Oddio, ma era oggi?


Oggi è sui social network è la Giornata dedicata alla ricerca di buone prassi al femminile. La data mi era sfuggita, ma ci tengo ad aggiungermi in corsa. Però. Questo tema qualche difficoltà me la pone. Non mi va di scrivere qualcosa “in generale”, che nulla aggiungerebba a una conversazione importante come questa. Non mi va nemmeno di pescare qualche aneddoto, perché anche questo non aggiungerebbe granché alle belle esperienza raccontate da altre. Vorrei condividere con voi un punto di vista molto particolare, che forse va leggermente fuori tema, ma che dice molto del mio lavoro e della mia vita. Forse non troppo stranamente, come ho già fatto per la giornata di socialblogging sulla scuola, citerò un gesuita. No, non storcete il naso. Il problema è che questi gesuiti, senza essere particolarmente esemplari per valorizzazione della donna come risorsa umana (come categoria, eh? lettori esclusi) , in questi anni mi hanno dato molta materia di riflessione non banale, non scontata, su tanti temi importanti.

Fatta questa premessa, eccovi un brano di una Lectio Magistralis per il decimo anniversario della creazione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Il relatore è padre Mark Raper, che ha lavorato per 20 anni con il JRS.

Guardando attraverso gli occhi di coloro che serviamo, vediamo le cose in modo del tutto nuovo, da una nuova prospettiva, a volte felice, ma talvolta scioccante; dopo, il mondo non è più lo stesso. Ho conosciuto una donna ruandese, che aveva perso il marito nella guerra civile, e il figlio maggiore era stato catturato e ucciso dai suoi vicini; eppure, nonostante tutto, lei continua a cucinare e portare cibo a quegli stessi vicini, continua a sperare in un mondo senza guerra. Ora so che la pace è davvero possibile. Ho conosciuto una donna sudanese la cui vicina stava morendo di colera: incurante del rischio che correva, ha semplicemente preso con sé il bambino di quella vicina e lo ha strappato a morte certa. Da lei ho imparato cos’è veramente la compassione. Ho conosciuto una donna vietnamita che ha perdonato faccia a faccia, e dinanzi a molte altre persone, l’uomo responsabile della morte della sorella e dei suoi due figli. Più tardi aveva ritrovato il marito fuggito altrove, e insieme hanno ricomposto la famiglia. In un campo rifugiati thailandese ho conosciuto una donna che, oltre ai suoi due figli sopravvissuti, si prendeva cura di 20 orfani. In Cambogia le erano morti il marito e otto figli. Voleva perdonare chi le aveva ucciso il marito, e pregava perché nel suo paese ritornasse la pace. Queste donne danno alla riconciliazione un nuovo, più ricco significato.
Ogni giorno in ogni campo, in ogni centro di detenzione e in ogni insediamento urbano di rifugiati, gli operatori del JRS sentono storie come queste. Il nostro primo servizio è ascoltare le persone e, attraverso l’ascolto, aiutarle a trovare il coraggio di continuare a vivere. E ciò che abbiamo visto e udito ha indubbiamente cambiato la nostra, di vita. Dai rifugiati ho imparato che se si vuole dare forma concreta alla visione di quella società futura cui tutti aspiriamo, bisogna trarre insegnamento dalle vedove e dalle madri che nella guerra hanno perduto mariti e figli. Chi non ha più nulla da perdere, spesso è più libero di immaginare e descrivere una società ideale, ed è capace di una resistenza e di una fiducia straordinarie nel perseguire il proprio sogno per il futuro
.”

Sono buone prassi femminili, certamente. Magari un po’ lontane dall’esperienza di molti di noi. Ma neanche troppo.

Qui trovate i link degli altri contributi!

Oltre ogni immaginazione


Ci sono dei momenti in cui questo Paese mi sconcerta davvero. Seriamente. No, non sto parlando di “politica”. No sto parlando nemmeno di economia. Parlo proprio della testa della gente. Negli ultimi mesi qui in ufficio ci stiamo occupando di trovare tirocini per rifugiati che vivono in Italia. In sostanza, paghiamo corsi di formazione che offrano la possibilità di fare un’esperienza di lavoro, nella speranza che qualcuna possa concretizzarsi in un’opportunità più stabile. Nella sola giornata di ieri, abbiamo collezionato le due perle che vado a raccontarvi.

