Autorità (digressioni sul concetto di)


“In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. Su questo versetto (o due) del Vangelo di Marco il professor Simonetti tenne un intero corso. Io ero giovane, diligente, prendevo appunti e ammiravo le sue interminabili citazioni a memoria in greco e/o in latino. Del corso, che trattava del concetto di autorità nel Cristianesimo antico, non ricordo granché. Ricordo però che, in sede d’esame, quel professore di cui avevo somma stima intellettuale commise un’ingiustizia o, piuttosto, una piccola meschinità ingiustificata. Mi precipitò di molto nella scala della considerazione (anche se naturalmente ciò non incideva sul giudizio, diciamo così, scientifico). Un episodio analogo, molto più grave, mi successe con il mio maestro. Rimase tale, per gratitudine, affetto e stima intellettuale: ma la mia ammirazione nei suoi confronti ne rimase evidentemente compromessa.

All’università ricordo che mi stupivo del fatto che alcuni miei compagni di corso avessero dei professori una soggezione che a me pareva esagerata. Io, nei limiti del dovuto rispetto, mi ci sono sempre rapportata “alla pari”, o quantomeno senza timori reverenziali. Forse, banalmente, di professori universitari a casa mia ne erano sempre circolati e il loro titolo accademico non assicurava loro, di per sé, una posizione privilegiata nella stima dei miei genitori. Ma l’autorità, quella dell’insegnamento, ad alcuni la riconoscevo a prescindere dalle bizzarrie caratteriali o da altre vistose umane debolezze.

Procedendo in ordine sparso, mi vengono in mente casi in cui il rifiuto del concetto stesso di autorità, o piuttosto la ritrosia estrema ad esercitarla da parte di chi avrebbe il compito di farlo, mi hanno dato fastidio. Ricordo discussioni, alcune solo pensate, altre esplicitate. Con il senno del poi ritengo che per me autorità non si accoppiasse necessariamente con potere, ma piuttosto con responsabilità. Nella mia giovinezza l’autorità per eccellenza era quella del maestro che non pontifica sterilmente, ma si mette alla prova davanti e insieme agli studenti, con la sicurezza del proprio valore e la responsabilità attiva di far progredire altri. L’autorità era quella di un parroco che, attraverso il suo essere presente giorno dopo giorno, guida la sua comunità senza bisogno di riconoscimenti e salamelecchi di sorta. Un autorità, dunque, che suscita rispetto, gratitudine e che io non ho mai avuto particolari problemi a riconoscere.

Crescendo, con l’inizio della mia vita professionale, mi sono più volte interrogata sulla mia personale sensibilità rispetto all’autorità (e, di conseguenza, all’obbedienza). Un lato della mia anima è rispettoso delle regole fino all’irragionevole. Ho fondamentalmente orrore all’idea di essere colta in fallo. Ma poi, nella sostanza, io l’autorità ho bisogno di riconoscerla come tale. E qui le cose mi si complicano molto.

Oggi, pensando anche alla mia piccola autorità di genitore, credo che l’autorità, più che a un astratto “valore”, per essere da me riconosciuta come tale deve accompagnarsi a reale responsabilità. E con reale intendo esigibile effettivamente, nell’immediato e nel concreto. Il resto sono chiacchiere e reciproche illusioni.

I rifugiati, l’Unione Europea e l’autista dell’Atac


Ieri la Commissione Europea ha spiegato in un documento che il modo in cui l’Europa gestisce l’arrivo e la presenza dei rifugiati non va bene, non funziona e non si può andare avanti così. E fin qui non posso che essere d’accordo. Peccato che poi, leggendo il documento, è evidente che la tesi di chi governa l’Europa è che la responsabilità di questa situazione incresciosa è dei rifugiati. Non dobbiamo distrarci quindi e dobbiamo agire tempestivamente contro il vero nemico, loro. Attenzione, non si parla più di alcuni “cattivi” che pregiudicano la legittima accoglienza degli altri, “buoni”. Questa visione che tante volte ho considerato inadeguata e superficiale è ormai del tutto superata. E’ il rifugiato in sé che, cercando di arrivare in Europa, dimostra in tutta evidenza la sua mala fede.

Non vi parlerò nel dettaglio delle misure intraprese e di quelle proposte. Alcune (in particolare quelle già applicate) sono anche talmente inverosimili che temo di passare per eccessivamente fantasiosa. Nizam, che di queste cose ha una certa esperienza diretta, mi chiedeva proprio ieri: “Ma perché mai bisognerebbe riportare i siriani in Turchia e per ogni siriano rimandato l’Europa dovrebbe prendersi un altro siriano? Se li rimandano indietro perché poi se li riprendono, non fanno prima a tenerseli?”. Questa e molte altre obiezioni del tutto ragionevoli cadono davanti alla costatazione che queste non sono soluzioni tecniche per gestire meglio la situazione, ma solo espedienti sempre più fantasiosi che mirano solo a smontare un diffuso pregiudizio (che purtroppo nel tempo ha portato anche alla ratifica di alcune fastidiose convenzioni internazionali), cioè che l’Europa sia tenuta a dare protezione a chi ne ha bisogno.

