Sbuffare non basta


Qualche ora fa mi sono trovata a leggere una nota sulla bacheca di Facebook di Amedeo Piva, una persona che conosco – sia pur non a fondo, ma da tempo – e che apprezzo. ““Ma perché continui a dedicare tempo e testa alla politica e al partito? Tanto ti ascoltano poco lo stesso!”.  Vi assicuro che faccio sempre più fatica a trovare una risposta sincera ed convincente a questa ricorrente domanda che mi rivolgono gli amici”, scrive Amedeo. Poi ricorda impegno e passione di operatori e volontari dediti a varie iniziative sociali (tra cui il Centro Astalli, per cui lavoro) e conclude: “Vorrei essere il ponte tra loro e  il mondo della politica. Molti obiettivi -insieme a loro- sono stati raggiunti, altri possiamo e dobbiamo raggiungerli. Ecco, è questa la risposta sincera e spero convincente del perché non resterò in vacanza ma continuerò a battermi per la politica”. A questo punto confesso (non me ne voglia Amedeo) che ho sbuffato. Per poi dirmi, subito dopo, che il mio sbuffare non era solo ingeneroso, ma anche un po’ incoerente. Perché, alla fin fine, io sono profondamente scettica rispetto al fatto che questa politica, questo partito delle cui posizioni continuamente altalenanti Amedeo si lamenta nella sua nota (il PD, se non vado errata) o anche altri attualmente presenti sulla scialba scena italica, possano davvero avere degli obiettivi in comune con me (o, lavorativamente parlando, con noi)? Questo devo cercare di capire. Sbuffare non basta.

Mi sono ricordata una conversazione di qualche mese fa, avvenuta proprio al Centro Astalli con padre Materazzo, attuale direttore del Centro di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo e alcuni operatori del Centro Astalli in Sicilia. Si parlava, mi pare, del fermento che si registrava già dalla primavera a Palermo, dai tanti esperimenti di partecipazione cittadina e dall’impulso positivo di varie iniziative sociali, in particolare di quelle contro le mafie. Ricordo di aver detto che, a mio parere, si tratta di cose molto positive, ma che non portano immediatamente e necessariamente a una riqualificazione della politica. La possibilità di partecipazione effettiva nel sociale esiste. Nella politica, obiettivamente, meno. Si ha la sensazione di essere trattati come quei condomini pigri chiamati a firmare deleghe in bianco affinché l’assemblea, che non interessa più di tanto a nessuno, raggiunga il numero legale e si possano prendere, senza troppe discussioni, le solite decisioni nel solito stile. Questo sostenevo ad aprile e questo in effetti penso ancora. Tuttavia non è sufficiente nemmeno fermarsi qui. Approfondiamo ancora.

Un primo problema che individuerei è la questione della leadership. Non si tratta solo della banale mancanza di leader adeguati, qualunque cosa ciò voglia dire. La sensazione è piuttosto che si sia un po’ perso di vista cosa ci si aspetta da un leader. Ricordo una questione tragicamente analoga all’università: chi aveva l’autorevolezza e la competenza specifica non sapeva coordinare un team; chi aveva flessibilità e idee innovative non aveva   autorità; chi conosceva a fondo i processi non sapeva comunicare. E così via, di disastro in disastro, di personalismo in personalismo, fino alla dissoluzione di quasi tutto il patrimonio di sapere e di prestigio di una scuola di studi unica nel Mediterraneo. Un’altra questione cruciale è la trasparenza. Alla luce della mia esperienza, in ambiti diversi, quella tende sempre a mancare. C’è sempre, magari è fisiologico, una cerchia ristretta (talora ristrettissima) che prende le decisioni, in qualunque esperienza collettiva che si vuole dinamica e fattiva. Non lo trovo scandaloso, di per sé. Il problema è che il più delle volte si ha la sensazione che questo “cerchio magico” (lo so, lo so, non è l’espressione corretta: passatemela) si formi più per inerzia che per vera scelta strategica. Chi c’è da tanto, chi si conosce, chi è affine, chi dedica più tempo. E poi si cristallizza e si alimenta per contatto, per “bazzicamento”, più che per processi governati. Non è necessariamente nepotismo, ma certo che è l’anticamera della fumosità. Si può fare diversamente? Non saprei. Io, nell’unica esperienza associativa che ho avuto, non ci sono riuscita.

C’è poi l’immensa questione della comunicazione. Se ne fa un gran parlare, si millantano competenze e professionalità specifiche. Ma alla base di una buona comunicazione non può che esserci trasparenza, coerenza e credibilità. Non bastano, certo. Tutto si può e si deve rafforzare con tecniche specifiche. Ma se le basi mancano, puntare sulla comunicazione equivale a vendere fumo e a sprecare continuamente risorse nella difficile quanto vana arte di mettere pezze e arrampicarsi sugli specchi. Perché poi, alla fine, la vera domanda è: qual è il messaggio di fondo? Ce n’è uno? E’ interessante, è convincente, è credibile? Qualcuno ci ha pensato e ci pensa? Chi, esattamente? Un’enorme mancanza di visione, di prospettiva. Questo mi pare di vedere in tutte queste altalenanti prese di posizione effimere e assai poco edificanti.

