Divagazione (apparente)


Una donna di origine somala è cittadina di un Paese europeo. Non è stato facile, ma ha una casa, un lavoro e un passaporto. La sua vita, non da ieri, è lì. Questa storia inizia da quello che sembra un lieto fine.

E non continua neanche così male. Incontra un uomo, che ha la sua stessa origine, ed è arrivato da poco nel Paese dove lei è ormai di casa. Condividono molte cose di un passato che si sono lasciati entrambi alle spalle. Si intendono. Lui è stato riconosciuto rifugiato da un altro Paese europeo, diverso da quello in cui si incontrano. Si innamorano. Si sposano. Hanno tre bambini. La loro vita procede normalmente, con le difficoltà e le gioie di una famiglia comune.

A un certo punto però sorge un intoppo. Il governo del Paese in cui vivono si accorge che lui è rifugiato sì, ma altrove. Si è sposato, certo. Ha tre bambini piccoli. Ma questo non cambia la sostanza dei fatti. Se ne deve andare. “Tornare” in un Paese dove non ha nulla se non un pezzo di carta. Non vuole separarsi dalla sua famiglia? Benissimo, questo è comprensibile. Ci mancherebbe. Ma che problema c’è? La signora è cittadina di un grande e rispettabile Paese europeo, così come i bambini. Hanno i loro passaporti. Possono andarsene tutti insieme, se tanto si amano. E buona fortuna a tutti.

Intanto, a una manciata di chilometri di distanza, si ripropone una situazione simile, a parti invertite. Lei, la moglie, ha partorito da poco. La bambina ha tre mesi appena. Il padre, suo marito, è cittadino del Paese in cui vivono. Lei “solo” rifugiata, riconosciuta da un altro Paese europeo. Anche in questo caso, il governo è chiaro: tanti auguri per la bimba, che è cittadina anche lei. Ma la madre deve andarsene. A lei la scelta. O il resto della famiglia lascia tutto e se ne va con lei in cerca di fortuna, oppure lei può lasciare la bimba al padre (si sa, crescere con un solo genitore è una cosa che capita sempre più spesso, ci fanno anche tante toccanti pubblicità) e andarsene.

Perché vi racconto questi due episodi, purtroppo assolutamente veri e ancora non risolti? Per farvi capire che da tempo, nella nostra Europa, è passato il concetto che non tutti i cittadini sono uguali, neppure quando hanno i pezzi di carta che li dichiarano tali. Neppure se intendiamo la parola cittadinanza in quel senso angusto e meschino di tessera di un club esclusivo. Perché ad alcuni quella tessera può essere ritirata, nella forma (come prevede in decreto Salvini, in alcuni specifici casi) o nella sostanza, come avviene ahimè tutti i giorni nel nostro Paese e anche in Paesi “più civili” del nostro. Provate a immaginare di essere nei panni dei genitori di cui vi ho parlato prima e che lo Stato di cui siete cittadini metta voi davanti alle opzioni descritte. Non credo che questo possa accadere, vero? Credo che la cosa farebbe notizia sui giornali. Ma a noi non può accadere, giusto? Perché noi siamo cittadini “veri”. (Sicuri? No, perché io ovviamente non credo di poter dire in tutta onestà che a me non potrebbe succedere, anche se il padre di Meryem è da due anni cittadino italiano).

Ciò detto il decreto legge che è stato approvato lunedì al Consiglio dei Ministri è terribile. Cambierà le cose drasticamente in peggio per moltissimi di noi. E quando dico “noi” non intendo una specifica categoria professionale o sociale. Intendo proprio noi, persone normali, mediamente oneste, che vivono con più o meno fatica in questo Paese.

Informatevi, in primo luogo spegnendo la televisione e disintossicandovi dai dibattiti. Poi cominciate a leggere cose sensate, iniziando da qui.

In trappola


Le notizie che si susseguono in queste ore hanno spazzato via ogni mia velleità di scrivere dei post sul viaggio in Spagna o su alcune altre cose che avrei voglia di condividere con voi. Sono talmente spiazzata che non riesco a commentare le recenti evoluzioni delle politiche su migrazione e asilo (possiamo chiamarle così?) neppure a voce, con gli amici più cari.

