Com’è andata? Benissimo. Ieri mattina siamo sbarcati a Collepardo e la Guerrigliera ha trovato la sua dimensione ideale. Ha scorrazzato qua e là per il borgo, ha mangiato un piattone di fettuccine al ragù e ha preso possesso della magione della tata. Al momento della nostra partenza mi ha precisato, preoccupata, che lei non aveva nessuna intenzione di tornare a casa. L’ho rassicurata e ho ceduto a Silvana il compito di indurla al rientro, tra un paio di giorni. Noi ce ne siamo andati, salutati con giubilo da Meryem festante. Altro che distacchi traumatici. Ho poi saputo che la sera ha assistito con soddisfazione a uno spettacolo di fuochi di artificio (probabilmente organizzato in suo onore dal sindaco) – pare che abbia commentato “Meno male che l’abbiamo visto!” – e stamattina di buon ora si apprestava a far visita alle galline che forniranno le uova fresche per il suo soggiorno principesco.
Insomma, se la spassa. E, francamente, anche io. Il rientro dalle ferie con il relativo ridimensionamento della Guerrigliera dagli spazi aperti dell’Ogliastra (con annessi viziamenti zieschi) alla grigia realtà romana era stato un po’ faticoso. Avevo bisogno di un riuntro in ufficio addolcito da un programma di evasione serale. Così è stato. Ieri, cena siciliana con compagnia di vecchi amici. Oggi, cinema all’aperto con la mia ormai rodata compagna di sventure mammesche. Domani, spero, terza e ultima uscita. Però quest’anno voglio una babysitter per garantirmi almeno il minimo sindacale dell’uscita bimensile. L’ho detto e lo farò!
Lo annuncio facendo i debiti scongiuri: domattina dovremmo accompagnare la Guerrigliera in quel di Collepardo (FR) per una breve trasferta nel paese natio della tata Silvana. Senza di noi, si intende. Io lunedì riprendo il lavoro. Ergo, se tutto va liscio come ci auguriamo fermamente, dovrei disporre di tre sere tre di libertà sfrenata, sia pure leggermente appannata da 9 h di ufficio. Il mio programma ideale comprenderebbe: una cena con amici vecchi, una cena con amici nuovi, almeno un cinema (possibilmente Mine Vaganti al Sacher). Quindi, tifate per me!
Eia
“Friggiamo?” “Eia”. Questo conciso scambio di battute, pronunciato verso le ore 19 di un sonnecchioso tardo pomeriggio di metà agosto, è forse la migliore descrizione del clima di casa Foddis e antistante giardino. In un batter di ciglia si è attivata una macchina da guerra che ha portato in meno di 50 minuti a produrre dal nulla una batteria di ciambelle modello Garfield, belle unte e intrise di zucchero come si conviene. Le tavolate a casa Foddis partono da un quorum di 15 persone e si allargano e allungano a piacimento, coinvolgendo annessi, connessi, parenti, conoscenti e relativi animali domestici. Le padelle sono formato ristorante. Alla cucina standard vengono aggiunti fornelli extra all’esterno, dove vengono posizionati pentoloni da Maga Magò per la frittura e, eventualmente, la bollitura di pecore.
Non potrei dire che mi sia sentita a casa, perché a casa mia ormai anche un solo ospite è una rarità e il massimo che sono in grado di produrre è uno stitico piatto di pasta. Mi sono sentita in un’altra dimensione, molto Mediterranea e assolutamente matriarcale. Gli uomini ci sono, sì: portano a casa i pesci, puliscono le cozze, tagliano le pecore con le cesoie da giardino. Ma non si può fare a meno di pensare che siano figure, se pur utili, vagamente accessorie. Il ritmo della giornata che va un po’ da sé, i programmi che sono talmente elastici da trasformarsi in qualcosa di assolutamente diverso senza che ci sia davvero bisogno di deciderlo.