Per distrarmi credo vi racconterò un aneddoto. L’altro giorno mi trovavo su un autobus al centro di Roma, pieno ma non pienissimo, che percorreva Corso Rinascimento su apposita corsia preferenziale. A una fermata un uomo in sedia a rotelle, palesemente ubriaco e corredato di cartone di Tavernello, chiede a gran voce di salire in vettura. L’autista, come previsto dall’azienda, spegne il motore, cerca la chiave per aprire la pedana, si fa largo tra i passeggeri, cerca invano di attivare la pedana medesima. La chiave in dotazione non corrisponde alla serratura di sblocco. L’autista alza gli occhi al cielo, il potenziale passeggero (non del tutto lucido) lancia bestemmie e improperi, i passeggeri sbuffano. L’autista fa il gesto di caricare la sedia a rotelle a mano, ma da solo non ce la fa. Tutti i passeggeri uomini si dissolvono per magia, accartocciandosi in ogni anfratto possibile lontano dalla porta. Alla fine l’autista scende, spiega la situazione al collega della vettura nel frattempo sopraggiunta, si accerta che il rumoroso passeggero (che continua a inveire contro il primo autista) sia caricato sull’altro autobus non prima di aver verificato che anch’esso lo porti a destinazione (sono appena due fermate). Poi risale e riparte.

Il capannello di passeggeri inizia il commento. “Insomma, i vigili bisognava chiamare! E poi, pure se saliva, ubriaco com’era come si reggeva? E’ una vergogna!”, tuona uno. Il giovane autista, senza perdere le staffe risponde punto su punto: “Guido autobus da 18 anni, se la pedana funzionava la carrozzina poteva essere fissata nell’apposito spazio. Le assicuro che regge. E’ un meccanismo fatto per quello. E poi chiamare i vigili perché? Perché un disabile voleva fare due fermate?”. “Ma questi barboni neanche vogliono essere aiutati, lei è troppo buono”, chioccia una vecchietta. “Signora, ma lei esattamente come sa chi era quella persona? Come io non mi permetto di giudicare la vita sua, perché non l’ho mai vista prima di oggi, così mi pare che non abbiamo elementi per giudicare. Io questo so: c’era una persona in sedia a rotelle e in un intero autobus nessuno ha ritenuto il caso di aiutarmi a caricarlo”. “Ma le pare! Era ubriaco, molesto, sporco! Insultava anche lei!”. A questo punto il giovane autista ha preso fiato e ha detto lentamente, con calma e determinazione: “Quella persona non toglieva nulla a nessuno se saliva per due fermate. Certo, è una persona con vistosi problemi e io sono un autista, non un assistente sociale. Non ho la pretesa di risolverli io, quei problemi. Ma le persone, anche quando hanno tanti problemi, restano persone. E io osservo solo che è davvero triste se noi, invece che protestare con chi ci mette in condizione di lavorare o di vivere in queste condizioni, senza strumenti efficaci e anzi con tanti impacci, non troviamo di meglio che prendercela gli uni con gli altri.”

Che c’entra questo con l’Unione Europea? Secondo me c’entra. E alle parole dell’autista continuo a pensare, anche a due giorni di distanza.

 

Maglietta verde


Tram 8, pomeriggio di venerdì. Rimugino su me stessa, sul mio destino, sulla mia vita, su quello che è successo e quello che non è successo. Penso a una frase sentita ieri sera: la felicità dipende per il 50% da predisposizione genetica, per il 10% da quello che accade e per il 40% dal nostro impegno e consapevole lavoro per essere felici.

Davanti a me, su due sedili affiancati, il mio sguardo viene catturato da un gruppo familiare. Mamma africana, una bambina seduta a fianco, un bambino in braccio, la piccolina legata sulla schiena della donna. Gli occhioni spalancati della figlia minore hanno stregato un certo numero di passeggeri. Una filiforme signora bionda sta giocherellando con lei, consentendole di acchiapparle vigorosamente il dito inanellato (e ogni volta la faccina della piccola si illumina in un sorriso furbetto). Vari passeggeri in piedi, me compresa, sorridono inebetiti. La bambina è in effetti di una bellezza e vivacità straordinarie.

Comincio a guardare anche gli altri due bambini. La grande, forse poco più piccola di Meryem, siede composta e seria con in grembo la cartella rosa. Il maschietto è spalmato sul petto della madre e ogni tanto pencola in direzione della sorella maggiore.

