Novità e vecchie consuetudini


Stamattina mi sono sinceramente rallegrata scoprendo che il ministro Profumo aveva messo a bando 6 posti di collaboratore nel suo ministero. “Su indicazione del Ministro Profumo, i suddetti incarichi, pur caratterizzati dal rapporto fiduciario intuitu personae, sono per la prima volta conferiti previo avviso pubblico e conseguente valutazione comparativa dei curricula”. Mi sembra una nota confortante e non ovvia. Parliamone, dunque. Notiamo questi segnali.

Tuttavia andando avanti nella giornata mi è toccata una seria delusione. In particolare, un comunicato della Presidenza del Consiglio, di cui vorrei proporvi una lettura commentata. Il motivo è che il contenuto è decisamente non condivisibile, e anche la forma rimanda, ahimè, ad altri assurdi parti letterari che avevamo avuto modo di vedere sullo stesso sito (ricordate, vero, le smentite sui pronostici del campionato e via delirando?).

Una premessa. Lo sapete come funziona l’Otto per mille IRPEF? E’ possibile destinarlo allo Stato (invece che alla Chiesa Cattolica o ad altre confessioni religiose), che lo userà per finanziare progetti di intervento straordinario nell’ambito di alcune precise finalità, e cioè (Legge 20 Maggio 1985 n. 222 art. 48) “per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali”. In pratica ogni anno si presentano progetti su questi temi, il governo decide in quale percentuale finanziare ciascuna delle finalità e si procede, in ordine di graduatoria, per attivare gli interventi. Si tratta uno dei pochi casi in cui l’assistenza ai rifugiati, sia pure con carattere di straordinarietà, viene espressamente menzionata tra le finalità di devoluzione del contributo. Qualcuno quindi, in perfetta buona fede, potrebbe credere che piuttosto che andare ad alimentare il generico calderone della Chiesa Cattolica, che oltre agli interventi caritativi prevede tra le finalità “esigenze di culto della popolazione” e “sostentamento del clero”, sia un gesto di impegno civile barrare la casellina “Stato” al momento di decidere la destinazione del nostro 8 per Mille, micragnoso o pingue che sia.

Però, come trovate ben documentato qui, l’ignaro cittadino già in passato si è trovato a finanziare la missione italiana in Iraq, l’abolizione dell’ICI, o addirittura per mettere semplicemente una pezza alle spese ordinarie dello Stato. Il punto mi pare semplice: quei soldi non sono donati allo Stato per farne ciò che meglio crede. L’opzione è espressa nella convinzione di sapere cosa con quei soldi verrà finanziato (anche se non si sa a priori in che misura). Non dovrebbe dunque bastare comunicarmi a posteriori che lo Stato medesimo ha cambiato idea e ci farà altro. Come dirlo meglio? Non si può fare. La legge non lo consente. Eppure, anche quest’anno, si ripete il solito scippo. E la comunicazione che lo annuncia è una vera perla del suo genere.

La Presidenza del Consiglio dei ministri rende noto che per l’anno 2011 non è stato predisposto il decreto di ripartizione della quota relativa all’otto per mille dell’Irpef a diretta gestione statale, prevista dagli articoli 47 e 48 della legge 20 maggio 1985, n.222, secondo il Regolamento di cui al DPR 10 marzo 1998, n. 76, per mancanza di disponibilità finanziaria. Pertanto nessuno dei progetti presentati con scadenza 15 marzo 2011 è stato ammesso a contributo. Amen. La “mancanza di disponibilità finanziaria”, visto che ci si riferisce a soldi incassati, mi è un po’ oscura. Ma non sono un’economista. Andiamo avanti. Si ricorda che le risorse relative alla parte dell’8 per mille che gli italiani destinano alle esigenze dello Stato vengono ripartite tra importanti iniziative di interesse nazionale, quale le calamità naturali, i restauri, l’assistenza ai rifugiati o la fame nel mondo. Ok, fin qui ci siamo. La scelta se effettuare interventi a pioggia o concentrare l’investimento prioritariamente in alcuni dei settori di pubblica utilità sopra indicati viene effettuata in ragione della disponibilità del bilancio e dell’impellenza delle necessità. Mmmm. Dell’importo totale relativo all’otto per mille dell’Irpef a gestione statale per il 2011, pari inizialmente a circa 145 milioni di euro, più della metà del fondo (64 milioni di euro) è stato destinato alla Protezione civile per le esigenze della flotta aerea antincendi durante il precedente GovernoI rimanenti 57 milioni sono stati destinati dall’attuale Esecutivo alle esigenze dell’edilizia carceraria e per il miglioramento delle condizioni di vita nelle prigioni. “I rimanenti”? 145-64 mica fa 57. E il resto? Non sono stati toccati quindi i fondi del Ministero per i Beni culturali. Vabbè, è detta in modo un po’ nebuloso, ma immagino che intendiate che i rimanenti (qui ci vuole) 81 milioni saranno usati per la “conservazione dei beni culturali”. Ma la perla è la frase finale: …né sono state tradite in alcun modo, né da questo né dal precedente Governo, le attese degli Italiani che hanno destinato la quota dell’8 per mille alle esigenze dello Stato: tali sono la Protezione civile e l’edilizia carceraria. Ma vogliamo scherzare? Gli italiani non hanno destinato il loro 8 per mille “alle esigenze dello Stato”. Non è questo che dice la legge, che in tal senso è assolutamente inequivocabile. Certo, la legge è stata ignorata già in passato. Ma non è che la si possa riscrivere a piacimento in un comunicato stampa mal scritto.