Eppure, anche sospendendo i commenti perché il groppo di rabbia, frustrazione e preoccupazione è troppo grande per essere dipanato in un tempo e in uno spazio ragionevoli, mi sento in dovere di fissare qui qualche informazione attendibile sui fatti di cui tanto si dibatte. Perché il dramma è proprio questo: la mistificazione ha raggiunto livelli tali che ormai nessuno ha più elementi per capire che succede. E’ sempre stato così? No, almeno non a questi livelli.

Scelgo a casaccio, in ordine sparso, un numero ragionevole di cose da scrivere. Se avete dubbi o domande fatemele, sono qui per dare chiarimenti.

  1. Il trattenimento di persone per giorni e giorni a bordo di una nave della Guardia Costiera è una misura legittima, o quantomeno giustificabile per ottenere interessamento e attenzione dagli altri Stati europei? No. Mille volte no. Anche a prescindere da chi erano quelle persone. E poi non prescindiamone: abbiamo bloccato per giorni delle donne che avevano subito violenza a stretto contatto con alcuni (gli ultimi) dei loro violentatori – che hanno denunciato allo sbarco, dimostrando una forza che stento persino a immaginare.
  2. Queste persone “affidate alla CEI” avevano l’obbligo di restare nel luogo in cui erano state destinate? Qualcuno aveva il dovere di sorvegliarle? No e no. Dei migranti sono sbarcati in Italia, hanno espresso la volontà di chiedere protezione, sono stati fotosegnalati. Hanno diritto, se non dispongono di altri mezzi, all’accoglienza per la durata della loro proceduta d’asilo. Lo Stato italiano ha arbitrariamente deciso che non voleva assumersi tale obbligo per questo gruppo di persone ed ha quindi stipulato un accordo con dei privati (i vescovi italiani) affinché provvedessero ad alleggerire lo Stato da questo onere. Ottenuto questo vantaggio meramente economico tenendo in ostaggio le persone di cui sopra, queste ultime hanno deciso di non avvalersi delle misure di accoglienza offerte. Come migliaia di altri migranti forzati prima di loro, specialmente eritrei. L’abbandono volontario della struttura di accoglienza non è un reato. Semmai è un impedimento per accedere alla procedura d’asilo, in Italia e altrove. Ma certamente non giustifica che queste persone vengano ricercate dalla Digos in giro per l’Italia.
  3. Il fatto che le persone ambiscano a spostarsi verso una grande città, oppure a lasciare l’Italia è la dimostrazione che non sono rifugiati? No, mille volte no. Sono stati fatti programmi europei per distribuire nei vari Stati gli eritrei proprio perché evidentemente bisognosi di protezione internazionale. Per essere rifugiati è necessario essere privi di volontà? E’ necessario ambire ad essere trattati come merci? E’ necessario essere passivi? Il fatto che questo accada da oltre dieci anni con assoluta sistematicità dimostra solo che la procedura che l’Unione Europea prevede è inefficace, insensata e inadeguata. Ci sono serissimi report in merito, redatti dalla stessa Commissione europea. Sul Regolamento di Dublino e sulla sua riforma ci sarebbe moltissimo da dire, ma non divaghiamo. Se una persona in fuga ambisce a raggiungere la sua famiglia o i suoi connazionali che già vivono in uno specifico Paese, questo non implica che è un impostore, che la guerra da cui fugge non esiste, che le persecuzioni di cui non di rado porta i segni evidenti addosso sono una bugia. Non mi pare difficile da capire. Se le regole europee non gli/le consentono di farlo in nessun caso magari dovremmo farci qualche domanda.
  4. Incitare le commissioni che esaminano le domande di asilo ad abbassare i numeri delle risposte positive a prescindere dalle persone che presentano domanda e della loro storia è gravemente inappropriato di per sé. Ma quando più persone, a torto o a ragione, ricevono un diniego, questo li trasforma in pericolosi clandestini? Ancora una volta no. Questo li mette, a causa della legge sull’immigrazione che abbiamo, praticamente per sempre nella condizione di non avere documenti. Quindi di lavorare in nero, di non pagare tasse, di essere sfruttati, di vivere in un giro di illegalità. Ma se da richiedenti asilo erano giornalisti perseguitati, donne che fuggono alla violenza estrema, contadini lasciati senza terra e senza diritti…. non diventano feroci criminali da un giorno all’altro. Certamente saranno più disperati, finiranno per strada, si troveranno con tutte le strade chiuse. Con tutto quello che questo comporta. Pensateci, possibilmente mettendovi nei panni di uno che ha perso tutto.