Tanti pensieri mi si accavallano in testa (e sospendo prontamente i bilanci esistenziali) mentre passo ad osservare la madre. Probabilmente abbastanza giovane, con i capelli neri ben pettinati e legati in una sobria coda di cavallo. Testa prima china sulle mani, appoggiata al sedile davanti. Poi, sentendo la piccola che si agita, alza uno sguardo pieno di apprensione, che poi si rilassa al vedere che la figlia non sta disturbando nessuno, ma anzi si è conquistata la simpatia di molti. Sorride, e una dolcezza stanca illumina il viso largo. Non so nulla di lei, anche se sono portata a immaginare molte cose, chissà quanto fondate.

Certo è che arrivata a Stazione Trastevere si alza, raccoglie senza apparente sforzo i suoi bambini e scende. La guardo allontanarsi dignitosa e composta, la sua maglietta verde scompare tra la folla. Si parla molto di famiglia, di questi tempi. E anche di parità di genere. Però poi alla fine mi chiedo quanti dei discorsi di principio che a molti sembrano così irrinunciabili siano concretamente di sostegno alla famiglia che ho incontrato oggi sul tram.

Domande


Da quando chiudere violentemente le frontiere in faccia a donne, bambini, giovani e anziani in fuga ci pare una misura di politica estera qualsiasi?

Perché tutto continua come se nulla fosse dopo che i capi di Stato europei democraticamente eletti hanno stipulato un accordo con la Turchia che prefigura una strage?

Non è la prima, d’accordo. Non è nemmeno la prima di cui siamo corresponsabili. Ma in questo documento, che è stato definito un grande successo della diplomazia, non si ha vergogna di usare il termine “migranti irregolari”. Persino se si parla di cittadini siriani.

Non hanno usato le vie legali, sembra dire l’Europa. Le vie legali che non esistono, per caparbia volontà della stessa Europa.

Fermare i flussi, a qualunque costo. Un sessantesimo dei rifugiati del mondo è troppo per l’Europa, o per quel che ne resta. Se per mantenere il nostro tranquillo status quo dobbiamo far morire migliaia di altri uomini, inclusi bambini, pazienza. Anche se farlo costa molto. Anche se farlo significa renderci tutti complici di violazioni sistematiche dei nostri valori.

Ma dove sono i difensori della vita ad ogni costo quanto muoiono neonati nell’Egeo, con i loro fratelli, genitori e nonni? Sono interessati solo agli embrioni?

Come faccio a urlare che non sono d’accordo?

Perché nessuno pare particolarmente angosciato?

“L’immigrazione non è un diritto. E basta”, sbraita la Meloni dalla tv.

Che costo ha questa violenza? Per il mondo, per l’Europa, per i nostri quartieri, per i nostri figli?

Com’è un rifugiato?


“Sì, i bambini si sono inseriti bene. Il maggiore frequenta il liceo scientifico. Il minore va in seconda media, è già il primo della sua classe. Io ho trovato lavoro in una radio, sono in prova. Ma credo che ci siano buone speranze per me”. Sfoggia un italiano forbito, con lieve accento settentrionale. A suo tempo ha frequentato il politecnico qui in Italia. Poi ha lavorato per anni a Damasco, come guida turistica. Ora è qui, con la sua moglie fine ed elegante, ancora nel circuito dell’accoglienza, ma con una prospettiva che cerca di restare saldamente ancorata a un’autorappresentazione di famiglia normale: “Quando possiamo vedere l’appartamento? Ci sarà spazio per lo studio dei ragazzi?”. Quest’uomo e la sua famiglia sembrano l’incarnazione del rifugiato colto e facilmente integrabile, quello che fino a ieri molti Paesi europei si contendevano (oggi non più). Il loro percorso in Italia è stato caratterizzato da questo. Ma, del resto, chi di noi potrebbe dire che la propria esperienza non sia il prodotto di quello che si è e di come gli altri si pongono nei nostri confronti?

Un’altra famiglia è arrivata in Italia con un visto, ha trovato ospitalità gratuita in un istituto religioso. Ma la loro storia è molto diversa. Il capofamiglia è una donna, una donna che al suo Paese occupava una posizione di prestigio ed era ammessa senza particolari difficoltà a colloquio con il Presidente di quello Stato. Eppure. I contatti l’hanno aiutata a risparmiare a se stessa e ai suoi figli il Sahara e il barcone. Ma arrivata qui, il suo sguardo si è svuotato. La strada resta tutta in salita. La figlia minore quasi non ricorda la vita precedente, in Kenya. Per questo lei va avanti più spedita. Per sua madre sarà tutto un altro percorso. Niente posto in radio per lei. Un lavoro umile, portato avanti con la fatica di chi prima pagava chi queste cose le facesse per lei, mentre correva da una riunione all’altra.

