Forse non tutti sanno che


Come fanno le formiche uscite da un formicaio a ritrovare la strada di casa?

Qual è la differenza di alimentazione tra un picchio rosso e un picchio muratore?

Come avviene, nel dettaglio, l’accoppiamento delle libellule?

Come marcano il territorio le volpi?

Queste e molte, molte altre fondamentali nozioni erano contenute ne Il tuo primo libro della foresta, primo libro portato a casa da Meryem dalla biblioteca scolastica. Il progetto vuole che i bambini portino a casa il libro il venerdì e lo rendano il lunedì successivo. Ho mostrato molto entusiasmo per l’iniziativa, che mia figlia del resto pare aver preso molto seriamente. Avrei forse immaginato, però, una bella favola, tanto per cominciare.

La lettura integrale del volume è stata fatta in cinque intense sessioni. Ci siamo diligentemente sottoposte ai test di verifica alla fine di ciascun capitolo, in cui abbiamo dimostrato una discreta padronanza nel distinguere la cacca del coniglio da quella dell’arvicola. Abbiamo familiarizzato con insetti i cui nomi, confesso, continuano a sfuggirmi (e che spero ardentemente di non incontrare mai). Ho la coscienza di madre a posto.

Però. Non mi sono sentita di caldeggiare la realizzazione dell’attività pratica suggerita in fondo a uno dei capitoli: mettere strati di terra e sabbia alternati in un barattolo di vetro, coprire con foglie marce e introdurre nel contenitore “alcuni lombrichi” onde poter osservare come scavano i tunnel. Glielo facessero fare in classe, se lo ritengono indispensabile per la sua formazione di cittadina.

Quello che le madri immaginano


Quadro uno: interno, tardo pomeriggio. Cinque bambini compostamente seduti intorno a un tavolo, consumano la loro cena in un tempo congruo, autonomamente, intrattenendo una conversazione creativa ma a volume moderato. Frattanto la padrona di casa può dare gli ultimi ritocchi alla cena dei grandi. Musica jazz in sottofondo. Stesso interno, sera. I bambini prendono compostamente posto sul divano e gioiscono in silenzio della visione di un cartone animato di buon livello. Intanto i genitori consumano con calma la cena, immersi in intelligente conversazione.

Quadro due: interno, tardo pomeriggio. I bambini presenti si avvicendano al tavolo della cena, dove non sostano più di pochi istanti e mai in simultanea. Pretendono che venga tolto dal piatto, in sequenza mista: il pomodoro dalla pasta al ragù; la pelle dal pollo arrosto; la carne del pollo dal pollo arrosto rimanente: la pasta dalla pasta al ragù (frattanto nascosta sotto al tavolo). La padrona di casa si accerta rapidamente che il più piccolo dei cinque, momentaneamente scomparso dai radar, non sia finito nel forno. Stesso interno, sera. Il cartone gira a vuoto. Cinque bambini sono intenti a fare devastazione intorno a loro con grossi salti e urla belluine. Il caos viene interrotto solo dall’urgenza di manipolare alcune lumache sul terrazzo (dove piove). I genitori, accasciati sul tavolo, tracannano Corona e, a seguire, brandy.

Indovinate quale delle due scene è realmente accaduta.

Troppa grazia, Crayola


E’ un po’ che aspettavamo l’occasione di provare il Magic Activity Set che ci ha mandato Crayola ormai da diverse settimane. Il nostro è di Cars 2 e contiene 2 album, uno con delle scenette da colorare e l’altro bianco per disegnare, tempere e pennarelli magici. “La magia non esiste”, mi spiegava saputa Meryem proprio ieri. E oggi siamo state smentite. Comincio a pensare che questi colori siano magici sul serio, ma non esattamente per il motivo che credete.

Conoscete il principio, vero? Almeno i pennarelli che fanno apparire disegni in appositi album sono abbastanza inflazionati in tutte le edicole. Quindi li conoscevamo già. Sempre divertenti, sempre buoni per non sporcare vestiti, mani, tavolini (ottimi per il disegno al volo prima di uscire, ad esempio).

