Tram 8


Come ormai sanno anche i muri, io sono un’assidua frequentatrice dei mezzi pubblici. Non guido e, per di più, lavoro in pieno centro storico, dove anche se guidassi non potrei entrare con la macchina. Il tram 8 è per me ormai un mezzo familiare, una sorta di protesi su rotaia. Ne conosco ogni caratteristica, le potenzialità e i punti deboli. Nel complesso lo apprezzo perché, se è vero che le defaiances tendono ad essere totali e pressoché irrimediabili (manifestazioni che bloccano i binari, vettura ferma sulla linea e persino foglie autunnali che la rendono inagibile), sono pur sempre casi eccezionali a fronte di una regolarità e frequenza più che soddisfacenti.
Ci sono alcune precauzioni per l’uso, ovviamente. Innanzi tutto, evitate di programmare una conversazione (telefonica o dal vivo) tra le fermate Stazione Trastevere e Ministero della Pubblica Istruzione (in entrambi i sensi): la colonna sonora zigana è un po’ invasiva. Ai primi posti della classifica ideale dei più temuti artisti di strada che si esibiscono su questo palco mobile metterei senz’altro un signore di età indefinibile che conosce esclusivamente due canzoni: “Marina, Marina, Marina” e “La prima cosa bella”. La prima viene, eventualmente, personalizzata con tentativi di approccio con le signore presenti.
La seconda precauzione è: mai sottovalutare Porta Portese la domenica mattina. Chi non l’ha provato non potrebbe immaginare verso quali frontiere estreme si è evoluto, grazie alla settimanale sperimentazione romana, il concetto di “oggetto trasportabile su un mezzo pubblico”.
Poi ovviamente c’è il problema del posto a sedere. Per chi, come me, percorre la tratta da capolinea a capolinea e ambisce a leggere trattasi di questione rilevante. Il mio metodo cambia, evidentemente, all’andata e al ritorno, sia per i diversi orari in cui prendo il mezzo, sia per le diverse caratteristiche della fermata a cui salgo. L’andata è arte pura. Salgo alla fermata prima di Stazione Trastevere, snodo di un certo rilievo e momento strategico di ricambio dei passeggeri. Quindi salgo e faccio la mia puntata, cioè mi apposto nelle immediate vicinanze di chi, a mio giudizio, potrebbe scendere alla fermata successiva. Le hostess in divisa dirette a Fiumicino, ad esempio, sono fin troppo facili da individuare e così la gente con bagagli visibili (ma attenzione: questi ultimi potrebbero essere diretti a Termini e in quel caso resteranno immobili fino al capolinea). Diffidare degli studenti e dei turisti: solitamente sono per la lunga percorrenza. L’elemento più attendibile è lo sguardo titubante di chi guarda fuori dal finestrino a caccia di indizi: solitamente cerca la Stazione. Al ritorno invece, poiché salgo al capolinea in ora di punta, è più che altro un corpo a corpo, che lascia poca soddisfazione all’intelletto. Qui incontro immancabilmente una categoria di passeggero che sopprimerei volentieri: il titubante. Il titubante sfugge alle classificazioni anagrafiche: può avere qualunque età e qualunque aspetto esteriore. Entra, si piazza il posizione strategica che ti impedisce di superarlo, e – appunto – tituba fino a quando tutti i posti sono occupati dai passeggeri entrati dall’altra porta, tranne uno, quello dove lui (o lei) si va a piazzare. Inutile inferocirsi: il titubante è una partita persa in partenza. Non riaprirai il tuo romanzo fino al prossimo viaggio.

Natura


"Meryem, ti è piaciuto il pic-nic, oggi?". "Sìssì". "E cosa ti è piaciuto di più?". "Gli altri bimbi, Luca, Giulia…". "E le farfalle, i fiori, gli alberi… no?". "Ma mamma, quella si chiama natura. Na-tu-ra. Capito?". Mi fa sentire sempre un po' idiota.

