In apnea


Avrei voglia di scrivere un bel post sul dialogo interreligioso e sul  film, Timbuktù, che ho visto venerdì scorso. Ma per questo mi serve tempo, calma, riflessione. Pazienza, la pazienza che in questo momento non ho.

Ogni mattina, e questa mattina più di tutte le altre mattine, mi alzo presto e per mezzora, diligentemente, faccio ginnastica tentando di svuotare la testa dai pensieri, notturni e diurni. Leggo i sottotitoli enfatici del dvd americano – che seguo per quanto mi riesce – e registro meccanicamente quei messaggi positivi, incoraggianti, motivanti e in qualche modo avulsi da me e dalla mia esperienza.

Non è la motivazione che mi manca, secondo me, almeno per la parte più rilevante della mia vita e delle mie energie (la motivazione per fare ginnastica la mattina, sinceramente, non la prendo molto in considerazione, finché c’è). Sento anzi una certa gravità nelle mie motivazioni lavorative, in questo momento. Sento anche una certa responsabilità, più ancora che in passato.

E allora cosa mi manca? Fiato. Resistenza. Respiro. Mi manca quella boccata di aria fresca e leggera che arriva all’improvviso, inattesa, imprevista. Non è un brutto periodo, non fraintendetemi. Anzi. E’ più che mai un periodo denso. Però mi pare di essere sempre in apnea. Di trattenere la pipì per non perdere tempo. Di non fermarmi a bere alla fontanella anche se, pensandoci, ho una sete spaventosa. E allora forse a questo mi alleno, la mattina. A impormi qualche cedimento controllato, qua e là.

 

(L’immagine è Lovisa Ringborg – Holding breath, 2005)

Da domani


Da domani sono nuovamente nominata ad honorem genitore unico. Nizam è partito per la Turchia stamattina per un’assenza di almeno un mese. Nonostante un simpatico virus intestinale che ci ha funestato gli ultimi giorni di vacanza (ma in realtà ci ha anche regalato lunghissime penniche terapeutiche), direi che questo stacco dal lavoro mi ha ricaricato. Le feste in quanto tali magari un po’ meno, ma questo rientra nella norma. Il tutto, comunque, era per dire che questa volta mi dispongo al mio periodo in solitaria con salutare rassegnazione e un pizzico di ottimismo.

I lettori più fedeli ricorderanno l’anno in cui ho descritto un analogo periodo di separazione giorno per giorno, in termini di reality/prova di sopravvivenza. Ma Meryem era molto più piccola e io assai meno temprata dagli urti della vita. Ormai mi pare (a tratti e con alcuni significativi quanto repentini cedimenti) di avere il fisico bestiale della canzone di Carboni (ricordate, vero?). Perciò, in continuità con un buon proposito salutistico estemporaneo di fine anno, di cui vi raccontavo un paio di post fa, sfumata la possibilità delle corse mattutine in solitaria, sono comunque determinata a riprogrammare la mia routine.

Sono arrivata alla conclusione che qualunque attività di fitness o simili, sia essa indoor o outdoor, può essere da me praticata solo all’alba. Questo almeno per due buone ragioni, connesse una all’altra. La prima è il mio bioritmo. Io sono una gallina da sempre (risparmiatevi, vi prego, le battute). Quando scrivevo la tesi di dottorato la mia sveglia era puntata alle 5: lo sforzo, a onor del vero, era per me assolutamente accettabile. Ora, in considerazione dell’età che avanza, punterei alle 6. La seconda è ancora più determinante: io la sera voglio sbracarmi. Voglio poter cenare presto, anche prestissimo se mi aggrada. Voglio spalmarmi davanti alla tv e godermi il privilegio di non contrattare la scelta del programma. Voglio addormentarmi leggendo un libro. Voglio, all’occorrenza, ricevere la visita di qualcuno (visto che ben difficilmente potrò uscire io). Insomma, la sera sarà il mio premio. La prima ora del mattino, il mio spazio segreto. Da riempire con un po’ di ginnastica a corpo libero, magari qualche asana di yoga e simili. Se avete suggerimenti specifici (tipo dvd, link o similari), sono ovviamente ben accetti. Salvo poi tornare a guadagnare la vista impagabile di Villa Sciarra al mattino presto,  appena ne avrò nuovamente la possibilità. A quel punto, tra l’altro, farà giorno prima.

Pare perfetto, non credete anche voi?

Direzione


Sarà questa primavera che stenta ad arrivare. Sarà che via via che Meryem cresce nella mia testa sembra crearsi un po’ di spazio libero (ma forse su questo oggi sono troppo ottimista). Saranno varie modifiche, non fondamentali ma comunque percepibili, nella mia vita lavorativa. In questi giorni mi sembra di vivere una sorta di esitazione interiore.

