Sono bacchettona


Per quanto mi sforzi, mi pare incontestabile. Sono bacchettona, moralista, calvinista e chi più ne ha più ne metta. Me ne rendevo conto qualche giorno fa al lavoro. Sono razionalmente convinta che non è che perché uno lavora nel sociale, come si suol dire, debba essere una suora laica o un campione di sciatteria. Ciò non toglie che quando sento le mie più giovani colleghe dissertare di estetiste e alghe Guam, mi sembra che ci sia qualcosa di stonato. Non riesco a ricredermi del tutto: per fare questo mestiere (come in molti altri casi) ci vuole un po' di vocazione – passatemi la parafrasi. E quindi essere un po' sfigati certo, non è indispensabile. Però aiuta 🙂
Detto ciò, mi rido dietro da sola. Per fortuna non è che credo molto alle mie ferree convinzioni.

Relitti e reliquie


L’altra mattina, andando a preparare la colazione, mi sono trovata a calpestare una collanina di perline in pura plastica, evidentemente lasciata da mia figlia a terra ieri sera. Nulla di strano, se non fosse che ho realizzato all’improvviso che quella collana era il primo regalo del mio primo ragazzo. Correva l’anno di grazia, se non erro, 1983 o 1984. Lui era andato qualche giorno a Praga e mi aveva portato quella collanina. Non è che io l’abbia mai tenuta in gran conto, francamente. Non sono di quelle che rimpiange il primo amore dell’adolescenza, anche perché – a essere onesti- c’era ben poco da rimpiangere. Ricordo giusto la soddisfazione di un pomeriggio in cui i miei compagni di classe, che mi consideravano la regina delle sfigate, mi videro con lui, che di anni ne aveva una decina più di noi. Vabbè, appunto. No comment. Sia come sia, la collanina – che peraltro quasi subito era diventata immettibile, per rottura del fermaglio – vive e lotta insieme a noi. Come acquistata ieri sulla bancarellaccia da turisti su cui fu comprata. Curioso davvero.
In rapida successione, un’altra sensazione. Meryem afferra un foglio per fare un disegno. E’ abituata, povera stella, a riciclare fogli stampati. Finora all’uopo servivano benissimo le bozze del libro inedito del mio professore dell’università. Che però sono finite. Distrattamente mi casca l’occhio sul foglio su cui Meryem sta immortalando la gita a Ostia antica. Si tratta della prima pagina di uno degli articoli raccolti per una delle mie tesi di laurea (ne cambiai diverse) e poi gelosamente conservati in attesa di un mio studio definitivo sui pronomi suffissi in fenicio. Rispolverati in occasione del concorso, dopo la fantastica esperienza accademica e umana gli articoli di tale Krahmalkov giacevano abbandonati su uno scaffale. Istintivamente stavo per urlare: “Nooo! Meryem, quell’articolo mi serve!”. Ma prima che la voce mi uscisse dalla gola, sono riuscita a realizzare che no, di quell’articolo non me ne faccio nulla. Non mi serve affatto. Va benissimo che mia figlia ci faccia sopra un bel disegno. Mi sono sentita liberata, più leggera. Chissenefrega dei pronomi suffissi in fenicio. Ho di meglio a cui pensare, per fortuna.