Sunday bloody Sunday


Certe volte mi prendono dei raptus di masochismo. Non so darmi altra spiegazione per il pomeriggio di ieri. L'attenuante che mi concedo è la clausura forzata del giorno della festa nazionale, un incubo di pioggia e noia in mix fatale. Quindi il finesettimana è stato all'insegna delle attività. Al sabato sono sopravvissuta. Giretto mattutino al Gianicolo, dove Meryem ha tastato e decifrato tutte le lettere del monumento di Garibaldi, leggendo la sua prima parola ("R-O-M-A"), e ha imparato una nuova parola, "panorama", che le piace assai e da allora usa a proposito e a sproposito. Poi visita da mia sorella e saluti alle ospiti sarde, con annesso laboratorio di cucina (mi sono morsa le mani per non aver immortalato le fasi della fattura dei culurgiones, cucitura inclusa: era la volta che mi potevo spacciare, peraltro a scrocco, per food-blogger), pranzo presto per Meryem, casa e riposino, spettacolo al Teatro Verde. Intenso, ma giusto. La domenica invece mi ha preso la mano. In un delirio di onnipotenza mi sono lanciata verso il centro storico per assistere a uno spettacolo di danze internazionali sotto la colonna Traiana. Di per sé un'ottima idea, di gradimento della Guerrigliera. Però per arrivarci, dribblando il percorso della maratona, abbiamo percorso svariati chilometri nella folla, comprensivi di file per attraversare piazza Venezia a scaglioni, facendo a cazzotti con graziose quanto bastarde giovani turiste spagnole. Arrivati lì, l'entusiasmo musicale di Meryem si è espresso pienamente in un'ora e mezza di salti, corse, giravolte (spesso sui piedi altrui). Ho iniziato a manifestare qualche nervosismo e lei con me. Qui una mamma saggia avrebbe battuto in ritirata. E invece, contro ogni aspettativa, chiama Nizam ofrendosi di prendersi un paio d'ore per accompagnarmi al centro commerciale per alcuni acquisti ahimè indispensabili (altro che Trashic: qui ci vorrebbe la Protezione Civile per salvare qualcosa del mio attuale guardaroba). E io, senza fare una piega, dissimulando il presentimento che assomigliava pericolosamente a una certezza matematica, rispondo: "Ma certo, ti raggiungiamo subito!". Guadagnamo la metro di Colosseo con comoda deviazione su e già per il quartiere Monti (che si chiama così con qualche motivo). Arrivati al Centro Commerciale Meryem, esausta ma eccitata dall'inusuale presenza del padre, era l'incarnazione della bambina ingestibile. Un massacro. L'esasperazione si è mixata con la depressione latente che mi assale alla gola ogni volta che mi avvicino a un camerino diverso da quello della mia amata Stefania. Due ore dopo avrei ucciso chiunque mi si parasse davanti e vi assicuro che ce n'erano fin troppi, tra acquirenti e commessi. Il triste epilogo si è consumato in un negozio di scarpe, dove io e Nizam abbiamo acquistato praticamente un paio di scarpe a caso ciascuno, pur di ritenere adempiuta la missione e mettere la parola fine all'incresciosa esperienza. Io sono perplessa proprietaria di un paio di scarpe da papera che fanno concorrenza alle scarpe più brutte del mondo che qualcuno di voi ricorderà. Il curdo, che ha una tempra migliore della mia e l'occhio più allenato, quanto meno si è accaparrato un paio di Camper. Ieri sera, allettato il mostrino (che stamattina, a mente fredda, ci ha annunciato che si cercherà "un'altra mamma e un altro papà. E pure un'altra casa", mortalmente offesa per i rimproveri subiti), ho visto questo post di Francesca aka Panzallaria. Almeno adesso ho un paio di Camper anche io. Non che la cosa mi renda meno impresentabile, ma sono sempre soddisfazioni.

Premio madre degenere


Accompagnando Meryem stamattina a scuola ho fatto uno scivolone con la maestra che difficilmente recupererò. Credo di averla davvero turbata. Forse ha già chiesto l'intervento di psicologi e servizi sociali. Per farvela breve, io avevo appena congedato la fanciulla e rapidamente, con la coda dell'occhio, mi accertavo che non mi fosse sfuggito nessun cartello di vitale importanza. La maestra, cogliendo il mio sguardo, prontamente mi segnala il cartellone con i provini delle foto della sfilata di Carnevale. "Per prenotare le stampe", aggiunge flautata. Io impreco fra me, mi vergogno di dirle che ne farei tranquillamente a meno e mi sento in dovere di dare una rapida occhiata. Ero di fretta. Il corridoio è scarsamente illuminato. E vabbè, sono anche discretamente cecata (sì, mamma che leggi il mio blog, hai ragione: non ho ancora preso appuntamento dall'oculista). Insomma, scarabocchio una crocetta poco convinta sotto un primo piano di una bimba con la maglietta colorata da farfalla. Una bimba, come mi ha fatto notare subito la maestra inorridita, che non era Meryem e non le assomigliava più di tanto. Oooops. Ho Il premio della madre degenere è senz'altro mio, per quest'anno.

