… e una cucchiaiata di melassa


Annoto qui, per i momenti di scoglionamento acuto da genitore-che-non-è-single-ma-in-pratica-sì; per i momenti in cui vorrei scivolare liquefatta tra le assi del pavimento (che peraltro è di marmo) pur di non giocare l’ennesima partita di “Maialino cerca funghi”; per i momenti in cui mi pare che no, non ce la posso fare….

Ricordo a me stessa che io adoro quando mia figlia dice: “Mi stavo giusto chiedendo…”. Adoro quando sull’autobus gioca a fare la mia amica e dice che mi aiuterà a cucinare la cena, ma poi l’aspetta suo marito “per andare al mare a campeggiare” (facendo scompisciare mezzo tram). Adoro quando il fiore di palloncini scoppia in parte e lei lo trasforma in un pesce rosa. Adoro quando si mette a letto, mormora “Non ho tanto sonno, però dormo lo stesso” e poi dorme davvero.

Guerrigliera, mi stai simpatica.

Agrodolce


L’altra sera, al concerto di Natale del Centro Astalli, è venuta molta più gente di quanto ci aspettassimo (c’era sciopero dei mezzi e minacciava tempesta). Tutto è andato per il meglio: il coro Concentus Vocalis è stato impeccabile, la musica gradevolissima, la chiesa era perfetta per acustica e anche per estetica (Bernini non è acqua). Stefano Benassi ha letto, molto efficacemente, i testi che avevamo preparato. Una storia particolarmente toccante di un rifugiato sudanese, gli auguri di Natale formulati da un rifugiato eritreo. Non sono storie allegre. Cerchiamo di farlo con stile, con garbo. Ma un pugno nello stomaco agli spettatori a noi di Astalli ci tocca darlo sempre. Io non so gli altri come la piglino. Soprattutto non so se tutti potessero vedere anche il positivo di quelle parole e, più in generale, della nostra esperienza (in particolare, l’altra sera, il gruppetto di ragazzi ospiti dei centri di accoglienza che ha partecipato alla serata, scattando foto con il cellulare per immortalare un momento diverso dagli altri). Alle presentazioni di “Terre senza promesse” sono la prima a commuovermi, irrefrenabilmente, a sentire leggere storie che pure conosco, parola per parola. Non si tratta di flagellarsi. Chi frequenta Astalli sa anzi che il clima, da noi, è tutto fuorché patetico. E’ solo che quando si condivide la propria esperienza con i rifugiati (non solo ospiti, ma anche colleghi, amici, familiari) ricordare anche il dolore diventa naturale. Sarebbe strano il contrario. E’ come se fossimo abituati ad assaporare insieme sapori opposti in accostamenti inconsueti, in una sorta di agrodolce in bilico tra sentimenti diversi. A me questo aspetto piace, è sempre piaciuto in questi anni. Se mi guardo indietro, da un lato mi pare di essere più matura nelle mie reazioni (penso ai pasticci iniziali di rapporti, relazioni… e poi mi dico che avevo undici anni di meno e nessuna esperienza), dall’altro non rimpiango nulla e non mi pare di essere cambiata così tanto. Certo ho nella memoria tanti volti, tanti incontri, alcuni più fugaci, altri più significativi. Ogni tanto, come stamattina, dal passato riemerge un nome, una storia, una faccia. Quanti congedi, consapevoli e inconsapevoli. Penso che chi siede a un concerto e sente brani di storie drammatiche non invidi il nostro lavoro. Eppure l’impossibilità di dimenticare sistematicamente il resto dell’umanità è un privilegio.