Voglio trovare un senso


Sono due ore che sbrocco in seguito alla ferale notizia che lunedì a scuola c'è sciopero. Non delle maestre, ma di personale di altro genere,che la tata non mi ha saputo specificare. Ora, considerato che giovedì è festa, venerdì è ponte e mercoledì dalle 14:30 c'è il saggio di drammatizzazione, questa iniziativa sindacale sarà pure sacrosante, ma ha tirato fuori il peggio di me. E, a proposito di scioperi. Mi ricordate, per favore, l'importanza e la valenza degli stessi? Perché ultimamente, lo confesso, le mie convinzioni democratiche vacillano. Perché sono sempre di venerdì, perdirne una? Lo so, è un luogo comune. Un'obiezione da due soldi. Però è vera. Questa volta no, non è di venerdì. Ma solo perché era già ponte. Ergo, lunedì. Non martedì, per dire.
Però soprattutto ho bisogno che mi ricordiate a cosa servono questi scioperi. Nello specifico, se non ricordo male, il disagio delle famiglie (e quindi il mio) dovrebbero indurre la parte su cui si vuole fare pressione (in questo caso il Comune di Roma) ad aprirsi maggiormente alla contrattazione. Ma perché mai dovrebbe avvenire ciò? Un proprietario di fabbrica a cui si interrompe la produzione ne ha un danno economico. Ma al Comune esattamente cosa dovrebbe fregare del fatto che io, genitore di bambino che frequenta scuola pubblica, sto vivendo un estremo disagio? Forse il Comune potrebbe temere che io, disamorata del servizio pubblico, stacchi un assegnone a un istituto di suore? Mi permetto di dubitarne.
Insomma, vi prego. Fatemi cogliere il senso di questo sciopero. Vorrei ritrovare la fede nei diritti del lavoratore.

Come a Massenzio


Era una vita che non vedevo due film di seguito in una stessa sera. Il ricordo va alle rassegne estive dei tempi dell'università e a quando i maxischermi erano allestiti alla Basilica di Massenzio, in uno scenario che più romano non si può. Coca Cola, Cornetto Algida, un solo biglietto e proiezioni a oltranza (sarebbero state tre, ma credo onestamente di non averne mai rette più di due, anche da giovane). L'altra caratteristica di Massenzio era che ci si andava un po' a prescindere dal film. Che succedeva di sedersi lì a vedere una pellicola che non avevi davvero scelto e quindi con il gusto della sorpresa (positiva o negativa che fosse).
Ieri sera, mutatis mutandis, è andata un po' così. Prima mi sono vista su Rai Movies "Un giorno perfetto" di Ozpetek. Un bel film, che mi sono proprio gustata. Ho trovato gli attori azzeccati e bravi e, insomma, tutto l'insieme molto adatto. A metà film, inaspettatamente, è tornato Nizam. L'abbiamo finito di vedere insieme, ritrovando il piacere delle visioni condivise che tanto ci legavano quando lui aveva un lavoro normale. Poi, ingolositi dall'opportunità, ci siamo messi a vedere, sul computer, un film turco che Nizam voleva vedere da molto tempo e di cui disponevamo, grazie alla collaborazione tecnica di un paio di amici, in versione originale con sottotitolo in italiano. Campione di incassi in Turchia, si intitola Five Minarets in New York. Pellicola sorprendente, da molti punti di vista. In primo luogo, per me, perché vede nelle vesti di regista, co-sceneggiatore e attore un personaggio noto in Turchia in primo luogo come cantante pop di canzoni melense e che, contro ogni mia aspettativa, è decisamente più apprezzabile in queste vesti "alternative" (che ora sono, mi dice Nizam, le uniche che indossa: grazie al Cielo, non potete avere idea di che vantaggio ciò implica per i timpani di tutto il mondo). Poi per il genere, decisamente ibrido eppure riuscito: film d'azione americano, ottimo thriller (lo scioglimento della trama non è evidente fino agli ultimi minuti), splatter quanto basta per il pubblico turco (almeno nelle fasi iniziali), con riprese mozzafiato tra Istanbul e New York da menzione speciale dei rispettivi uffici del turismo, ma anche – tenetevi forte – didattico. Sì, perché parla del rapporto tra islam e terrorismo dalla prospettiva, per nulla scontata, di un musulmano turco. Il messaggio, da quel punto di vista, se vogliamo è abbastanza semplice: ma non ingenuo. Il film presenta i musulmani "laici" (i poliziotti turchi), i musulmani ferventi colpiti da sospetti specialmente negli Stati Uniti post 11 settembre nelle loro varie sfaccettature, i fanatici religiosi puri e persino la strumentalizzazione politica di fanatici prezzolati. Con alcuni dialoghi, magari un po' didascalici ma ben inquadrati nella trama, per aiutare lo spettatore (che si immagina forse non solo, ma anche non-musulmano: il film è mezzo in turco e mezzo in inglese ed è uscito anche in America) a farsi largo tra pregiudizi, luoghi comuni e differenze. Un po' pretenzioso, magari. Ma la trama incalzante e la buona fattura del film fanno sì che "regga", anche se (o forse anche perché) il regista aveva in mente un messaggio da dare agli spettatori, una sorta di morale. Ogni tanto anche la morale ci sta.
Purtroppo consigliarne la visione è un po' azzardato: io stessa mi sono un po' impicciata e la nostra versione, a poco più di metà, ci ha lasciato senza sottotitoli. Noi abbiamo ovviato secondo un sistema già collaudato in altra occasione: Nizam mi traduceva i dialoghi in turco e io quelli in inglese. Ma questa modalità non è per tutti, mi rendo conto… Però mi rammarico che non ci sia una versione ufficiale sottotitolata in italiano da far girare nelle scuole: credo che ai ragazzi piacerebbe e che ne trarrebbero anche un buon insegnamento, più che mai necessario.