Le mie colleghe faticano non poco a interagire con una coppia bizzarra. Sono palesemente barboni, fanno fatica a argomentare, parlano poco la lingua. Eppure, scoprirò poi con un certo sconcerto, è stata loro riconosciuta la protezione internazionale più di cinque anni fa. Oggi vivono nel tunnel dell’aeroporto di Fiumicino. Ci vorrà moltissimo lavoro per sbrogliare il groviglio di esclusione che si è stratificato intorno a queste due persone. Forse le mie colleghe hanno individuato il bandolo della matassa. Speriamo.

Rifugiato è il giovane kossovaro che quando è arrivato era bambino e oggi è chef. Oggi è passato dallo stato di migrante a quello di expat, oltre i confini italiani, in virtù della cittadinanza finalmente ottenuta e anche della posizione sociale conquistata con il suo sorriso strafottente e il suo impegno.

Rifugiata è la ragazza sudanese, anch’essa arrivata bambina, che gioca a pallavolo in una squadra trentina e sogna la convocazione in nazionale (probabilmente senza aver nemmeno conosciuto Mimi Ayuara).

Rifugiato è il ragazzo afgano che ancora non parla dieci parole di italiano e non mi aveva mai visto prima, ma vedendomi passeggiare nervosamente per il corridoio del Centro Astalli mi ha portato un bicchiere di tè e dei grissini.

Com’è un rifugiato? Disquisiamo di narrazione sui rifugiati, in Italia e in Europa. Ma l’unica narrazione onesta sarebbe composta da più di sessanta milioni di singole biografie.

Amicizia


“Gli olandesi fanno di questi scherzi. Nel bel mezzo di una festa uno si alza, fa un discorso ed ecco che piangono tutti”. In effetti è andata esattamente così. Garbatella, casale che sembra ancora una sezione del PCI anni ’70, invitati assortiti per età, paese di origine, cultura nel senso più pieno e vario del termine. Cibo verace, musica dal vivo (senegalese, per lo più). Ed ecco, si alza una signora olandese minuta, che io qualificavo genericamente come parente della festeggiata, e inizia a leggere diligentemente un discorso, in italiano accurato.

Vorrei avere il testo originale. Ricordo però che iniziava con due bambine di 4 anni che andavano a scuola, mano nella mano. E proseguiva con due liceali, e poi con due donne separate dalle distanze ma riunite dal fatto che una delle due, in un momento cruciale della sua vita, aveva trovato assolutamente naturale telefonare all’altra per confidarsi. L’altra, la sua amica del cuore. Ancora oggi. Da 66 anni.

L’espressione amica del cuore mi ha spesso suscitato un sorrisetto di superiorità. Non ho amiche del cuore, io. Oggi di colpo realizzo che non è una cosa di cui vantarsi. 66 anni di amicizia, 66 anni di fedeltà. 66 di disponibilità ad aprire il cuore con garbo e pazienza a un altro essere umano. Io, semplicemente, non sarei capace. Non sono stata capace, forse non lo sarò mai.

Vero è che Marielou, che oggi incredibilmente fa 70 anni, è stata capace di essere amica persino mia. Nonostante le mie spigolosità, i miei silenzi, la mia fretta, i miei impegni veri e presunti, la mia scarsa generosità di tempo e di attenzione.

L’arte dell’amicizia mi è fondamentalmente sconosciuta. Ma oggi, guardando due donne olandesi diverse eppure ancora così vicine, mi si è manifestata in tutta la sua potenza. Ho pianto anche io, insieme a molti altri (anche insospettabili). E ho provato profondo rispetto e ammirazione.

Cosa possono portarci i rifugiati


Scrivo meno di prima, in questo periodo. Sono travolta da una specie di turbine, soprattutto lavorativo, che mi risucchia anche i pensieri dalla testa. Ma voglio raccontarvi una conversazione che curiosamente mi ha dato una risposta che in qualche modo, inconsapevolmente cercavo.