Non ho mai avuto un grande senso dell’orientamento. Mi sono persa molte volte, talora con gioiosa spensieratezza, talora con ansia e angoscia. Per questo mi è familiare quella sensazione di incertezza davanti a una o più direzioni diverse da prendere. E anche quella sorta di fastidio quando sono consapevole che la scelta giusta è una e una soltanto (o no?). Non vi è mai capitato di cercare affannosamente un oggetto e di rammaricarvi perché sapete che si trova in un posto solo? No, eh? Io ci penso ogni volta. Se il telefono fosse sotto la coperta del letto, non sarebbe in un sacco di altri posti dove io lo cercherò, perdendo tempo.

Fuor di metafora, e deponendo momentaneamente i miei personali disturbi mentali: sento che dovrei scegliermi un progetto, qualcosa di nuovo a cui dedicarmi. Il che non è saggio, si sappia. Ci sono almeno due o tre cose a cui sarebbe invece assennato dedicarmi nel prossimo futuro: la scrittura di un articolo (impegno preso, mannaggia a me), un programma di recupero della forma perduta (ormai da tempo immemorabile) e, forse più banalmente, iniziare finalmente a fare ordine a casa. Ma lo vedete anche voi, no? Tutte queste cose hanno il sapore stantio del dovere. Non hanno alcun friccico primaverile, se mi consentite l’espressione un po’ romana.

E dunque, cosa mi consigliate, miei cari lettori? Trovare una prospettiva in cui il dovuto mi appaia tollerabile? Inventarsi qualcosa di meno assennato con cui ravvivare la mia mente? O, semplicemente, cercare di darmi una placata?

Un tipo passionale


“Allora, come è andata?”. La maestra di yoga C. mi ha fatto da subito una certa simpatia. Alta, snella ma non magra, con un piglio da generale di armata e una solida concretezza che cozza con l’immagine della pratica tutta sospiri e visualizzazioni di onde del mare. L’ora e mezza che ho trascorso sotto la sua guida è stata sorprendente. Ho scoperto l’esistenza di punti del mio corpo che ignoravo totalmente. Ho scoperto che si può sudare disperatamente anche stando quasi fermi. Questo yoga è praticamente l’anti zumba. Silenzio, ma lavoro di precisione. E un calore sorprendente che sembra sprigionarsi da ogni giuntura.

Mi preoccupavo della mia incapacità di fare cose nebulose tipo “visualizzare il corso dei pensieri che scorrono”. Ma poi ho realizzato che non mi è stato richiesto nulla di tutto ciò, eppure per un’ora e mezza non mi sono distratta un attimo. Da cosa? Boh. Dal lavoro, direi. Un lavoro apparentemente impercettibile, ma non per questo meno intenso.

Com’è andata, allora? “Beh, molto diverso da quello che mi aspettavo”. Credevo (e mi ero anche un po’ pentita) di essermi adagiata su una roba soft da sessantenne, da rinunciataria. Grassona, sono le calorie che devi bruciare, altro che ohm! mi dicevo tra me stamattina. Invece stasera sono estenuata e soddisfatta, con i muscoli tutti, ma dico tutti, ben doloranti.  E la soddisfazione di essere persino servita come esempio. No, mica perché ero brava. Ma perché sono “un caso strano” e quindi didatticamente utile: nonostante una vita da incriccata, infatti, sono eccessivamente snodata in alcune articolazioni. “Tu devi lavorare sulla forza, invece, devi andare sempre al di sotto del movimento che ti viene spontaneo”, correggeva C. implacabile. Le mie braccia tremavano come ricotta fresca. Con pochi sapienti tocchi, infatti, gli esercizi dai nomi impronunciabili e indistinguibili diventano personalizzati: un cuscino sotto la testa di una, un mattone a fianco dell’anca dell’altra. Strano da spiegare. A ciascuno il suo.

“Insomma, credevo che fosse molto più soft”, ho confessato alla fine. “Eh, lui è un tipo passionale”, ha ribattuto C. come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Lui” è, suppongo, il maestro iniziatore di questa specifico tipo di yoga, il metodo Iyengar. “Al resto ci si arriva così, colpendo duro”, insiste lei con un sorriso assassino. Non so se voglio sapere cos’è esattamente il resto. Però stasera mi sento da Dio. E’ un sollievo un po’ simile a quello del massaggio thailandese, che a suo tempo avevo accostato al parto: è talmente meraviglioso che sia finito che il corpo esulta in ogni cellula. Ma qui c’è anche la soddisfazione di essere sopravvissuta e anche tornata a casa sulle mie gambe. Anche se mi sento un po’ come se dei guizzanti energumeni indiani dal sorriso soave mi avessero preso a randellate sulle scapole e sui glutei. Pacatamente.