Ma le tempere, almeno le nostre, si sono rivelate davvero soprannaturali. Non le avevamo mai viste, non eravamo sicure di come usarle. Hanno una consistenza un po’ strana, un po’ collosa. Ma ben presto ci siamo impratichite. Però alla fine, quando volevamo usarle di nuovo, non siamo più riuscite a trovare il vasetto d’acqua e il pennello che avevamo usato fino a due minuti prima. Dopo un’ora di affannose ricerche, abbiamo stabilito che i colori magici, sciolti nell’acqua, hanno reso invisibili vasetto e pennello. Il materiale illustrativo non specifica se l’effetto sia permanente o temporaneo. Se un giorno gli oggetti scomparsi, di punto in bianco, ricompariranno (magari perché mettendo in tavola un piatto rovescerò il vasetto invisibile) ve lo farò sapere. Intanto noi abbiamo continuato con i pennarelli 🙂

RainbowMagicché?


Ero preparata, o almeno lo pensavo. Avevo letto la sobria (ed estremamente diplomatica, scopro oggi) recensione di Wonder a suo tempo. Avevo raccolto critiche qua e là (anch’esse, lo vedo ora, davvero generose). Quest’estate, quando Nizam stava per cedere alle pressanti richieste della Guerrigliera, ci ha fermato il prezzo: per andarci in tre, ben 98 euro. No, non è uno scherzo. Aggiungiamoci 5 euro di parcheggio, benzina, etc. La logica conclusione è stata: evidentemente no. Ma non potevamo immaginare quanto avevamo ragione.

Oggi ci si è messo di mezzo il destino in forma di biglietti gratuiti. Un’amichetta in visita dalla Sardegna. Una spedizione femminile di famiglia. Saggiamente equipaggiate di cibi e bevande, arriviamo in loco (un’oretta di tragitto). Le bambine sono entusiaste. I jingle delle pubblicità martellanti, i loghi sparati su autobus e cartoni del latte da un anno e passa finalmente si incarnano in un luogo fisico. Saltellavano eccitate.

Entriamo. Bene, cercherò di essere misurata. Credo di poter ambire a tanto esclusivamente perché in cinque abbiamo lasciato in questo ameno luogo solo i cinque inevitabili euro di parcheggio. Se avessi pagato immagino che a quest’ora sarei al commissariato di Colleferro in seguito alla distruzione a martellate del Castello di Alfea.

1. Il parco è, come dire… brutto. Semplicemente brutto. Sembra già vecchio. Scolorito, male allestito. Le rifiniture mancanti che Wonder signorilmente attribuiva all’incompiutezza continuano a mancare. L’area è piccola e francamente poco suggestiva. Le decorazioni sanguinolente di Halloween non miglioravano l’effetto generale. L’insieme era piuttosto imbarazzante e deprimente.

2. Le attrazioni sono poche, i ristoranti e i negozi invece moltissimi. Suvvia, non c’è proporzione. La sensazione di rapina che chiunque paghi un biglietto di 35 euro non può non provare è accentuata dalla beffa di continui giochini aggiuntivi a moneta. Il massimo? La cabina phon (una) per asciugare chi si fosse bagnato con schizzi e attrazioni acquatiche costa, udite udite, due euro. E oggi era anche fuori servizio. Mi sono stupita che i bagni non fossero anch’essi a moneta. Il livello delle giostre da piccoli (quelle adatte a bambine di 5-7 anni, per intenderci) è scadente. La durata dei giri è da record di velocità: l’ottovolante, ad esempio, finisce in 59 secondi (li abbiamo contati durante l’attesa).

3. Vogliamo parlare dello stile nei confronti dei visitatori? Cartelli minacciosi qua e là ricordano che qualunque danneggiamento agli zuccherosi quanto rabberciati arredi del Castello di Alfea (il quale, per inciso, è in massima parte l’ennesimo negozio di gadget) dovrà essere ripagato. Oggi gli orari degli spettacoli, stampati sulla cartina che ci è stata data all’entrata, non corrispondevano alla programmazione effettiva. La cosa ci ha fatto perdere per due volte la possibilità di entrare, oltre a farci correre inutilmente su e giù inseguendo i cambi di sede (tra l’altro il maledetto quanto inutile lago rende lunghi anche tragitti in linea d’aria brevissimi). Ho provato a chiedere spiegazioni e mi è stato risposto che no, gli orari sullo stampato non sono quelli veri, che invece sarebbero scritti su un cartello all’ingresso (!). Ho provato a chiedere cosa ci danno a fare gli orari sbagliati, allora. Mi è stato risposto, piuttosto in malo modo: “C’è un servizio clienti, no? Vada a dirlo a loro”. Ora. Io non avevo pagato e non sono stata a piantar grane. Ma vi assicuro che se avessi sganciato 100 euro per due o tre giri di giostra sarei stata molto meno signorile.