Vi propongo ben tre conclusioni:

1. Il cambiamento, la discontinuità nel governo del Paese, più che sull’orientamento politico (che è immutato, sostanzialmente) è lecito aspettarsela sul metodo. Il metodo del ministro Profumo sembrerebbe diversificarsi dalle brutte abitudini del passato. Quello della Presidenza del Consiglio molto meno.

2. Le risorse destinate all’assistenza dei rifugiati, sempre molto esigue, sono state cancellate del tutto con assoluta disinvoltura. Senza nulla togliere all’edilizia carceraria e alle flotte aeree antincendi (per questa seconda esigenza andrebbe anche considerata quanto di recente è stata direttamente finanziata la Protezione Civile), mi pare un sopruso e uno scandalo.

3. E’ sempre una buona idea destinare l’8 per mille ai valdesi. Io personalmente lo faccio da anni.

In equilibrio


Ogni volta che mi compiaccio per la mia larghezza di vedute, in breve devo ricredermi. No, non c’è davvero alcun merito nei miei tentativi di abbrancare le cose in qualche modo, anche facendo rocamboleschi esercizi di razionalità flessibile. Avete presente quando uno è in punta di piedi e si sporge, ai limiti delle umane possibilità, sperando contro ogni ragionevole previsione di non spiaccicarsi al suolo? Che poi, qualunque cosa tu stia cercando di raggiungere, si può essere certi che ne spunterà un’altra, qualche centimetro più in là. E tu ricominci ad allungarti, dimenticando il trionfo e soprattutto il passeggero sollievo di averla scampata.

Questa ardita metafora mi serve solo a fissare su carta una sensazione improvvisa (ma, se sono del tutto onesta, ricorrente). Certi punti di vista, tipici di un altro luogo, non potrò mai non dico capirli, ma neanche davvero immaginarli. Io predico spesso e volentieri che in fin dei conti ci si trova sempre a rapportarsi con persone, non con mentalità astratte. Il problema, però, consiste nel fatto che anche il luogo in cui quella specifica persona si trova in quel momento stravolge tutto. Io tendevo a pensare: vediamo come la pensa questa persona. E invece no. Forse bisognerebbe capire dove la pensa, la persona suddetta. Non cominciamo con la coerenza, please. La coerenza è una mera astrazione, una categoria della logica che molto raramente si traduce in vita vissuta, se non per intervalli momentanei (e a quel punto è piuttosto coerenza subitanea con qualcosa di esterno da sé, nulla a che vedere con la prolungata non contraddizione interna allo stesso individuo). “Una cosa è qui, una cosa è lì”, ha riassunto ieri notte Nizam al termine di un’esposizione assai complicata e faticosa. Sembra un insegnamento segreto di Vecchio Maestro, che non a caso piace tanto a sua figlia.

Ok. Ma quando si è un po’ qui e un po’ lì? Quando telefono, sms, skype e più ne ha più ne metta continuano a confondere i piani? Niente, ci si tiene in bilico. Molto pericolosamente. Certe volte ho paura di ripensare a questi momenti di parziale illuminazione come a quelli in cui in realtà avevo capito che no, non era proprio possibile. Che era più saggio arrendersi. Ma vivere in barba a ogni ragionevolezza è sempre stata la mia specialità.

Mettersi in mezzo e farsi da parte


In questo ultimo periodo mia madre mi ha passato almeno due libri, davvero importanti. Lo fa così, senza parere. Come sempre. Ma queste letture sono state risposte, in un certo senso, a dubbi e perplessità ricorrenti. Del primo libro, quello di Bregantini, vi ho già ampiamente parlato e non ci torno sopra. Il secondo è questo. Da tempo mi chiedo da dove attingere nuove speranze, nuove contenuti, un nuovo stile di pensiero. Mai credevo di guardare così insistentemente ad alcune figure della Chiesa. Intendiamoci: parlo di impegno civile, di costruzione intellettuale, di punti di partenza. Non di fede o, peggio, di catechismo. Non pensierini per addetti ai lavori, per affiliati di parrocchietta. Pensieri veri e propri, strategie per il nostro tempo.

Questo ritratto del cardinal Martini tocca, certo, molti punti importanti per un cattolico. Ma “non puoi rendere Dio cattolico”, afferma il cardinale. Semplice, lineare, ovvio. Eppure non da tutti. Proteggere l’immensità e l’inclusività del divino è più importante di qualunque particolarismo e impulso a piantare bandierine qua e là. E allora, uno sguardo critico e libero attraversa tutti gli aspetti del mondo contemporaneo. Se si vuole utilizzare il cattolicesimo in politica come ramo moderato di qualsivoglia schieramento, lo si deve prima addormentare: non si tratta di pensiero, di per sé, accomodante e remissivo. La comunicazione? “Se l’idea di partenza è quella di vendere, non di dialogare tutto è distorto. Puntando sul sensazionale, calcando sui particolari che suscitano attrazione, disgusto, ribrezzo, pietà, si genera un’inflazione dei sentimenti e nello stesso tempo un accresciuto bisogno di emozioni sempre più grandi”. E’ una “falsa idea del comunicare”: non si intende dire qualcosa all’altro, ma possederlo, soggiogarlo.