La riunione di progetto a cui ho partecipato, a Bruxelles, volge al termine. Ci troviamo su un taxi insieme, io e una bionda collega berlinese. Si chiacchiera. Lei è da poco rientrata in Germania, ha lavorato sette anni a Istanbul. Chiedo così, con leggerezza: “Com’è vivere a Istanbul?”. Il discorso si fa improvvisamente serio e appassionato. Mi parla di una città difficile, faticosa, di un clima politico in costante deterioramento. Ma subito aggiunge, con aria grave: “Ma poi la guardi e ti toglie il fiato. Quanto è bella. Io ancora oggi non riesco a farne a meno. Da quando sono tornata ci sono riscappata due volte. L’ultima volta quando c’è stato l’attentato. In fondo è lì che mi sento a casa”. Poi si sente in dovere di spiegare che non è solo la città, è il modo di vivere. Quell’uscire per le strade con tutta la famiglia. “In Germania certe volte mi pare che tutti siano rintanati dietro porte chiuse”. Sospira. Fa un attimo silenzio, ma poi aggiunge: “Anche questa riunione, se l’avessimo fatta lì sarebbe stata tutta diversa, non trovi? Guarda come ci siamo salutati, dopo due giorni di lavoro: ciao, ciao, al limite una stretta di mano. In Turchia ci saremmo baciati, la sera prima avremmo bevuto tè insieme fino a tardi e adesso qualcuno ci starebbe accompagnando all’aeroporto. Non trovi?”.

Trovo. Rincaro un po’ la dose, raccontando di quando per un disguido all’arrivo non avevo potuto avere la mia camera nel posto dove si teneva il convegno e sì, mi hanno pagato un albergo, ma nessuno mi ha aperto una porta neanche per dieci minuti, nessuno mi ha offerto qualcosa di caldo prima di depositarmi in una hall. “Ma secondo te fanno così perché sono gesuiti o perché sono belgi?”, mi chiede sgranando gli occhioni.

Mia cara collega giovane, fanno così perché in una larga fetta di Europa è così che si fa. Perché gli spazi privati sono inviolabili, o per violarli serve programmazione attenta e estrema cautela. Perché gli slanci e il calore di cui parli tu spesso, su al nord, non sono capiti, e/o sono temuti come la peste. La rassicuro: in Sicilia nulla di tutto ciò che le gela il cuore potrebbe accadere. Il tasso medio di affettività nei confronti dell’ospite magari non raggiunge i livelli turchi, ma certamente si impenna verso l’alto.

E poi ho pensato: ci salvano le migrazioni. Ci salva il calabrese che resta tale, almeno un po’, pure se vive a Glasgow. Ci salvano i movimenti interni all’Italia, quelli attraverso l’Europa e magari ancora di più potranno scaldare il cuore dell’Europa questi rifugiati che oggi vediamo solo come pacchi da smistare e scocciature da delegare. Ho pensato a quanti caffè e tè in questi 15 anni mi sono stati offerti da persone che non avevano neppure una casa. A quante cene etiopi mi sono state cucinate da famiglie che avevano solo una stanza e un fornelletto a gas. A quel desiderio di farti accomodare, da ospite, persino in assenza di sedie, divani, letti. Davvero i rifugiati potrebbero ricordarci cos’è l’ospitalità, perché a volte perdiamo di vista le cose importanti.

5 cose che penso sui fatti di Colonia


Per qualche giorno non ho voluto nemmeno approfondire, per il fastidio massimo che mi provocava il tono delle notizie e sì, anche i fatti (per quello che se ne sa finora). Poi ho letto, a partire da quello che i miei amici più condividevano su Facebook. Poi ci ho pensato un po’ su, sperando che il tempo facesse sedimentare la confusione e mi permettesse di essere più incisiva. Beh, ci rinuncio. Però visto che alcuni di voi mi chiedono comunque di dire cosa ne penso, lo faccio.