Un immenso errore di prospettiva


Negli ultimi tempi ho accuratamente evitato libri e film che parlassero troppo spudoratamente di immigrazione e asilo. Ero un po’ in overdose, in fondo per me è anche lavoro. Stasera mi sono vista Crossing Over e non posso fare a meno di pensare che in fondo faccio bene ad astenermi. Non perché il film in questione sia brutto, anzi. Certo, non è neanche un capolavoro. Pone delle questione e le liquida, abusando un po’ delle categorie di “povera vittima” e “buon cittadino compassionevole”. Ma sicuramente sul tema si vede di molto, molto peggio. Resta tuttavia il fatto che se mi metto a pensare sul tema dell’immigrazione (pensare fuori dal mio ufficio sotto terra, specialmente) non vengono fuori bei pensieri. Ho come un senso di catastrofe imminente. Il tasso di violenza a cui i nostri sistemi sottopongono persone, famiglie intere (illustrato ad esempio dal film) in una sorta di escalation non dovrebbe farci dormire sonni tranquilli. Ma non per moralismo e senso di giustizia astratto. Proprio perché non potrà durare per sempre. E continuare a considerarci “buoni” se, per illuminazioni episodiche, ce ne rendiamo conto non ci aiuterà a raddrizzare questo quadro storto. Ci vorrebbe ben altro. Accompagnata a questa consapevolezza da Cassandra ce l’è anche un’altra: nonostante la mia situazione parzialmente ibrida, nonostante lo stato semi-extracomunitario della mia famiglia, anche io mi troverò dalla parte sbagliata. Mi farà rabbia, ma sarà inevitabilmente così. Fine del post apocalittico.