“Oggi non ci dobbiamo concentrare su elementi fissi e immutabili: le religioni non sono nei libri, ma nel vissuto della gente di tutto il mondo”. Ed eccoci al famoso “dialogo” tra le religioni, fonte di tanti malintesi, incongrui protagonismi e brusche frenate. Intanto basta teorie, dibattiti sulle nuvole, definizioni a priori. “Fatti invitare a una preghiera dal tuo interlocutore e un giorno portalo con te a messa. Se vuoi entrare in un altro mondo religioso, hai bisogno di un amico che ti accompagni. Non avere paura dello straniero”. Lo stesso vale per la cattedra dei non credenti, con cui non si dialogava chiedendo loro (come fa il papa attuale) di ragionare “come se Dio ci fosse”. Martini metteva credente e non credente sullo stesso piano, sottolineando come entrambi siano caratterizzati sia da certezze che da dubbi. E’ un problema di metodo. Confrontarsi con un’alterità in modo proficuo e credibile presuppone di dare sinceramente alla posizione dell’altro lo stesso valore della propria, senza condiscendenza, paternalismo, simulazione. Pro veritate adversa diligere.

E ancora tanti spunti. “La vita fisica va rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto”. La dignità umana vale di più. Più esplicitamente? “La prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto”. Non so se mi spiego. Niente regolette, davanti a questioni obiettivamente complesse. Solo una grande umiltà e desiderio di intercessione. Inter-cedere, fare un passo in mezzo. Sporcarsi le mani. Anche nei conflitti politici, anche nei drammi come quello della guerra in Terra Santa. “Intercedere vuol dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo”. Non si tratta di fare l’arbitro, o il mediatore. Non si tratta di convincere gli altri a cedere qualcosa e a scendere a compromessi. Se si trattasse solo di questo, saremmo ancora nel campo della politica e resteremmo estranei al conflitto, pronti ad andarcene in qualsiasi momento. “Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione”.

Ho sempre più netta la sensazione che senza volontà di accettare pienamente il rischio, “senza scampo”, ciascuno nelle proprie corde, nulla si potrà smuovere davvero nelle nostre società. Le sfide del presente e del futuro ci vedranno vittime inermi o arditi interpreti? Non so se esiste davvero una via di mezzo. Perché mai uno dovrebbe esporsi, mi chiedo? Mah, qui ciascuno deve fare i conti per se stesso. Fede, ideale, senso del dovere, fantasia, creatività, sete di giustizia, esasperazione, oppure nulla di tutto ciò. Cosa direbbe Martini? “Non credere che spetti a noi risolvere i grandi problemi dei nostri tempi. Lascia spazio allo Spirito Santo, che lavora meglio di noi e più profondamente”. Peccato che per lasciare quello spazio tocchi darsi molto, molto da fare. Standocene fermi a sospirare blocchiamo ogni spiraglio.

Commuoviamoci correggiamoci


Stimo troppo Barbara Summa per fischiettare davanti a un suo preciso invito. Però, lo confesso, davanti a questo invito mi sento particolarmente impreparata, per più di una ragione. Una, dovuta a mera deformazione professionale: l’espressione “buone prassi” mi fa rizzare il pelo istantaneamente. Credo di capire, amici e amiche, cosa intendete, ma io le uniche buone prassi che ho frequentato erano della roba posticcia appiccicata da qualcuno in fondo a un report. Nella di utile, nulla di reale e tanto meno di nato dal basso. Prescindo dunque dalle buone prassi e, in particolar modo, da quelle al femminile. Una conversazione a pranzo, oggi, mi ricordava piuttosto svariate pessime prassi che, senza essere squisitamente e esclusivamente femminili, trovano in alcune donne dei veri vertici di perversa raffinatezza. E allora perché non mi sto zitta, mi direte giustamente voi? Perché alla fine, se ho capito il nocciolo della questione (ma non è che ne sia sicura, intendiamoci) è che magari un primo passo per cambiare tutte le cose che ci stringono il cuore in questo momento come donne, come genitori, come cittadini forse anche io posso contribuire ad individuarlo. Ancora una volta cito l’ultimo libro che ho letto (non sono sponsorizzata Piemme, vi assicuro): “In fondo la mafia cos’è? Rispondere agli interessi della propria famiglia più che a quelli della comunità: il ‘familismo amorale’, com’è stato definito da autorevoli osservatori e sociologi come Alberto Alesina e Andrea Ichino nel volume L’Italia fatta in casa“. Io penso che, come genitori italiani, si viva sempre sul crinale di questo familismo amorale. Quando l’egocentrismo diventa familicentrismo, raddoppia o triplica di potenzialità negativa. Mio figlio, se non proprio io, certamente merita di passare avanti in una lista d’attesa di ospedale. Mio figlio, se non proprio io, ovviamente è moralmente giustificato se si avvale di una raccomandazione. E’ tanto un bravo ragazzo. E poi in questo schifo di Paese altrimenti nessuno si sarebbe potuto accorgere di quanto vale. I nostri figli diventano la misura, sballata, di tutte le cose. Qualunque piccolo o grande illecito o abuso che facciamo entrare nelle nostre vite, ci pare molto più accettabile o persino lodevole se fatto per i figli, per assicurare loro un futuro migliore. E’ davvero un confine delicatissimo, pericoloso, scivoloso, a tratti invisibile nelle nebbie del nostro zelo genitoriale, a volte anche sincero. Il primo passo che noi, madri e padri, potremmo fare è non mollare mai, neanche per una cosuccia infinitesima, nella difesa di questo confine. Difenderlo contro le pressioni dei nonni, dei mariti, delle mogli, di chiunque. Spiegarlo, raccontarlo quel confine, anche quando certamente si rischia di passare per fessi o, peggio, per rinunciatari o per perdenti. La comunità è un concetto astratto. Eppure è solo smettendo di calpestarla con le nostre scelte grandi o piccole che potremo dare di nuovo sostanza al concetto di bene comune, che sembra ormai tanto desueto. Ma “ormai”, come dice sempre Bregantini, è la parolaccia più grave. “E’ una parola talmente radicata che anche quando la cancelli rimane sotto il segno… Ma io ci scrivo sopra – con decisione – ancora“. Dobbiamo ancora fare un tentativo per cambiare la realtà.