  1. I fatti in sé, in realtà ancora a me non chiarissimi in alcuni aspetti, ma comunque gravissimi. Certo, anche i particolari fanno una certa differenza. Un esempio: nella fretta dei nostri media di divulgare e rapidamente interpretare inizialmente si parlava di decine se non centinaia di stupri, poi si è capito che Sexualdelikte vuol dire molestie, palpeggiamenti eccetera, il che rende più credibile – anche se comunque terribile – lo scenario della notte di Capodanno vicino alla cattedrale di Colonia. Ora, da un certo punto di vista – se vogliamo discutere dell’accaduto per quello che implica in termini di rispetto delle donne o di esperienza delle vittime – questa differenza può paradossalmente non contare granché: violenza è violenza, trauma è trauma e la mancanza di atto sessuale completo non lo rende certo tollerabile. Dal punto di vista penale, però, visto che qui subito di parla di leggi speciali per facilitare le espulsioni degli eventuali colpevoli, al momento non direi che palpeggiare e stuprare sia esattamente la stessa cosa. Tutto questo per dire che questa vaghezza e confusione non aiuta a impostare nessuna discussione nei termini corretti. Anche l’impotenza della polizia mi fa pensare: stiamo assistendo a uno spiegamento di mezzi senza precedenti rispetto all’allarme terrorismo, al limiti della militarizzazione, e la polizia presente non era in grado di intervenire per interrompere degli atti criminali? Questo significa che in situazioni di grande affollamento non si può fare comunque granché? Mi pare verosimile, ma forse sarebbe onesto dirlo comunque quando si sceglie di investire tutto sulla pubblica sicurezza. Si parla poi, un po’ a casaccio, di persone in stato di ubriachezza e di furti/borseggi: due cose che non mi paiono del tutto compatibili l’una con l’altra. Quello che emerge è che nel casino generale c’è chi se ne è approfittato in un modo chi in un altro. Era un’operazione “semi-militare”? Sinceramente a me pare un bruttissimo e estremo caso di violenza di branco, ma non mi ricorda l’attacco del Bataclan. Da nessun punto di vista.
  2. C’è stato imbarazzo perché tra i responsabili c’erano alcuni/molti/solo (non saprei quale scegliere, con le informazioni attualmente in mio possesso) rifugiati? Certamente sì. Secondo me qui c’è stata una somma di imbarazzi. L’imbarazzo della polizia che quella notte ha comunicato pubblicamente che non c’era nessun problema, pur essendo consapevole almeno in parte che non erano riusciti né a intervenire in corso d’opera né ad assistere adeguatamente le vittime; l’imbarazzo di chi ha temuto a ragione che un fatto di cronaca del genere potesse essere molto rilevante politicamente, se ben comunicato; l’imbarazzo di quelli come me che, come notava oggi la mia amica Lucrezia, vorremmo e in fondo ci aspettiamo che i rifugiati, specialmente in questo momento e con questo clima, siano bravi, irreprensibili, simpatici, eroici e ben comunicabili. Se ci si mettono pure a delinquere…

Vedo che entusiasticamente molti hanno condiviso un editoriale di Lucia Annunziata che francamente mi pare esemplare per assurdità. Non lo discuterò punto per punto, perché non ne vale la pena. Sottolineo solo un paio di concetti che sono dati per scontati e che a me invece paiono illazioni poco fondate.

3. Quello che è accaduto è stato il primo episodio di uno scontro di civiltà dei nuovi arrivati verso il nostro mondo. Quindi qui suggeriamo che tutti i nuovi arrivati (arabi, nordafricani, siriani, afgani, genericamente islamici o stranieri?) hanno una civiltà comune, che si scontra con la nostra. Che uno dei valori portanti che oppone la nostra alla loro è il rispetto della donna. Che quindi tutti gli appartenenti alla suddetta civiltà (a prescindere quindi di educazione, ceto sociale, religione – o forse sono tutti musulmani? -, età, ma soprattutto circostanze sociali in cui hanno vissuto e vivono) trovandosi sulla piazza di Colonia avrebbero minimo minimo palpeggiato se non stuprato le donne presenti, in quanto espressione della loro cultura. Mi pare che qui si spostino indebitamente i termini della questione.

4. Forse la domanda che dovremmo piuttosto farci è perché QUELLE persone si sono responsabili di atti così gravi. Perché erano musulmani? Direi di no e sinceramente non mi pare ci sia bisogno di argomentarlo. Al limite lo hanno fatto nonostante fossero musulmani (ad essere pignoli, un musulmano davvero osservante non dovrebbe essere ubriaco, né tantomeno strafatto di droghe. Quindi almeno qui le citazioni coraniche le possiamo lasciare stare, non credete?). Forse per darci una risposta dovremmo prima sapere esattamente chi sono, tanto per cominciare. Ammesso, si intende, che non ci interessi meramente strumentalizzare l’accaduto per utilizzarlo a meri fini argomentativi (i rifugiati sono pericolosi versus i rifugiati sono buoni). Direi che un problema sicuramente c’è, probabilmente più di uno.

Ma non mi accontento certo di una diagnosi come quella della Annunziata, che prelude peraltro a soluzioni creative quanto (per fortuna) impraticabili, tipo dare protezione subito a donne, bambini e anziani “per qualunque ragione arrivino” e essere molto più cauti e severi (“un percorso più lungo e approfondito”) con i giovani uomini. Mi pare che questa idea si commenti da sola. Del resto lo stesso articolo cita melodrammaticamente i fatti di Tor Sapienza – ” ricordate Tor Sapienza, la disperazione e la rabbia delle donne che raccontavano (inutilmente) le offese che subivano dai gruppi di giovani immigrati illegali parcheggiati in tutte le case di accoglienza?” – come parallelismo molto malamente scelto. Io lo ricordo benissimo cosa è successo a Tor Sapienza e anche chi lo ha organizzato. Curioso che non se lo ricordi anche la Annunziata, proprio nei giorni delle prime condanne del processo di Mafia Capitale. Insomma, se proprio ci si vuole lanciare in ampie analisi sociologiche, pretendo almeno un po’ di credibilità.