Perla 1. Un ragazzo eritreo in patria lavorava come saldatore. Un’azienda romana da noi contattata, impressionata dal curriculum, lo prende come tirocinante. Poco dopo ci confermano che è un elemento validissimo, più di molti di quelli che hanno attualmente in organico. Finiti i quattro mesi previsti, ci chiedono di prorogare il tirocinio. “Sa, non possiamo proprio fare a meno di lui”. E qui nasce il primo intoppo: se non potete fare a meno di lui, sarà il caso che gli facciate un contratto di qualche genere e cacciate voi i soldi per pagarlo. Mentre si tratta, viene fuori il secondo intoppo. Il ragazzo ci viene a  raccontare che non vuole restare lì, neanche se lo pagassero. Pare che uno dei colleghi abbia l’abitudine di chiamarlo “cioccolatino” e che, negli ultimi giorni, in seguito alla sua indisponibilità a continuare a lavorare gratis sine die, il clima sia peggiorato ulteriormente. Ci riferisce una frase che ci sconcerta. Decidiamo di chiedere spiegazioni agli interessati. Loro minimizzano. Mica si sono menati. Giusto qualche motto di spirito tra colleghi. E, come esempio del motto di spirito, ci riferiscono, candidi, la frase incriminata: “Vai a prendere quei ferri, che sono brutti e neri come te”.

Perla 2. Andiamo a iscrivere una donna rifugiata a un corso come receptionist. Si tratta di una signora laureata, che parla correntemente inglese e francese, oltre all’italiano. La responsabile dei corsi storce il naso. “Ma non sarà mica nera?”. La mia collega sgrana gli occhi. Lei continua, serena: “Perché sa, molti alberghi Romani su questo hanno una precisa politica: niente neri alla reception. E’ un lavoro delicato, capisce. E’ normale che si scelga una linea. I neri possono fare i facchini, o magari la pulizia nelle stanze. Ma a contatto col pubblico meglio di no”. Che poi è già un’opportunità. I rumeni, ad esempio, secondo la signorina sarebbero esclusi a priori da qualunque ruolo professionale. “Magari sono anche brave persone. Ma sono sempre rumeni”. Ora, va da sé che la signorina non ci darà mai la lista degli alberghi romani che (in modo assolutamente ufficioso, evidentemente) adottano questa politica. Ma noi la signora al corso per pulizia delle camere non ce la iscriviamo.

Non è normale


Oggi stavo per scrivere un altro bel post positivo, entusiasta, fiducioso. Sono andata alla presentazione di una campagna di sensibilizzazione che si chiama “L’Italia sono anch’io“. Si respirava una bella aria, diversa da quella di analoghe occasioni precedenti: concretezza di proposte, dati statistici ben presentati, argomentazioni convincenti dal punto di vista giuridico, sociale, economico e – perché no – anche emotivo. Ho captato palpabile, forse per la prima volta, una cauta positività. Mi è piaciuto l’intervento del sindaco di Reggio Emilia e anche quello di Lorenzo Trucco, con una bella citazione di Bobbio (che non ritrovo) in cui si afferma che è l’inclusione la vera caratteristica delle democrazie. Stavolta quasi ci crediamo davvero: 50mila firme in sei mesi, ma magari anche di più, per urlare alla nostra politica tutta che noi cittadini vogliamo riappropriarci dell’identità democratica del loro Paese e magari anche di quel pizzico di buon senso che farebbe un gran bene a tutti.

Mentre stavo per scriverlo questo post che alla fine ho scritto, è successa una piccola cosa, di per sé senza particolare importanza, che però ha funzionato un po’ come la vocetta odiosa del Grillo Parlante. Per tutto il pomeriggio mi sono detta che non devo dimenticarmi che Paese è questo. Che a volare alto poi si casca e ci si fa male. Che sono talmente piccole e risibili le mie velleitarie testimonianze che potrei risparmiarmi la fatica, non solo di scrivere post del genere in questo blog, ma magari anche di prendermela tanto per un lavoro sottopagato, che certo non cambia i destini del mondo, ma in fondo neanche le piccole scelte quotidiane della manciata di persone con cui sono a più diretto contatto. Mi è tornato in mente il mio capo e il lento e poco appagante masticamento decennale di elefanti.