Antigone: la solitudine e la bellezza


“Mi trascinano per questo viaggio inevitabile, così, illacrimata, senza amici, senza sposo. Mi tolgono questa luce bella, il sole sacro. Quale pianto umano, quale voce amica gemerà sulla mia sorte?” 

L’Antigone di Sofocle è un testo che ho studiato, amato e rimuginato a lungo all’ultimo anno del liceo. Ma che poi si è riaffacciato, qua e là, in momenti diversissimi della mia vita. Questo è uno di quei momenti. Giorni fa, al lavoro, abbiamo ricevuto una mail. Un ragazzo rifugiato, uno di quelli che probabilmente abbiamo incrociato in uno o più dei nostri servizi, è morto. Lui era solo qui. Rimandare il corpo in patria, a sua madre, sarebbe un gesto minimo di civiltà. Che però costa, molto. La Croce Rossa Internazionale coprirebbe parte dei costi (circa la metà), ma il resto? Gli operatori che l’hanno più seguito e conosciuto chiedono a tutti di contribuire, perché si raccolga la cifra in questione. Io, da quando ho letto questo appello, mi sento combattuta. Da un lato la mente pratica dice: ci sono tanti, troppi vivi, che non hanno neanche l’indispensabile. Spendere qualche migliaio di euro per un morto suona come un tragico lusso. Dall’altro però non posso non vedere l’altro lato della medaglia: una madre che non può seppellire suo figlio perché non può permetterselo. Una forma ulteriore di abbandono, di oblio. La lontananza che si perpetua nel negare, di quel figlio perso, persino una sepoltura. E’ qui che ho pensato a Antigone. Una che per una sepoltura si è fatta seppellire viva. Ne valeva la pena? Beh, risponderebbe qualcuno, magari non è proprio per il cadavere, ma per una questione di principio. La legge, la coscienza… Io lo seppellirò. E poi sarà bello morire. Cara a lui riposerò con lui a me caro. E avrò compiuto un delitto santo. Il tutto per dire che non lo so davvero come la penso, anche su questo. E’ difficile essere pratici in queste cose. Penso a cosa proverei se quella madre fossi io. Ma tanto non lo saprò mai, questo. Un altro esercizio ozioso.

Però Antigone è ricomparsa nella mia vita e con essa il tema che più mi folgorava, al liceo, quando leggevo il testo greco: la solitudine. La solitudine, da adolescente, mi affascinava e mi terrorizzava come un crepaccio cattura lo sguardo di chi soffre di vertigini. Oggi, a tanti anni di distanza, la solitudine ha acquistato tante diverse sfumature e tutte molto distanti dalle mie piagnucolose serate di liceale. Ancora una volta il pensiero corre ad alcuni rifugiati. Quasi tutti loro sono soli, per buona parte della loro esperienza qui. Ricordo un quadernino di un ragazzo curdo di 19 anni che frequentava la scuola di italiano, tanti anni fa: una pagina intera era riempita con la parola yanliziyim, “sono solo”. Però la solitudine si accentua in alcune situazioni estreme. Un ragazzo afgano ha avuto un ictus, è stato in coma, ora si è risvegliato e è in ospedale. Nessuno lo va a trovare, non ha nessuno. Una professoressa del corso serale che frequenta si fa in quattro per andare di tanto in tanto, per informarsi dai medici anche se non potrebbe. Diciotto anni, solo al mondo, qui. Lo stesso è successo a un ragazzo egiziano, l’estate scorsa. Le mie colleghe, che avevano fatto con lui due o tre colloqui di orientamento, erano tra le persone che avevano con lui legami più stretti, qui a Roma. Lo ricordano sperduto in un letto di corsia, confuso e disorientato, completamente perso. Il recupero sarebbe stato difficilissimo. Nessuno gli parlava. Un altro ragazzo, afgano, quella stessa estate non ce l’ha fatta. E’ affogato, incomprensibilmente, su una spiaggia del litorale romano. Roba che se uno pensa a quello a cui era sopravvissuto, più che ad Antigone pensa a Samarcanda.

Del resto la stessa solitudine colpisce, a volte, chi più si spende a fianco di queste persone dimenticate. Penso a uno stimatissimo collega che, ricoverato in ospedale per una malattia grave, è stato di fatto assistito solo dalle colleghe di ufficio. Preso dalla causa, noto a tutti, coordinatore di reti nazionali, non ha una famiglia e, alla fin fine, condivide nei fatti (pur nella diversità delle situazioni) la condizione di coloro per cui tanto si spende.