Alla fine la cosa che mia figlia ha trovato più attraente è stata la famosa giostra delle Winx (anch’essa piuttosto lampo come durata, a dire il vero) e il playground dell’adiacente baretto. Io ho ancora negli occhi la giostra più triste del mondo: un trenino composto da pochi sparuti vagoncini, con l’Outlet sullo sfondo. Non mi soffermo sui genitori che cercavano di contrabbandare figli alti 50 cm nelle giostre che ne richiedevano 105 (“mi assumo io la responsabilità”). Non faccio paragoni, ci mancherebbe. Dico solo che mi è cascata la mascella e non l’ho ancora raccolta. E’ questo il grande parco divertimenti di Roma? Ah. Annamo bene, come si dice qui.

Abbiamo concluso la giornata con un giro all’outlet, luogo che colpirebbe qualunque essere umano in normali condizioni psicofisiche per il suo peculiare obbrobrio estetico (immaginatevi un villaggio del west in tinte pastello). Mia sorella, all’ingresso ha esclamato: “Ma che carino, qui! Com’è accogliente”. Ecco, credo di avervi detto tutto.

Metafora


C’è stato un pomeriggio di molti anni fa in cui sono stata scippata, nella via dove abitavo. Avevo una borsa che si portava in mano, con i manici, che mi piaceva moltissimo. Due persone sono arrivate alle mie spalle in motorino, sul marciapiede, e mi hanno strappato la borsa. Io l’ho tenuta, per un po’. Mi hanno trascinato sull’asfalto.

Quel pomeriggio era un pomeriggio di un periodo particolare. Mia sorella era ricoverata, in coma, all’ospedale di Perugia. Ho suonato alla porta, non avevo più le chiavi. Mi ha aperto mio padre, talmente stravolto che non si è accorto che ero in lacrime, sanguinante e con i pantaloni stracciati. Mia madre era in ospedale da mia sorella. Un’altra delle mie sorelle mi ha aiutato, mi ha accompagnato al pronto soccorso e poi a fare la denuncia. La mattina dopo io e mio padre dovevamo andare a Perugia, a dare il cambio. La medicazione me l’hanno cambiata lì.

Un dettaglio che non so collocare in un luogo preciso, ma che è legato a quella sera è che quando mi hanno medicato mi hanno fatto un male cane. Mi hanno spiegato che dovevano pulire la ferita in profondità e quindi hanno dovuto scartavetrare (non è il termine giusto, ma quello era l’effetto) la crosta che si era già formata.

Un dolore così l’ho provato stasera, guardando il film “Lo spazio bianco“. Non sono in grado di spiegarvi tutte le ragioni. Un po’ per pudore, un po’ perché non le capisco bene e fino in fondo neanche io. Certo è che in qualche modo esulavano dal film e andavano a pescare in qualche parte del mio passato che non dimentico, ma non rispolvero volentieri. Come la storia dello scippo, che pure mi ha lasciato una visibilissima cicatrice sul ginocchio.

Ottimismo


Quando ti tocca una riunione in una classe dove le sedioline sono alte quanto l’attaccatura del tuo polpaccio e la superficie copre a mala pena un quadrante del tuo sedere, non si parte bene. Tuttavia ero fedele al mio proposito: oggi mi sarei riscattata dalla mosceria di ieri. Parola d’ordine: positività. O almeno una distaccata ironia. Quindi cercavo di concentrarmi sui punti positivi della semestrale riunione di classe, che vado ad elencarvi:

– Avevo efficacemente piazzato la Guerrigliera da un’amichetta. Per una volta, non ho passato la riunione a guardare l’orologio (di solito tata Silvana il giovedì, giorno fisso di ogni riunione scolastica, va in palestra).