Alle ideologie non crediamo più, sia pure. Ma quali sono i fondamenti del nostro ipotetico agire comune?  Qui casca l’asino. Un’azione nel sociale di questo punto fa la sua forza. L’obiettivo, le strategie, la mission. Sono in genere elementi semplici, facilmente comunicabili, tangibili e capaci di creare immediatamente comunanza tra persone molto diverse. L’obiettivo della politica dovrebbe essere il bene comune, se non fosse che il concetto sembra ormai aver perso qualunque significato e profondità. In una nota, diversi mesi fa, Gianni Del Bufalo (altro amico del giro di Amedeo e assiduo lettore di questo blog) osservava che la politica non è fatta di “cosa”, è fatta di “come”. Il “cosa” generico (maggiore equità, più sviluppo, più innovazione….) conta poco. E’ il processo, le priorità, i metodi che fanno la differenza. E di questi, di solito, in campagna elettorale non si parla (rinunciando quindi ad ogni credibilità in merito a un cambiamento possibile). Aggiungo io che le priorità non si determinano volta per volta, a seconda della circostanza, dell’alleanza eventuale, del calcolo. I criteri di scelta dovrebbero essere trasparenti in quanto noti, ragionati, esplicitati in una visione culturale condivisa e dinamicamente costruita. Troppo? Forse è già troppo. Ma proviamo a spiegare meglio.

Devo averlo già scritto. Se c’è qualcosa che mi irrita, quando i politici di qualsivoglia schieramento partecipano a un dibattito televisivo, è il continuo richiamo alla necessità di “parlare semplice altrimenti il pubblico a casa non capisce”. Un parlare semplice che non è mai parlare chiaro, badate bene. Non dati, non esempi, non parabole. Sono frasi generiche da conclusione di tema di terza media, quelle frasi intercambiabili che vanno bene per il tema sulla droga come per quello sulla globalizzazione. Non ho mai visto un politico contribuire, attraverso il pubblico dibattito, all’educazione della cittadinanza. Sorridete, eh? Eppure in questa perversa dinamica tra l’oratore che assume che il pubblico non sappia nulla e non sia in grado di recepire nulla (e quindi si autoassolve per il fatto di non dire nulla o di dire corbellerie, in nome della facilità) e l’arroganza furbesca di noi pubblico che crediamo di sapere già tutto si gioca la nostra crassa ignoranza, esponenzialmente crescente e compiaciuta di se stessa. Il fatto che gli orizzonti siano così ristretti (entro i confini nazionali, a brevissimo raggio temporale e con un occhio attento al pettegolezzo) non contribuisce ad innescare alcuna dinamica positiva. L’effetto baretto di provincia è assicurato.

La politica, intesa come espressione di gruppi di sapere collettivo, dovrebbe ovviamente educare la cittadinanza, nello spirito di accrescere la consapevolezza di ciascun cittadino. A prescindere dalla preferenza che in alcuni momenti il cittadino in questione deve esprimere, evidentemente. Perché mandato della politica non è “farsi eleggere” (nessun metodo potrebbe infatti essere maggiormente efficace della compravendita dei voti, se ci limitassimo a questo), ma costruire il bene comune – e prima ancora capire quale sia, questo bene comune. Ora io ho la sensazione che in quanto a sapere collettivo (e individuale) e a orizzonti interpretativi si sia molto contestato e smontato, ma poco o nulla costruito. Anche su questo non ho le idee chiare. Forse bisognerebbe ripartire dai testi di chi una volta pensava e da quelli dei pochi che tuttora pensano. Studiare. Passare al vaglio della critica e dell’esperienza. Sperimentare sintesi tutt’altro che banali tra teoria e prassi. Riaccendere i cervelli, dare modo di esprimersi a quelli che magari già lo fanno, ma non hanno occasione e energia di fare sintesi. Qui il partito, il movimento o quel che è dovrebbe farsi laboratorio, o piuttosto laboratori. Ispirarsi di esperienze (penso a quella, educativa, dei Maestri di Strada, con tutti gli spunti metodologici che comporta), avvalersi di competenze. Si dice sempre che la politica deve avvicinarsi al territorio. Forse si tratta piuttosto di tornare a farne parte, con umiltà e creatività. La prima urgenza che vedo è quella di riaccendere l’entusiasmo. Non per “la politica”, ma almeno per qualcosa. Per un’idea, per uno spunto di cambiamento. Credo che di entusiasmo in giro ce ne sia molto, ma che sia singolarmente poco alimentato. E manca specialmente dove più dovrebbe essere: nei luoghi di educazione dei bambini e dei giovani. Ma su questo magari mi dilungherò un’altra volta.

Due parole conclusive sull’indignazione. Una volta credevo che fosse una leva potente. Ma mi rendo conto che, per quanto apparentemente facile da usare, non è uno strumento così valido. A indignarci siamo buoni tutti, per un minuto. Suscitare indignazione è una delle arti più facili che esistano. Io stessa, spesso e volentieri, mi lancio in calorose invettive. Oggi ho letto questo post della mia amica Cristiana, che pur non essendo direttamente connesso al tema mi fa pensare. Contrapporsi non è costruire. Magari può dare la sensazione di creare identità, ma alla fine non è l’essere contro che contribuisce a farci capire dove vogliamo andare e come. Decostruire dà soddisfazione. Ricordo gli studi sulla storia dell’Israele antico: a furia di decostruire si arrivava a un dottissimo e sofisticatissimo nulla, che non aveva nessuna utilità, né epistemologica né tanto meno storica. Al limite una manciata di autocompiacimento. Ma serve ben altro per riprendere in mano le sorti di un Paese.

Sì, viaggiare… con S4C


Eccoci alla seconda tappa della Caccia al Tesoro di Mamma Felice. Qui ci è voluta una certa riflessione, perché di blog di viaggi non ne seguo. Anche quando le mie colleghe, nell’ufficio accanto, parlano dei viaggi che hanno in programma, faccio finta di non sentire. Fa troppo male a una aspirante viaggiatrice come me ridurmi a guardare su uno schermo ciò che troppo, troppo poco riesco a vivere di persona.  Sigh. Ma poi, giusto ieri, ho avuto un’illuminazione. E c’è un blog che dovete assolutamente conoscere, sì. Allora, cominciamo.

