Incompatibilità di coabitazione fra le specie


Paese che vai, usanza che trovi. Sono reduce da una trasferta lampo a Milano, che ha avuto vari aspetti interessanti, dall'aperitivo con vista guglie al seminario condito di accesi battibecchi con gli "alunni" dell'ufficio immigrazione della Questura di Milano, passando per una cena vegetariana ma godereccia con lei. Ma il pezzo forte è arrivato inaspettato, ieri mattina, mentre guadagnavo in autobus la sede della lezione. Mi casca l'occhio sul regolamento dell'ATM esposto in vettura. Leggo qualche passo, meccanicamente. Poi mi stropiccio gli occhi e rileggo più attentamente. Ho in seguito scoperto che l'argomento è noto in rete, ma non resisto a fornirvi una mia lettura commentata di alcuni passaggi salienti.

Il trasporto dei cani di piccola e media taglia è consentito, con l'esclusione delle ore di punta, muniti di museruola e previo pagamento del biglietto. Fin qui, tutto normale. Stupisce un po' che non vengano espressamente menzionati i cani guida, che a Roma viaggiano gratis, ma siamo ancora nella ragionevole omissione. Si nota anche un certo zelo nel precisare che "su ogni vettura è ammesso il trasporto di un solo cane, sia sui mezzi di superficie che in metropolitana: in particolare per la metropolitana, qualora i vagoni fossero intercomunicanti, può essere trasportato un solo cane all'interno di ogni unità di trazione". Non sono sicura di sapere esattamente cosa si intenda per unità di trazione, ma ci può stare, via. 


Passiamo al capitolo "Gatti". Anche il micio paga biglietto intero, sia urbano che interurbano (i bambini fino a 10 anni no, fanno notare in un forum). Ma questo è nulla in confronto a questa perla: "Qualora nella vettura o nelle stazioni della metropolitana fosse contemporaneamente presente anche un cane, in cui (? "in cui"?)  si evidenziasse incompatibilità di coabitazione fra le specie, il possessore del gatto deve essere invitato a occupare un altro posto, a cambiare vettura,al limite abbandonare il mezzo di trasporto o la stazione." Non so se è più esilarante la formulazione o la sostanza. Insomma, il proprietario di gatto, che può trasportarne massimo uno in apposita gabbietta, dopo aver acquistato e obliterato il biglietto per il suo amico baffuto, è tenuto a andarsene se il cane (l'unico ammesso nel mezzo, cfr sopra) non gradisse la sua presenza. Ammetto che ci vuole una certa sfiga perché questa circostanza si verifichi, ma l'idea che magari se ne sia dibattuto in consiglio comunale mi suscita un'irresistibile ilarità. Il gioviale psichiatra con cui viaggiavo ipotizzava che l'incompatibilità di coabitazione tra specie e razze potrebbe essere addotta anche nel caso di umani di diversa origine, ma forse sarebbe stato ancor più arduo prevedere chi deve andarsene in tutte le possibili combinazioni (padano vince su egiziano, ma egiziano vince su senegalese o viceversa?).

Ma evidentemente, dato che ci si trovava, il pool di cervelli che ha elaborato il regolamento ATM ha voluto esplorare con attenzione anche altre eventuali casistiche di trasporto. Seguono infatti due paragrafi intitolati "Uccelli" e – tenetevi forte – "Pesci o pulcini". Gli uccelli pagano biglietto pieno (o meglio, lo paga la loro gabbietta). Si precisa che ogni passeggero può trasportare due gabbiette (sperando che viaggi seduto: altrimenti come si regge?). Ma ho speso del tempo per ipotizzare cosa accomuni i pesci ai pulcini, a parte il fatto che "sono ammessi al trasporto gratuito con un massimo di due per passeggero passeggero se i contenitori non superano la dimensioni di un normale sacchetto o scatola da scarpe". A parte il fatto che mi auguro che i pesci non vengano trasportati in scatole da scarpe, né i pulcini in sacchetto, la curiosità mi divora: ma a Milano è tanto comune girare sui mezzi pubblici muniti di pulcini? A coppie, per giunta? E, infine: se avessi un criceto?

Il testo integrale del regolamento lo trovate qui.