Mi fermo qui. Del nuovo decreto in preparazione preferisco non parlare ancora. Vi spiego però il titolo di questo post, citando un rifugiato maliano che ieri ho avuto la fortuna di ascoltare: “Italiani e migranti, veniamo tutti spinti sempre più verso i margini della società da una minoranza di privilegiati. Potremmo renderci conto che il nostro problema è lo stesso e darci la mano per rialzarci. Invece ci sbraniamo tra noi, non riusciamo da uscire da questa trappola in cui ci hanno fatto cadere”.

Link di letture attendibili per chi vuole portarsi avanti sul resto
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/stop-alla-protezione-umanitaria-arriva-la-scure-del-decreto-salvini
http://www.vita.it/it/article/2018/09/06/stop-fondi-sprar-salvini-non-blocchi-un-modello-daccoglienza-che-leuro/148932/
https://www.avvenire.it/amp/opinioni/pagine/ascoltiamo-chi-bussa-nella-nostra-notte?__twitter_impression=true

Cosa pensa l’Europa sulle migrazioni


L'”accordicchio” sulle migrazioni. Così hanno chiamato quello raggiunto ieri e direi che il termine rende il livello del negoziato, nella forma e nel merito. Leggerete tutto e il contrario di tutto sui giornali, ma suggerisco vivamente di fare riferimento al documento originale, questo.

Relativamente ai 12 punti sulle migrazioni, aggiungo solo qualche commento rapido.

Almeno 9 dei 12 punti (io direi pure 11) hanno a che fare, esplicitamente o implicitamente, con un unico obiettivo: impedire l’ingresso di persone al territorio, il più precocemente possibile e con qualunque mezzo. Incluso l’ulteriore supporto alla cosiddetta guardia costiera libica, attualmente indagata dalla corte dell’Aja (punto 2).

Scorrete i 12 punti e cercate di immaginare il costo economico di tutto ciò, coperto con denaro pubblico e quindi con le nostre tasse. Alcune cifre sono esplicitate (500 milioni di euro per il Trust Fund, 3 miliardi di euro alla Turchia – la cifra non c’è, ma a qusto ammonta la seconda tranche dell’accordo), molte altre no. Ma vi invito a farvi due conti di quanto possano costare le cose menzionate (dagli accordi bilaterali ai centri di trattenimento dei Paesi terzi). Almeno non mi venite a dire più che il problema sono i costi dell’accoglienza. L’ordine di grandezza di queste spese, che nonostante le belle paroline spese sulla cooperazione (pochine, peraltro, e tutte concentate nel punto 8) sono soprattutto di carattere militare, hanno una scala incomparabilmente superiore a qualunque spesa mai fatta per l’accoglienza.

Il filo conduttore è la deterrenza. “Eliminare gli incentivi per affrontare viaggi pericolosi”, siano essi dal Medio Oriente o dall’Africa in Europa, oppure da un Paese dell’Europa all’altro. Tradotto in altri termini, l’obiettivo è rendere i nostri Paesi europei luoghi così violenti e inospitali da rendere preferibile a chiunque restare altrove, anche se dove si trova non ha alcuna speranza. Utilizzando tutte le possibili misure legislative e amministrative, a livello europeo (la riforma del Sistema d’Asilo Europeo farà molto) e a livello nazionale. Via libera dunque alla fantasia degli Stati, che già è fervida, su misure che rendano la vita impossibile ai migranti e a chi li aiuta.

In estrema sintesi: abbiamo deciso di spendere ancora più soldi per esercitare in misura crescente la violenza e la discriminazione fuori e dentro i confini europei. Capisco facilmente come questo possa convenire politicamente e soprattutto economicamente ad alcuni, ma come molti degli altri possano credere che questo accrescerà la sicurezza per tutti noi mi è sinceramente incomprensibile.

Pensieri agitati


Se dico sostituzione etnica che pensate? Se si googola, tutta la prima schermata è occupata da deliranti teorie complottistiche sull’immigrazione ai danni dei popoli europei, argomentate da Magdi Allam e simili.