Come si chiama il blog: Shoot 4 Change

Qual è il link del blog: http://www.shoot4change.net
Perché vale la pena di leggerlo: vi troverete reportage spettacolari, immagini e racconti che colpiscono profondamente e, più ancora, un’idea potentissima, che non dovrebbe mai passare di moda: cambiare il mondo!

Qual è il tuo post preferito: Africa, Prima Parte. Il viaggio in Burkina Faso di Francesco Romeo, che non ha ancora 16 anni. Un’ispirazione per me, come genitore.

Qual è il viaggio che faresti: Al momento ho l’India in testa. Ma anche Timbuktu, anche se non è proprio il momento più sicuro per andarci.

Qual è il link dei feed RSS: mmmm, non lo trovo…. Ma sono sicura che se ve lo cercate voi lo troverete!

Un momento di transizione


Lo è per Isabel, che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare da tanti anni. Vorrei che lo fosse anche per me, perché sempre più spesso mi manca l’aria (e non c’entrano Caronte e Minosse). Questo video, realizzato da Famiglia Cristiana nel mio ufficio, stamattina mi commuove più del normale. Ci vedo dentro riflesse tante altre storie che ho incrociato in questi anni e, come in un caleidoscopio, anche la mia.

A volte mi chiedo cosa sarebbe cambiato se, tanti anni fa, avessi avuto l’assegno di ricerca che tutti si aspettavano che ottenessi. Se il mio ex marito avesse potuto firmare il prestigioso contratto di lavoro su cui contava quando ci siamo sposati. Se fossi partita per un viaggio a Vienna, anch’esso remoto nel tempo, a cui magari, chissà, potevano seguire molti altri eventi. So che sono domande oziose. Che l’esito di ciascuno di questi bivi (e dei tanti altri, nella vita di tutti noi) è stato determinato da un mix di mie valutazioni, di scelte altrui, di destino, forse di Provvidenza. Che dunque non è davvero il caso di concentrarsi sui treni passati, sulle occasioni perse, sui percorsi che magari si sarebbero rivelati vicoli ciechi.

Una cosa è molto probabile: storie come questa non sarebbero state parte della mia quotidianità. Nel bene e nel male, ho spalancato la mia vita alle assurdità e alle meraviglie del mondo. Per questo, condividendo con voi questo video, voglio ricordare a me stessa che non me ne pento.

Un motivo di più


Alla fine, curiosamente, gli argomenti sono sempre quelli: donne penalizzate sul lavoro, asili nido insufficienti, assistenza di anziani e disabili che pesano soprattutto sulle madri di famiglia. Ma non sono a un altro Momcamp, questi sono gesuiti. Seduto a un tavolo rotondo che sembra provenire da un salotto qualunque, davanti a una platea variegata ma non troppo, sta parlando padre Casalone, provinciale d’Italia. Perché mai la Compagnia di Gesù investe risorse per fare ricerche (di livello notevole, peraltro) su modelli di sviluppo, politiche territoriali, liveas (livelli essenziali di assistenza) e via discorrendo, senza dimenticare la questione meridionale e la questione di genere? Padre Casalone lo spiega in modo lineare e cristallino. “Una fede che non è capace di essere lievito e fermento per una società più giusta è una fede irrilevante”. E ancora: “La fede non è solo un fatto privato, che si gioca nella coscienza del singolo. Comporta la promozione della giustizia nella collettività”. Ma attenzione alle modalità: intervenire nella sfera pubblica comporta la capacità di articolare la dimensione del credente con quella della laicità. La giustizia è, per eccellenza, terreno di mediazione. Si tratta di porsi quelle domande a cui tutti sono chiamati a rispondere, con un linguaggio e un’azione il più possibile condivisa. Detto in altri termini: la priorità del cristiano sono gli squilibri, le ingiustizie della società (gli orfani, le vedove, gli stranieri, per usare un linguaggio biblico). Ma si deve intervenire nel pubblico con motivazioni universalmente comunicabili e argomentabili e non immediatamente tradotte dal linguaggio specifico della fede, che non è di tutti i cittadini. Contribuire al bene comune, dunque, magari con motivazioni di fede, ma con azioni valide e condivisibili anche dagli atei e dai credenti delle altre religioni. Il contrario di ciò che avviene, praticamente, e di cui mi lamentavo non più tardi di un post fa. Credenti che intervengono nella politica alta, senza marcare il territorio, ma mettendosi a servizio della comunità civile. Come lo dice bene, Casalone (che è pure un bell’uomo, si potrà dire?). E’ questo alla fine che mi piace dell’apostolato sociale dei gesuiti: che non cerca di piantare bandierine e di suscitare papa boys, ma piuttosto di costruire una società più giusta e di formare cittadini. Per questo mi sono sentita dire, non troppo tempo fa, da un sedicente “esperto”, che Pedro Arrupe è stato il Generale che ha rovinato la Compagnia di Gesù, che una volta sì che aveva il potere, quello vero. Motivo di più per lavorare in un ente fondato proprio da Pedro Arrupe (scusate il link in inglese, quello in italiano è decisamente troppo scarno).

“E’ dal modo in cui ci abituiamo a trattare chi non è in grado di far valere i suoi diritti che si vede quanto ci pieghiamo alla logica clientelare, per cui il cittadino non ha più diritti e deve piuttosto chiedere favori. Una logica che è alla base dei sistemi mafiosi”. La risposta alle questioni sociali non può che essere collettiva e partecipata, altrimenti si rischia di far peggio. Rispondere all’esigenza di sicurezza a livello individuale vuol dire mettere una porta blindata alla mia casa, un sistema di allarme alla mia villa. Rispondere in modo collettivo e partecipato vuol dire ricostruire tessuto sociale, creare partecipazione, costruire un’azione corale che cambi completamente il volto dei luoghi. Utopia? Non direi. La teoria è stata inframezzata dalla testimonianza sincera e appassionata di Carmela, fondatrice di Figli in famiglia. Foto alla mano, ci ha dimostrato che le cose che sembrano più immutabili possono cambiare. Che può anche accadere, dopo anni di intervento sincero, entusiasta, gratuito e generoso, che alla consegna di un immobile sequestrato alla mafia da riadattare a asilo nido, chi abitava prima l’appartamento venga a portare il caffè ai nuovi occupanti dicendo: “Meno male che l’hanno dato a voi e non a uno qualunque”.