Rielaborazioni


Prima della favola della buona notte, mia figlia ama lanciarsi in discussioni di etica e pedagogia. "Oggi ho imparato una cosa", mi annuncia solenne. Dimmi, amore. "Se qualcuno mi fa una cosa cattiva… io gli dò tante botte". Ma no! Cerco di portare la conversazione sulla gestione non violenta del conflitto. Lei non pare convinta: "Ma se Alessandro mi dà gli schiaffi…". Tu lo dici alla maestra. "Ma se la maestra Luciana è andata a prendere il caffè, come faccio? Mica posso metterlo in punizione io. Io non sono la maestra. Oppure devo mettere una sediolina, prenderlo in mano (spero volesse dire"per mano") e metterlo in punizione?". Ma no, tesoro, aspetti che torna la maestra. "Ma se la maestra non torna?". Meryem, onestamente, è mai successo che la maestra non sia tornata? Ride. "No, è sempre tornata. Ma se non torna….". Non voglio sapere altro. Povero Alessandro.
"Poi oggi facevamo un bel gioco. Sai Lorenzo, il mio fidanzato?". Sì, un fanciullino molto biondo. "E Federico, l'altro mio amico?". Non ce l'ho presente, ma lo nomina spesso. "Ecco. Loro facevano finta che erano morti". Wow. E poi? "E poi basta. E' arrivata la maestra e non erano più morti. Ma prima dicevano che erano morti per sempre". Ci pensa un attimo. "Proprio un bel gioco". Mah. De gustibus.
Infine si rielaborano le sfuriate del fine settimana. La dolce fanciulla mi ha sfidato e provocato in tutti i modi, riuscendo a farmi perdere le staffe in diverse occasioni. "Sai, ho pensato che io ero arrabbiata e anche tu eri arrabbiata. Inutile". In che senso? Mi azzardo a chiedere se ha capito perché mi ero arrabbiata. "Certo. Ma io tanto non lo faccio più. Tanto non serve essere arrabbiati". Mmmm, mi sa che mi sta a frega'. Vabbè, buona notte. Finiamola qui, prima che la conversazione degeneri.

Un problema strutturale


Io ci sto provando a darmi un tono. A mettermi la scarpa con la zeppa. A abbinare i pantaloni almeno con il soprabito, se non con la borsa che è sempre quella lì. Ma il problema è strutturale, temo. Oggi, per la seconda volta, sfoggiavo (o piuttosto, sto ancora sfoggiando) un paio di pantaloni nuovi, chiari. Mi stavo sfamando al bar "degli energumeni", location delle mie pause pranzo, quando uno gnocco al pomodoro ha compiuto un'artistica traiettoria macchiando i pantaloni stessi in 5 punti diversi, non senza aver impataccato un pochino anche la maglia. Un analogo incidente era avvenuto la prima volta che li ho indossati, il giorno di Pasqua, e avevo più o meno ovviato con sapone di Marsiglia. La mia collega Donatella mi incita a versarci sopra dell'acqua minerale. Procedo cautamente. Lei mi incoraggia: mettine tanta! Io in questi casi, evidentemente, disinnesco il cervello: rovescio la bottiglietta, lavandomi da capo a piedi e inondando il pavimento, accompagnata dalla risata omerica degli altri avventori. Vi risparmio le pietose mosse successive, che mi hanno visto tra l'altro pietire un intervento d'emergenza alla tintoria adiacente (invano). Alla fine ho acquistato al supermercato un misterioso prodotto dal nome promettente ("Il mago delle macchie" e no, non è un post sponsorizzato, se ve lo stavate chiedendo) e una spugnetta. Arrivata in ufficio meditavo di drappeggiarmi artisticamente nell'impermeabile, togliermi i pantaloni e procedere in qualche modo. Ma, ovviamente, il mio ufficio in questo momento brulica di giovani maschi afgani (non è inconsueto, in realtà): ciò sconsigliava decisamente la procedura che avevo in mente. Allora sono andata in bagno, ho fatto quello che ho potuto e sono rientrata in ufficio con aria disinvolta. Con addosso dei pantaloni irregolarmente zuppi. In fondo si asciugheranno presto, mica è novembre – penseranno i miei ingenui lettori, che ignorano il dettaglio a cui io non avevo pensato: lavoro in una cripta umida. 