E, soprattutto, un tratto assolutamente comune alla Sicilia: la concezione tipicamente isolana delle distanze. Come teorizzammo già molti anni fa in quel di Palermo insieme al filosofo contemporaneo Luca Sansonetti, mettete un isolano in continente e i 2 o 3 km che separano casa vostra da quella del vostro amico diventeranno una distanza eccessiva, una difficoltà logistica insormontabile. Mettete invece lo stesso isolano in patria, sia essa Palermo o Arbatax è indifferente: noterete immediatamente la differenza. “Andiamo a prendere un caffé ad Agrigento?”; “Vi andrebbe di passare un attimo a Sassari a ricaricare l’i-pod?”; “Guarda, conosco un localino a Siracusa dove si mangia benissimo. Però per il gelato ripassiamo da Cefalù. E’ un attimo”; “Ma certo che c’è una cartoleria per comprare i francobolli. Passiamo al volo da Nuoro, così ti godi anche il panorama della Statale Sarda”. Centinaia di chilometri macinati con disinvoltura in poche ore, tanto su un’isola tutto è (relativamente) vicino.
Islam a Roma, quattro flash tra ieri e oggi. Mio cognato che prega nella cucina del kebab. Una sofisticata cliente turca, con foulard Pierre Cardin e raffinatissimo completo color crema tono su tono (altro che burqa) che civetta con Nizam osservando, poco carinamente, che io sono ben più vecchia di lui. Il primo velo integrale che vedo a Roma, una giovane donna che si era coperta persino il naso, con guanti lunghi, che chiacchiera al banco del supermercato con un'avvenente fanciulla svelatissima e anche un po' scollacciata, modelo Sherazade. Ragazza apparentemente europea (bionda, occhi chiari) in jeans attillati e velo con vezzosi fiorellini in feltro applicati. C'è un mondo là fuori. Ogni volta mi sorprende l'inadeguatezza del dibattito in merito.
Ogni tanto mi illudo che l'età abbia frenato la mia naturale tendenza agli alti e bassi. E invece no. Forse anzi la accentua. A tratti mi esalto e mi butto a pesce su progetti, idee, fantasticherie e deliri di onnipotenza di varia natura. A tratti invece mi volto indietro e mi chiedo, in tutta sincerità, dove abbia portato tutto questo affannarsi frenetico. In linea del tutto teorica tra adesso e dicembre potrebbero cambiare alcune cose nella mia vita. Il realismo cerca invano di ricordarmi che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Ma un angolino della mia anima non fa che ripetersi: e se succedesse davvero? Si potrebbe dire che è quello che, pienamente e coscientemente, vuoi? O è piuttosto un miraggio dei quarant'anni che si avvicinano e di vecchi fantasmi duri a placarsi? Que sera sera. Mi piace pensare di avere una via di fuga, forse. E quando poi anche questa possibilità si consumerà, mi applicherò a cercarne un'altra? O no?
Lo so, lo so, non è il resoconto della campestre vita dell'Ogliastra che vi aspettereste ragionevolmente dopo una vacanza. Ma anche i tarli esistenziali, ogni tanto, vogliono la loro parte. Domani mi applicherò per tornare ad essere una scoppiettante raccontatrice di aneddoti (e tutto il resto).
Postilla. Forse la vera soluzione a queste pippe mentali – chiamiamole con il loro nome – sarebbe imparare a considerare il lavoro per quel che è, cioè un modo per guadagnarsi da vivere, parte di un insieme che comprende tante altre componenti. Ci, o almeno mi, hanno cresciuto come se trovare il lavoro, QUEL lavoro, dovesse necessariamente essere preceduto da sogni e fantaticherie vocazionali. Una specie di vocazione mistico religiosa, cavalleresca. "Che lavoro vuoi fare da grande?". Magari quello che mio padre ha sognato per me e che io ho imparato a sognare a mia volta, caricandolo di aspettative più o meno fantasiose. Capisco che sognare con un bambino possa essere divertente. Ma qualcuno, arrivati all'età adulta (che non si capisce perché debba allontanarsi sempre di più dai 18 anni, in fondo), non potrebbe carinamente farci capire che il sogno è una gran bella cosa, ma che prima di tutto bisogna rimboccarsi le maniche e vivere, appunto? Che più dei sospiri e dei vagheggiamenti serve intelligenza, prontezza, senso di responsabilità e spirito di adattamento? Me lo chiedo sul serio, anche come madre.
Ritorno intelligente
Durante questi 15 giorni senza computer ho immaginato molti post, che forse un giorno scriverò. Uno profondo e poetico sul femminino sardo, sacro e profano. Diversi scanzonati, almeno un paio esasperati. Ma sono state belle vacanze e, in quanto tali, hanno comportato riposo e stacco della spina. Quindi non ho fatto nulla di tutto ciò e non ho neanche abbozzato un romanzo in stile Allende sul soggiorno delle Peri a Santa Maria Navarrese.