Sono le persone che contano. I profitti sono mezzi per lo sviluppo dell’esperienza umana e così dovrebbero tornare ad essere considerati. Non è il benessere economico a dare coesione sociale, ma la coesione sociale è presupposto indispensabile di qualsiasi sviluppo economico. Ora è il momento di investire nelle persone, di assumere responsabilità, di ricostruire dignità, legalità, significato. Ubi societas ibi ius. E quando si dice società, comunità (com-munitas, vivere insieme la vita, un dono che si fa compito), non ci si riferisce certo alla parrocchietta. In alcune frasi dell’assemblea del JSN, per strano che possa sembrare, mi pareva di sentire echeggiare alcuni discorsi di Barbara Mammafelice sulla felicità, sulla vita, anche in comune, sul valore delle persone. Ma, allo stesso tempo, l’indignazione di Barbara Mammamsterdam per le schifezze post terremoto dell’Aquila e tanti altri bei discorsi fatti da e con blogger sull’educazione, sulla partecipazione, sull’informazione. Chissà, magari sono io che ho le traveggole e mi vedo apparire blogger e gesuiti ovunque e tento pure di trovare un collegamento.

Morire di speranza


Solo lo scorso anno, circa 2.000 persone hanno perso la vita durante la traversata del Mar Mediterraneo e i confini europei sono diventati vetrine di tragedie umane.
Uno di questi viaggi, conclusosi in un disastro, è stato ben documentato. Si trattava di un piccolo gommone partito da Tripoli, il 25 marzo 2011, con 72 persone a bordo, di cui 50 uomini, 20 donne e 2 neonati. Quindici giorni dopo, è stato costretto a tornare sulle coste della Libia con solo nove sopravvissuti. Avrebbero potuto essere portati in salvo tutti…. se solo i testimoni di questo triste evento avessero rispettato i propri obblighi. Invero, il mondo è rimasto a guardare.
Ripercorriamo i fatti: dopo un giorno e mezzo dall’inizio di quel viaggio, un sacerdote in Italia fu avvertito con un telefono satellitare del dramma in corso. Immediatamente, egli informò la Guardia Costieraitaliana che rintracciò la posizione dell’imbarcazione e allertò le navi della zona affinché avvistassero il gommone. Entro poche ore, un elicottero militare si avvicinò alla barca e una volta riforniti i passeggeri di acqua e biscotti, fece segno che sarebbe tornato. Ma non fu così. L’imbarcazione incontrò almeno due navi da pesca, nessuna delle quali prestò soccorso. Il gommone andò alla deriva per molti giorni, senza acqua né cibo, mentre la gente iniziava a morire. Al decimo giorno di viaggio, quando già metà dei passeggeri erano morti, una portaerei o una portaelicotteri di grandi dimensioni si avvicinò. I sopravvissuti ricordano i marinai a bordo che li guardavano con i binocoli e scattavano foto. Nonostante l’evidente stato di emergenza umanitaria, la nave militare si allontanò. Cinque giorni dopo, il piccolo gommone ritornò in Libia.

Sembra un reportage, e invece è un’omelia. Un brano dell’omelia del Cardinale Antonio Maria Vegliò all’annuale preghiera ecumenica ”Morire di Speranza”, in memoria delle vittime (migranti e rifugiati) dei viaggi verso l”Europa, nella Basilica di S. Maria in Trastevere.

Per l’ennesima volta mi chiedo: ma perché il parere della Chiesa, che tanta, troppa, troppissima influenza ha su alcune note e dolenti questioni della politica italiana, su questo tema specifico sembra non spostare una virgola? Perché una leggera allusione sul diritto alla vita ha il potere di stravolgere alcune proposte di legge e la denuncia di una strage continua passa sotto silenzio chiunque la faccia? Non è vita anche quella di tutta questa gente?

Più che un sogno, un incubo


Confessiamolo subito: questo post non sarebbe così difficile, da scrivere e da leggere, se le vicende di cui parlo accadessero, che so, in Belgio. Sarebbero fatti dolorosi e politiche che suscitano indignazione, ma almeno non sarei tenuta a fare alcuna premessa o disclaimer. Mi correggo: non farò premesse in ogni caso, perché credo che tutta la mia esperienza parli da sola. Però, a scanso di equivoci, mi sono documentata molto per scrivere questo post e cercherò, più del solito, di citare le mie fonti. Ci tengo davvero che la discussione, se ci sarà, sia pertinente e non ideologica.

Siamo in Israele, dunque. Quella stessa Israele giustamente citata ad esempio su alcune bacheche Facebook anche di recente per l’apertura e l’inclusione effettiva dimostrata nei confronti degli omosessuali. Ma da mesi c’è un altro argomento che ricorre prepotente nella pagine dei quotidiani. E qui ho avuto il primo sussulto, per la terminologia usata: si parla di problema degli infiltrati. Infiltrati africani, per la precisione. Approfondendo la questione, si arguisce che il termine, per l’uso del quale il governo israeliano è stato criticato anche dal Dipartimento di Stato USA, ha un suo preciso fondamento giuridico: la Legge per la Prevenzione dell’Infiltrazione, del 1954, emanata in circostanze di emergenza e rinnovata di anno in anno, fino al suo ultimo emendamento di pochi giorni fa. Si chiama così. Nel 1954 gli infiltrati erano nemici armati che si insinuavano all’interno dei confini di Israele per compiere attentati. Oggi gli infiltrati sono soprattutto eritrei e sudanesi, che varcano il confine del Sinai dopo aver passato spesso attraverso l’esperienza del sequestro e dei ricatto da parte di trafficanti senza scrupoli. Si tratta di persone in fuga da guerre e persecuzioni, a volte amici e parenti dei rifugiati che incontro ogni giorno qui in ufficio e a cui l’Italia riconosce la protezione internazionale.