Mica sono un orso


Le cronache di Pasqua hanno fatto passare in secondo piano l'evento del sabato pomeriggio: la prima volta di Meryem al cinema. Avevo tergiversato fino a questo momento, convinta che un film intero fosse eccessivo per la sua attenzione. Poi, meditando sul fatto che un'ora e rotti di teatro pare reggerla benissimo, ho stabilito che il momento era arrivato. Ecco dunque che ci siamo lanciate, selezionando per il debutto questo film e un orario davvero improponibile: sabato santo, ore 15. Il solitamente brulicante multisala era pressoché deserto. Io, che davvero mi preoccupavo della possibilità di non trovare posto e avevo preparato la bambina a questa funesta eventualità, mi sono trovata con una Gurrigliera alquanto perplessa: "Ma perché non c'è nessuno?". In sala, tre bambini in tutto. Uno (con rispettivi genitori) ha desistito a dieci minuti scarsi dall'inizio. 
Comunque lei se l'è goduta. Io, ammetto, ho trovato la pellicola graziosa ma un po' soporifera (forse l'orario?). Lei non ne ha perso un fotogramma e l'ha raccontata nel dettaglio alla zia il giorno successivo. Un passaggio che l'ha colpita molto era la sequenza onirica in cui Winnie Pooh sogna di fare il bagno in infiniti flutti di miele. Zia Serena ha colto l'occasione per porre una domanda concettuale: "Ma anche tu di notte sogni come Winnie Pooh?". La Guerrigliera, sbrigativa: "Ma sì, certo". "E cosa sogni? Anche tu sogni il miele?". Risposta, ineccepibile: "Mica sono un orso!".

Sgarrupatezza ereditaria


Credo che siamo l'unica famiglia italiana che improvvisa il pranzo di Pasqua. Fino a ieri, quando i supermercati erano aperti, nessuno si sbilanciava. Pareva proprio che tutti avessero altri programmi. Anche io, del resto, mi illudevo di averne. E ci giocavamo una volta di più la carta della famiglia fuori dagli schemi, che snobba pranzi e cenoni, che rifugge da forme tradizionali di aggregazione. Da ragazza godevo tremendamente della libertà assoluta che questo mi concedeva: Pasqua al cinema, Natale a fare gite fuori porta. Ora, che comincio a annaspare alla ricerca di un ubi consistam qualunque, certe volte mi chiedo: "Ma perché? Cosa costa, ogni tanto, un po' di coreografia?". Oggi alla fine Nizam, tanto per cambiare, ha decretato che il kebab non poteva essere mollato. Nessuna gita di "famiglia", quindi ho pensato di pranzare con mia madre. Ci apprestavamo a pianificare una pasta al burro e un uovo sodo, quando ci è venuto in mente di chiamare un'altra sorella (tipo elefanti sulla ragnatela). Adesione, tavola da 5 da apparecchiare , a quale punto, cibo per 5 da procacciare. Mia madre pensava alla rosticceria degli indiani (una vera mamma italiana, eh?). Ma abbiamo scoperto che gli indiani, a differenza dei curdi, la Pasqua la osservano. E quindi? E quindi sono andata a casa a ravanare nel frigorifero. Mia sorella, a sua volta, ha generosamente messo a disposizione 3 porzioni di gnocchetti di patate, che sono stati da me conzati con sugo di pomodorini (rafforzato con un paio di cucchiaiate di sugo pronto) al "profumo di fungo fuggito", ottenuto con una confezione di funghi secchi che giaceva in dispensa da Natale e che sospetto contenesse decorazioni in cartoncino. Io ho contribuito alla causa con delle polpette di vvitello e con un frittatone di zucchine che, in mancanza di padelle agibili (casa di mia madre è, se possibile, meno accessoriata della mia), ho schiaffato in forno. Meryem ha anche confezionato dei segnaposto di carta riciclata, contenenti ovetti di cioccolata belga e la piantina in vaso a forma di uovo portato da noi in omaggio a mia madre e da lei prontamente scaraventato a terra (con lievi danni, mascherabili) è stato riciclato come centro tavola. Meryem ha schifato la mensa comune e si è apparecchiata un pic nic sul tappeto (il suo menù prevedeva praticamente solo pane e cioccolata), degnandosi di unirsi a noi solo per il gelato (evidentemente confezionato). 
Oggi sono arrivati a questa conclusione: la sgarrupatezza delle madri non è necessariamente ereditaria, ma solo quando lo è può raggiungere certe vette. 