Una piccola cronaca del ritorno mi sembra il modo migliore di rompere il ghiaccio. Se il vostro Ferragosto non è stato granché, leggere questo racconto vi tirerà su. Premetto che nessuno muore dalla voglia di mettere fine a una vacanza riuscita e che dunque la partenza in sé non dispone all’allegria. Se poi la partenza comporta un imbarco Tirrenia, con presumibile arrivo alle 11 del giorno di Ferragosto… beh, cosa potevamo aspettarci di buono? L’imbarco era previsto per la mezzanotte circa, la nave sarebbe dovuta arrivare da Cagliari a Arbatax, per poi salpare verso Civitavecchia. Il programma prevedeva cena dai Foddis, finalizzata ad annegare nel cibo e nell’alcool i dolori della separazione (chi sono i Foddis? se scriverò un resoconto un po’ più sistematico lo saprete nelle prossime settimane: vi basti sapere che il piatto forte della cena era una pecora bollita, sminuzzata con cesoie da giardinaggio); accompagnamento a Arbatax dell’equipaggio 1 (io, Nizam, un nipote e un compagno del nipote medesimo); partenza per Olbia dell’equipaggio 2 (mia sorella con l’altro figlio e il marito) da dove un’altra nave Tirrenia partiva alle 8, sempre alla volta di Civitavecchia.
Fino all’abbuffata, tutto nei programmi. Breve discussione tra me e mia sorella sull’opportunità di indugiare o meno per recarsi al porto. Ci avviamo con una seconda macchina, onde evitare il doppio tragitto (la Uno, mitica navetta della nostra villeggiatura, ha posti inesorabilmente limitati), grazie alla disponibilità di un’amica indigena. Ci intoppiamo nelle bancarelle, ci perdiamo nell’area industriale di Tortolì… e poi arriviamo, in anticipo ma non troppo. Già gongolavo per la mia previdenza nell’anticipare i tempi, ma in realtà avevo torto marcio. C’era tutto il tempo del mondo. Avremmo potuto dare un’imbiancata all’appartamento, per dire. La nave portava tre ore di ritardo. Ci accampiamo alla meglio nella macchina che l’amica ci lascia a disposizione, mentre l’equipaggio 2 si riavvia verso nord. Tre ore, tra mezzanotte e le tre, sono tante, infinite. Come Dio volle, mentre mia sorella scopriva che le chiavi dell’appartamento da chiudere si erano misteriosamente volatilizzate, la nave arriva. Cerchiamo le nostre poltrone, ci sistemiamo alla meglio. Meryem vuole che le racconti favole su favole. Io, incastrata sul pavimento in posa plastica, faccio quello che posso. La notte passa alla meno peggio. Ma seguirà una lunga, lunghissima mattinata. Dei “giovani” perdiamo le tracce e, con loro, della borsa frigorifero.
A un certo punto, miracolo, il porto spunta all’orizzonte. E’ quasi l’una. Il campo telefonico si riattiva. Il mio cellulare squilla. Mia sorella, partita da Olbia in orario, mi segnala che la loro nave ci sta raggiungendo. Scherziamo. Ridiamo. Ma poi, con un certo raccapriccio, scopriamo che è davvero così. La “Nuraghes” ci affianca, ci supera e si infila nel porto prima di noi. Anche perché la nostra nave si ferma. Altoparlante: “A causa dell’intenso traffico, siamo in attesa di ricevere l’autorizzazione ad entrare in porto”.
Incassiamo, non troppo sportivamente in realtà. La nave resta in lento galleggiamento per una mezzoretta, sotto il Solleone. Sbarcando Meryem fa il diavolo a quattro, vuole essere portata in braccio, non collabora. “Voglio zia Vittoriaaaaa!!!”. Appunto. In qualche modo, saltiamo sulla navetta per la stazione. Appuriamo che i giovani, che sbarcano dopo di noi, saranno prelevati dai rispettivi genitori in macchina. Vabbé, almeno siamo già sulla navetta. Noi siamo furbi e informati, in men che non si dica saremo sul treno. Errore. A Civitavecchia il 15 agosto ci sono le bancarelle della festa. La strada è chiusa. E’ l’una e uno sparuto gruppetto arranca sotto il peso di bagagli e guerrigliere per il chilometrino, tutto esposto al sole, che porta alla stazione. “Guarda, a piedi vanno solo gli extracomunitari”, mi fa notare caustico Nizam, additando i nostri variopinti compagni di sventura. E perché, noi cosa saremmo?