A distanza


Oggi, poco dopo le 8, il treno su cui viaggiavo è sfrecciato, senza fermarsi, attraverso la stazione di Rovigo. Ho subito mandato una mail di saluto alla mia amica Betti, che vive lì. Nel farlo mi sono ricordata che avevo già avuto lo stesso impulso spontaneo, molti anni fa, mentre viaggiavo su un treno diretto a Gorizia (o di ritorno da Gorizia? vatti a ricordare). Questa volta lei, notoriamente più assennata di me, mi ha telefonato e ci siamo salutate a voce. La nostra amicizia è iniziata poco più di dieci anni fa ed è andata a balzelloni significativi, nel senso che non ci siamo viste o sentite molto spesso, ma ogni volta è stata, a suo modo, memorabile. Le sono ancora profondamente grata, e oggi lo voglio dire pubblicamente, per aver voluto trascorrere insieme a me uno dei Capodanni più difficili della mia vita, senza mai farmi pesare quanto fosse moscia la mia compagnia, nonché il contesto di festeggiamento che le offrivo (ricordo di aver dormito davanti a Shrek in attesa della mezzanotte). So che legge questo blog e che mi segue, con affetto, a distanza. Anche se commenta poco, la sento vicina e non è poco. Poi finisce che non la chiamo, che non le scrivo. Ma ogni volta che il mio treno attraversa Rovigo, mi faccio viva. Magari un giorno scendo.

Oggi mordo


“Sembri la vignetta di Mafalda”, mi faceva notare la mia collega stamattina. Vero, verissimo. E non solo per i capelli, che pure di per sé giustificherebbero l’accostamento. Eppure stamattina non era partita male. Poi sono passata da scuola e ho avuto un colloquio poco edificante con una delle maestre di mia figlia. Cioè, neanche un colloquio. Piuttosto la negazione di ogni possibile colloquio passato, presente e futuro. Le amiche sagge, su Facebook, mi esortano a non prendermela e anzi a gioirne: nei colloqui con le maestre vince chi fugge. Se sono loro stesse a chiederlo, che voglio di più?

Sarà che quella frase me ne ha richiamata un’altra, molto più antica. Quando ho iniziato il dottorato a Torino, carica di aspettative, mi venne detto: “Più ve ne state a casa vostra, più siamo contenti”. Anche lì si intendeva come una facilitazione, probabilmente, per noi dottorandi. O almeno come tale la si vendeva. Non vi state a preoccupare di venire qui, basterà una firmetta due volte l’anno. Voi vi fate il vostro lavoro in pace, vi prendete la vostra borsa di studio. Noi (professori) non ci troviamo nella sgradevole situazione di doverci ricordare continuamente che esistete. Una win win situation, la definirebbe qualcuno. Per noi, giovani entusiasti, è stata una delusione. Non è che a risparmiarmi di fare qualcosa mi fai necessariamente un favore, ecco. Può essere anche che io abbia la sensazione che per te non conto niente. Insomma, se anche e così, dovresti preoccuparti di non sbattermelo in faccia così esplicitamente. O no?

Comunque, come spesso mi capita per quei corridoi di scuola comunale, mi sono innervosita, ma non ho voluto obiettare in nessun modo. Ho la precisa sensazione che sia inutile e anzi dannoso. Poi per strada ho continuato a rimuginare e, come spesso avviene, a quella recriminazione non detta se ne sono aggiunte un altro paio, per affinità. Stavo lì sul tram, leggevo un libro che mi piace, ma allo stesso tempo pensavo a queste tre cose che mi infastidiscono e, più di tutto, a perché non riesco mai a tirarle fuori nel modo giusto con chi potrebbe farci qualcosa.

E di nuovo il punto è lo stesso. Perché in fondo non penso che le cose possano cambiare. Non ho fiducia in chi potrebbe cambiarle, o al limite, ritengo impossibile il cambiamento di per sé. “Tanto vale farsele piacere, queste situazioni”, mi dicevo più tardi nella mattinata. Invece no, questo so bene che è impossibile. A nessuno piace l’incuria, la trascuratezza, l’indifferenza. Dunque? Forse ho bisogno di rimettere le cose in fila, ancora una volta. Di capire se c’è qualcosa che merita di essere cambiato davvero. E se pure dovrò mettermi l’anima in pace, di farlo sul serio per me stessa e non per assecondare le aspettative di qualcun altro.