– C’erano un sacco di facce nuove (no, non quelle delle maestre… peccato). E ne mancavano molte altre. A parte le maestre di sostegno, senza le quali non so davvero come ce la caveremo, e qualche sporadica eccezione, non ho avuto grandi attacchi di nostalgia.

– In modo del tutto inaspettato, una mamma si è autocandidata al ruolo di rappresentante di classe, ha preso appunti per il verbale, si era portata fogli prestampati per prendere nota dei molti nuovi recapiti, ha diligentemente riscosso le quote per il fondo cassa, essendosi portata anche degli spicci per i resti. Trasecolo. Tanta efficienza in quel contesto non mi aspettavo davvero di vederla. I miracoli esistono.

Tutto ciò potrà compensare la ferale notizia che si lavorerà sul riuso del legno e che quindi ci beccheremo gli immancabili lavoretti fatti con le mollette? Io ancora ricordo una agghiacciante sedia a dondolo da me assemblata quando avevo circa l’età di mia figlia. Una roba da galleria degli orrori. Per non parlare del mercatino di Natale. Speriamo che ci sia risparmiata la gara delle torte cotte dalle mamme (con relativa rissa finale).

Censuro anche l’alata quanto inutile discussione sulla “procedura di pulitura culetti”. Tanto l’unico modo possibile è ciò che le onnipotenti bidelle decretano di volta in volta. Un padre di quelli pago-pretendo, che peraltro si distraeva continuamente mandando mail dallo smartphone (o cazzeggiando, chissà), ha offerto di risolvere il problema acquistando scorte ulteriori di salviettine umidificate. Le maestre hanno precisato che l’area bagni non è di loro competenza.

Dimenticavo un altro lato positivo: in un’oretta era tutto finito.

Buon anno scolastico anche a voi!

On demand


“Meryem, ti vai a lavare le mani?” “Ok. Mi fermi un attimo il cartone?”.

Eh no, non te lo posso fermare. Non è un dvd. Non è youtube. E’ un normale programma tv.  Meryem non capisce. “Vabbè, ma non lo puoi fermare lo stesso?”. Per lei tutto su uno schermo è. Le spiego con calma che questi cartoni non decidiamo noi quando iniziano, e dunque non li possiamo fermare. Ne conviene.

“Quindi, se lo fermassimo, si fermerebbe in tutte le televisioni del mondo?”. Eh, più o meno. Magari è per questo che non ce lo fanno fare…. Scenario affascinante, su cui la Guerrigliera si sofferma un attimo, tentata dall’ipotesi di potere. Ma poi si rassegna persino lei.

“Vorrà dire che mi lavo le mani in cucina, almeno sento”. L’arte di scendere a compromessi.

Il Principe Mezzanotte


Mi piace andare a teatro con Meryem e in questi anni abbiamo assistito a molti ottimi spettacoli. Ma quello di oggi è stato un’esperienza di un livello nettamente diverso. Non esiterei a definirlo un piccolo capolavoro. Un’esperienza completa, curatissima, piena di trovate, un po’ “di paura”, certamente inaspettata sotto ogni aspetto.

Non vorrei dirvi di più, perché la sorpresa è parte importante dello spettacolo “Il principe Mezzanotte”. Che, peraltro, è anche un libro, come vedete dal raffinatissimo sito dedicato a questa.. esperienza. Sono rimasta davvero profondamente colpita da questa romanticissima favola noir, dove non manca una buona dose di comicità. L’interazione con il pubblico poi è talmente spontanea e sincera che credo davvero che ciascuna rappresentazione sia uno spettacolo diverso.

Alla fine del mese vedo che ci sono altre due date a Civitavecchia. Comunque tenetelo d’occhio. E’ adattissimo anche a bambini più grandi di Meryem (e agli adulti!). Ultimo sospiro: aaaah, che musiche!

E se la lasciassi fare?


Streghetta di tonno con i capelli verdi

Facciamo outing: rientro anche io nella schiera folta di madri che sudano freddo al momento di mettere a tavola i figli (la figlia, nel mio caso). Meryem non ha mai dimostrato un interesse particolare per il cibo. Diffidente, restia ad assaggiare, capace di saltare i pasti senza difficoltà alcuna. Con un’aggravante: io ho subito per anni (quasi 20!) le costante insistenze di mio padre ad ogni pasto perché assaggiassi ciò che ancora oggi non riesco proprio a mandare giù. Mi ricordo sollievo i miei pasti da sola davanti a un libro, quando gli impegni pomeridiani mi autorizzavano a anticipare il pranzo. Ho capito immediatamente che io non sarei mai riuscita a forzare mia figlia in alcun modo, il che non è necessariamente bene. Finora mi sono accontentata del fatto che almeno un pasto al giorno non lo fa con me e che qualcun altro avrebbe provveduto a sollecitarla.