Vabbè, il vento cambia. Milano, Napoli, i referendum. Chissà, forse. Non è normale non crederci. Allora stasera volevo solo dirvi, in questa forma forse un po’ criptica, che certamente non posso smettere di crederci. Anche se suona davvero un po’ da sfigati, il più delle volte. Un’irragionevole speranza. Però non sono mica un’attivista corazzata. Certe volte mi faccio proprio male. Parlare scherzosamente di maternità è meno rischioso, decisamente.

Continuiamo così…


Stamattina ho trovato il mio capo particolarmente affranto. Frattini ha annunciato ieri (cito dal sito del Mae) che oggi sarà firmato con il Consiglio Nazionale di Transizione libico (Cnt), un accordo di “cooperazione per prevenire e contrastare il flusso di immigrati irregolari, inclusa la problematica dei rimpatri. Loro si impegnano da subito anche al rimpatrio degli immigrati clandestini e dimostrano con questo la serietà della Libia di mantenere la collaborazione con l’Italia”, ha spiegato il Ministro. Ecco qui, pronta, l’attuazione delle incredibili dichiarazioni di Maroni sulla possibilità di respingere profughi in un Paese in guerra. Non abbiamo finito di combattere, per presunte ragioni umanitarie, un dittatore che ci affrettiamo a stipulare gli stessi vergognosi accordi con i suoi possibili successori. Ho provato a citare il coaching di ieri e la storia di mangiare l’elefante un pezzo alla volta. Lui mi ha risposto, non senza ragione: “Sono 11 anni che mangiamo elefanti”.

Si è letta qualche reazione sui provvedimenti di Maroni che prevedono la detenzione per i migranti irregolari fino a 18 mesi, come quella di Gad Lerner. Condivido ogni parola. Ma, come sempre, i rifugiati non interessano molto, neanche ai comitati della società civile, che pure molto hanno fatto e stanno facendo. Mettetevi nei nostri panni (parlo di chi lavora al Centro Astalli, ma anche dei pochi altri direttamente coinvolti nei servizi ai rifugiati): noi sappiamo esattamente chi sono queste persone che saranno ricacciate sotto le bombe. Sappiamo da cosa fuggono e come fuggono. Ne incontriamo a decine e basta davvero parlare un minuto con chiunque di loro per rendersi conto del livello straordinario di ingiustizia che la nostra politica, il nostro governo, sta promuovendo. Siamo subissati di richieste d’aiuto precise, circostanziate, con i nomi e i cognomi. E noi mastichiamo pazienti il nostro pezzettino di elefante. Ma io, personalmente, mi vergogno un po’. Non come Chiara Peri, ma come italiana sì.

Ieri eravamo a una veglia di preghiera per ricordare i molti morti nei viaggi verso l’Europa. Si leggevano nomi, date, circostanze in cui migliaia di persone hanno perso la vita. Seduti accanto a noi, un gruppo di persone appena arrivate da Lampedusa a Civitavecchia. Seguivano composti la celebrazione, grazie agli auricolari con traduzione simultanea forniti dagli organizzatori. Loro da quel mare arrivano. Loro hanno appena visto morire i loro compagni di viaggio. Alcuni hanno già sperimentato, per esperienza diretta o attraverso le esperienze di amici e parenti, che significa essere respinti. E provare ancora ad arrivare, ovviamente, perché un rifugiato non ha alternativa.

Arrivati allo scambio della pace, non riuscivo a ricacciare un pensiero insistente. Ok, è solo un gesto liturgico. Ma come si può immaginare che questa gente sia davvero disposta a riconciliarsi con noi? Come possono perdonare la nostra indifferenza e la nostra complicità? Ho stretto qualche mano, ho cercato di incrociare qualche sguardo, ma ho visto solo occhi bassi, umiliazione. Ancora una volta, mi sono vergognata profondamente.