Brontolii


Un appello accorato: vogliamo lasciare qualcosina all'immaginazione? Mi riferisco, ad esempio, ad adolescenti su FB (è vero, è colpa mia: che ci fanno degli adolescenti tra i miei amici?) che caricano 94 foto di reciproci slinguazzamenti. Una volta, quando c'era la pellicola di sviluppare, ci si fermava al massimo a 36. Ora alla creatività non c'è più limite, mancando del tutto l'autocensura. E aggiungerei anche una piccola notazione in fatto di abbigliamento. E' una primavera relativamente mite, ma non è agosto. Suvvia, non mi pare ci sia tutta questa necessità di prodursi in short inguinali, specialmente se poi le cosce sottostanti sono violacee e con la pelle d'oca.
Questo mi fa venire in mente una cosa che mi sono sempre chiesta guardando un programma come "Ma come ti vesti" (ma in fondo anche guardando i look di Paola su Polyvore): come si spiega che la protagonista della puntata raggiunga, alla fine, i suoi amici in un pub e, mentre tutti sfoggiano maglioncini a collo alto e giacche di lana, lei indossi una sorta di prendisole profondamente scollato davanti e dietro, senza neanche uno straccetto, un golfino, un coprispalle? Ma non hanno freddo?
La giovane estetista che ieri ha fatto del suo meglio con i miei piedi mi ha fatto vedere fierissima il nuovo listino prezzi dell'attività che ha appena rilevato. Ora il centro estetico si chiama "C'era una volta" e le prestazioni hanno tutte nomi fantasiosi eevocativi. Ad esempio: Gatto con gli stivali (1/2 cera-coscia); Duchessa (Sopracciglia); Romeo (Baffi); Grimilde (Ricostruzione unghie). Certo, quando si arriva a Baloo (cera intera+braccia+ascelle) e Pochaontas (qui vi lascioarguire di che si tratti) ci si chiede se non fosse meglio la formulazione tradizionale. A qualcuno può davvero venire in mente di chiedere un trattamento che si chiama "La Bestia"? Il mio modestissimo pedicure, peraltro, figura come "Anastasia&Genoveffa". Però va detto che la fanciulla è brava, simpatica, seria e ha tutto il mio appoggio morale.
Fine del post moralista del venerdì santo.

Grugnate


Prendere grugnate è un'arte e ormai io la possiedo. "Grugnate" potrebbe essere reso, in italiano, con "delusioni cocenti", o "fallimenti inaspettati". La madre di tutte le grugnate, evidentemente, per me si chiama Università. Provateci voi a sentirvi dire dalla più tenera infanzia che siete nati per fare ricerca (con reiterate conferme in età adulta, eh?) e poi non avere possibilità di farlo. Sono uscita da un vicolo cieco come quello soprattutto perché mi ero piazzata in un altro vicolo cieco, un rapporto sentimentale assolutamente vessatorio. Che forse ha avuto l'unico merito di trovarmi di fronte a qualcuno che un giorno mi ha detto: "Ci hai provato. Ora basta". Non che la frase in sé fosse dettata da nobili motivazioni. Ma si è rivelata salutare.
Certe volte però, vedendo che ormai incasso molto meglio di prima, mi chiedo perché. Guardando il bicchiere mezzo vuoto, mi dico che non mi aspetto più granché. Che ho abbassato e vado abbassando le mia aspettative. Considerando le cose da questo punto di vista, non direi che ho fatto dei progressi, anzi. Guardando il bicchiere mezzo pieno, potrei argomentare che ora colgo meglio la relatività del tutto. Che mi accontento di qualcosa per non perdere altro. Che anche giocare in difesa, qualche volta, è onorevole.
Ma come la penso, davvero? Certo, non tutte le grugnate sono uguali e non tutte hanno la stessa importanza. Sapienza sarebbe saper distinguere. Diciamo che è il mio prossimo obiettivo.