Ma gli scambi di popoli, ratificati da trattati internazionali, si sono fatti eccome. Tra Grecia e Turchia, ad esempio, e gli strascichi sono vivi ancora oggi. I cristiani dell’Anatolia vennero trasferiti in Grecia, mentre i cittadini greci di fede islamica furono trasferiti in Turchia. Tale vicenda coinvolse circa due milioni di persone e fu ufficializzata con il Trattato di Losanna, sottoscritto dai governi greco e turco.

Per guardare ancora più vicino a casa nostra (anzi, dentro), il Trattato di Parigi del 1947 prevedeva la perdita automatica della cittadinanza per tutti i cittadini italiani che, al 10 giugno 1940, erano domiciliati nel territorio ceduto alla Jugoslavia, fatta salva la facoltà di optare per la cittadinanza italiana entro il termine di un anno dall’entrata in vigore del trattato stesso. Alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, peraltro, si dava facoltà di esigere il trasferimento in Italia dei cittadini che avessero esercitato l’opzione suddetta, entro un ulteriore anno. Tale clausola, di cui la Jugoslavia si avvalse, determinò l’abbandono della propria terra da parte di chi avesse optato per la cittadinanza italiana e chi emigrava non poteva portare con sé né denaro né beni mobili. Chi non rientrava in Italia rischiava di rimanere apolide. I confini li sposta la guerra (o gli accordi tra potenti che la seguono), i cittadini devono cambiare di conseguenza. Altrimenti, si spostassero.

Questi cupi pensieri di confine e conflittualità etnico-religiose mi vengono in mente oggi a proposito di un altro confine assai rilevante per i rifugiati oggi: quello tra Turchia e Siria. Leggo dell’intervento turco nell’area curda (non saprei come definirla: territorio occupato dai curdi? difeso dai curdi? a alta densità curda?), con relativa strage di civili e di militari. E allora mi viene in mente che domani, chissà, quella zona “pacificata” potrebbe diventare la “safe area” della Siria dove far tornare i rifugiati siriani dal Libano e dalla Turchia, un obiettivo che quei due Stati certamente condividono con l’Unione Europea. Il risultato sarebbe una sostituzione etnica, di fatto. Uno scambio di popolazioni, in un certo senso. Con la differenza che non mi è ben chiaro dove dovrebbero cercare asilo o chiedere cittadinanza i curdi. A occhio non in Turchia.

Mi torna in mente anche Ritorno a Haifa, di Ghassan Kanafani. Lo avete letto? Quando si sostituiscono vittime con altre vittime, intrecciando e aggrovigliando soprusi e sofferenze, non finisce mai bene.

Stiamo sbagliando qualcosa


Stamattina stavo pianificando un bel post criptico e esistenziale dove andare a riporre quello che ho rimuginato in un intero fine settimana. Poi però ho pensato che fosse assai più utile farvi leggere questo comunicato.

Leggendo questa storia, al di là dell’emozione e della giusta indignazione, io mi faccio molte domande. Ma, ripensandoci ancora, credo che non le scriverò qui.

Mi piacerebbe sapere se ve ne fate anche voi e, esattamente, quali.

Rifugiato non basta


Mai come negli ultimi mesi mi imbatto a ogni piè sospinto in esperti di diritto d’asilo: tassisti, baristi, utenti dei mezzi pubblici, negozianti, insegnanti, giornalisti (in prima fila) e via discorrendo. Quello che mi lascia più perplessa non è tanto la rapida propagazione di questa competenza, una volta piuttosto di nicchia: qualcosa di analogo avviene, per dire, quando in tempi di mondiali di calcio scopriamo folle di commissari tecnici potenziali tra i nostri amici, conoscenti e familiari. Mi sorprende e mi preoccupa di più notare che anche gli esperti tradizionali, quelli che lo fanno per mestiere e che si fregiano di etichette specifiche, sembrano aver adeguato in alcuni punti la propria competenza a quella, diciamo così, più popolare.

A un certo punto, ad esempio, è cominciata ad andare per la maggiore la definizione che prevede che il “vero rifugiato” sia solo chi scappa da un Paese in guerra. Se ne dedurrebbe che, dato che nel 1933 in Germania non piovevano ancora le bombe, Albert Einstein e le altre vittime dell’antisemitismo non debbano essere considerate rifugiati. Per quanto sembri assurdo, l’obiezione “Ma in … non c’è mica la guerra” resta tra le più diffuse, non solo nei bar, ma anche in sedi internazionali cruciali e autorevoli. Magari è formulata in modo un po’ più sottile, sotto forma di liste di nazionalità dei potenziali rifugiati (che implicano quindi che persone di altre nazionalità rifugiati non possono essere).