La legge prevede detenzione fino a tre anni, bambini inclusi, per chiunque varchi la frontiera senza documenti, anche se chiede asilo. La pratica dei respingimenti in frontiera è comunemente praticata. Ma Israele non ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951? Certo che l’ha firmata. Eppure l’accesso alla procedura d’asilo è una fortuna riservata a pochi. Secondo l’associazione israeliana Avvocati per l’asilo, dei circa 25mila richiedenti asilo presenti nel Paese, all’85% è negato l’accesso alla procedura. Secondo il Dipartimento di Stato USA, alla maggior parete dei richiedenti asilo viene dato un documento che ne sospende provvisoriamente l’espulsione, da rinnovare a intervalli di pochi mesi. Ma agli altri non sembra andare molto meglio: se si guardano i dati UNHCR, delle 4.603 richieste di asilo presentate nel 2011 (a fronte di circa 16mila arrivi), 3.692 sono state respinte e a una sola famiglia è stato riconosciuto l’asilo politico.

Proprio in questi giorni è aperta la caccia all’uomo in vista di un massiccio rimpatrio coatto in Sud Sudan, Paese notoriamente a rischio, sia dal punto di vista della sicurezza alimentare che delle violazioni sistematiche dei diritti umani. Per ora non è stato autorizzato il rimpatrio coatto di eritrei e sudanesi. Per ora.

Il clima sociale e politico è incandescente. Gli africani che vivono in Israele, spesso senza alcuna forma di accoglienza, sono stati oggetto di ripetuti attacchi: molotov lanciate in case private e persino contro un asilo frequentato da bambini africani, incendi dolosi ad abitazioni, manifestazioni in cui centinaia di persone chiedono a gran voce di “deportarli tutti”. Non si può dire che i politici gettino acqua sul fuoco. Il Ministro dell’Interno ha rilasciato dichiarazioni sconcertanti: malati di AIDS, stupratori, violenti, i migranti africani avrebbero reso il sud di Tel Aviv “la pattumiera del Paese”. Se ne devono andare, con le buone o con le cattive. E se qualcuno gli obiettasse che le sue parole possono suonare un po’ xenofobe e razziste, risponde: “Lo so, ma sono motivato dall’amore per il mio Paese e dalla consapevolezza che non ne ho un altro.”

E chi ne ha un altro, oltre il proprio? potrebbe obiettare qualcuno di voi. No, qui il riferimento è chiaro ed è tutto ideologico: gli ebrei non potrebbero vivere altrove, perché sarebbero perseguitati. Israele è l’unica risposta possibile per assicurare a un ebreo di vivere in sicurezza. Secondo me, con questa frase il ministro Yishai deliberatamente mira a spostare il piano del dibattito da una questione di politica nazionale a un piano diverso. “Noi non siamo uno Stato come gli altri”, sembra voler dire. E su questo punto, sono spiacente, ma non mi sento davvero di seguirlo.

Il colpo di grazia su questa storia mi arriva da un editoriale singolarmente infelice di Abraham B. Yehoshua, pubblicato su La Stampa giorni fa. L’articolo è stato ampiamente criticato in rete (per esempio qui e qui), quindi evito di glossarlo punto per punto. Cito solo una frase su tutte: “Qual è la soluzione? Innanzi tutto bloccare la frontiera col deserto, cosa che sta già rapidamente avvenendo [con la costruzione di un muro su 140 km dei 250 km di frontiera complessivi n.d.b.*]. Se ciò non accadesse Israele potrebbe essere travolta da un vero e proprio tsunami africano”. L’uso del termine tsunami applicato all’arrivo di richiedenti asilo per noi italiani non è una novità. L’abbiamo sentita in bocca a Maroni e a Berlusconi, a proposito degli arrivi dal nord Africa (ed era stata giustamente criticata, tra gli altri da Gad Lerner). In nessun caso delle persone, fossero pure dei migranti in cerca di lavoro, possono essere accomunate a un’anonima catastrofe naturale. La cosa è tanto più grave se si hanno presenti le circostanze che hanno costretto alla fuga questi uomini e queste donne e le esperienze spaventose che hanno subito nella speranza di salvarsi la vita.

Non tsunami, dunque, e neppure infiltrati. Chiamiamoli rifugiati e interroghiamoci su cosa sono diventate le nostre società democratiche (Israele, certamente, lo è). Dobbiamo chiedercelo prima ancora che per loro, per noi e per i nostri figli. Il ministro Yishai dice che questa gente minaccia il sogno sionista. Io credo fermamente che questo sogno rischi di trasformarsi in un incubo, se non si riuscirà a tornare al rispetto delle leggi internazionali e, prima ancora, della ragionevolezza e della civiltà, come molti in Israele chiedono.

Meno di un mese fa, Anne Rose Siegel, volontaria di una ONG israeliana, ha scritto una lettera molto toccante alle comunità ebraiche della diaspora. Anche lei, come il ministro Yishai, cerca il collegamento, complicato e controverso, con gli ebrei che non vivono in Israele. Cita un celeberrimo discorso di Ben Gurion alla comunità internazionale del 1944, lo parafrasa e chiede: se invece di africani fossero ebrei gli uomini, le donne, i bambini che si vedono oggi arrivare molotov in camera da letto e che vivono nel terrore costante di essere deportati dove li aspetta carcere, tortura o morte certa… vi comportereste nello stesso modo? Ma forse si può generalizzare e dire: se fossero i vostri figli, i vostri amici, i vostri parenti… vi comportereste nello stesso modo? Non crediamo forse di appartenere a un’unica famiglia umana, chi per un motivo chi per l’altro?