Sbarchiamo a casa, fortunatamente raccattati da sorella pietosa a Stazione Trastevere, intorno alle 16. Non mangiamo e non beviamo praticamente dalla pecora dei Foddis. Del resto, è pur sempre Ramadan.
Coast to coast
Venerdì, ossia dopodomani, si parte. Non so se rendo l’idea. Avete presente il primo viaggio da sole, io e Meryem? In nave, passaggio ponte? Una sfida enorme per una come me, divorata dall’ansia dell’imprevisto. Ma da un altro punto di vista, mi attira anche questo “temerario” tragitto, mi attira l’essere costretta a limitare al minimo i bagagli. Sarà la prima vacanza con Meryem “grande”. Senza biberon, senza monitor, senza passeggino. Quasi senza pannolini (sul notturno stiamo lavorando in questi giorni). Non siamo neanche certi di che letti useremo queste due settimane. Certamente non avremo il lettino. La compagnia si allarga e restringe a fisarmonica, a seconda degli umori e del variare dei progetti. Netta prevalenza di donne della famiglia, ma questo si sapeva. Poi comparse in numero ancora incerto (da qui l’esitazione sui letti: 6 parevano decisamente troppi, ma potrebbero essere anche decisamente pochi).
Ho ritirato fuori lo zaino, il mio Invicta Ranger d’annata. Il mio primo e unico sacco a pelo, quello che mi fa compagnia da quando ho sedici anni. Lo ho arrotolato come facevo al campo scuola della parrocchia, per fissarlo (stortignaccolo) alle cinghie sulla cima dello zaino. All’interno ho infilato il materassino. Mi sono un po’ commossa. Ho pensato alle vacanze delle varie stagioni della mia vita, consapevole che ora ne inizia un’altra ancora. Mi piace avere ancora con me dei simboli (consunti, ma ancora funzionali). Sono sempre io, quella che si vaceva i weekend a Venezia per vedere le mostre e andava a dormire in uno gelido convento di frati, e per risparmiare i soldi del vaporetto si spostava rigorosamente a piedi, su e giù per i ponti, chilometri e chilometri, chiacchierando con il filosofo di qualche post fa. Che andando con le amiche a Vienna per Pasqua è tornata con una pila di Sacher che si faceva fatica a portarle, ciascuna nella sua scatola di legno. Che a Parigi, nella prima vacanza da sola, si scriveva con la sua amica Tiziana un quadernetto di cose da fare assolutamente, per poi spuntarle una ad una (mangiare rane, vedere il Piccolo Principe a teatro, andare a Chartres…).
Flavia su FB ha lanciato una golosa proposta di viaggio all’avventura per mamme blogger, traversando la Basilicata zaino in spalla. Temo che non potro partecipare, a questo giro. Ma questo viaggio sarà per me una prova generale, dal punto di vista dello spirito di iniziativa. In fondo anche Civitavecchia-Arbatax è un coast to coast.
Se la cucina creativa non era tanto nelle mie corde, arti come il cucito, lo scrap, il bricolage e ogni attività anche solo lontanamente affine mi sono precluse del tutto. Sono la donna meno "crafty" del pianeta. Su Mamma Felice mi guardo intorno timorosa, con l'ammirazione dell'incompetente assoluto, quando si disserta di riciclo, di panno lenci e di creazioni di tutte le fogge.
Per queste buone, ragioni, oltre che per la partenza incombente, avevo deciso di saltare la terza prova della CaT. Poi non so cosa mi ha preso. Forse la reazione allo stress degli ultimi giorni di lavoro. Forse una sorta di impuntatura di principio, tipo quella che mi ha fatto prendere la patente anche se non ho più guidato. Insomma, mi sono data al riciclo di collant e gambaletti d'annata ed è nato… una specie di gufetto. Non ho resistito al tocco di riciclo mammesco… notate, please, con cosa ho fatto il becco.

Meryem lo ha battezzato Lullu. Ci ha giocato un po', poi l'ha lanciato allegramente verso la finestra, forse per provare se volava.