Un’altra teoria argomentata in vario modo in qualunque piazza di quartiere è quella che prevede una sorta di incompatibilità tra lo status di rifugiato e la condizione di giovinezza e salute. Un giovane vigoroso, evidentemente, non è un rifugiato: sta solo provando a fare il furbo. Dante quando andò in esilio aveva meno di 40 anni. Per fortuna erano altri tempi.

Rifugiato non basta, dunque. Per non essere considerato un impostore, un criminale o semplicemente un nulla che può sparire nel deserto, nel mare o in un carcere libico senza che nessuno ne abbia responsabilità, il rifugiato deve essere almeno vulnerabile: donna sola, donna incinta, bambino o, se maschio adulto, almeno anziano, gravemente invalido, malato.

Se sentissi queste cose solo sull’autobus o al bar sospirerei e penserei che c’è tanto lavoro di informazione da fare. Purtroppo, però, queste cose le sento e le vedo scritte in sedi assai diverse. Questo mi sconforta e mi preoccupa molto.

Che dire? (su via Curtatone)


Ho pensato a lungo se scrivere questo post, decisamente non necessario. Su internet potete leggere molti articoli belli, ispirati, utili, documentati. Sotto ve ne linko qualcuno. Ma sapete, oggi volevo iniziare a scrivere un altro post sul viaggio di questa estate e poi mi sono detta che alcuni dei quattro gatti che mi leggono forse si aspettano un commento sull’orrendo sgombero protratto e violento di cui siamo stati testimoni qui a Roma.

In queste ore si legge un po’ di tutto, le tifoserie si scatenano, il web pullula di specialisti di sociologia e di diritto internazionale. “La gente valuta per quel che sa”, mi si obiettava ieri in una conversazione su Facebook. E ancora una volta, purtroppo, sa molto poco e soprattutto non sa cosa credere, in questa gara a pubblicare immagini, video, frammenti, istantanee. Questa estate, in un istruttivo video su come editare le foto per Instagram, una frase di Chiara mi è rimasta impressa: “lo stile di Instagram chiede foto con una prospettiva molto dritta e molto piatta”. Ecco, tutti i media ormai chiedono questo: narrazioni estrapolate, lineari e piatte, senza prima e dopo. Magari virate sulle tinte pastello dei buoni sentimenti, oppure molto sature di dramma, sangue, enfasi.

Prima di lasciarvi con qualche consiglio di lettura, aggiungo solo qualche osservazione.

  1. Lo so che i rifugiati, specie se vivono in condizioni analoghe, vi sembrano tutti uguali e considerare particolari come quando sono arrivati in Italia, se parlano la lingua e che storia pregressa con l’Italia hanno vi pare una distinzione di lana caprina. Però fa tutta la differenza del mondo. Se volete cercare davvero di capire, queste cose dovreste saperle. Perché spiegano l’adeguatezza o l’inadeguatezza delle soluzioni possibili, ma anche la profondità delle responsabilità politiche del singolo episodio. Ieri ho incontrato un vecchio amico, membro del comitato che coordinava l’occupazione di via Curtatone: ci siamo conosciuti al centro di accoglienza in cui lavoravo e da cui lui è uscito nel 2003. La maggior parte delle persone sgomberate da quel luogo ci vivevano da tre o quattro anni. Alcuni bambini ci sono nati.
  2. Con questo non voglio dire che era giusto e bello che centinaia di persone vivessero in uno stabile occupato. Non sarebbe mai dovuto succedere. Eppure succede, in tante altre strutture in città, di cui la Regione ha fatto una precisa lista già da tempo, corredata da stanziamenti di fondi al comune per ampliare l’edilizia popolare.
  3. No, non incomincerò anche io con l’elenco delle responsabilità in ordine decrescente. Credo che con le giuste letture ognuno possa farsi il suo. Lasciatemi sono dire che in queste circostanze più di altre si tocca con mano l’inadeguatezza, lo squallore e il cinismo della politica. Tutta. Chi ha potere è squallido nel molto, in larga scala e con la spudoratezza di chi è sicuro dell’impunità; ma chi non ha potere è squallido nel poco, nei protagonismi e nelle strumentalizzazioni di bassa lega. Scusate se sono amara, ma oggi mi pare così.
  4. Che possiamo fare noi? Sarò franca. Non basta l’indignazione su Facebook, ma anche andare a portare panini serve più a gratificare il nostro spirito da crocerossina dell’800 che altro (senza offesa per il bellissimo e utilissimo volontariato di Roma, si intende). Non lasciate che questi episodi siano dimenticati dopo il prossimo titolone. Leggete, informatevi, chiedete, capite. E cominciamo a pretendere una politica degna di questo nome. Come? Ditemelo voi. Sono tutta orecchi.