*nota del blogger

10 anni


Dieci anni fa, anche se sembra passato molto tempo, non ero esattamente una ragazzina. Ventinove anni. Dieci anni fa, nella notte tra il 2 e il 3 giugno, ho perso un amico. Dieci anni fa mi sono trovata bruscamente confrontata con il suicidio. Mille volte, con il pensiero, sono riandata a quella sera. Erano forse le undici, rientravamo con il mio ex marito in macchina verso casa. “Passiamo dai Sardi a salutare Palazzi?” “Ma no, è tardi. Sarà già andato via”. Non avrei mai saputo se lui, Roberto, in quella pizzeria c’era ancora. Probabilmente sì. Fatto sta che, poche ore dopo, si sarebbe seduto nella sua macchina parcheggiata non lontano e si sarebbe tagliato la gola. Non avrei nemmeno mai saputo se sarebbe cambiato qualcosa, se ci fossimo fermati. Non credo proprio. Figuriamoci. Ma mi sono chiesta anche questo, in anni di pensieri senza pace.

Ricordo la telefonata di mia sorella Serena, quell’attimo di incertezza rispetto a chi fosse quel Roberto che non c’era più. E poi una sicurezza assolta, in quelle ore confuse in cui si sospettavano persino omicidi e misteri: era stato lui, per quanto doloroso fosse. Per la prima e unica volta nella mia vita sono scappata dal lavoro, senza neanche una spiegazione. La fontanella di via Mancini, il tentativo inutile di ricompormi mentre gli studenti della scuola di italiano arrivavano. Mesi dopo mia madre mi ha chiesto perché ne fossi stata così sicura. Me lo ha chiesto solo lei, io tra gli amici di Roberto non avevo alcun ruolo di spicco, anche se so di averne avuto uno di sostanza, che metteva su di me il carico della responsabilità di averlo “lasciato solo” (qualunque cosa ciò volesse dire). Non le ho saputo rispondere, ma non ho mai avuto dubbi.  Da allora ho ripensato a lungo a una domenica in cui non mi rispondeva al telefono. Lo avevo chiamato per ore e alla fine ero andata a cercarlo. Mi ero appostata sull’Aurelia, finché non era uscito per andare in rosticceria. Era stato affettuoso come al solito, ma con il senno del poi credo che quella domenica fossi davvero preoccupata, anche se non l’avevo/avevamo esplicitato. Se non sbaglio, quella sera ci eravamo presi una pizza lì, vicino al suo studio/casa, lasciando da parte la busta della rosticceria (o forse era un cinese).

Non mi sono mai riconosciuta nelle dotte disquisizioni sul male di vivere, che richiedono una sensibilità artistica che certamente a me manca. So solo che la morte di Roberto è una delle ferite ancora aperte, una quelle due/tre il cui bruciore non si affievolisce con il tempo. Per tanti versi, oggi sono un’altra persona. Tanto che ho la tentazione di dire che ero giovane, che non potevo rendermi conto. Ma non è vero, non ero tanto giovane e tuttavia anche oggi mi rendo conto molto poco. In un cassetto custodisco l’unico libro di valore che io possegga, suo regalo di non-compleanno (l’unico motivo del dono era la gioia di aver trovato una cosa che io potevo apprezzare). Al muro ho appeso le due pagine di manoscritto di canto gregoriano che mi ha regalato per il mio matrimonio. Dietro il letto ho una vignetta di Asterix che mi aveva fatto incorniciaree che ancora oggi, a distanza di tanto tempo, trovo geniale. C’è più Roberto che me, sulle pareti di questa casa, che pure non ho arredato, non ho pensato, non ho vissuto con consapevolezza.

10 anni e 1000 post. Lui il mio blog non ha fatto in tempo a conoscerlo, ma sono sicura che gli sarebbe assai piaciuto. Curioso com’era, avrebbe avvicinato con discrezione e affetto anche le mie nuove amicizie. Lo immagino affiatato soprattutto con Edoardo e Maddalena, da bravo genevose. L’altra sera ero al Pigneto e per un attimo ho avuto la tentazione, come mi capita ogni tanto in questi anni, di tornare all’Infernotto, da Dario. Non sono mai riuscita a farlo. Dopo dieci anni sarebbe doveroso riprovarci.

Check point L’Aquila


Decisamente non ero preparata. E sì che avevo letto, avevo riflettuto, mi ero lasciata trascinare da Barbara lungo la Statale 17. Ma confesso che quando l’Associazione L’Aquila volta la Carta ci ha invitato a presentare il libro “Terre senza Promesse” da loro, mi ha fatto piacere accettare, ma non mi rendevo conto.

Ieri ho preso la corriera, in compagnia di un giovane dinoccolato somalo (che già c’era stato due volte, a L’Aquila, e quindi sapeva meglio di me a cosa andava incontro), quasi distrattamente. Venivo da una mattinata di fastidi lavorativi, pensavo all’agenda frenetica delle prossime settimane. Non avevo con me neanche una giacca. Il viaggio, da Roma, è fin troppo veloce. Un’ora e mezzo. Pensavo ad altro, per tutto il viaggio. Mi ero ripromessa di scambiare due parole con Osman, di conoscerlo meglio, di accordarci sull’incontro che avremmo dovuto gestire insieme. Ma poi ho rinunciato. Lui si è sentito la musica in cuffia, io ho letto un po’ e fatto una pennica.