P.S. L'influenza di Natalia, di cui mi è arrivato ieri il libro, inizia a farsi sentire: oggi ho tagliato la frittata di Meryem a cuoricini con le formine per i biscotti. La signorina ha apprezzato. Poi però, quando le ho proposto anche i pezzi avanzati, ha preteso di sapere "di che forma" erano. Ed ecco, magicamente, che le ho indicato con convinzione ali di farfalle, nuvole, aquiloni… Ha funzionato, ma magari la prossima volta studio meglio la superficie della frittata, così otttimizzo.
Premetto che Barbara Mammafelice mi incoraggia a fare cose da cui farei meglio ad astenermi. Comunque, eccoci alla seconda tappa della mitica Caccia al Tesoro. Questa è ben più ostica delle filastrocche… ma mi stuzzicava troppo.
Come da regole della tappa, ho preso spunto da una ricetta di Natalia Tempodicottura e, per la precisione, questa. Mi pareva alla mia portata e mi ricordava un po' il kebab che fa Nizam e un po' i fantastici sigara borek. Ho variato un po' il ripieno, in base ai nostri gusti. Ho cotto in padella in olio di oliva una melanzana a pezzettini e mezza cipolla, poi ho aggiunto carne tritata di vitello e un po' di sale. Ieri mi sono fermata qui, perché c'è stato un imprevisto "informatico" e allora ho usato il grosso del "ripieno" come secondo per il mio amico Manlio, che ha cercato di aggiustarmi il computer. Ne è avanzato un po' e oggi sono tornata alla carica. Dopo la notte in frigo, ho passato il ripieno nel mitico Cuocipappa della Chicco, per farne un composto più uniforme. Poi ci ho farcito le tortillas, come da ricetta originale.
Quello su cui mi sento davvero poco all'altezza è la presentazione e la foto. Vada come vada, io e Meryem ci meritiamo un bell'applauso di incoraggiamento!

Comunque il sapore era gradevole: un applauso a Natalia, che è riuscita a far cucinare persino me!
Disclaimer: questo post è un po' da stronza. Sarà il caldo.
Oggi, per qualche minuto, mi sono sentita catapultata per errore nella pubblicità della Mastercard. "…non ha prezzo", avete presente? Mi trovavo a concedermi un regalo nel mio luogo di traviazione preferito, il negozio di Stefania. Ci sono dei momenti simbolici, che è vero che sono simboli, ma è vero anche che si ha bisogno di guardarli, segnarseli, celebrarli e passarci sopra. Stavamo facendo il solito show. Indossavo una lunga gonna di lino a sirena (acquistata davvero, al 50%, w i saldi), una blusa iperchic nera (lasciata lì, ma faceva figura per vedersi davanti allo specchio) e… la cintura dei miei sogni. L'oggetto del desiderio, su cui ho sospirato per almeno due mesi. Una spesa irragionevole, a cui non mi ero comunque arresa. Ma ce l'avevo lì fiammante, scesa sui miei larghi fianchi. A quel punto entra lei, la Bella Bionda. Quella che al liceo mi "fregò" il potenziale fidanzato. Quella che era magra, pariolina, alla moda e pure intelligente e con gli occhi celesti da bambola. Quella di cui dicevano "ma vedrai che è una cosa passeggera, tempo un mesetto e la lascia". E che oggi, dopo venti e rotti anni, è ancora sposata con lui. E meno male, aggiungo prosaicamente io, perché di un filosofo pieno di sé e in crisi esistenziale proprio non ne avevo bisogno (anche se ci ho messo 4 anni buoni a capirlo. Poi ho trovato di peggio, ma questa è un'altra storia). Insomma, entra. Non mi riconosce neanche, probabilmente non le tornava che una come me potesse essere in quella boutique. Io però la saluto, attacco discorso. Lei, per una volta, non era all'altezza. Proprio fisicamente. Ancora un po' appesantita dalla gravidanza (il bambino ha circa un anno), un po' meno fresca bambola di un tempo, qualche ruga. Normale. Ma ha proprio vacillato. Perché io ero scintillante, invece. Con la gonna dei miei sogni addosso, con una cintura su cui lei ha lasciato appiccicato l'occhio azzurro, divertita come non mai. Per una volta, una volta sola, mi sono sentita dall'altra parte. Ho scherzato, le ho mostrato la borsa più bella del mondo (lasciata ovviamente lì), sono stata carina e gentile. Dopo pochi minuti ha battuto in ritirata. E io, va da sé, la cintura me la sono comprata. Per una volta, una botta di irrazionalità me la merito tutta.