Letture

Annalisa Camilli, Sgomberare gli sgomberati, il fallimento dell’accoglienza a Roma
Centro Astalli, Sgombero di rifugiati a Roma: risposta inadeguata a problemi complessi

Gianni Del Bufalo, Migranti e topi
Eleonora Camilli, Famiglie senza casa accampate in basilica: “Qui finché non ci ascoltano” (per completezza)
Michele Smargiassi, La carezza e la violenza. Una guerra di immagini

La foto del post è di Eleonora Camilli.

Senza parole


Sono giorni che penso che dovrei scrivere qualcosa qui sulle rapide, rapidissime evoluzioni di provvedimenti in materie di migrazione. ma ogni volta che comincio mi assale una sorta di scoramento e di stanchezza.

A costo di sembrarvi presuntuosa, quindi, vi chiedo di credermi sulla parola: le decisioni che sono state prese e che si stanno prendendo in questi giorni e ore sono gravissime e, in qualche misura, senza precedenti. Non è che non sia in grado di argomentare perché, ma siamo arrivati al punto che mi pare persino inutile, in qualche modo.

Sul “come” (come accogliere, come gestire, come programmare i flussi, come coordinare gli interventi economici e politici che riguardano le migrazioni, come contrastare l’illegalità, come…. un sacco di cose) c’è infatti molto da parlare, argomentare, dibattere e soprattutto riflettere, pensare, valutare. Ma quando si arriva al “se” (decidere se salvare esseri umani innocenti dal mare, se dare la possibilità di chiedere protezione, se la dignità del resto degli uomini del mondo ci riguarda, se una persona nata in un luogo diverso ha lo stesso diritto a una vita sicura e a un futuro o no) non mi sento più in grado di argomentare. La domanda stessa mi pare in contraddizione con tutto quello in cui credo e che in 44 anni di vita ho interpretato come valori abbastanza condivisi della comunità culturale di cui faccio parte.

Perdonerete se sono senza parole. Poi magari le ritroverò.

Voglio però lasciarvi descrivendovi una foto che non ho scattato ieri sul tram 8. Una donna africana portava sulla schiena un bimbo che poteva avere una decina di mesi. Lei era assorta nei sui pensieri, ma il piccolo di guardava intorno e tendeva le manine agli altri passeggeri. Io e un’altra signora abbiamo allungato un dito e lui lo afferrava sciogliendosi in profonde risate e gridolini.  Anche quando la mamma è scesa lui continuava  a sorridere e a cercarci con gli occhi attraverso il finestrino.

Che voglio dire con questo? Niente di particolare. Forse solo che, senza arrivare alle crude previsioni economiche di Boeri, mi chiedo se siamo proprio sicuri di volerci a ogni costo difenderci con la violenza e con gli eserciti da questa cosiddetta invasione. Mi sovviene un vago ricordo dell’esame di egittologia e una curiosa contraddizione iconografica nei rilievi monumentali dei faraoni che raccontavano di difendere l’Egitto da feroci invasori asiatici armati e poi, negli stessi rilievi, infilavano raffigurazioni di carri carichi di donne e bambini, quasi a suggerire che questi “supernemici” non erano solo feroci soldati, ma anche persone che – come si racconta anche nella Bibbia – si affacciavano nel Paese per sopravvivere. E che poi alcuni di questi popoli ce li ritroviamo, ben caratterizzati dai loro copricapi etnici, in rilievi successivi come soldati nell’esercito del Faraone. La retorica della difesa della patria dall’invasore funziona sempre, da millenni. Poi però la storia dimostra che quella delle battaglie e degli eserciti è (per fortuna) solo una parte di una realtà più grande, meno lineare, fatta più di relazioni che di stereotipi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Europa è bella perché è varia (e anche l’Italia)