A conclusione di questo quadro piuttosto fosco, volevo invece parlarvi di un libro che mi ha molto colpita: questo. Un libro che vorrei che mia figlia leggesse, appena sarà in età per farlo (diciamo alle medie, o forse anche agli ultimi anni di elementari). Si parla di lotta alla mafia, ma anche di molto altro. Un passo in particolare mi pare molto efficace. Bregantini usa l’immagine del lupo di Gubbio (la sapete la storia, vero? altrimenti ascoltatevi la canzone di Branduardi, come consiglia lo stesso vescovo) per raccontare ai ragazzi delle scuole la mafia: “Certo, sono necessari degli adattamenti: i mafiosi non uccidono per fame. Però è vero che, oltre ai boss che si spartiscono le grandi ricchezze degli affari illeciti, ci sono i tanti ‘manovali’ della ‘ndrangheta che vivono di briciole […]. Dal vivere ai margini a mettersi consapevolmente ai margini il passo è breve. Per questo l’antimafia non è fatta di eroi solitari. Occorre una comunità – come a Gubbio – per vigilare sul male e prevenirne gli attacchi, ma anche per riconoscere le situazioni in cui il male affonda le proprie radici e per trovare il modo di risanare il terreno. Non basta un prete, un vescovo o un Saviano […] Per combattere la mafia non basta denunciare le negatività – come fanno Saviano e altri autori – che conoscono i fatti in maniera approfondita e fanno benissimo a descriverli con la necessaria crudezza. La loro chiarezza e lucidità ci aiuta a capire. Ma non basta! A noi – Chiesa e società civile, tutti e ciascuno – tocca il compito di andare oltre, di raccontare e valorizzare il positivo che già c’è, di seminare il bene e il bello, altrimenti si rischia di rimanere schiacciati dall’orrore”. Il contrario della solitudine sterile e potenzialmente pericolosa è, sorprendentemente, la bellezza. Sottrarre all’incuria, valorizzare il bello,  insegnare ad apprezzarlo è uno delle vie più efficacia per consolidare la speranza e, con essa, il tessuto sociale. Nelle prime pagine Bregantini parla della cattedrale normanna di S.Maria Assunta Gerace, in cui l’architettura è talmente raffinata che i raggi di luce penetrano nel tempio seguendo percorsi precisi a seconda delle ore del giorno e del calendario liturgico, in modo che il 15 agosto, giorno dell’Assunzione, il sole colpisce esattamente il centro del presbiterio. Un po’ come accadeva in certi templi egiziani, che hanno sempre colpito la mia immaginazione pur non avendoli mai visti. Io a Gerace sono stata più volte, ma questa cosa non la sapevo. Questo credo che sia il punto dell’apprezzamento della bellezza di cui parla Bregantini: non si tratta solo di goderne individualmente, in solitaria contemplazione, ma di condividerla e restituirla al territorio, ridando dignità a tutti coloro che ci vivono. Troppo astratto? Forse. Ma si parla anche di cooperative, di logiche di sviluppo, di idee concrete e tangibili. E’ un libro pieno di affetto e stima per la terra di mia madre, quella Calabria dove alle volte il concetto di destino soffoca ogni possibile cambiamento. E mi commuovono le sottolineature, a matita, di una donna che quella terra l’ha abbandonata a 19 anni, pur senza cessare mai di amarla profondamente. In quei segni sobri la vedo annuire, sospirare, ricordare e anche sperare in quei giovani in cui ha sempre riposto tutta la sua più sincera fiducia.

Più precisamente


Leggo in rete il seguente status di Concita de Gregorio, che vale la pena di riportare.

E’ bastato leggere qualche post in giro per la rete per avere un’idea di quale potesse essere una manovra più giusta, semplice e gradita al popolo:
. Riduzione spese militari
. Riduzione spese e privilegi della politica
. Tagli ai vitalizi
. Patrimoniale una tantum per redditi sopra i 100mila euro
. Tassa del 10-15% sui capitali scudati
. Equilibrio dell’Irpef per le fasce più alte
. Eliminazione dei finanziamenti ai partiti
. Tracciabilità dei pagamenti sotto i 300euro
. Leggi pesanti per gli evasori
Tutte queste manovre avrebbero reso contento chiunque, a costo zero e (per la maggior parte) di lunga durata. Era così difficile? Magari bastava un giro in rete…

Concita de Gregorio

Obiezioni simili a queste si leggono un po’ ovunque, in rete. Tutto giusto, applausi. Ma credo che sia un po’ troppo facile adesso fare un’obiezione del genere, specialmente se negli ultimi venti anni si è stati impegnati in politica, in qualsivoglia modo. Certo che sono d’accordo. Posso anche aggiungere alla riduzione delle spese militari quelle per la sicurezza e per le misure, folli quanto sostanzialmente illogiche, di contrasto all’immigrazione clandestina. Manca da questo elenco l’ICI della Chiesa Cattolica e compagnia bella, che di diritto dovrebbero entrare in questo tipo di rivendicazioni.