Girare a vuoto


"Non indovina mai…". Stamattina ho sorpreso mia figlia che, scuotendo la testa, mi commiserava tra sé e sé. Nella fattispecie, non avevo saputo rispondere correttamente alla domanda: "Che cosa c'è dentro il tramonto?". Ma abbiate pietà, erano le 6:55 e stentavo parecchio a carburare. Ripensandoci, seduta alla mia scrivania sotterranea, non posso che convenire con la Guerrigliera. Ci azzecco raramente. Mai come in questo in questo momento, mi pare di non capire granché di come va il mondo. Passo la maggior parte della mia giornata a lavorare per questioni ignote ai più (quasi quasi aveva più appeal l'ugaritico). Non so più neanche se riesco ad indignarmi. Anzi, no. Ci riesco benissimo. Però ho comunque la sensazione di girare a vuoto. 
Una delle cose che capisco di meno, poi, è come si concili la generale indifferenza e impertubabilità che pare accomunare la maggior parte dei miei concittadini, che davanti a stragi di giovani, donne e bambini avvenute per precisa responsabilità della nostra politica si limitano ad alzare le spalle e commentare: "Eh, i tempi sono difficili per tutti", con l'aperta faziosità da stadio, comprensiva di insulti e invettive, che si scatena qua e là, su alcune questioni. Facciamo un esempio, di perpetua attualità. Palestina, Israele. Se in ogni aspetto della nostra vita le ideologie sono morte (dicono gli esperti), su questo tema restano tutte validissime. Fin dai miei primi soggiorni in loco, negli anni Novanta, mi era stato chiaro che ben altro che l'ideologia ci voleva per farsi un'idea di una delle questioni più intricate della storia moderna. Certo, l'indignazione sacrosanta la conosco e la condivido. Già in altri casi ho detto e scritto che bisogna guardarsi dal mettere tutto sullo stesso piano, perché non lo è. Resta però il fatto che mi fa orrore vedere il mondo che assiste a una tragedia lunga più di sessant'anni con l'atteggiamento dell'ultrà di una curva di stadio. Vedere persone che pure, su ogni altro argomento, sono paladini della complessità e dell'approfondimento pronte su questo a rinunciare a qualunque ragionamento comporti più di due passaggi e applicare serenamente la logica del "bianco/nero", "buono/cattivo", manco fosse un cartone animato di serie B. 
Per rispetto di un impegno che non ho conosciuto direttamente non faccio il nome che in questi giorni rimbalza qua e là, a proposito e a sproposito. Di una cosa però sono sicura: mi sembra che se si è del tutto in buona fede non bisognerebbe accontentarsi delle spiegazioni circolate finora. Non mi basta sapere che sono stati questi o quei "cattivi". Vorrei sapere perché. "Perché lui era buono e loro cattivi, ovvio", mi risponderebbero in troppi. A prescindere da chi sono quei "loro". Fino a oggi l'unico articolo di taglio diverso che ho letto è questo. Ciò evidentemente non vuol dire affatto che le ipotesi avanzate siano necessariamente corrette. Ma questo sarebbe l'atteggiamento che io vorrei vedere di più in giro. Mi sono ricordata di una conversazione fatta in anni lontani con un tassista di Ramallah. Una frase un po' cinica, forse, ma temo attuale: "La pace si farà quando converrà economicamente a tutti". I soldi. Ne giravano e credo ne girino molti anche ora, alla faccia della miseria estrema sotto gli occhi di tutti. Non voglio mettermi a semplificare anche io, ma cercare la cassa forse aiuterebbe a capire aspetti nascosti, sommersi da slogan facili e da pacchi di ideologia propagandata, anche in buona fede, da molti.
E comunque, secondo voi "che cosa c'è dentro il tramonto?".

Valutazione comparativa – seconda puntata


Valutazione comparativa, seconda puntata. Sottotitolo: Scorci da un sistema universitario. Lo scenario è un po' il solito. Concorso per ricercatore universitario in ateneo pubblico. Si svolgono le prove, l'esito è – per dir così – inaspettato. Il candidato che risulta vincitore non corrisponde a quello dei "soliti pronostici". Giustizia è fatta, pensano gli ingenui. Cosa si inventeranno stavolta?, pensano i più cinici. Ecco qui. L'università annulla gli atti con la seguente motivazione. "I giudizi formulati dai singoli commissari con riferimento agli esiti dei colloqui con i candidati […] risultano tra di essi del tutto identici, talché deve escludersi che essi siano stati prodotti individualmente" e (tenetevi forte) "la mancata redazione individuale dei giudizi fa venire meno i presupposti indispensabili alla valutazione comparativa – atteso che non si possono comparare testi identici". Quindi il concorso viene annullato, stop. Andrà rifatto con altra commissione (che forse, scusate la malignità, riuscirà a far vincere una persona più gradita). 
Permettetemi qualche sottolineatura. La prima è che certamente la compilazione dei verbali con il taglia incolla è una sciatteria intollerabile. Scommetterei che non è la prima volta che si verifica. Ma in certi casi il rigore è d'obbligo. La seconda: lodevole l'attenzione alla comparazione. Certo che se uno considera con quanta disinvoltura in altri casi si compara…. La terza, e ultima: al di là della forma, credo che tutti gli interessati sappiano perché le cose sono andate così. Forse sarebbe arrivato il momento di iniziare a dirlo.