Meno male che domani è lunedì


Ho iniziato questo fine settimana con il piede sbagliato. Venerdì sera, intorno alle undici, Meryem ha annunciato di dover vomitare e poi ha fatto seguire alle parole i fatti (lei è una bambina che vomita, non gomita. Forse perché sua madre non ha mai capito la necessità del secondo termine? Mah). Io con lo scatto più felino che la mia mole mi consente ho salvato il letto e il tappeto. Non ho salvato tutto il resto, inclusa me e i miei vestiti. Si procede al bagnetto e al lavaggio dei capelli della bimba. In quel mentre, rientra il kebabbaro. Gli chiedo di asciugare i capelli di Meryem mentre io provvedo a ben meno piacevoli incombenze. Sono circa le 23:45 quando riemergo. Noto che Meryem non è ancora a letto. Vado in salone per trovarmi davanti una scena sconcertante. Nizam, asciugati i lunghi capelli di Meryem, ha fatto due trecce. Fin qui, tutto bene. Poi, impugnate le forbicine a punta arrotondata per tagliare la carta, sta provvedendo a spuntare le chiome medesime. Non riesco a frenare questo zelo notturno, con il risultato che la mattina dopo, sciolte le trecce, i capelli di Meryem risultano equamente divisi tra due lunghezze molto diverse, con un gradino di svariati centimetri. Ora mi appello al vostro equanime giudizio: se per tre anni non hai mai permesso che venissero tagliati i sacri capelli di tua figlia, con il risultato che Meryem alla sola parola parrucchiere digrigna i denti, proprio a mezzanotte deve venirti il sacro zelo, peraltro con una strumentazione e una metodologia ben discutibili? Confesso che io mi dibattevo tra la crisi isterica e la furia omicida. E qui il curdo, in estremo tentativo di negare l'evidenza, ha assestato un colpo basso: "Basta rifarle le trecce e non si vede. Ma dimenticavo, tu non sei capace…". Sì, è ancora vivo. E non è neanche l'ultima che mi ha combinato questo week end.

Il sabato mattina, al caffé familiare presso il baretto di via Dezza (che ha fatto da sfondo a tanti episodi della saga Peri&Affini), gli astanti si dividevano tra i possibilisti ("Ma dai, che sarà mai") e i sani di mente (io e mia sorella Serena, che mi ha accompagnato di corsa al parrucchiere più vicino). La parrucchiera stava svenendo sul colpo, ma ha abilmente messo una pezza al misfatto, fornendo poi la Guerrigliera di due trecce invidiabili, che ancora sfoggia orgogliosa.

Intanto, sopravvissuta al sabato e a una delle animazioni più squallide che la storia delle feste per bambini ricordi, arriva la domenica mattina. Un risveglio solitamente abbastanza soft. Nizam apre gli occhi e mi fa: "Dimenticavo. Stanotte dormono qui una signora curda incinta e due bambine". Alzo gli occhi al cielo e faccio il possibile. Mi faccio prestare ciò che nella scorsa occasione mancava, smadonno ancora una volta contro i supermercati chiusi di domenica, dò una riordinata nei limiti dell'umano al caos in cui viviamo. Verso le sei del pomeriggio chiedo notizie sugli orari di arrivo degli ospiti. "Non saprei, quando lo so te lo dico", replica lui. Alle otto e un quarto mi comunica che no, non dormono da noi. Io non è che facessi i salti di gioia all'idea di avere tre ospiti con cui non riesco neanche a scambiare due parole. Ma mi è venuto spontaneo chiedere perché avessero cambiato idea. "Non hanno cambiato idea. Il mio amico non mi ha mai detto che avrebbero dormito da noi. Sono io che, saputo che venivano, l'ho dedotto". Ah. E quando ti ha detto che veniva non gli hai chiesto niente? "Ma no, certo. Ok, ciao". Certo. Meno male che domani è lunedì.