Il pianeta Marte. Composizione di frittatine di ceci e peperoni

A essere onesti fino in fondo, io non propongo a mia figlia nulla di particolarmente attraente. E anche la nostra socialità del pasto, visto che normalmente siamo sole, è piuttosto ridotta. Una svolta nelle nostre vite è stata segnata dall’incontro con Natalia. Con le sue ricette io e Meryem abbiamo cominciato, ogni tanto, a cimentarci in cucina. E lei ci ha preso gusto. La cosa che la folgora più di ogni altra è la composizione del piatto, la creatività (tipo quella che sprigiona dal nuovo libro di Natalia, per intenderci). Facce buffe, paesaggi, animaletti: ogni cosa con una forma diventava più appetibile.

Ciò mi ha dato un’altra idea. Non si ha sempre il tempo di cucinare insieme qualcosa di sfizioso. Ma ho preso l’abitudine di chiedere a Meryem di scegliere tra gli elementi costitutivi della cena (carne, legumi, pane, verdure….) disponibili quel giorno i componenti necessari a una sua composizione artistica, tutta da mangiare. La regola è che deve utilizzare per la composizione solo le quantità che crede di poter mangiare. L’intera procedura prende al massimo 5 minuti, ovviamente: i componenti sono già cotti – se è il caso. Se riesco, parto dal passaggio precedente: mi faccio accompagnare al supermercato e la invito a scegliere i componenti. A quel punto la Guerrigliera si fa fregare dall’estro cromatico: l’altro giorno ha voluto pomodorini, lattuga, persino un peperone che prima aveva sempre schifato.

Alla fine cerca un titolo al piatto e vuole che lo fotografiamo, così Natalia su Facebook lo può vedere e dirci se siamo state brave. E poi lo spazzola, diligentemente.

La bandiera italiana: fettina di vitello, bresaola, insalata, maionese

Questo post partecipa al blogstorming

Piccolo canguro: una favola per l’inserimento


Piccolo canguro

Durante una delle nostre spedizioni alla piccola e media editoria, lo scorso dicembre, mia sorella Marina mi ha regalato questo libro di Guido van Genechten, che ho subito apprezzato moltissimo. Oggi, rileggendolo a Meryem, ho pensato che è molto adatto a questo periodo dell’anno, in cui le mamme si confrontano con inserimenti a scuola e i relativi distacchi, più o meno sofferti.

Piccolo Canguro è restio a saltar fuori dal marsupio della sua mamma. La mamma cerca di invogliarlo, di stimolarlo, di spingerlo fuori dolcemente. Perché è giusto così, ma anche perché, umanamente, è stanca e non ce la fa più a portare tutto il giorno il peso di un cucciolo un po’ cresciutello. Alla fine anche il cangurino mammone si lancerà nel mondo, nel modo più naturale: saltando dietro a un nuovo amichetto.

Mia sorella mi raccontava di voci – non so quanto fondate – relative al fatto che questo libro, olandese, avrebbe incontrato qualche resistenza prima di essere tradotto in italiano e che sarebbe stato addirittura rifiutato, in quanto poco in linea con l’italica sensibilità, da alcune editrici più famose. Non ho idea se sia vero. Certo è che questo concetto della fisiologica stanchezza della mamma, che nulla toglie alla gioia positiva dell’indipendenza, è certamente uno degli elementi che mi ha reso questo libro dalle illustrazioni deliziose assai simpatico.

Lo dedico a tutti i genitori alle prese con queste settimane di rodaggio. A quelli che si sorprendono a desiderare che i figli crescano in fretta (salvo poi pentirsene, quando crescono davvero). Ai genitori sgarrupati come me, che sentono gli uccelli cinguettare e, nonostante tutta la fatica, provano ancora l’impulso di muovere qualche passo di danza (se non ci vede nessuno).