Oggi è la Giornata Mondiale del Rifugiato, lo leggerete sui giornali, lo vedete credo sui social. Quest’anno sono stati organizzati moltissimi eventi in tutta Italia (e in molti di essi potete anche firmare per la campagna Ero straniero. L’umanità che fa bene). Io, di corsa tra una scadenza e un impegno, ci tengo però a scrivere qualcosa, oggi. E cercherò per un giorno solo di non fare polemica, di non angustiarmi e di non farmi il sangue amaro (anche se ce ne sarebbe ben motivo).

Oggi voglio spiegarvi come mai ancora ho fiducia e speranza, nonostante senatori che organizzano teatrini violenti e volgari e trasmissioni televisive ben oltre i limiti della decenza. La mia speranza è che l’Europa è tanto altro, e anche l’Italia. Perché in ogni angolo di questo sorprendente continente, in cui non ci sono maggioranze ma solo minoranze (etniche, linguistiche, culturali), tanti hanno trovato la loro personale via per l’accoglienza, anche al di fuori dagli schemi.

Prendetevi pochi minuti e guardate questo video, ad esempio. Mi piace molto la carrellata di panorami, lingue, persone diverse che hanno contribuito a realizzarlo. Sono molto fiera di questo progetto, a cui stiamo lavorando in 9 Paesi d’Europa. Tante cose stanno già succedendo, con normalità. E allora cerchiamo di raccontarlo (qui trovate il video girato a Roma)!

Ieri ho visto un buon documentario che andava esattamente nella stessa direzione, Dove vanno le nuvole di Massimo Ferrari. Anche in questo caso, più ancora della ragionevolezza delle esperienze di accoglienza, colpisce la straordinaria varietà dell’Italia. La telefonata dell’operatore sociale trevigiano in visita a Riace, che descrive i preparativi per la festa dei Santi Cosma e Damiano, è antropologicamente esilarante. L’impressione che io ne ho ricavato è che in un Paese dove da millenni riescono a convivere stili di vita, mentalità, linguaggi e culture culinarie tanto diverse, con un minimo di buon senso e organizzazione può trovare posto il mondo intero. Non so, sinceramente, se il professore di Treviso faccia più fatica a comprendere un ragazzo guineano di vent’anni che vuole lavorare per mandare i soldi alla famiglia o un sindaco calabrese che sfila in processione sotto i Santi Medici e fa gesti pubblici/politici nella chiesa del paese con assoluta disinvoltura.

Non è facile, certo. Ma la complessità è la cifra dell’Italia e dell’Europa e una via si è sempre trovata. Ciascuno la sua, magari in ordine sparso. Ma con una creatività e una capacità di invenzione che non deve essere umiliata da quattro slogan ad effetto.

Buona giornata del rifugiato. L’UNHCR vi dice di schierarvi “dalla parte dei rifugiati”. Io oggi vi dico: cercate di rasserenarvi e di guardare il lato positivo. Siamo tutti dalla stessa parte. O, se preferite, siamo tutti sulla stessa barca, come diceva uno dei protagonisti del documentario. Io non sarei tanto sicura di chi sta al timone e chi rema, ma mettiamocela tutta e in qualche modo si andrà avanti.

Due cose che devo proprio dire


Chi mi conosce lo sa. Quando sento parlare il nostro attuale ministro degli Interni (o ne leggo le dichiarazioni) perdo di lucidità. Per questa ragione cerco, con scarso successo, di non commentare troppo quello che dice e quello che fa. Però due cose le devo commentare per forza, anche perché sento ormai riecheggiare le sue parole nei luoghi che frequento, ripetute e amplificate dalle bocche più insospettabili. Io so bene che nessuna campagna, neanche questa pur bellissima e coraggiosissima che stiamo caparbiamente portando avanti in tutta Italia, può granché contro quello che, ripetuto ogni sera in televisione, diventa verità anche solo per sfinimento di ascolto passivo. Figuriamoci un post di Chiara Peri.

Però concedetemi due citazioni e due commenti.

