Non credo di potermi esimere dal parlare di questo esperimento/iniziativa/fenomeno. Sia per l’argomento, che mi tocca molto da vicino, sia per le implicazioni (numerose e interessanti) che ha. I fatti li trovate raccontati qui. In sintesi: Joseph Kony, un signore della guerra ugandese, da più di 25 anni terrorizza, rapisce e stupra impunito. Le sue vittime preferite sono i bambini e le loro terribili storie hanno spinto Jason Russel, fondatore di Invisible Children e autore di questo video, a lanciare una campagna per rendere “famoso” Joseph Kony. Il gruppo sta cercando l’appoggio di personaggi celebri e di politici (Janet Jackson e Rihanna hanno già aderito, Obama ha inviato un centinaio di militari in Uganda) e sta preparando una giornata intera dedicata a Joseph Kony per il prossimo 20 aprile.
I fatti non solo sono assolutamente veri, ma sono ben noti non solo a me, ma a chiunque lavori sul tema dei diritti umani. In ufficio ho incontrato, negli anni, vittime del Lord’s Resistance Army. Mi sembra molto interessante e importante che si sia deciso di rendere social e anche trendy, in qualche modo, questo tema. La cosa sembra inatti avere un certo successo e non posso che rallegrarmene. E devo anche fare i conti con un cumulo di domande che mi trovo a fare a me stessa (e dunque condivido con voi). Ne estrapolo, nel marasma, tre.
1) Ma come cavolo ci si riesce a fare una cosa così? Perché io, noi, registi amici o animati da analoghe intenzioni, attivisti che dedicano la vita a queste cose (e potrei continuare) non riusciamo mai a attirare l’attenzione in modo significativo? Mi rallegro del fatto che ciò possa accadere, non ci avrei scommesso. Le risposte a queste domande esistono, ovviamente, e qualcuna riesco anche a immaginarla. Ma per ora mi basta pormi il problema.
2) Quanto conta, per la popolarità, il fatto che tutto ciò avvenga altrove? E che l’idea sia, fondamentalmente, di fare pressione perché qualcuno intervenga altrove? Come ci poniamo rispetto al fatto che alcune di queste vittime ugandesi (poche) possano riuscire a bussare alle nostre porte, in Europa (negli Stati Uniti, obbiettivamente, la possibilità è più remota)? Lo contempliamo? Questo cambierebbe la nostra percezione del problema? O, piuttosto, rafforzerebbe la nostra convinzione di sposare la causa?
3) E’ triste, si dice da qualche parte nel video italiano, che così tanti giovani rinuncino a priori a voler cambiare il mondo. Questo è vero, quanto è vero. Almeno a 20 anni ce lo vogliamo avere un po’ di zelo? Che poi avremo tutto il tempo di temperare e raddrizzare con la maturità, come descrive benissimo Barbara/Mammafelice in questo post.
Tutti questi pensieri sono in me più forti dopo aver partecipato a una lezione di un corso di formazione sui migranti forzati, rivolto a giovani medici di base (io assistevo in quanto organizzatrice, non ho il doppio lavoro…). Ancora una volta ho toccato con mano di quanto possa essere sconvolgente l’esperienza di incontrare una vittima di tortura. Ma anche di quante sfide, prospettive, possibilità di crescita questo offra a un professionista scrupoloso come quelli che parlavano stamattina (un medico di base/dermatologo e una ginecologa). Le questioni emerse da quattro ore di tranquilla esposizione (per giunta di sabato mattina) meriterebbero una serie di post dedicata. E allora torno a pensare che ben vengano le campagne come questa se ci aiutano anche ad essere più preparati a incontrare le persone fisiche, concrete. Se ci aiutano a immaginare universi di violenza che non conosciamo (ma anche a riflettere meglio sugli universi di violenza che sono propriamente nostri).