuni


Oggi ho indugiato nelle solite frasi che si dicono. Non so quante volte ho annuito vigorosamente, non so quante volte ho detto “gli uomini, si sa”. Eppure mi assolvo volentieri da queste frasucce veniali, da questa specie di pantomima della solidarietà femminile che ho voluto recitare. Perché lo so, lo so davvero che “gli uomini”, e in particolare certi uomini, alla fine chi li conosce? Esistono? O sono solo delle controfigure nelle nostre chiacchiere?

Se fossero state giornate normali, mi dispiacerebbe di aver indugiato alla superficialità. Forse me ne vergognerei. Ma non lo erano e poco male se, per esorcizzare la tensione, ci si aggrappa alle piccole meschinità di genere. A un certo punto, in forma di battuta, ho detto una cosa che in fondo in fondo penso davvero. Lo penso più per scaramanzia, in realtà. Ma lo penso. Alla fine si può contare davvero solo sulle proprie forze. Im lo ani li, mi li?, si direbbe in ebraico. E’ ingeneroso, forse un po’ pessimista. Sicuramente un luogo comune. Ma che ci volete fare, oggi è giornata. Una giornata comunque soddisfacente e fortunata, non dimentichiamolo.

Sulle classi miste (competizione, variazioni sul tema)


Quando ho iscritto Meryem alla scuola materna ho assunto come dato di fatto che le classi erano composte da bambini di varia età. A dirla tutta, dovevo il mio inserimento proprio a questo. In una classe che si era formata l’anno precedente, casualmente del tutto omogenea, si erano quell’anno liberati tre posti, uno dei quali è toccato a noi. Meryem, con altre due bambine di 3 anni, si è andata quindi ad aggiungere a una classe composta da 23 bambini di 4 anni.

Delle classi miste, fino a quel momento, mi ero fatta un’impressione del tutto positiva. Le associavo a un’impostazione vagamente montessoriana e, nel nostro caso, per Meryem gli stimoli sono arrivati forti e chiari. In poche settimane faceva disegni degni di questo nome e adesso, all’inizio del secondo anno, è capace di scrivere sotto dettatura e qualcosina anche senza dettatura (non fate commenti, vi prego, sulla prima frase che ha scritto autonomamente in modo corretto).

Meryem comunque non si è mai sentita a disagio, mi pare, rispetto ai suoi compagni. Del resto è più alta di molti di loro e ce l’ha fatta tranquillamente a stare al passo con gli altri. Non mi pare che viva pressioni particolari. Giusto ieri mi annunciava che ha finito il libro delle attività dei 4 anni e ha iniziato quello per i 5 anni (sarà vero? Il dubbio non è motivato dalla mia poca fiducia nelle mie capacità, ma dalla mia certezza che non le farebbero mai iniziare un libro che non mi abbiano fatto acquistare PRIMA. Ma non divaghiamo). Quest’anno ci sono stati tre nuovi inserimenti, di bambini di 3 anni. Meryem mi racconta che tocca a lei e a altri più grandi accompagnarli per mano, immagino quando vanno in cortile (si lamenta che le scappano!) e, in generale, fare da tutor ai più piccolini in vari momenti. Mi sembra utile e positivo e certamente questa esperienza la coinvolge. Certo, l’anno prossimo il cambiamento sarà più massiccio, in termini di sproporzione numerica. I nuovi inserimenti saranno un totale di 20 su una classe di 26.

A questo punto, confesso, che mi sono messa a ripensare a questa cosa delle classi miste, anche sollecitata da altre amiche che hanno scelto o subìto la stessa esperienza. C’è qui dice che non funzionano comunque, c’è chi dice che non funzionano se – come pare avvenire – le maestre non sono molto ben preparate a gestirle. Mi segnalano che alla fine i coetanei formano gruppi separati e alla fine la maestra è costretta a lavorare separatamente con ciascun gruppetto. C’è chi, come me, resta possibilista, ma con qualche perplessità di tanto in tanto. Io non ho la sensazione che nella classe di Meryem ci siano gruppi separati, né che la cosa non funzioni, ma sarà ancora così quando Meryem si troverà solo con bambini più piccoli? Mi rifiuto di entrare nel trip “non la prepareranno adeguatamente per le elementari” (cosa che qualche mamma ha già detto), ma il timore che finisca con l’annoiarsi si insinua subdolo nella mia mente.