La scuola italiana. Com’è, come la vorrei


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Titolo: La scuola italiana. Come è, come la vorrei.

Svolgimento: Premetto che vengo da una famiglia di militanti della scuola pubblica. Mia madre più che un'insegnante di liceo era una figura mitologica, una sorta di leggenda metropolitana. "La Peri". Docente di italiano e latino al liceo classico, dedita alla causa, ogni giorno per 40 anni ha passato il pomeriggio a prepararsi le lezioni . La prendevamo in giro, qualche volta. "Ancora non hai imparato quello che ripeti da trent'anni?". Lei su questo non era tanto disposta a scherzare: "Sono diversi gli studenti, è diversa la lezione". Li aveva davvero presenti uno per uno, le interessavano. Anni dopo mi confessò che, avendo studiato da giovane grafologia, correggere i temi per lei era un osservatorio privilegiato. Una cosa era chiara per lei: le scuola pubblica significa dare a ciascuno delle opportunità concrete, reali e pertanto commisurate alla sua personalità e al suo talento.

Dare a ciascuno, per mia madre, significava soprattutto "a prescindere da vantaggi e svantaggi legati alla nascita". Ai suoi tempi l'elemento di discriminazione consisteva soprattutto nel background culturale. Raccontava spesso di alunni brillanti, quelli che le stavano maggiormente a cuore, che non avevano mia visto un libro a casa. Mia madre faceva le sue preferenze, come è umano. Ma uno dei valori che più aveva a cuore e che riteneva oggetto di insegnamento era la giustizia. Certo, magari una giustizia più vicina a quella che poi ho ritrovato in una frase di don Milani, citata spesso dal mio primo datore di lavoro gesuita: "“Nulla è più ingiusto che fare le parti uguali fra disuguali”". Ma detestava quando i colleghi mischiavano questioni di "morale" nella votazione: se un ragazzo che non studia mai un giorno studia e si merita 8, non è legittimo mettergli 6 e mezzo "perché così capisce che si deve studiare sempre". Se un ragazzo che si impegna moltissimo arriva solo a 6 e mezzo, non gli fai un favore a mettergli 8 "perché è tanto diligente". Mia madre metteva sempre i voti veri, nella loro crudezza. Poi però si prendeva il tempo e l'occasione per parlare con gli interessati. Perché il fine non è il voto, ma imparare qualcosa (anche e soprattutto quello che non è stampato sul libro di testo).
Anche allora la scuola era una lotteria. Io, nello stesso istituto in cui insegnava mia madre, ho incappato in insegnanti di ben altro spessore. Però- e qui sconfino nella "scuola che vorrei" – a casa si esercitava del sano senso critico (sempre), ma i miei genitori stavano ben attenti a non denigrare davanti a noi figlie i nostri professori. Certo, ci supportavano e cercavano – se indispensabile – di colmare le lacune (ma io non ho mai saputo nulla di letteratura italiana e di latino e mia madre ha saggiamente convissuto con questa cosa senza tagliarsi le vene). Ma non ci hanno mai fatto intendere che la scuola fosse una barzelletta, un ostacolo da aggirare con furbizia, una seccatura di cui liberarsi.
Io vorrei una scuola dove i genitori (magari aiutati dal fatto di non essere i finanziatori unici dell'istituto) sappiano ritrovare il loro posto e il loro ruolo. Che non è quello di fare i sindacalisti (nel senso deteriore) dei propri figli. Che non è quello di imporre sempre e comunque il proprio gusto, la propria volontà, il proprio potere, i propri capricci. Sono un po' dura, mi rendo conto. La partecipazione delle famiglie è una bella cosa, potenzialmente positiva. Ma la scuola non può essere una fornitura di utenze, dove qualcuno può sbattere i pugni sul tavolo e dire "pago, pretendo". Vedo troppi genitori comportarsi così, in nome di presunti "principi" e "valori" che raramente vanno nella direzione del "bene comune".
Vorrei una scuola pubblica che sia (o forse torni ad essere) una comunità di apprendenti, un progetto comune, un contributo concreto al consolidamento dei valori del nostro Paese. No, non sto pensando alle "radici cristiane" e ai crocifissi nelle aule (o qualunque altra etichetta, è indifferente). Quello che ho in mente è piuttosto un'occasione di condividere un percorso con altri membri della comunità, di trarne beneficio personale (com'è giusto che sia), ma anche di curare quell'ampliamento di orizzonti che dovrebbe essere tipico di un contesto educativo. Ho visto con i miei occhi, ad esempio, che le diversità possono essere davvero occasioni, non ostacoli. Certo, bisogna uscire dalla retorica (sia da quella dell'esclusione sia da quella, superficiale e buonista, del "volemose bene") ed essere davvero, seriamente creativi nelle soluzioni quotidiane. Prepararsi le lezioni tutti i giorni, se sei un insegnante (e magari non farlo solo sulla propria scrivania, come faceva mia madre – che pure non disdegnava l'organizzazione di cineforum e l'uso di altre forme di didattica – ma anche insieme ad altri, in contesti diversi). Se si è un genitore, supportare, proporre, ma anche fare lo sforzo, nonostante i tempi disumani a cui si è costretti, di uscire dalla propria consolidata prospettiva e magari modificare le proprie aspettative, alla luce di obiettivi nuovi e non considerati prima. Se si è studenti, credere al valore della scuola, affezionarsi, criticarla in modo costruttivo, viverla.