5. Quello che più mi preoccupa è che l’Europa politicamente continua a balbettare, a nascondere polvere sotto il tappeto, a alimentare degrado culturale e sociale, a investire in violenza. Non abbiamo al momento in Europa uno statista che sia in grado di (o sia interessato a) capire e interpretare le vere sfide del nostro tempo, dalle migrazioni (forzate e non) alla globalizzazione, dalle trasformazioni strutturali delle nostre società (dal punto di vista demografico, economico, sociale) alla sostenibilità ambientale. Io vedo un consiglio di Europa che si convoca e decide in base agli “umori” dell’elettorato (e agli interessi privati degli stakeholder principali, si intende) e un mondo dei media che più che informare solitamente agita emozioni (e più basse sono, più vendono). Non mi sento affatto al sicuro e non sono tranquilla per il futuro di mia figlia. Ma francamente non credo che il rischio più urgente e grave che corriamo sia essere palpeggiate da uno straniero ubriaco. Non dico che non sarebbe un’esperienza assai spiacevole, che è toccata a me più volte (soprattutto da parte di locali, in realtà) e che temo che la statistica dica che toccherà prima o poi anche a lei. Ma almeno non mi argomentate che basterebbe tenere fuori dall’Europa tutti gli stranieri per assicurarci uno splendido futuro e un’immediata crescita dei nostri diritti di donne. Questo davvero non sono disposta a berlo.

Non sanno quello che fanno


E’ tutto il giorno che rimugino su come possa essere un modo semplice e efficace per far capire a tutti, anche ai non addetti ai lavori, cosa stia decidendo l’Europa rispetto alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” e quali conseguenze abbiano, in parole povere, tali decisioni. Ricordo che questi bei provvedimenti sono anche nostri, nel senso che sono frutto dell’accordo dei capi dei governi democraticamente eletti da tutti noi che abbiamo diritto di voto in Europa. Nessuno si senta escluso.

Sarebbe lungo entrare nei dettagli e questo è il mio blog, per cui sarò esplicita e selettiva.

  1. Arrivano troppe persone in Europa. Quindi, tanto per cominciare, paghiamo tre miliardi di euro alla Turchia perché si tengano lì il maggior numero possibile di rifugiati. Tre. Miliardi. Esatto. Così, sull’unghia. Incidentalmente, la Turchia al momento ha già più di due milioni di rifugiati presenti sul suo territorio, ovvero circa il doppio di quelli che arrivano in tutta Europa. Ammassarne un altro milione e mezzo lì è proprio la soluzione più logica, sì sì. E poi a noi il governo turco ispira tanta, tanta fiducia. Ma lo facciamo per loro, eh? Qui proprio non abbiamo le condizioni per accoglierli, non ce lo possiamo permettere, c’è la crisi (per questo paghiamo tre miliardi a scatola chiusa). Un bel campo profughi in Anatolia è più che adatto. E poi insomma, ci facciano un po’ quel che vogliono. L’importante è che non arrivino qui.
  2. Abbiamo messo a punto un sistema [delirante] di smistamento dei richiedenti asilo (ma non tutti, mi raccomando, solo quelli di serie A, quelli che si vendono meglio all’opinione pubblica) dall’Italia e dalla Grecia. Ma, surprise surprise, non funziona. Strano. Sarà forse perché era illogico, costoso e inefficace come ci dicevano dall’inizio alcuni enti di tutela? Ma no! E’ solo che i rifugiati non collaborano. In Italia, ad esempio, non arrivano quelli della nazionalità giusta. Abbiamo detto siriani ed eritrei e invece niente, arrivano afgani, congolesi, nigeriani, avoriani, camerunensi… Sono rifugiati anche loro, dite? Ma noi avevamo detto chiaramente che volevamo i rifugiati che abbiamo visto in tv, quelle belle famiglie siriane con i bambini con gli occhioni. E in Grecia? Al danno si unisce la beffa. Arrivano i siriani, i rifugiati buoni, i rifugiati vendibili e preferiscono decidere loro in che paese andare. Non capiscono che è molto più conveniente essere bloccati mesi all’addiaccio in attesa che i molti funzionari europei pagati per questo decidano se potranno accedere o no a un Paese a sorpresa, preso a caso tra tutti gli Stati membri, da cui poi non potranno più spostarsi pena la detenzione. Strano che non capiscano che splendida opportunità l’Europa ha predisposto per loro.
  3. E allora? Allora ci serve l’esercito. Una milizia europea a difesa dei confini. Perché la libertà di circolazione (nostra) è irrinunciabile e può essere garantita solo se riusciamo a tenere ben chiuse le frontiere esterne. Se gli Stati di frontiera si ostinano a non interpretare fino in fondo il loro ruolo di gendarmi, sarà Bruxelles a mandare una polizia apposita. Costi quel che costi (moltissimo, naturalmente).