Voi cosa pensate della classi miste? Qual è la vostra esperienza? La classe mista stimola la competizione positiva? O, come dice qualche mamma, priva i bambini dell’attenzione specifica che ogni età meriterebbe?

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Figlia di un povero genio


Un bel post su Genitori Crescono, scritto dalla mia amica Veronica, ma più ancora un paio di salaci commenti di due mie simili, Barbara e Silvia, mi tirano fuori da un angolino del cervello una riflessione che è più uno scrupolo. E allora credo che mi tocchi affrontarlo, questo tema della competizione, visto che alla fin fine sono stata io stessa a proporlo a Genitori Crescono (e qualcosa vorrà pur dire).

La frase – ironica – di Barbara (“Poi che c’ entra, noi siamo naturalmente una razza superiore, quindi chi se ne frega della competitività che è lo sfogo naturale di quelli che devono faticare per raggiungere la media”) mi ha illuminato. E’ esattamente così che mi hanno cresciuto. Mio padre, in particolare. Sempre ironico, eh? Sempre con il sorriso sulle labbra. Ma lui lo pensava sul serio. Spezziamo una lancia a favore di quel pover uomo. Lui era un genio davvero. E fare il genitore, per un genio, deve essere il compito più difficile della terra. Perché? Perché chi è un genio in una manciata di campi, è per forza insufficiente e goffo in molti altri. E, cosa più grave, degli altri campi in cui non eccelle spesso, in buona fede, non riesce proprio a vedere la rilevanza (se non addirittura l’esistenza).

Mio padre era la persona meno competitiva della terra. Perché in tutto ciò che valutava importante aveva già vinto e stravinto. A 30 anni aveva il lavoro della sua vita, nel posto più prestigioso a cui un ricercatore con le sue idee potesse ambire (ovviamente non dal punto di vista economico. L’insegnamento accademico, che avrebbe potuto avere a Roma con la libera docenza già conseguita, l’ha sempre rifiutato); aveva sposato la donna della sua vita, convinzione che credo non l’abbia abbandonato mai e di cui non faceva mistero (cfr. i mazzi incredibili di rose rosse, uno per ciascun anno passato dal loro fidanzamento, che inondavano casa ogni 8 dicembre); ma, soprattutto, chiunque lui ritenesse stimabile lo stimava senza riserve.  Aveva poco da competere. Aveva le sue mancanze e i suoi limiti, qualcuno lo giudicava anche rilevante. Ma onestamente era un uomo che sfuggiva a qualsiasi media.

Tutte noi figlie, ovviamente, abbiamo dovuto metabolizzare, nel bene e nel male, cotanto padre. Uno che non aveva assolutamente bisogno di essere severo: i suoi giudizi, espressi o inespressi, cascavano nelle nostre vite con la grazia di meteoriti. Nel mio caso erano (per lo più) giudizi positivi, generosi e a dirla tutta spropositati, che si trascinavano dietro, peraltro, tutta la famiglia. Ancora oggi le mie sorelle sono convinte, a dispetto dei disastri da me combinati nei più vari settori della vita pubblica e privata, della mia superiore intelligenza. La stima è qualcosa che non solo non mi è mai mancata, ma di cui ho subito una overdose. “Lo sai che ti apprezzo tanto”, mi dice di tanto in tanto qualcuno. E io, se non mi freno, parto di capoccia. Il meglio che riesco a fare è restare freddina.

Della stima non so che farmene, mi verrebbe da dire. E allora che caspita vuoi? Da liceale avrei detto che volevo essere inclusa nella vita sociale, che volevo essere più bella, che volevo essere considerata   una femmina e una persona. Oggi, con il senno del poi, mi dico che mi sarebbe piaciuto sviluppare le mie potenzialità in modo più equilibrato. Mi sarebbe piaciuto essere incoraggiata a migliorare là dove facevo più acqua (e non parlo di rendimento scolastico, evidentemente). Ho già detto che ringrazio il pattinaggio e, in particolare, la mia allenatrice per avermi insegnato a perdere un po’ meglio di prima. Ma è stato il tempo, più che altro, a darmi l’allenamento necessario. Uscita, con qualche ritrosia e molto poco spontaneamente, dal campo in cui mi ero abituata a vincere facile (e in cui, manco a dirlo, mio padre mi vedeva benissimo), mi sono trovata a fare i conti con tutto il resto, comprese le mie molte incapacità.