Però corre l’obbligo di ricordare che l’Italia è finora sempre stata governata da governi democraticamente eletti. Governi che, anche quando avevano usato alcuni di questi temi in campagna elettorale (in forma molto, molto più soft), al dunque hanno sempre giudicato poco opportuno procedere in tal senso. La prudenza, il realismo, la stabilità, i tempi non sono maturi. Anzi, svariati governi precedenti (non solo uno, come erroneamente talora si legge) hanno costruito articolati quanto poco trasparenti accordi con lo stesso Gheddafi di cui ora si saluta con soddisfazione la dipartita (che anch’essa, come pure gli accordi e i relativi “risarcimenti”, è costata al nostro Paese cifre spropositate e irragionevoli).

Possiamo davvero seriamente dirci sorpresi che il governo Monti non abbia messo mano a quello che decenni di politica bipartisan non solo non hanno contrastato, ma hanno anzi pervicacemente costruito? Pensavamo che fosse arrivato il Messia, o cosa? Certo che nemmeno questa politica ci può bastare. Anche perché non è e non poteva essere sostanzialmente diversa da quella che ha caratterizzato la storia del nostro Paese da qualche decennio. Non mi piace neanche che si parli di moralizzazione, anche se non avere un presidente del consiglio in odore (intenso) di pedofilia non può che rallegrarci. Si tratta di darsi un tono di decenza, di porre un freno all’invedibile e all’indicibile. Poi sta a tutti noi cittadini capire se si può approfittare di questa, chiamiamola così, discontinuità per costruire una vera alternativa, dicendo chiaramente in faccia a chi ha preteso di rappresentarci che ci aspettiamo che faccia un passo indietro, chiunque sia. Ma il deus ex machina non possiamo proprio pretenderlo. Non dopo essere stati a guardare, magari osando persino riderci sopra, le sconsideratezze degli ultimi anni.

Vicini di casa


Qualunque cosa accada nel nostro Paese, qualunque strada prendano gli eventi e a prescindere dalle conseguenze che porteranno con sé, noi, discepoli di Gesù, rimarremo solidali di ogni siriano senza guardare alla sua appartenenza politica, religiosa, tribale o linguistica. Ciascuno di noi solidarizzerà con il suo vicino di casa senza scegliere tra vicino e vicino se non per sostenere l’equità e difendere il debole. Prepariamoci dunque a dare rifugio, al momento della prova, al nostro vicino chiunque egli sia, sapendo che nel pericolo non ci darà rifugio nessuno fuorché il nostro vicino, colui con il quale abbiamo spezzato fin dall’infanzia il pane delle gioie e dei dolori.

Paolo Dall’Oglio sj, Appello di Natale 2011

Non so che rapporto voi abbiate con i vicini di casa. Io sono divisa tra il desiderio (teorico) di socializzare e l’incubo di farlo davvero. Però, anche in una grande città come Roma, sento meravigliose storie di vicini di casa che solidarizzano, fanno cose insieme (dalla grigliata di arrosticini alla spesa al GAS), si supportano nella cura di figli e anziani, realizzano persino orti condominiali autogestiti. Mi capita però spesso di pensare a questo paradosso della vicinanza/lontananza. Dell’estraneità a due metri da casa tua.

Anche Nizam, spesso, mi ci fa riflettere. Il vicino di casa, per un musulmano, è una categoria protetta di per sé. Esserci per i propri vicini, a prescindere dalla comunanza di religione o di etnia, è uno dei cardini etici di un buon musulmano, con preciso fondamento coranico (Sura anNisa: “Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, i vicini vostri parenti e coloro che vi sono estranei, il compagno che vi sta accanto, il viandante e chi è schiavo in vostro possesso”) e abbondanza di aneddoti della vita del Profeta. Sebbene la formulazione della sura sia infinitamente più generica di quella evangelica (nei testi cristiani non ci si limita a raccomandare di trattare bene chi ci è toccato in sorte come vicino, ma persino attivamente a “farsi prossimo”, a prescindere, anche di chi è lontano da noi, fisicamente e spiritualmente) ho la sensazione che questo concetto in molti Paesi a maggioranza musulmana sia preso più sul serio di quanto non avvenga da noi. Nell’esperienza di Nizam questo si traduceva in pasti condivisi, specialmente in occasione delle festività, assistenza in caso di malattia, condivisione di lutti. E’ un fatto anche che, durante la guerra in Libia, Tunisia e Egitto abbiano aperto le frontiere a chi fuggiva, nonostante l’oggettiva delicatezza della situazione dal punto di vista politico e economico. Un precedente importante è stato quello della Siria e della Giordania, che hanno accolto centinaia di migliaia di persone in fuga dall’Iraq (molte delle quali, tra l’altro, di religione cristiana). Trovo quindi intelligente il richiamo di Paolo Dall’Oglio, gesuita e monaco che vive e opera in Siria dagli anni Ottanta: il rischio di una guerra civile devastante c’è, ed è molto concreto. Dall’Oglio (che oggi rischia l’espulsione dal Paese come persona non desiderata) sta facendo appello a tutti i valori condivisi che ancora esistono in quei luoghi, la solidarietà tra vicini in primo luogo. Probabilmente fallirà anche lì, ma non posso fare a meno di pensare che nessuno, in Italia, potrebbe mai pensare di fare leva su questo concetto, oggi. Una volta sì, a giudicare dai racconti dell’epoca della guerra. Mia madre mi parla di persone accolte, nascoste, sfamate, ospitate a prescindere dal credo religioso o politico di chi era accolto e dalla povertà drammatica di chi accoglieva. E quasi ogni narrazione di quel periodo contiene episodi del genere.