Promemoria mammesco


In un solo fine settimana Meryem:

– è stata con la nonna svariate ore, godendosi felice la sua compagnia e non massacrandola con capricci o monellerie;

– è venuta con me alla presentazione di un libro, facendo confusione il giusto, ma senza mai diventare lagnosa;

– ha mangiato le polpette di Ikea, con le mani, ma compostamente seduta a tavola e ha giocato una mezzoretta allo Smaland;

– mi ha aiutato a mettere a posto la sua camera senza boicottarmi e anzi rendendosi molto utile; alla fine, quando si era proprio stufata, ha chiesto il permesso e si è messa a fare un disegno con gli acquarelli senza nemmeno sporcare il pavimento;

– ha atteso un congruo tempo in un ristorantino trendy senza devastare l’ambiente circostante, ma persino familiarizzando con un bambino conosciuto là per là e condividendo con lui i giochi;

– ha camminato svariati chilometri senza lamentarsi, ma inventandosi un passatempo dopo l’altro (prima la conta dei rombi, poi la nave pirata con annesso safari fotografico immaginario);

– mi ha chiamato due volte Mamma Sbagliona, senza il minimo tono recriminatorio, ma anzi ridendone con me di cuore;

– quando lo zio gli ha chiesto “perché non sei andata in Turchia con papà” (ma perché gli adulti non riescono ad evitare di fare domande del c***o?), ha risposto “E come faceva la mamma qui da sola? A lei chi ci pensava?”

Guerrigliera, quando è giusto è giusto. Per questo week-end ti meriti un dieci e lode.

Commuoviamoci correggiamoci


Stimo troppo Barbara Summa per fischiettare davanti a un suo preciso invito. Però, lo confesso, davanti a questo invito mi sento particolarmente impreparata, per più di una ragione. Una, dovuta a mera deformazione professionale: l’espressione “buone prassi” mi fa rizzare il pelo istantaneamente. Credo di capire, amici e amiche, cosa intendete, ma io le uniche buone prassi che ho frequentato erano della roba posticcia appiccicata da qualcuno in fondo a un report. Nella di utile, nulla di reale e tanto meno di nato dal basso. Prescindo dunque dalle buone prassi e, in particolar modo, da quelle al femminile. Una conversazione a pranzo, oggi, mi ricordava piuttosto svariate pessime prassi che, senza essere squisitamente e esclusivamente femminili, trovano in alcune donne dei veri vertici di perversa raffinatezza. E allora perché non mi sto zitta, mi direte giustamente voi? Perché alla fine, se ho capito il nocciolo della questione (ma non è che ne sia sicura, intendiamoci) è che magari un primo passo per cambiare tutte le cose che ci stringono il cuore in questo momento come donne, come genitori, come cittadini forse anche io posso contribuire ad individuarlo. Ancora una volta cito l’ultimo libro che ho letto (non sono sponsorizzata Piemme, vi assicuro): “In fondo la mafia cos’è? Rispondere agli interessi della propria famiglia più che a quelli della comunità: il ‘familismo amorale’, com’è stato definito da autorevoli osservatori e sociologi come Alberto Alesina e Andrea Ichino nel volume L’Italia fatta in casa“. Io penso che, come genitori italiani, si viva sempre sul crinale di questo familismo amorale. Quando l’egocentrismo diventa familicentrismo, raddoppia o triplica di potenzialità negativa. Mio figlio, se non proprio io, certamente merita di passare avanti in una lista d’attesa di ospedale. Mio figlio, se non proprio io, ovviamente è moralmente giustificato se si avvale di una raccomandazione. E’ tanto un bravo ragazzo. E poi in questo schifo di Paese altrimenti nessuno si sarebbe potuto accorgere di quanto vale. I nostri figli diventano la misura, sballata, di tutte le cose. Qualunque piccolo o grande illecito o abuso che facciamo entrare nelle nostre vite, ci pare molto più accettabile o persino lodevole se fatto per i figli, per assicurare loro un futuro migliore. E’ davvero un confine delicatissimo, pericoloso, scivoloso, a tratti invisibile nelle nebbie del nostro zelo genitoriale, a volte anche sincero. Il primo passo che noi, madri e padri, potremmo fare è non mollare mai, neanche per una cosuccia infinitesima, nella difesa di questo confine. Difenderlo contro le pressioni dei nonni, dei mariti, delle mogli, di chiunque. Spiegarlo, raccontarlo quel confine, anche quando certamente si rischia di passare per fessi o, peggio, per rinunciatari o per perdenti. La comunità è un concetto astratto. Eppure è solo smettendo di calpestarla con le nostre scelte grandi o piccole che potremo dare di nuovo sostanza al concetto di bene comune, che sembra ormai tanto desueto. Ma “ormai”, come dice sempre Bregantini, è la parolaccia più grave. “E’ una parola talmente radicata che anche quando la cancelli rimane sotto il segno… Ma io ci scrivo sopra – con decisione – ancora“. Dobbiamo ancora fare un tentativo per cambiare la realtà.