Nonna Belarda in cyclette


Oggi ho fatto il grande passo. Ho debuttato nella mia palestra di viale Trastevere. Ho rimediato una tuta grigia dell'anteguerra, una maglietta di Snoopy, delle scarpe in qualche modo sopravvissute a eroiche gesta (o almeno questo è il loro aspetto) e dei calzini accattati al volo al supermercato. Tanto, che ti frega? mi avevano rassicurato tutti. In palestra mica ci vai a farti guardare. Ci mancherebbe pure. Così abbigliata, capello incolto e scolorito dal tempo e dal mare, avanzo nella sala macchine con l'entusiasmo di Maria Antonietta al patibolo. "L'istruttore è quel ragazzo con la maglietta grigia lì in fondo", cinguetta la fanciulla alla reception. "Lo vedi? Quello che sta parlando con Stefano Accorsi". Eccheccaspita. Manco ho cominciato e già mi trovo il vip in sala. Ma quello non vive a Parigi con Letitia o come si chiama lei? Che diamine ci fa nella sala dove mi appresto a fare una delle peggiori figure della mia vita? Mi guardo bene dall'avvicinarmi e la ragazza, impietosita, va di persona a attirare l'attenzione del figaccione dall'occhio ceruleo. Quello mi squadra, mi inquadra con una certa facilità e mi avvia sorridente a un programma di allenamento di complessivi 50 minuti che penso avrebbe fatto con una certa disinvoltura anche mia madre: 20 minuti di passeggiata in cyclette, 20 minuti di passeggiata sul tapis roulant e 10 minuti di una sorta di pedalata con le braccia. Le macchine registrano fedelmente le calorie bruciate e posso stare tranquilla: questa sera potrò mangiare senza rimorsi un pacchetto di crackers integrali. 
Scherzi a parte, temevo di non essere in grado di fare neanche questo. Ci sarà tempo per perfezionarsi. Intanto mi accontento della mia scialba prestazione. Però la prossima volta mi porto un libro, che 20 minuti in cyclette sono troppo, troppo noiosi. Comunque no, sebbene avessi appresso la Canon, non ho immortalato l'attore belloccio in calzoncino della tuta a mezza gamba che si allenava. Anche perché più che altro mi è parso che chiacchierasse del più e del meno. E, vi dirò, è anche un po' bassino. 

Zelo d’agosto


Sono tornata dalle vacanze ricaricata e soprattutto traboccante di motivazione. Dopo oltre tre anni ho trovato la spinta che cercavo: mi metto a dieta. Prima cosa, dunque: procurarsi una bilancia. Non ricordo più dove avevo sepolto la precedente, comprata nel luglio 2008 per analoghi propositi, poi andati in fumo. Il punto è che, quando lo zelo ti viene tutto insieme il 14 di agosto, ci sono alcuni inconvenienti pratici da affrontare. E non parlo della grigliata di Ferragosto, che infatti non era in programma (ho pranzato con una buona dose di verdure bollite). Parlo dei negozi chiusi. Solo ieri sono riuscita a mettere piede da Trony, dove – dopo una litigata con mia figlia, che voleva che comprassi una costosa bilancia di Hallo Kitty – mi sono aggiudicata uno strumento apparentemente sofisticato, con tutte le diverse letture e percentuali che probabilmente non capirò mai e che comunque ignorerò. Resa previdente dall'entusiasmo del neofita, ho anche acquistato batterie in quantità esagerata. Ma quella snob della bilancia nuova (che, per inciso, già odio: mi regala un chilo e mezzo in più di quella di mia madre) pretendeva una roba alcalina da 9v, di forma rettangolare. Mi ci sono volute ventiquattrore di peregrinazioni e un acquisto rivelatosi erroneo presso un improbabile negozietto di cinesi in via Arenula per riuscire a mettere le mani, pochi minuti fa, sul pezzo giusto. 
Il secondo step prevedeva l'iscrizione a una fantasmagorica palestra ubicata giusto sul tragitto casa-lavoro e aperta anche il sabato e la domenica. Oggi però, passandoci davanti, ho visto che è chiusa per lavori. A questo punto mi auguro che sia una ristrutturazione finalizzata al posizionamento di nuovi avveniristici strumenti sciogli-ciccia e non la trasformazione dell'esercizio in una gigantesca rosticceria a sei vetrine. Un po' di collaborazione, orsù!

P.S. Per l'occasione, ho rispolverato un mitico blog collettivo, creato da Slim nel lontano 2008, dall'evocativo titolo "Vade retro, adipe!". Chi volesse unirsi, mi faccia un fischio!


Grazie alla mitica Slim, eccomi lanciata in un’altra impresa blogghistica, che dovrà agevolare la mission impossible dell’agognato restauro fisico a cui facevo riferimento qualche post fa: http://vaderetroadipe.splinder.com

E, come noterete, è comparso anche un lombricoso ticker nella colonna di sinistra….