Migrazione inconsapevole


A mia insaputa, sto migrando. Da Fastweb a (credo) Tiscali. Non so a che condizioni, non so come. Non l'ho evidentemente chiesto io. Diciamo che una fanciulla, presumibilmente scosciata, si è presentata al kebab. Nizam non ha memoria di cosa abbia firmato di preciso. Fatto sta che il telefono di casa, intestato a me, sta per cambiare gestore. Che pazienza che ci vuole….

La sento calda


I termometri a mercurio non sono più in commercio. Ci sentiamo tutti più sicuri. Però, con il venir meno definitivo dell’ultimo termometro di vetro che avevo, sono stata gettata di colpo in un orizzonte indefinito. Le misurazioni più sono sofisticate più sono inafferrabili. Il termometro digitale, che aveva avuto la sua stagione di utilità quando Meryem era piccola, si presta abbastanza bene alla misurazione rettale (di cui però, con la crescita, ambiremmo tutti a fare a meno), ma si rivela assolutamente inadatto alla misurazione esterna. Oltre i 34, 34.2 nessuno di noi è mai riuscito ad andare. Mia sorella mi ha procurato un termometro da orecchio megagalattico, che esige cambio di cappuccetto protettivo ad ogni misurazione. Mah. Non mi convince. Detta com’è, mi pare che segni sempre 37.5. Cambia radicalmente versione solo se lo si sposta di orecchio. Il che, per carità, sarà pure normale, ma non contribuisce a farti sentire sicura. Insomma, in occasione della febbrona di Meryem durante il weekend siamo ritornati al “mi sembra calda” versus “mi sembra fresca”. Valutazioni che raramente ci trovano concordi, va da sé. E così, sempre ad occhio, abbiamo deciso che da domani è guarita. Su questo l’intera équipe di misuratori di calore corporeo ha miracolosamente concordato. Sarà forse che nessuno di noi è libero domani mattina e quindi si impone il ritorno a scuola? No, non siate maligni. Siamo personcine responsabili, noi. Però la febbre non siamo in grado di misurarla.

Il terrore dei pizzaioli


Mio malgrado, inizio ad avere una certa fama in quartiere. E il merito, va da sé, non è mio. Oggi Silvana era fuori, quindi sono uscita prima dal lavoro per prendere la bambina a scuola. Mi sono commossa quando,entrando nell’edificio scolastico, un nanetto biondo mi ha gridato: “Ciao, mamma di Meryem!”. Ah, che bella cosa la socializzazione. Con il sorriso stampato sulle labbra ho prelevato la Guerrigliera e ho pensato di comprarle un pezzetto di pizza per merenda. Al banco della pizzeria, una fanciulla bionda dall’aria angelica. Dei due pezzetti acquistati, uno vola a terra. Meryem insiste perché il pezzetto in questione sia rimpiazzato. Cedo. Lei, mentre io mi avvicina al banco, precisa: “Un solo quadratino. Non due”. La fanciulla del bancone mi chiede se deve dividere la strisciolina di pizza e io, di conseguenza, le dico di no. E aggiungo, tra me e me: “Per carità”. So quanto è elastica mia figlia. Come un blocco di diamante purissimo. La fanciulla a quel punto allunga l’occhio verso la bambina e sbianca vistosamente. “Ah, ma è LEI? Oddio, certo, meglio fare come dice lei”. Io a quel punto avrei dovuto ritirarmi in bell’ordine. Ma sono drammaticamente e inguaribilmente curiosa. Quindi ho chiesto delucidazioni. Lei mi racconta che talora Silvana e Meryem passano a fare merenda alla pizzeria ed è successo che Silvana, per errore, avesse sbagliato qualcosa nell’ordinazione. “Farle cambiare idea è impossibile”, argomentava la ragazza (come se non lo sapessi). “Le abbiamo provate tutte. Io ho provato persino a fare i fiorellini con le cannucce colorate. Il cuoco ha cucinato di nuovo la pizza che lei voleva e che era finita. Io ho tagliato diversi pezzi di vari dimensioni perché LEI diceva che non erano quadratini”. Non sapevo se sprofondare di vergogna o conferire alla fanciulla bionda (e a Silvana, a parimerito) il premio Trota d’Oro per essersi lasciate tiranneggiare fino a quel punto da una pupattola alta un metro e otto centimetri.