Il posto noioso


Con questa entusiasta definizione mia figlia già ieri parlava di”Più libri più liberi“, la fiera della piccola e media editoria che per noi romane librarole è diventato un po’ un simbolo di goduria e di soddisfazione di sfizi. Guardando al luogo con gli occhi di Meryem, non saprei darle torto. Caldo, calca, bancarelle di libri, incontri di adulti. Con grande soddisfazione mia e sua quindi l’ho parcheggiata da mia madre e mi sono concessa un paio d’ore con mia sorella, assidua frequentatrice della zona. A questo giro per le scoperte non c’è stato obiettivamente tempo. Ho scelto quindi poche tappe sicure, dove concedermi qualche sfizio. Prima tappa, obbligata, lo stand di Avagliano. Uno scaffale intero di “Terre senza promesse” che, pare, sta andando bene. Convenevoli fatti, ego appagato. Poi, saluti alla Sinnos, succursale di Monteverde. Un salto da Gallucci, in tempo per acchiappare un libro pop up con il presepe di Luzzati. Dopo una rapida capatina da Castoro (mia sorella è stata indotta ad acquistare Soldo di Cacio di Silvia Mobili), via verso Exòrma. Dopo un rapido sguardo mi acchiappo un nuovo libro della mia collana preferita, La rotta di Glauco. Viaggi per terra e per mare di Maria Silvia Codecasa, prefazione di Melania Mazzucco (è una specie di destino). Mia sorella prende, per un regalo, un libro fotografico su cui io avevo lungamente sbavato anche lo scorso anno. Speriamo che i destinatari apprezzino. Omaggio rapido a Le Nuove Edizioni Romane, meritorie di aver ristampato alcuni libri mitici della mia infanzia (rapida chiacchierata sulla difficile arte della ristampa in un mondo alla spasmodica ricerca di novità), affacciata da La Giuntina, dove mi sono complimentata per la  veste grafica un po’ più giovane dei romanzi (“Ma alcuni preferiscono la vecchia, sa?”) e poi visita d’obbligo allo stand di Creativamente: acchiappo un puzzle verticale da vetro per la Guerrigliera e faccio l’antipatica, segnalando un’inesattezza iconografica in uno dei loro splendidi giochi da tavolo. Il tempo è già finito. Stavolta niente cappuccino con Barbara Summa, niente incontri con altre/i blogger. Qualcuno lo incrocio, naturalmente. Ma è più un’annusata che un’immersione. Per le scale mi assalgono i ricordi degli eventi (due, mi pare) organizzati qui con il Centro Astalli. I tamburi trasportati a braccia nel palazzo deserto, quando prima dell’apertura mattutina si erano bloccati gli ascensori. Ma anche una presentazione surreale di un altro libro, ancora diverso, a cui avevo contribuito (Cervelli in gabbia), quando al tavolo dei relatori accanto a me sedeva, incredibilmente, Piero Angela. E il salotto di Radio Tre, dove Randa Ghazi aveva fatto scintille mentre io chiacchieravo piacevolmente di comuni aneddoti con la sua mamma. Chissà che fa, quella ragazza. Ancora oggi, se penso al talento mi viene in mente lei.

Antigone: la solitudine e la bellezza


“Mi trascinano per questo viaggio inevitabile, così, illacrimata, senza amici, senza sposo. Mi tolgono questa luce bella, il sole sacro. Quale pianto umano, quale voce amica gemerà sulla mia sorte?” 