Neanche con la nostra ospite, che viaggiava con noi, ho scambiato più di qualche parola di circostanza. Più tardi, sistematici in albergo, Valeria si è offerta di farci fare un giro. Ed ecco che sono iniziati i pugni nello stomaco. Macerie, tubi innocenti. Tutto come tre anni fa. La casa dello studente, o quel che ne resta (nulla). Qui è vuoto, qui è vuoto, questo lo hanno messo in sicurezza ma può essere solo demolito. Collemaggio. Uno schiaffo in pieno viso. Celestino V, proprio lui, se ne sta lì, un po’ disorientato, in mezzo al transetto crollato. Le colonne puntellate iniziano a sgretolarsi. L’unica cosa che sembra resistere impavidamente è il pavimento originale, in un’alternarsi di bianco e rosa che incute rispetto. Certo, tutti i grandi della terra dopo il terremoto hanno adottato un monumento. Ma questa, alla fine, resta la chiesa nostra. Chi la può aggiustare una cosa così? Ho un dubbio, ma me lo tengo. E faccio bene. Scatto qualche foto da turista. Ma poi, niente. Mi si inceppa il dito.

Centro storico. I cazzotti nello stomaco continuano. Una città fantasma, una selva di tubi innocenti. Dopo tre anni bisognerebbe iniziare la manutenzione dei tubi. Ma ti pare normale? No, non mi pare affatto normale. Questi li hanno messi grazie al concerto delle amiche per l’Abruzzo, che Dio le benedica. Ma l’edificio sotto non si poteva salvare allora e certo non si potrà salvare dopo tre anni di abbandono. Valeria mi porta in un vicolo e mi fa sentire l’odore del terremoto. Per quanto incredibile, capisco cosa intende. Dopo tre anni, si respira ancora la polvere.

Poco più avanti, una camionetta di militari. Zona rossa. Check point. Sono basita dell’assurdità del tutto. A cosa serve? Certo non a impedire i furti, in tre anni quello che c’era da rubare è stato rubato. Serve a controllare noi, mi dice un ragazzo con la massima disinvoltura. Più tardi andranno ad avvertire i militari che, a causa della pioggia, avremmo avvicinato una macchina al confine dell’area proibita. I bar hanno riaperto. La sera, specialmente del giovedì, c’è movida, mi dicono, pure eccessiva. Tutto il resto è deserto.

Andiamo a fare la presentazione, in una casetta di legno in mezzo a un parco, con gli alberi e i lampioni in parte ricoperti da pezze multicolore. Per carità, tanto affetto. Abbiamo ricevuto tanta solidarietà, pure troppa. Però “mettiamoci una pezza” non è un messaggio che ci piace. Non vogliamo metterci una pezza, questa è la nostra città. Però hanno dimostrato tutti tanto affetto, possiamo solo ringraziare. Forse il punto è proprio questo. Le tante belle idee, l’arte che si è profusa e si sta profondendo su quel che resta di questa città (foto, performance, teatro, romanzi) non serve a coprire la voragine della mala gestione, del commissariamento, dell’assoluto vuoto di senso di questa inerzia forzata.

Teatri, anfiteatri (troppi? nei posti sbagliati?). Casette di legno, costruite con tanta solidarietà, probabilmente tanti soldi, ma poca pianificazione (questa sta su una strada, vedi? Portava alle case lì dietro. Quindi o quelle case si buttano giù e basta, o si butta giù la casetta. No?). La tenda dell’assemblea, in piazza (c’è sempre qualcuno, una specie di speakers’ corner. Si è tornati a una vita politica molto elementare). E anche tante iniziative culturali, una specie di testarda lotta sui generis. Sarà il check point, sarà il panorama spettrale. Ma bersi un aperitivo sotto i portici suona come un gesto di resistenza civile. Anche se non si sa bene contro cosa.

Sono frastornata, non so neanche bene cosa pensare. Mi trovo nella casetta di legno, sotto una pioggia scrosciante, a parlare di respingimenti, di rifugiati, di CIE. Osman è più a suo agio di me. Parla con la positività dei suoi 23 anni, testimonia sereno le atrocità che ha vissuto e guarda avanti. Io invece scricchiolo. Sento che la mia responsabilità di cittadina sarebbe ben altra. Che il mio impegno sulle migrazioni è solo un tassello di un immenso quadro che necessiterebbe ben altre forze. In questi giorni, in particolare, non resta da augurarsi che in Emilia le amministrazioni locali reggano l’urto del dopo-sisma. Perché da ieri riesco a cacciare  il pensiero che uno Stato che lascia una città e la sua cittadinanza per tre anni nell’abbandono più completo la struttura politica, la rappresentanza, la democrazia l’ha persa da un pezzo. Altro che crisi economica. Dovremmo essere molto più preoccupati.

 

La responsabilità della gioia di vivere


Ieri sera mi sono guardata questo film. Non mi ha rallegrato la serata, ma non mi è dispiaciuto affatto. Fin dalle prime scene, sono rimasta folgorata dalla capacità di rendere immediatamente uno dei temi centrali: la delicatezza di un’età in cui le protagoniste non sono più bambine e non sono ancora donne. La storia, ispirata a fatti realmente accaduti, può apparire paradossale. Ma ben realistico è, invece, il quadro desolante che ne emerge. Non tanto l’ambiente di assoluta inconsistenza di relazioni in cui queste ragazzine annaspano, sempre con una sigaretta in mano e una bottiglia di alcolici nell’altra. Ma la pochezza, l’inadeguatezza degli adulti di riferimento.