Tornando a me, come persona e come genitore: mi sento superiore? Non saprei. Mi sorprendo ancora a incutere inavvertitamente soggezione. Probabilmente un certo atteggiamento spocchioso lungamente praticato all’Università e dintorni, mi è rimasto nel repertorio. Non a caso, mi sono scelta un compagno che sulla mia presunta intelligenza superiore nutre molti (e fondati) dubbi. Per il resto, mi arrangio come posso. Mi consolo pensando che, non essendo un genio come mio padre, forse mia figlia mi troverà meno ingombrante. Ma spero che non mi ami meno per questo.

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Certo che sei tu


Non è così strano che io ti abbia riconosciuto subito, appena ti ho visto entrare sul tram e trovarti un posto in piedi accanto alle porte. In tutti questi sette anni in cui non ci siamo visti, ho avuto spesso tue foto davanti agli occhi. Poi non dimentichiamo che per due anni ci siamo visti cinque volte a settimana, puntualmente, dalle 14 alle 16. E infatti anche tu, Alassane, mi hai riconosciuta immediatamente. Perché ho tante foto che ti ritraggono? Te lo spiego io. Ogni volta che un volontario si armava di macchina fotografica per immortalare  la scuola di italiano del Centro Astalli, che allora era nei pressi di Piazzale Flaminio, finiva per inquadrare te. Sei sempre stato il più bello degli studenti, troppo bello per essere vero. Altissimo, decisamente attraente, sempre sorridente, elegante e, soprattutto, sempre lì, puntualissimo.

Arrivavi ogni giorno, un po’ prima degli altri. Con il caldo, con il freddo. Quando eri malato, raffreddatissimo e con la febbre, venivi lo stesso. Anche a digiuno, quando era ramadan. La prima volta che ti abbiamo visto arrivare, temevi che ti mandassimo via. Con qualche ragione, intendiamoci. La scuola era per i rifugiati, e tu non lo eri. Il permesso di soggiorno non lo avevi nemmeno. Con altri senegalesi come te vendevi borse e simili nel piazzale davanti alla stazione ferroviaria. Ci hai spiegato bene che tu altre possibilità di imparare la lingua non ne avevi. La nostra scuola era vicina, comoda da raggiungere portandoti dietro tutta la merce. Sì, perché tu “la bancarella” non la potevi lasciare incustodita. Però potevi sempre ripiegare il telo, riempire due o tre borsoni, caricarti tutto e venire a imparare lì, a due passi. Temevi che ti mandassimo via, ma non hai cercato di intrufolarti alla chetichella. Hai subito chiesto un colloquio al direttore della scuola, un burbero e strampalato gesuita che capivamo in pochi, e a me, giovane “segretaria”. Ti eri vestito con più cura del solito e hai esposto le tue motivazioni dettagliatamente, in un francese piacevolissimo. Visto che lavoravi nel commercio, ci dicevi, la lingua era un investimento decisivo. Se ti avessimo consentito di frequentare i corsi, lo avresti fatto con il massimo impegno. E ce ne saresti stato sempre riconoscente. Hai avuto il permesso e tu sei sempre stato di parola. Lasciavi i borsoni all’ingresso, io te li sorvegliavo durante le lezioni.

Era preziosa, la merce. Andavi ogni settimana a Napoli a comprarla. Il “referente” napoletano passava ogni giorno a piazzale Flaminio, a controllare l’incasso e a prendersi la sua percentuale. Se arrivavano i vigili o la Finanza a sequestrarti tutto però la perdita era solo tua. E dei rischi, ovviamente, rispondevi solo tu. Non eri fiero di quella vita. Non ti piaceva affatto essere costretto a violare le leggi, tu che a scuola non hai mai trasgredito nemmeno la più piccola regola. Appena hai potuto, hai trovato il modo di regolarizzarti. Non dimenticherò mai il giorno in cui sei arrivato a farci vedere il tuo permesso di soggiorno. Tu, sempre così solare, quel giorno sfolgoravi di emozione e di fierezza. Tanto di cappello, abbiamo pensato in simultanea io e il gesuita burbero. Se c’è qualcuno che si è guadagnato la regolarità, quello sei tu.