L’Antigone di Sofocle è un testo che ho studiato, amato e rimuginato a lungo all’ultimo anno del liceo. Ma che poi si è riaffacciato, qua e là, in momenti diversissimi della mia vita. Questo è uno di quei momenti. Giorni fa, al lavoro, abbiamo ricevuto una mail. Un ragazzo rifugiato, uno di quelli che probabilmente abbiamo incrociato in uno o più dei nostri servizi, è morto. Lui era solo qui. Rimandare il corpo in patria, a sua madre, sarebbe un gesto minimo di civiltà. Che però costa, molto. La Croce Rossa Internazionale coprirebbe parte dei costi (circa la metà), ma il resto? Gli operatori che l’hanno più seguito e conosciuto chiedono a tutti di contribuire, perché si raccolga la cifra in questione. Io, da quando ho letto questo appello, mi sento combattuta. Da un lato la mente pratica dice: ci sono tanti, troppi vivi, che non hanno neanche l’indispensabile. Spendere qualche migliaio di euro per un morto suona come un tragico lusso. Dall’altro però non posso non vedere l’altro lato della medaglia: una madre che non può seppellire suo figlio perché non può permetterselo. Una forma ulteriore di abbandono, di oblio. La lontananza che si perpetua nel negare, di quel figlio perso, persino una sepoltura. E’ qui che ho pensato a Antigone. Una che per una sepoltura si è fatta seppellire viva. Ne valeva la pena? Beh, risponderebbe qualcuno, magari non è proprio per il cadavere, ma per una questione di principio. La legge, la coscienza… Io lo seppellirò. E poi sarà bello morire. Cara a lui riposerò con lui a me caro. E avrò compiuto un delitto santo. Il tutto per dire che non lo so davvero come la penso, anche su questo. E’ difficile essere pratici in queste cose. Penso a cosa proverei se quella madre fossi io. Ma tanto non lo saprò mai, questo. Un altro esercizio ozioso.

Però Antigone è ricomparsa nella mia vita e con essa il tema che più mi folgorava, al liceo, quando leggevo il testo greco: la solitudine. La solitudine, da adolescente, mi affascinava e mi terrorizzava come un crepaccio cattura lo sguardo di chi soffre di vertigini. Oggi, a tanti anni di distanza, la solitudine ha acquistato tante diverse sfumature e tutte molto distanti dalle mie piagnucolose serate di liceale. Ancora una volta il pensiero corre ad alcuni rifugiati. Quasi tutti loro sono soli, per buona parte della loro esperienza qui. Ricordo un quadernino di un ragazzo curdo di 19 anni che frequentava la scuola di italiano, tanti anni fa: una pagina intera era riempita con la parola yanliziyim, “sono solo”. Però la solitudine si accentua in alcune situazioni estreme. Un ragazzo afgano ha avuto un ictus, è stato in coma, ora si è risvegliato e è in ospedale. Nessuno lo va a trovare, non ha nessuno. Una professoressa del corso serale che frequenta si fa in quattro per andare di tanto in tanto, per informarsi dai medici anche se non potrebbe. Diciotto anni, solo al mondo, qui. Lo stesso è successo a un ragazzo egiziano, l’estate scorsa. Le mie colleghe, che avevano fatto con lui due o tre colloqui di orientamento, erano tra le persone che avevano con lui legami più stretti, qui a Roma. Lo ricordano sperduto in un letto di corsia, confuso e disorientato, completamente perso. Il recupero sarebbe stato difficilissimo. Nessuno gli parlava. Un altro ragazzo, afgano, quella stessa estate non ce l’ha fatta. E’ affogato, incomprensibilmente, su una spiaggia del litorale romano. Roba che se uno pensa a quello a cui era sopravvissuto, più che ad Antigone pensa a Samarcanda.

Del resto la stessa solitudine colpisce, a volte, chi più si spende a fianco di queste persone dimenticate. Penso a uno stimatissimo collega che, ricoverato in ospedale per una malattia grave, è stato di fatto assistito solo dalle colleghe di ufficio. Preso dalla causa, noto a tutti, coordinatore di reti nazionali, non ha una famiglia e, alla fin fine, condivide nei fatti (pur nella diversità delle situazioni) la condizione di coloro per cui tanto si spende.