«I dati indicano che, nel 2016, i flussi di migranti della rotta balcanica occidentale sono diminuiti dell’86 per cento, quelli della rotta balcanica orientale del 72 e, al contrario, quelli del Mediterraneo centrale aumentati del 18. Questo significa che lo sforzo finanziario assunto dall’Europa con la Turchia, 6 miliardi di euro, ha consentito di arrestare di fatto il flusso dai Balcani e che la partita si gioca dunque di fronte alle nostre coste. Bene. C’è un ulteriore dato che indica come il 90 per cento dei flussi del Mediterraneo arrivi dalla Libia. E questo consente di focalizzare ancora di più l’origine del problema»
La “partita” a cui si fa riferimento suona come una specie di partita a Risiko. Mi pare ovvio che il Ministro consideri un successo l’arresto del “flusso dai Balcani”, anche se è stato uno sforzo finanziario. Denaro ben speso, pago pretendo. Ma ci ricordiamo di chi era composto quel flusso? Migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalle bombe. Quel flusso oggi non arriva più, eppure il Siria si continua a morire. Oggi una mia collega ha accompagnato dal Papa un bambino, una goccia di quel flusso, che ha perso il papà a causa di una bomba. Di questo si parla, non di una nube tossica. E quell’impegno finanziario scellerato, di cui non si riesce neanche a sapere con chiarezza chi si è preso la responsabilità, non si limita a bloccare milioni di rifugiati in Turchia, il paese che da solo già ne ospita un numero più alto di tutta l’Europa impastata insieme. No, quell’impgno finanziario rimanda indietro chi è arrivato e soprattutto sigilla i confini di un paese in guerra che noi, con la nostra crescente esportazione di armi, contribuiamo con ogni probabilità a tenere ben viva.
Ma il flusso dalla Libia, mi direte, è tutt’altro. Vero. Ma non è meno urgente, disperato e sacrosantamente legittimo. Vedo sopraccigli che si alzano. Ok, possiamo discuterne, in un altro momento. Però una cosa è certa. Il “flusso” dalla Libia non è composto di libici. Quindi non insultiamo la nostra intelligenza dicendo che l’origine del problema è in Libia. L’origine del problema è nei conflitti, più o meno dimenticati, nelle dittature che spesso ci conviene appoggiare, nelle carceri sotterranee di cui tanti amici africani mi parlano, nella corruzione che si mangia tutto, nella rapina sistematica a cui pochi potenti sottopongono un continente intero, le sue risorse naturali, il suo ambiente. In Libia, semmai, è la presunta soluzione del “problema”. Una soluzione che sa di violenza, di detenzione, di tortura. L’abbiamo già visto questo film. Non fraintendetemi, la pace il Libia sarebbe una cosa meravigliosa e sacrosanta. Anche lì c’è un popolo che soffre. Ma non mi convincerete mai che la via per la pace passa per la violenza riservata a altri per compiacere chi paga per il servizio.

«Le statistiche ci dicono che i reati, tutti i reati, sono in diminuzione, ma la sicurezza non è una statistica, è un sentimento. E il sentimento di insicurezza avvertito dai cittadini non va mai sottovalutato»
Questo per me è il punto più grave. Il sentimento di sicurezza non si contrasta inasprendo le misure di sicurezza contro chi qualcuno percepisce essere pericoloso, adottando misure di urgenza che non trovano alcuna giustificazione in quel che accade davvero. Il sentimento di sicurezza si costruisce con l’educazione, con la bellezza, con le iniziative che creano rapporti di rispetto, amicizia e solidarietà tra vicini di casa, concittadini, colleghi, compagni di scuola. Ricucendo quello che le trasmissioni della televisione, con le loro urla scomposte, non fanno che distruggere: la coesione sociale, la comune cittadinanza. Sono processi lunghi, i cui risultati numerici non si portano a casa in poche settimane. Certamente contare le espulsioni, legittime o meno che siano (nella sostanza, quando non proprio nella forma), è più facile e fa un effetto migliore sul momento. Ma tutta questa violenza implicita o esplicita che frutti porterà? Se crea sentimenti, dubito che siano buoni sentimenti. Qualche sentimento lo vedo ogni tanto negli occhi di chi queste violenze già comincia a subirle (e che un po’ le ha sempre subite, diciamocelo): paura, rabbia, umiliazione, vergogna, frustrazione, esasperazione. Un sentimento di sicurezza non l’ho visto mai.