Oggi mi hai chiesto subito come sta il “Padre”, quell’ormai ex direttore misantropo che oggi vive nella solitudine in un pensionato, invecchiato e annebbiato. Te ne sei sinceramente rammaricato, come me. Lavori come pizzaiolo in un locale di via della Lungaretta. Un pizzaiolo senegalese. Abiti lontanuccio, sulla Prenestina. Ma ti mantieni con dignità e sei abbastanza contento. Hai chiesto la Carta di Soggiorno, il permesso a tempo indeterminato, e per farlo hai sostenuto e superato brillantemente un esame di lingua. Tu non ti lamenteresti mai, e infatti non lo fai. Sorridi come sempre, e per te il tempo sembra non sia passato (vorrei poter dire lo stesso).

Ma non mi abbandona la sensazione che chi ha fatto l’affare peggiore siamo noi, gli italiani. Tu eri e sei giovane, brillante, motivato, determinato. Parli ormai perfettamente tre lingue. Prima di partire avevi studiato, non ricordo se eri già iscritto all’università. Avresti potuto contribuire ben di più al nostro Paese, se solo ne avessi avuto la possibilità. Non è che fare il pizzaiolo non vada bene, ci mancherebbe. Ma ti vedevo bene, benissimo, a fare altro. Non è detto che tu un giorno non lo faccia, intendiamoci. Non mi stupirebbe che, messi i soldi da parte, tu diventi uno dei tanti imprenditori stranieri che danno lavoro a centinaia di connazionali e di italiani. Ma quanti anni ti ha fatto sprecare questo Paese incapace di gestire il capitale umano che con tanta generosità l’Africa continua a regalargli?

 

Metti che lei capisce tutta un’altra cosa…


… e ti fa subito l’occhietto, recitava un indimenticato verso di Renzo Arbore che mi ha funestato l’adolescenza (non ci crederete, ma io suonavo il clarinetto). In realtà questa giornata è stata un tale crescendo di equivoci e gag fantozziane che si staglia prepotente del panorama delle mie pur di loro peculiari esperienze. Merita una cronaca a caldo.

I presagi non erano buoni. Tata Silvana mi aveva annunciato che doveva accompagnare la di lei madre a una visita cardiologica alle quattro.  Qui io, che ho il viziaccio di pensare e integrare le informazioni parziali, deduco (erroneamente) che la visita avvenisse nello stesso ospedale dove prima di Natale l’arzilla nonna Gentilina aveva fatto l’elettrocardiogramma, a un tiro di schioppo da casa mia. Errore fatale, si vedrà poi. Parto come un treno con il piano alternativo. Assegno a Nizam la ripresa da scuola delle quattro, in considerazione del nuovo turno notturno (che non lo ha esentato, proprio oggi, dall’alzarsi all’alba, tre ore dopo essere andato a letto, ma questo non potevo saperlo, ‘nevvero?). Il padre temporaneamente presente avrebbe poi, alle cinque, depositato la fanciulla alla lezione di yoga, vicino casa. A quel punto il programma prevedeva una fatale variabile: alle cinque, emersa dalla cripta, io avrei chiamato tata Silvana per valutare la durata della visita e la fattibilità della ripresa della Guerrigliera. Solo avuto il suo ok, mi sarei rassegnata alla mia palestra settimanale. Altrimenti con grande gioia avrei marinato l’allenamento per andare a recuperare la progenie. Mi pareva semplice, efficace e lineare. L’unica variabile che la mia fantasia aveva previsto era che Nizam mi si abbioccasse sul più bello, e per questo avevo puntato una sveglia-promemoria per ricordarmi di chiamarlo intorno alle tre e mezzo (la sveglia non ha funzionato e io me ne sono dimenticata, ma questo è stato il meno).