Ieri ho partecipato a una conferenza stampa di Medu (Medici per i diritti umani) sui rifugiati che vivono per strada a Roma. Mi sono resa conto che per me si tratta di situazioni note, che sono abituata a considerare e analizzare. Ma così non è per la maggior parte dei miei concittadini. Anche in questo caso si tratta di vicini di casa. Vicinissimi. Penso a i profughi afghani accampati alla Stazione Ostiense. Una storia che dura da molti anni. Se cercate sul web troverete abbondante documentazione. Ma basterebbe aprire gli occhi, quando ci si passa davanti. Si tratta di 100-150 persone accampate a margine di un binario di una delle stazioni più frequentate di Roma. Non è che sia tanto difficile sapere che ci sono. E che tanti, troppi, sono ragazzi di meno di 18, persino bambini, non accompagnati. Da un po’, arrivano anche madri sole con neonati. Stanno lì, messi tra parentesi dalla nostra città. Gli insediamenti “alternativi all’accoglienza”, come li definisce con un favoloso eufemismo un bando del Ministero dell’Interno, sono una questione complicata da risolvere. Tiri un filo e viene fuori un groviglio di problemi, alcuni locali, alcuni nazionali, altri persino europei. Una matassa di leggi, lacune normative, corto circuiti burocratici. Resta un fatto. Lì ci sono un buon numero di nostri vicini di casa, anche se al momento la casa non ce l’hanno. Ho detto, senza alcuna ironia, al Momcamp che mi considero privilegiata perché ho l’opportunità di conoscere alcuni di loro. Sono consapevole di essere sembrata bizzarra, ma vi assicuro che se faceste la stessa esperienza anche voi lo pensereste. Ho visto con i miei occhi signore non più giovani, volontarie della scuola di italiano, andarsi a bere un té in un binario morto invitate dai propri studenti come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Presto però il campo profughi all’Air Terminal non ci sarà più. In pochi mesi aprirà Eataly e la stazione accoglierà i nuovi treni NTV. Una bella notizia, la riqualificazione di un quartiere che certamente merita. Basta con le tendopoli, che offendono la dignità di tutti, rifugiati e cittadini. Ma c’è un piccolo particolare. Le persone da lì, in qualche modo, saranno tolte. Ma le alternative, al momento non esistono. A meno di un miracolo di responsabilità civile congiunta (per cui, a onor del vero, il presidente dell’XI Municipio si sta spendendo per quanto gli è possibile), finirà che gli afgani si accamperanno altrove, un po’ più nascosti. E tutti noi avremo perso una splendida occasione per dimostrarci, una volta tanto, lungimiranti.

Post scriptum. Forse può essere utile un piccolo video illustrativo. Ne trovate vari, in rete.

Colpi di fortuna


Un mio collega, un gesuita sloveno, ogni volta che mi vede (circa due volte l’anno) mi dice immancabilmente: “Ma che bello, tu sei sempre così sorridente, così positiva!”. In effetti ogni volta che lo dice mi scappa da ridere, e così finisco con il confermare involontariamente la sua impressione. Positiva, io? Sono stata una delle adolescenti più ombrose della storia. Anche da adulta, tendo decisamente al ringhioso, con spettacolari scoppi d’ira. Ci sono colleghi poi che giurerebbero che mi porto sfiga da sola, vista l’innata tendenza a considerare “the dark side” di qualunque vicenda (avrei una carriera come avvocato del diavolo).

Ciò premesso, quel che è giusto è giusto: nella sola giornata di ieri mi sono toccati ben due colpi di fortuna. Del primo ho approfittato biecamente. Mentre mi rassegnavo ad andare alla presentazione di un libro con una Meryem decisamente poco incline a collaborare, mi si è presentata inaspettatamente un’occasione d’oro. Si materializza davanti a me Nizam che, ignaro, pensava di stare qualche ora a casa per riposarsi. Prima che se ne rendesse pienamente conto, mi sono data alla fuga (nella fretta ho dimenticato persino la borsa…), dandogli una splendida occasione di godersi la compagnia di sua figlia. Ehm. Lo so, non è stato correttissimo. Ma l’occasione fa la mamma stronza. Credo che mai più il kebabbaro si azzarderà a modificare la sua routine quotidiana. Piuttosto dormirà in macchina nascosto dietro un cassonetto.

La seconda fortuna è stato il libro in cui mi sono imbattuta. Non credo che mi sarei messa a leggere un libro sulla storia di un bimbo nato a 27 settimane se non avessi avuto un’opportunità così palese. Conoscere l’autrice, partecipare a una presentazione brillante, interessante, con un mix di registri davvero avvincente. E il libro, Soldo di cacio di Silvia Mobili, piacevole al tatto e di formato amichevole (comodo da portare in borsa e adatto a una lettura in autobus e a letto), me lo sono divorato in poche ore. Mi sarei persa davvero qualcosa se non l’avessi letto. E’ una storia che fa pensare, da molti punti di vista. Sono sicura che ognuno ci potrà trovare uno spunto particolare. Non è solo un libro di informazione, ma apre comunque mondi inesplorati. Riesce ad essere un’opera “di servizio”, pur essendo prima di tutto una narrazione di respiro universale. Perché universale è l’esperienza che mette l’uomo davanti alla vita e alla morte. Non serve essere mamme per sentirsi interpellati.