A conclusione di questo quadro piuttosto fosco, volevo invece parlarvi di un libro che mi ha molto colpita: questo. Un libro che vorrei che mia figlia leggesse, appena sarà in età per farlo (diciamo alle medie, o forse anche agli ultimi anni di elementari). Si parla di lotta alla mafia, ma anche di molto altro. Un passo in particolare mi pare molto efficace. Bregantini usa l’immagine del lupo di Gubbio (la sapete la storia, vero? altrimenti ascoltatevi la canzone di Branduardi, come consiglia lo stesso vescovo) per raccontare ai ragazzi delle scuole la mafia: “Certo, sono necessari degli adattamenti: i mafiosi non uccidono per fame. Però è vero che, oltre ai boss che si spartiscono le grandi ricchezze degli affari illeciti, ci sono i tanti ‘manovali’ della ‘ndrangheta che vivono di briciole […]. Dal vivere ai margini a mettersi consapevolmente ai margini il passo è breve. Per questo l’antimafia non è fatta di eroi solitari. Occorre una comunità – come a Gubbio – per vigilare sul male e prevenirne gli attacchi, ma anche per riconoscere le situazioni in cui il male affonda le proprie radici e per trovare il modo di risanare il terreno. Non basta un prete, un vescovo o un Saviano […] Per combattere la mafia non basta denunciare le negatività – come fanno Saviano e altri autori – che conoscono i fatti in maniera approfondita e fanno benissimo a descriverli con la necessaria crudezza. La loro chiarezza e lucidità ci aiuta a capire. Ma non basta! A noi – Chiesa e società civile, tutti e ciascuno – tocca il compito di andare oltre, di raccontare e valorizzare il positivo che già c’è, di seminare il bene e il bello, altrimenti si rischia di rimanere schiacciati dall’orrore”. Il contrario della solitudine sterile e potenzialmente pericolosa è, sorprendentemente, la bellezza. Sottrarre all’incuria, valorizzare il bello,  insegnare ad apprezzarlo è uno delle vie più efficacia per consolidare la speranza e, con essa, il tessuto sociale. Nelle prime pagine Bregantini parla della cattedrale normanna di S.Maria Assunta Gerace, in cui l’architettura è talmente raffinata che i raggi di luce penetrano nel tempio seguendo percorsi precisi a seconda delle ore del giorno e del calendario liturgico, in modo che il 15 agosto, giorno dell’Assunzione, il sole colpisce esattamente il centro del presbiterio. Un po’ come accadeva in certi templi egiziani, che hanno sempre colpito la mia immaginazione pur non avendoli mai visti. Io a Gerace sono stata più volte, ma questa cosa non la sapevo. Questo credo che sia il punto dell’apprezzamento della bellezza di cui parla Bregantini: non si tratta solo di goderne individualmente, in solitaria contemplazione, ma di condividerla e restituirla al territorio, ridando dignità a tutti coloro che ci vivono. Troppo astratto? Forse. Ma si parla anche di cooperative, di logiche di sviluppo, di idee concrete e tangibili. E’ un libro pieno di affetto e stima per la terra di mia madre, quella Calabria dove alle volte il concetto di destino soffoca ogni possibile cambiamento. E mi commuovono le sottolineature, a matita, di una donna che quella terra l’ha abbandonata a 19 anni, pur senza cessare mai di amarla profondamente. In quei segni sobri la vedo annuire, sospirare, ricordare e anche sperare in quei giovani in cui ha sempre riposto tutta la sua più sincera fiducia.

Più precisamente


Leggo in rete il seguente status di Concita de Gregorio, che vale la pena di riportare.