Vado in ufficio, o almeno ci provo. Linea del tram interrotta. Mi affanno con percorsi alternativi che mi portano, sudata e sbuffante, su un autobus pieno come un uovo, incuneata tra due garrule fiorentine che si raccontavano i casi loro, districandosi tra gomiti, borse e ginocchia altrui. Il clima a Roma è migliore, signora mia. Firenze è proprio in una conca. Afoso d’estate e gelido d’inverno. E poi la vita è più cara. Però c’è la coop. Non c’è fiorentino che non vada alla coop. Non lo chiamano neanche supermercato. La coop è la coop. E così, di argomento in argomento, una delle due ne infila uno particolarmente appassionante: la rara e misteriosa malattia di sua figlia ventunenne. Si diffonde ad illustrare sintomi e potenziali rischi, incluse trombosi, atrofie, emorragie devastanti e malformazioni varie. Qui, complice la penuria di ossigeno, rischio seriamente lo svenimento. Per fortuna siamo arrivati (in perfetta simultaneità con il tram, che intanto ha ripreso il servizio. E come sempre se fossi stata capace di starmene ferma e buona ad aspettare mi sarei risparmiata tanti sbattimenti e nausee e sudate).

Piombo in ufficio in nettissimo ritardo sui tempi di marcia. Ho una riunione alle 11 in altra sede, ma prima devo incastrarne un’altra da me e un paio di lavori preparatori alla medesima. Annaspo, annaspo, sto per farcela, quando mi casca l’occhio sull’ordine del giorno della riunione delle 11. Beh, non era alle 11. Era l’11 gennaio, cioè effettivamente oggi. Però alle 9:30. Aaaaargh. Sono le 9:34. In qualche modo mi smaterializzo (non prima di aver giurato e spergiurato di essere di ritorno per le 11 per la nostra riunione) e riappaio a un paio di km di distanza intorno alle 9:49. Dopo di che, discusso quel che dovevo discutere e smadonnato quel che si doveva smadonnare (si parlava degli afgani a Ostiense), riguadagno l’ufficio a grandi falcate.

Qui il lavoro riprende il suo corso in meraviglioso multitasking (con una pausa per ingollare una non molto dietetica polenta ai quattro formaggi al bar degli energumeni), fino alle 16:10, ora in cui mi rendo conto di non aver chiamato Nizam. Donna di poca fede. Il curdo aveva autonomamente provveduto a individuare la giusta scuola, la giusta classe e anche la giusta bambina. Rassicurata, mi rituffo nelle scartoffie sui rifugiati urbani e riemergo alle 17. Chiamo, come da accordi, tata Silvana. Telefono staccato. Vabbè. Fregandomi le mani per la gioia…. oops, volevo dire rammaricandomi tremendamente, mi appresto a cassare la palestra dal mio programma giornaliero. Quand’ecco che mi chiama mia madre per riferirmi che aveva ricevuto apposita telefonata da Silvana, a cui si era scaricato il cellulare: nessun problema, a riprendere Meryem pensa lei. Posso andare in palestra. Ah, ok. Allora vado, eh? Sei sicura mamma? Sicurissima.

Vado in palestra, ne emergo intorno alle 18:20. Sul telefono un numero x di chiamate perse e un messaggio inquietante della maestra di yoga. Alle 18:16 nessuno si è ancora presentato a prendere Meryem. Per interminabili 15 minuti nessuno mi risponde al telefono. Né Silvana, che lo aveva scarico, né la maestra di yoga (scoprirò che nel laboratorio dove fanno lezione non c’è campo). Alla fine un altro sms: “E’ arrivata la nonna (=Silvana). Aveva perso il treno. Tutto a posto”. Il treno??? Per fare 200 m? Mi scapicollo a casa, cercando di recuperare i dieci anni di vita persi e di dominare la furia che mi travolge. Il mistero mi si chiarisce solo all’arrivo. La visita cardiologica non era a Monteverde, ma a Trigoria. Silvana aveva calcolato di tornare con un treno che l’avrebbe lasciata a destinazione in tempo (piuttosto risicato, a dire il vero) per arrivare a prendere Meryem. Se non che la corsa era saltata e aveva tardato, appunto di mezzora. Ovviamente se io avessi saputo l’ubicazione effettiva della visita non sarei mai andata in palestra. Il telefono di Silvana stanotte non si era caricato a dovere. Tutto bene quel che finisce bene. La maestra di yoga, aiutata dalla tecnica e dalla sapienza orientale, non si è scomposta più di tanto e non solo non mi ha denunciato ai carabinieri, ma mi ha detto che, essendo mamma, è successo anche a lei (empatia. Probabilmente mente, ma è stata carina a dirlo).

La bella notizia è che questa giornata volge al termine.