Un saluto complicato


Mi chiamava "dottoressina", in realtà da ben prima che mi laureassi. E' stato il primo professore di orientalistica che ho incontrato nel corridoio del dipartimento di studi orientali e no, non era un bel vedere. Soprattutto faceva di tutto per farti fuggire inorridita: parolacce, assurdità, ostentazioni di potere. Ora che non c'è più, immagino (e in parte so) che saranno in molti a non sentirne la mancanza. Ma, come sempre c'è un però. Il primo però è di ordine squisitamente affettivo. Giovanni Pettinato è stato parte essenziale di quegli anni universitari incantati in cui, per citare un gruppo di Facebook che ho visto di recente, non sapevamo ancora di essere soltanto babbani. Il primo anno dovevamo fare l'esame con lui su un testo d'esame che non era stato ancora pubblicato, la sua traduzione del poema di Gilgamesh. Dopo un primo momento di sconforto, noi maghi orientalisti avevamo trovato la soluzione: mettevamo i nostri familiari a registrare dalla radio una trasmissione RAI in cui si presentava in anteprima la traduzione, sbobinavamo fedelmente traduzione e commenti e voila, ecco il testo da studiare! Pettinato meriterebbe il nostro ricordo anche solo per la quantità di aneddoti, esilaranti o tragici, che tutti noi condividiamo. Ma c'è un secondo motivo per cui oggi, nonostante tutto, voglio ricordare con stima umana questo personaggio scomodo (che non è mai riuscito a essermi antipatico): non ha mai fatto finta di essere una persona diversa da quella che era. Non si è mai finto democratico e comprensivo. Faceva della crudezza il suo stile di vita. Ecco, forse su questo punto sono viziata dalla mia personale esperienza. Non sono mai stata una sua laureanda (ho solo fatto due esami con lui) e quindi non ero direttamente soggetta a lui, nel bene e soprattutto nel male. Al contrario ho conosciuto vari accademici apparentemente corretti e deliziosi, che non dicevano neanche parolacce, i quali poi all'occasione hanno esercitato il loro libero arbitrio in modo altrettanto spregiudicato. Facendo poi vedere di essere molto scandalizzati quando altri si comportavano allo stesso modo. Non direi che Pettinato mi abbia fatto grandi lezioni di etica. Ma gli riconosco almeno una personalità che altrove non ho visto. Ricordo intensamente i due o tre colloqui privati che ho avuto con lui nel suo studio a via Palestro. Non hanno cambiato il mio non-destino accademico, ma mi hanno lasciato la soddisfazione di essermi guadagnata il suo rispetto e la sua simpatia. Così, con tutti i suoi evidentissimi limiti e i suoi molto meno evidenti meriti, lo voglio ricordare oggi. Come una persona complicata, che ha avuto un posto nella mia vita.

Il giveaway: il verdetto


Eccoci qui, dunque, coraggiosi concorrenti. Ho davvero apprezzato il fatto che i partecipanti fossero 7, come gli anni del blog. Molto appropriato, decisamente. Ho notato anche un certo spirito di sana competizione che vi ha sostenuto nell'improba impresa di scovare un post nel mucchio informe del mio archivio. Ora sapete cosa provo ogni mattina aprendo l'armadio. Ma, come noterete, almeno le vostre lamentele hanno attirato la mia attenzione su un particolare che non avevo mai notato: ero fierissima di aver introdotto i tag, ma non mi era mai venuto in mente di dare un titolo ai post. Ora, come vedete, lo faccio. Grazie!

Tornando alla competizione. Il regolamento recitava chiaramente che il vincitore sarebbe stato estratto a sorte. Volete privarmi forse del piacere di usare random.org, come fanno i blogger "veri"? Non sono stata ovviamente capace di importare la pagina con tutte le opportune formattazioni, ma vi accontenterete, ne sono certa.

E dunque, the winner is….

List Randomizer

There were 7 items in your list. Here they are in random order:

  1. Pietro
  2. Flavia
  3. Serena
  4. Silvia
  5. Pat
  6. Chiara B.
  7. Chiara73

Il concorrente siculo, il cui contropost sulla scuola vedete nei commenti al post del giveaway, l'unico incapace di linkare il post di partenza non perché non l'avesse trovato, ma perché non sa come si linka (e forse nemmeno cosa voglia dire), sbaraglia la concorrenza. Siccome però lui con me dagli energumeni mangia ogni qual volta viene a Roma, modifico leggermente il premio: usufruirò insieme a lui di un coupon Groupon per una cena a un ottimo ristorante indiano della Capitale, che peraltro è uno dei luoghi "storici" della mia vita di orientalista  per motivi che un giorno (forse) vi racconterò. Quanto al libro, ho le idee molto chiare. Con grande gusto gli cederò questo, sono certa che lo apprezzerà. [Per le partecipanti al weekend delle cornacchie: è lui che sta scrivendo un libro sul mendicante nella Grecia antica!].