E’ bastato leggere qualche post in giro per la rete per avere un’idea di quale potesse essere una manovra più giusta, semplice e gradita al popolo:
. Riduzione spese militari
. Riduzione spese e privilegi della politica
. Tagli ai vitalizi
. Patrimoniale una tantum per redditi sopra i 100mila euro
. Tassa del 10-15% sui capitali scudati
. Equilibrio dell’Irpef per le fasce più alte
. Eliminazione dei finanziamenti ai partiti
. Tracciabilità dei pagamenti sotto i 300euro
. Leggi pesanti per gli evasori
Tutte queste manovre avrebbero reso contento chiunque, a costo zero e (per la maggior parte) di lunga durata. Era così difficile? Magari bastava un giro in rete…

Concita de Gregorio

Obiezioni simili a queste si leggono un po’ ovunque, in rete. Tutto giusto, applausi. Ma credo che sia un po’ troppo facile adesso fare un’obiezione del genere, specialmente se negli ultimi venti anni si è stati impegnati in politica, in qualsivoglia modo. Certo che sono d’accordo. Posso anche aggiungere alla riduzione delle spese militari quelle per la sicurezza e per le misure, folli quanto sostanzialmente illogiche, di contrasto all’immigrazione clandestina. Manca da questo elenco l’ICI della Chiesa Cattolica e compagnia bella, che di diritto dovrebbero entrare in questo tipo di rivendicazioni.

Però corre l’obbligo di ricordare che l’Italia è finora sempre stata governata da governi democraticamente eletti. Governi che, anche quando avevano usato alcuni di questi temi in campagna elettorale (in forma molto, molto più soft), al dunque hanno sempre giudicato poco opportuno procedere in tal senso. La prudenza, il realismo, la stabilità, i tempi non sono maturi. Anzi, svariati governi precedenti (non solo uno, come erroneamente talora si legge) hanno costruito articolati quanto poco trasparenti accordi con lo stesso Gheddafi di cui ora si saluta con soddisfazione la dipartita (che anch’essa, come pure gli accordi e i relativi “risarcimenti”, è costata al nostro Paese cifre spropositate e irragionevoli).

Possiamo davvero seriamente dirci sorpresi che il governo Monti non abbia messo mano a quello che decenni di politica bipartisan non solo non hanno contrastato, ma hanno anzi pervicacemente costruito? Pensavamo che fosse arrivato il Messia, o cosa? Certo che nemmeno questa politica ci può bastare. Anche perché non è e non poteva essere sostanzialmente diversa da quella che ha caratterizzato la storia del nostro Paese da qualche decennio. Non mi piace neanche che si parli di moralizzazione, anche se non avere un presidente del consiglio in odore (intenso) di pedofilia non può che rallegrarci. Si tratta di darsi un tono di decenza, di porre un freno all’invedibile e all’indicibile. Poi sta a tutti noi cittadini capire se si può approfittare di questa, chiamiamola così, discontinuità per costruire una vera alternativa, dicendo chiaramente in faccia a chi ha preteso di rappresentarci che ci aspettiamo che faccia un passo indietro, chiunque sia. Ma il deus ex machina non possiamo proprio pretenderlo. Non dopo essere stati a guardare, magari osando persino riderci sopra, le sconsideratezze degli ultimi anni.

E però lo dico


Ne sento di tutti i colori su questo nuovo governo. A mio tempo anche io ho detto e scritto che questo sistema di subentro non era bello e che probabilmente c’era poco da rallegrarsi. Continuo a pensarlo. Condivido le preoccupazioni per la stangata, ma molto meno quelle dei fautori della teoria del complotto delle banche o dei cattolici. Magari non sono abbastanza informata. Però voglio dire qui, nero su bianco, che ogni volta che sento parlare Mario Monti non posso non provare un moto di sollievo. Parla con grande proprietà. Ha stile. E’ arguto. Non alza mai i toni. Pensa. E’ evidentemente intelligente. E’ molto ben educato, ma non compiacente. Ha una voce bellissima. Magari lo avessimo eletto noi. Non lo avremmo eletto mai. Non l’avrebbero fatto candidare mai, uno così. A prescindere.

Ho letto questo post, che condivido, sulla bellezza della frase “Commuoviti, ma correggimi”. Una frase che esprime delicatezza e rispetto per la collega, una frase volta a sottolineare davanti al mondo che non è un po’ di emotività a sminuire in alcun modo la persona e il suo valore. E’ stata una frase corretta e anche generosa. Ancora una volta, a prescindere. Credo che gli uomini italiani, dopo moltissimo tempo, abbiamo avuto un esempio pubblico di corretti rapporti tra uomo e donna. Non è poco.