Sì, sono arrabbiata. Sono arrabbiatissima. Continuano ad affogare bambini, ogni giorno. E i nostri capi di governo continuano a parlare di ingressi irregolari, come se ignorassero da cosa queste persone fuggono. Continuano a spendere cifre astronomiche per tenerli lontani dal nostro territorio, perché poi se entrano avrebbero diritto alla protezione. Non ci possiamo permettere di accoglierli, ma ci possiamo permettere costose misure per lasciarli morire (ingrossando le casse delle organizzazioni criminali, peraltro).

Io voglio credere che i nostri leader siano momentaneamente incapaci di intendere e di volere. Che non sappiano quello che fanno. Che non si rendano conto fino in fondo. Parlano di detenzione, misure coercitive, dissuasione. Parlano di strategie militari per combattere giovani disperati, donne sole, bambini. Facciamo parlare all’ONU una giovane donna sequestrata dall’ISIS e poi respingiamo in frontiera tutte le altre vittime dello stesso terrorismo.

Un esempio? La Nigeria. Secondo Amnesty International almeno 5500 civili uccisi sono stati uccisi da Boko Haram soltanto dall’inizio del 2014; altri 1500 i morti del 2015 in almeno 70 attacchi in villaggi e città del nord-est del paese. 2000 è il numero stimato delle donne e delle bambine rapite dall’inizio del 2014. Oltre 300 sono stati i raid e gli attacchi contro i civili dall’inizio del 2014. 3700 le strutture danneggiate o distrutte nella base militare Mnjtf (Multinational joint Task Force) di Baga e di 16 villaggi limitrofi, durante l’eccidio jihadista di circa 2000 civili tra il 3 e il 7 gennaio 2015, come documentato da immagini satellitari. 5900 sono le strutture, compreso un ospedale, danneggiate o distrutte a Bama nel marzo 2015 (il 70% dell’intera città), quando fu perpetrata anche la strage di decine di “spose schiave”. Ma i nigeriani, si sa, sono migranti economici. “Gli attentati li fanno pure da noi, che c’entra”, pare abbia commentato non una ragazzina al bar, ma una funzionaria che ha responsabilità in materia di asilo.

Ma a voi sta bene? Sapete? Vi rendete conto?

Per approfondire
Chi è oggi Erode?
Commento del Centro Astalli al vertice UE del 17 e 18 dicembre

 

Niente di personale


Ieri, nel bel mezzo di una conversazione di lavoro con lo staff di un progetto europeo (si parlava di politiche europeee in materia di migrazione e asilo, tanto per fare una cosa nuova), mi sono guardata per un attimo dall’esterno. Era un contesto in cui, in linea del tutto teorica, si stava esprimendo la mia parte professionale. Niente di personale, dunque. Giusto un paio di giorni prima, a un convegno universitario, mi ero subita l’esposizione di una notoria querelle antropologica sul distacco/coinvolgimento dell’osservatore/ricercatore (in gergo: il pippone metodologico) che, con poche varianti, mi accompagna costantemente dai tempi in cui in gioventù mi appassionavo delle vicende di Rib-Adda e di altri oscuri personaggi levantini del secondo millennio a.C.

Eppure quello che stavo dicendo, in un inglese che malamente faceva da schermo alla mia indignazione, lo sentivo assolutamente personale almeno da quattro punti di vista:

– come cittadina italiana, perché vedo disattesa e calpestata una costituzione bellissima e alta, frutto del lavoro e dell’esperienza di molti (“Una cattiva politica è sempre figlia di una cattiva cultura”, diceva l’altro giorno Stefano Rodotà in Gregoriana);

– come europea, perché mi sembra che  questa piccineria meschina mi rubi il sogno di un’Europa casa comune e offenda nel profondo le istanze di libertà e giustizia sociale che l’hanno percorsa nel passato lontano e recente;

– come madre, perché i valori di chi governa il mondo sono sempre più in contrasto con i valori che cerco ogni giorno di insegnare a mia figlia;

– come donna e come persona, perché ad oggi, se dovessi scegliere un Paese del mondo dove migrare (ci pensavamo per scherzo ieri con un amico) fatico a pensarne uno che non si stia macchiando di delitti gravi contro l’umanità. La qualità della vita riservata a un club esclusivo di persone scelte ai danni di altri uomini, donne, bambini è qualcosa che dovremmo far più fatica ad accettare, oggi che le dirette conseguenze di alcune scelte economiche e politiche sono sotto i nostri occhi tutti i giorni, in ogni momento.

Quindi, mi scuseranno i colleghi più professionali di me, la prendo sul personale, sempre.

(La vignetta è, come è ormai tradizione, di Mauro Biani)