Concludo condividendo (di nuovo) un brano di un discorso stupendo sull'educazione che ho sentito dall'attuale Padre Generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás : L’educazione consiste proprio nell’aprire tutte le finestre nella mente di un bambino, di un ragazzo e di una ragazza che crescono e hanno il diritto di diventare sensibili a tutte le realtà umane e naturali del mondo. Aprire, comunicare abiti mentali, del cuore e culturali all’insegna della varietà: così potremo educare persone flessibili, aperte, che non si spaventano per qualcosa di nuovo, di diverso, ma sono pronte ad apprezzare tutte le possibilità umane. Credo che questo lavoro di aprire le finestre della personalità, della mente, del cuore sia essenziale. Credo che dobbiamo arrivare a far sì che i nostri studenti italiani, spagnoli, tedeschi, siano fieri della cultura cinese, o della cultura indiana o africana, per il solo fatto che esse sono una produzione dell’umanità. Non dovremmo più considerarle “cultura degli altri”. Essere fieri di una cultura piccola e ridotta ci ha fatto molto male: credo che sia frutto di un’educazione troppo limitante. C’è decisamente bisogno di una riflessione ad alto e medio livello da parte delle università e di altri gruppi religiosi e umanisti per restituire ai bambini la libertà di immaginare e di crescere, di essere quei “maghi” che dicevo prima, capaci di creare. Quando ero bambino, non avevamo niente, i giocattoli li costruivamo noi. La strada era una grande palestra e apparteneva a tutti.  Oggi con tanti giochi elettronici c’è meno la ossibilità di partecipare, di scambiare e di creare. Forse abbiamo reso tutto troppo facile ai nostri bambini. E come educare  una memoria mondiale? Come portarli a essere fieri degli indiani e dei cinesi  – non tristi, ma fieri perché è l’umanità che ha creato questo? Dobbiamo essere fieri degli altri e, di conseguenza, fieri di noi stessi, ma sempre nel contesto degli altri, per crescere insieme con gli altri. Secondo me, questo è un problema di educazione, che necessita di una seria riflessione. Bisogna ricreare l’educazione come un’opportunità per i bambini di crescere come persone, non dipendenti da una tecnologia particolare, ma libere di creare. Ci sarà tempo per diventare tecnici: prima di tutto è urgente aprire la  mente e il cuore alle infinite possibilità della vita umana.

Il discorso completo, più ampio, lo trovate qui.