Torno subito


Una settimana di ferie già volge (quasi) al termine. Il mio programma iniziale si è rivelato un’utopia al limite della fantasticheria più sfrenata. Il ragionamento era: sono in ferie, ma chiedo a Silvana di aiutarmi comunque, in modo di ritagliare delle comode, lunghe ore per studiare roba astrusa. Soprassediamo sul masochismo di questo proposito, che non mi azzarderei a definire sano. Fatto sta che, all’alba del giorno 1, il mio occhio destro non si è aperto. Congiuntivite. Mi sono barcamenata un po’ con un occhio solo, ho portato Meryem dalla pediatra, ho persino fatto una specie di shopping. Il giorno dopo mi sono arresa, anche in seguito al commento buttato lì dalla pediatra (“Io mi farei vedere quell’occhio, sembra che ci sia un’emorragia in corso”), ho investito una mattina per sentirmi dire da dottoressa più qualificata che trattasi di congiuntivite virale, acuta, contagiosissima e che mi sarebbe certamente cominciata anche all’altro occhio nel giro di poche ore. Il mercoledì mi aggiravo con un manipolo di mamme blogger nei pressi della Basilica di S. Paolo e pensavo a voce alta che, alla faccia della poco affabile oculista, l’altro occhio sembrava immune. Perciò oggi mi sono alzata con l’occhio sinistro in fiamme e, di fatto, praticamente cieca. “A volte il nostro corpo ci manda dei messaggi”, mi diceva un po’ zen la mia fida Stefania lunedì, mentre mi facevo regalare da mia sorella un impermeabile Urbahia. Il mio, di corpo, urla, gesticola, mi lancia oggetti, nel tentativo di attirare la mia attenzione. Sì, ok, ma che vuole da me, mi verrebbe da dire? So benissimo anche io che bisognerebbe cambiare ritmo, depurarsi, disintossicarsi, rilassarsi. Che un altro stress come un esame faticosissimo unita alla praticamente certa umiliazione di perdere “in casa” forse non mi ci voleva. Che anche tutto il resto aspetta urgentemente di essere rivisto, ridiscusso, risistemato. Però io e Nizam siamo entrambi momentaneamente indisponibili. Proverò a ingoiare un cartellino con scritto “Torno subito”, magari il mio corpo capisce che in questo momento, con tutta la buona volontà, i messaggi non riesco a leggerli.

Fragile


Ieri è stata una giornata particolarmente dura per me come madre. Forse perché in questo periodo sono tesa, forse per congiunture astrali, fatto sta che a un certo punto mi sono trovata seduta sul divano in lacrime a chiedermi se si può soffrire di depressione post partum a tre anni e mezzo dal parto stesso. Scherzi a parte, certe volte con Meryem ho delle difficoltà dovute in gran parte alla mia fragilità di questo momento. Mi dispiace che la bambina veda i miei cedimenti, ma d’altronde (l’ho già scritto in un’altra occasione) non ho mai finto con lei. Non voglio e non posso. E se è giusto trattenersi per non terrorizzarla, è giusto anche non ostinarmi a manifestare una graniticità che non mi appartiene affatto.
Detto questo, voglio fissare due momenti splendidi, a mo’ di incoraggiamento. Sabato, tornavamo in macchina da Collepardo. Sul raccordo, all’altezza di Tor Vergata, sullo sfondo del tramonto gli storni iniziano i loro disegni geometrici stupefacenti. Uno spettacolo che mi richiama molto i primi anni di Università, via Palestro e tante altre fantasticherie, ma che è oggettivamente straordinario. Meryem, senza esitazione, lo definisce così: “Una tempesta di uccellini!”. Meraviglioso. Il secondo piccolo prodigio sono le filastrocche che inizia a recitare. La soddisfazione di memorizzare a mia volta un testo imparandolo solo da lei. Lo trovo straordinario, anche se è normale.