E’ molto raro, credo, che chi ha vissuto da protagonista una vicenda così riesca a scriverne con questa lucida sobrietà, che non toglie niente alla sincerità del racconto. Niente toni enfatici, niente punti esclamativi. Quello che più mi ha colpito è probabilmente la capacità di non assolutizzare la propria esperienza, pur così singolare. Tutto il libro parla di rapporti, di natura diversa: con il bambino, con il compagno, ma anche con gli altri genitori, con i medici, con gli infermieri. La mancanza di disperazione in queste pagine non è data soltanto dal lieto fine della vicenda: deriva specialmente dall’apertura che Silvia sembra aver conservato sempre, in quella condivisione nonostante tutto. Anche il libro, uno spazio tanto intimo, ha riservato delle pagine per gli altri, una sezione finale in cui parlano i medici e parlano soprattutto gli altri genitori, che raccontano altre esperienze di bambini prematuri. Persino i ringraziamenti finali sono significativi: mi hanno colpito soprattutto quelli alla pediatra Asl “che fin dall’inizio non ha voluto sentir parlare di ‘prematuro’ ma solo di bimbo”. C’è consapevolezza, c’è speranza, c’è voglia di fare in queste pagine. Si parla anche di una proposta di legge per tutelare queste maternità del tutto speciali. Si danno alcuni sobri, assennati consigli.

“Non dimenticherò mai quanto sono stata fortunata”, scrive Silvia alla fine della sua narrazione. Ecco, io credo che tutti noi dimentichiamo troppo spesso le nostre fortune. Grazie alla mamma di Riccardo/Soldo di Cacio per questo bellissimo promemoria.

Al dunque


E’ una sera in ogni caso importante. Forse non fatale, sicuramente non risolutiva. Io, come ho già scritto a suo tempo, non mi sento di fare trenini. Non mi sento neanche di brindare. Sto a guardare, in attesa. Mi frullano in testa domande a cui non sono in grado di dare risposta. Penso che attraversiamo un momento delicato, complesso.

Però non sono sola. Non lo ero neanche mentre seguivo con la coda dell’occhio le immagini dal Quirinale. Meryem sbircia, chiede. E io rispondo. Ora che lei si addormentata io ripenso a come le ho risposto e mi ritengo soddisfatta di quel che ho detto, che poi è esattamente quel che penso. Parafraso le mie risposte alle sue domande, in una simulazione di narrazione.

Questa persona, che comandava in Italia, oggi va via. Mamma è contenta che vada via, perché non è stato bravo a comandare. Crede che abbia fatto tanti sbagli gravi. Anche le persone lì sono contente che vada via. Sì, alcuni credono che debba andare in prigione. Quindi è giusto che vada via, ma non mi piace il modo. Sai quando si vuole fortemente una cosa bella, magari per un buon motivo? Poi però magari la si ottiene nel modo sbagliato. Il modo giusto di cambiare chi comanda è votare. Sai quando si scrive, si sceglie il nome di chi comanderà? Sì, tanti hanno scritto il suo. Tante persone. Ecco, io avrei preferito che quando era il momento di scegliere, avessero scelto qualcun altro. Perché si sapeva già che non era bravo. E allora perché ora succede così? Ecco, amore, io questo bene bene non lo so. Diciamo che gli altri Paesi hanno detto che o lo mandavamo via o avremmo avuto grossi problemi. Ma anche questo non è che mi piaccia molto. Continua a leggere “Al dunque”

Che dire?


Poi dicono che la gente non legge più i giornali. Quando uno degli argomenti è la telefonata in cui il Sottosegretario alla Difesa parla di un certo "testa di c." e un altro è la rivendicazione del medesimo Sottosegretario, che non si scusa perché lui parla così e usa tale affettuoso epiteto quotidianamente per chiamare suo figlio… Siamo oltre l'incredibile, o piuttosto sotto qualunque livello di credibilità e accettabilità. Ma perché non si dimette? si chiedono in molti, riferendosi all'attuale premier. Ma perché non si dimettono tutti, in massa? mi chiedo invece io. Come si può tollerare di continuare a sedere in un Parlamento che è decisamente parte in causa dello sfascio di questo Paese? Come si può tollerare di andare avanti come se nulla fosse, conteggiando voti di qua e di là, inventando soluzioni creative per mantenere lo status quo? Ci sarebbe davvero un gran bisogno di qualche gesto serio di dignità. L'Italia le risorse umane le ha, le avrebbe. Bisogna uscire da questo pantano. Come? Se io fossi un politico, di qualsivoglia parte politica, sentirei su di me, personalmente, l'onere di dimostrare che la democrazia ancora esiste, da qualche parte nel mondo, e che invece di esportarla a colpi di bombe forse è giunta l'ora di importarne un pochino. Dignità, serietà, professionalità. Ripeto, in questo Paese esiste tutto. Perché continuare a ignorarlo? Non ci credo più, non ci credo affatto alla responsabilità di uno solo. Credo però in tante responsabilità individuali, pesantissime, anche di chi non sarà mai chiamato a darne conto. E ora? Ora davvero non saprei. Speriamo che quanto di giusto esiste in Italia riesca a reggere a questa ennesima inondazione di vergogna. E a tutte le conseguenze, anche economiche, che ciò comporterà.