Ma veniamo all'inevitabile premio della critica. Sì, immagino che lo abbiate già capito. L'avvocato Tropea, facendo leva sull'abilità dialettica, sull'amarcord e su una buona dose di strappacuoreria, si è aggiudicata la menzione speciale. E una visita alla mia mamma, ovviamente.

Di cembali, campagne toscane e pipperi


Mentre attendo che gli ultimi temerari si cimentino nel giveaway più impegnativo del web, inizio questa nuova settimana con maggiore consapevolezza e un sostanziale miglioramento: da oggi i miei post avranno un titolo (con qualche difficoltà ho capito come abilitare questa funzione). Non per nulla mia figlia per tutto il viaggio verso la Toscana mi diceva: "Sei stata illuminata!".

Penso che la formula migliore per raccontare il social weekend di genitori blogger e relativa prole a cui ho partecipato sia senz'altro il foto-post. Peccato che mi sia dimenticata la macchina fotografica a Roma. Allora provo ad ovviare alla meno peggio, fermando qualche immagine a parole, in ordine sparso.

Cembali, percussioni e danza del ventre. Estemporaneo spettacolo con il coinvolgimento di madri, padri, figli e passanti. Mia figlia, ovviamente, fondamentalmente saltellava come una tarantolata. Almeno fino a quando è corsa a salutare gi asini ed è sprofondata in una pozza di fango perdedo una scarpa. 

La prova ordalica della piscina. Calduccio sì, ma siamo sempre a maggio. Gli under 10 non hanno esitazioni. Sguazzano starnazzando come anatroccoli. Peccato che la mia pretenda di essere accompagnata. Io, sentendomi in colpa per aver bucato i braccioli incastrandoli nella cerniera dello zaino, ottempero. Un bel momento. 

La serata karaoke, interpretata da Meryem come "la discoteca" (Nizam, a questo racconto, ha inarcato vistosamente il sopracciglio). Insospettabili madri di famiglia (oddio, magari non proprio insospettabili) hanno dato il meglio di sé, vuoi direttamente (menzione speciale all'interpretazione di "Grande, grande, grande" regalataci da Flavia) che per interposta persona ("Di chi è il bambino che ha chiesto Caparezza"?). Meryem, manco a dirlo, si è lanciata nelle danze, inginocchiandosi a raccogliere gli applausi dopo ogni performance. "Ma fa danza?". No, è che la disegnano così.

E poi un sacco di chiacchiere random. Parlare di rifugiati e acrocori a bordo piscina. Sputtanare San Girolamo a colazione. Sentirsi dire: "Da quando ti conosco, mi sento meno strana". Provare, per la prima volta, la sensazione che fare gruppo, qualche volta, funziona eccome. Che ti puoi inerpicare per una scala a chiocciola serenamente, mentre tua figlia razzola con i figli di qualcun altro.

Unico neo: la Guerrigliera sentiva la mancanza del suo papà. Che però stamattina si è prestato ad assistere a un saggio di musica concepito, probabilmente, per fare espiare ai genitori le gioie effimere del weekend. Insegnante di musica di probabile origine bulgara. Programma di dieci voci, la cui lunghezza da sola era sufficiente a far scorrere rivoli di sudore freddo sulle tempie dei genitori lavoratori. Direzione inflessibile, che prevedeva replica ogni qual volta l'esecuzione non si rivelava soddisfacente (nota bene: si trattava di 26 ragazzini in pochi metri quadri, distratti da orde di genitori, nonne e zie). I pezzi erano di natura decisamente eterogenea: il lungo esordio prevedeva la "danza dei pianeti" accompagnata da melodie contemporanee dodecafoniche che i nostri figli erano sollecitati a riprodurre. Poi, fortunatamente, si è virato su extraterrestri, trenini e palline rimbalzine, per culminare con una canzone brasiliana, con agitamenti di mani e di sederini. Vabbè. Lei però era fierissima. Tra un pippero e l'altro ci salutava con la manina e ripeteva a destra e a sinistra: "Lo vedi quello? E' il mio PAPA'!!!!". Il quale, pur con qualche mancamento, è sopravvissuto e alla fine era persino contento dell'esperienza. 