In un certo senso questo è un film di denuncia, molto amara. La scena dell’assemblea scolastica, in cui genitori e preside si rimpallano la responsabilità della situazione (“La maggior parte del tempo la passano qui”/ “Io non mi considero responsabile della vita privata delle alunne dell’istituto”), è tragicamente realistica. La riunione del collegio dei docenti, in cui questi adulti si limitano a ripetere posizioni ideologiche che nulla hanno a che vedere con le persone concrete, per il mero gusto di ascoltare la propria voce (“Un tempo essere ragazza madre era una stigma, quindi questo è un progresso”; “Ambire a essere esclusivamente madre di famiglia è una limitazione, quindi è male”; “Questo gesto è un messaggio politico”) è altrettanto desolante e trova la sua corrispondenza nella aperta ribellione delle protagoniste verso questi educatori, che tutto fanno meno che educare. Proprio quelli che pretendono di essere più impegnati sono particolarmente poco credibili (“Lei ha figli?” “Mi preoccupo abbastanza di quelli degli altri”).

E i genitori, in tutto ciò? Emergono poco. La madre di Camille però è una figura che interpella molte di noi, credo. Anche quelle che si sentono – a ragione – attente, impegnate, dialoganti. Madre sola, lavora molto, ora che ha i figli abbastanza adulti crede in buona fede di potersi concedere qualche libertà (“Ti lascio sola? Sì, ti lascio sola. Sei grande, ormai”). Ci immaginiamo la fatica di anni a crescere due bambini, che emerge in quella frase infelice che colpisce al cuore come una coltellata: “Non ho intenzione di ricominciare da capo dopo 18 anni”.

Il motore di tutta la vicenda è il legittimo rifiuto della vita rassegnata, triste, senza speranza, schiacciata dalla fatica e dalla rassegnazione che gli adulti prospettano come unica possibile. “Studiare per un futuro migliore” è l’unica formula che viene opposta contro la “vita di merda”, ma è evidente che nessuno degli adulti che la usa ci crede davvero. Il messaggio implicito è che la vita è quella e che l’unica via è l’accettazione. Però, tragicamente, l’impulso comprensibile delle ragazze non trova alcuno strumento di realizzazione concreta. Queste adolescenti sono, nella loro poetica rivoluzione, del tutto sprovvedute. Per non parlare dei loro coetanei maschi, balbettanti strumenti apparentemente privi di personalità propria.

Non credo che questi genitori, questi insegnanti, siano dipinti come dei mostri. Sono l’immagine, un po’ caricata, di noi quando siamo stanchi, sfiduciati, risucchiati dalle mille legittime incombenze quotidiane. “Deve essere difficile essere una mamma”, mi ha detto un giorno Meryem. E io ho sentito una fitta acuta al cuore. E’ giusto non mentire, è giusto non recitare. Ma dobbiamo stare molto attenti, come genitori, a non trasmettere un messaggio di disperazione. La disperazione è l’unica cosa che proprio non ci possiamo permettere. La vita non è un gioco, insegnare la responsabilità è fondamentale. Ma non dimentichiamoci di insegnare la gioia di vivere e la capacità di sognare. Nell’unico modo possibile: con l’esempio.

Non si può dire


Per festeggiare il suo compleanno, mia sorella Vittoria è andata a Gerusalemme. E dintorni. Mi ha proposto di andare con lei e la tentazione è stata forte. Però non potevo, quindi non sono andata. Gerusalemme, insieme a Istanbul, è stata uno dei posti emotivamente determinanti per la mia vita. Sarebbe lungo spiegare perché. E comunque non è questo l’argomento del post di stasera. Dicevo che Vittoria è tornata dalla Palestina, perché lì – più che in Israele – è andata ed era scossa, esterrefatta, indignata. Mentre raccontava cose che non ho visto (se non in minima parte), ma so benissimo, mi sono sorpresa a cercare di censurare persino il mio ascolto. Non volevo davvero sentirle, quelle cose. Mi ripetevo che sì, certo, figurati se non lo so. Ma la realtà è che cercavo di chiudere le orecchie. Non è difficile capire perché mi mettono a disagio. A denunciare, senza esitazioni, le violazioni dei diritti umani non ho in genere particolari problemi. Ma in questo caso, ecco, sono sulle spine. Ne ho parlato già qui.

Poi ho letto questo romanzo, acquistato da mia sorella d’impulso, letto e promosso a pieni voti da mia madre. Mi sono trovata di fronte, in modo estremamente efficace, quei fatti – pure noti – riflessi in chi li ha vissuti e li vive. Mi sono chiesta come ho fatto, finora, a conservare questa parvenza di equilibrio salomonico. E mi sono risposta che la rimozione costante dell’emotività a scapito dell’intelletto e del raziocinio storico o pseudostorico ha avuto una parte importante in questo. Ho pianto senza ritegno, leggendo questo romanzo. In autobus, al bar, sul divano la sera. Ho pianto come se una maschera di controllo che apparentemente mi appagava mi si fosse infranta, lanciando schegge da tutte le parti.

Non si può accettare ma, apparentemente, non si può neanche dire. Chissà quanti, per rispetto a un grande popolo che tanto ha sofferto e tanto ha dato e dà all’umanità, si comportano come me. Chissà quanti, infastiditi dalla retorica violenta e sguaiata di certi sostenitori della causa palestinese, si comportano come me. Eludendo. “Questa devastazione è al di là di ogni comprensione. Israele non può continuare a nasconderla. Il mondo alla fine saprà tutto. Le cose cambieranno”.

Leggendo questo romanzo ho pensato a Ritorno a Haifa (e poi ho scoperto che a quel racconto straordinario infatti si ispira) e anche a Jasmina Khadra. Nella quarta di copertina si sottolinea che l’autrice non cerca colpevoli, che descrive gli israeliani con pietà, rispetto e consapevolezza. Mi sento di condividere questo giudizio. Le accuse più pesanti sono altre: verso i leader cinici e spietati, verso i media che manipolano la realtà, o semplicemente la ignorano. Però non è un libro imparziale, non vuole esserlo affatto. E dopo averlo letto credo che la giustizia esiga che anche io sia un po’ meno imparziale, in futuro.