Varianti significative


Se questo post avesse un titolo (probabilmente i post dovrebbero averne uno, in effetti. Magari un giorno li introdurrò…), comunque se questo post avesse un titolo sarebbe "Varianti significative". Meryem mi ha recitato la poesia per la festa della mamma, il cui testo era incollato sul cuoricino di cartone fatto da lei su cui spiccava la mia sagoma vestita da coniglietta ("qui avevi un cerchietto con le orecchie", ha precisato lei. Le maestre ancora sogghignano). Ho quindi potuto registrare una significativa variante nel testo. "Se penso a quello che tu fai per me…", recita l'originale, secondo la consolidata retorica mammesca un po' recriminatoria. "Se penso a tutto quello che tu fai CON me…", dice convinta mia figlia tutte le volte che la ripete. Posso dire che non mi dispiace affatto?

N.B. A posteriori, ho deciso di introdurre i titoli anche nei vecchi post. Questo, appunto, era l'ultimo senza titolo.

Leggere, scrivere e…mangiare. Giveaway di compleanno


Attenzione, attenzione. Squilli di tromba, eccetera. Tra dieci giorni esatti questo blog compie sette anni di vita. Sette anni di guai, sette anni di aneddoti e mugugni, sette anni di legami e incontri atipici e sorprendenti. Le blogger famose, in questi casi, organizzano un giveaway. Cioè, in pratica, mettono in palio qualcosa per uno dei loro fedeli lettori, estratto a sorte. Sono generose, le blogger famose. Con me, visto che voi lettori siete pochi ma di qualità superiore alla media, non ve la caverete così a buon mercato. Per concorrere all'estrazione dei ricchi premi che poi vi descriverò, vi sarà chiesto di fare qualcosa. Il titolo che darò a questo giveaway di compleanno sarà quindi: "Leggere, scrivere e…mangiare", con un'efficace sintesi delle attività a cui la sottoscritta si dedica con maggiore assiduità.

Regolamento

Per partecipare avete tempo dieci giorni esatti, ovvero fino al 16 maggio alle 13:00. PROROGATO fino al 16 maggio alle 24:00.

1. Leggere: rileggetevi un po' di post di questo blog, rinfrescatevi la memoria. E poi sceglietene uno che avete gradito particolarmente o su cui vi sentite di voler ribattere e linkatelo. Potete farlo in un commento a questo post, oppure sul vostro blog o pagina Facebook (in questo secondo e terzo caso, qui sotto metterete il link di dove avete svolto il compito).

2. Scrivere: non mi basta che linkiate un post. Vorrei che mi spiegaste perché lo fate, che magari scriviate una vostra risposta, critica o aggiunta a ciò che nel post in questione si dice o si racconta. Mi accontenterò di un commento, ma idealmente mirerei a un contro-post. Esprimetevi!

3. Mangiare: nulla vi impedisce di farlo anche subito, ma la terza parte del titolo si riferisce, in questo caso, a una parte sostanziosa del…

Premio

Ammesso che i partecipanti siano più di uno (se fosse uno solo sarà automaticamente nominato vincitore), verrà estratto a sorte tra tutti un premio composto di:

a) un libro della mia libreria scelto da me in base alla mia ispirazione del momento (e a qualche indicazione che i partecipanti più astuti lasceranno cadere con eleganza nel partecipare)
b) un buono pasto, valido a tempo indeterminato, che dovrà però essere consumato qui a Roma in mia compagnia in una di queste due mitiche location: il kebab di Nizam o il bar degli energumeni che qualcuno dei miei lettori già conosce.

Ovviamente, se volete divulgare l'esistenza di questo bizzarro giveaway di compleanno, vi sarò riconoscente! Il risultato sarà molto più divertente.