Pacifismo surreale


Sono 11 anni che faccio parte di un gruppo relativamente sparuto di cittadini che partecipa alle iniziative per la Giornata Mondiale del Rifugiato. Questo mio interesse coincide in parte con il mio lavoro, ma va evidentemente anche un po’ al di là dei miei “doveri” da contratto. Tuttavia con gli anni ho imparato he parlare spesso di questi temi non è un buon biglietto da visita nella vita sociale (anche virtuale), quindi spesso mi autocensuro e ci penso non due, ma dieci volte prima di affrontare l’argomento con chicchessia.

Però oggi, consentitemi, vorrei attirare la vostra attenzione su una dichiarazione del Ministro degli Interni Maroni, pubblicata su Repubblica: “Il problema sono i bombardamenti [in Libia] – premette Maroni – fino a quando continueranno le bombe continueranno le partenze e noi dovremo assistere i profughi, come stiamo facendo con l’aiuto delle Regioni”. Cioè, fatemi capire: il problema del bombardare una nazione si riduce al fatto che poi ci tocca assistere le vittime civili delle nostre prodezze? E poi, visto che parliamo della Libia, in realtà le persone che ne stanno arrivando in questo momento, non sono per lo più cittadini libici. Sono tutti quei rifugiati eritrei, somali, etiopi, etc  prigionieri in Libia perché noi italiano pagavamo perché così fosse. Persone che, assicura Maroni, potrebbero essere respinte in Libia fin d’ora: “Non ci sono rischi, verrebbero riaccolti dal governo provvisorio libico”. Certo, se non li bombardiamo pure noi è meglio, ma non è indispensabile smettere subito per sbarazzarci di loro. Ci potrebbero pensare gli stessi mezzi della NATO a fermare tutta questa gente che sta fuggendo (e che, in gran parte, perde la vita in un mare affollatissimo di uomini e mezzi, che però sono evidentemente impegnati a fare altro).

Dopo la performance del Ministro Brunetta di ieri, ho visto sollevarsi – almeno su quella rete popolata di gente che “non fa un c…”, per citare Stracquadanio – un bel po’ di indignazione. Ecco, qualcuno potrebbe indignarsi almeno un po’ anche per queste dichiarazioni, che offendono tutto di noi italiani, a partire dallo spirito e dalla lettera della Costituzione (per tacere della Convenzione di Ginevra, che compie 60n anni)?

Ritrovarsi, radunarsi


“Mezzora. Bastava alzarsi MEZZORA prima!”. Marielou, nonostante 40 anni di Italia e una lunga frequentazione con le persone in questione, resta un po’ olandese dentro. Ci prova, ad imprimere una parvenza di razionalità ai programmi. Quello di ieri prevedeva il disciplinato arrivo di tutti i numerosi commensali – che somigliavano nell’insieme al famoso villaggio africano necessario a crescere un bambino, ultimamente evocato a più riprese nei blog mammeschi – a mezzogiorno in punto alla stazione di Oriolo Romano. Peccato che all’ora prevista ci fossimo solo io, Meryem e Rosaria. Tutto il piano di trasbordi in station wagon di 7 nuclei familiari sudanesi è andato a farsi benedire. Marielou in questi casi, almeno a parole, si lancia in azzardate analisi sociologiche: “Ci credo che l’Africa va a rotoli!”. Ma la verità – lo sa anche lei, ma ce lo ha ricordato Rosaria – è che le persone non le cambi. Meno male, dico io nei momenti di ottimismo. Altrimenti finiremmo col convincersi che c’è un modo solo di fare le cose, in questa infinita e travolgente varietà che è la vita. Dal più apparentemente prossimo consanguineo fratello o sorella, fino al rappresentante di un’alterità più evidente… se li ami, li accetti. E così, come avviene in questi casi, la giornata ha ripreso a scorrere più o meno sui binari immaginati. Però tre ore dopo.
La cosa davvero notevole della giornata di ieri erano i percorsi che ci avevano riportato lì, ancora una volta ospiti in una casa che ha visto snodi significativi delle vite di molti di noi. Almeno il quadro generale merita di essere raccontato. Marielou, detta un tempo l’Olandese Volante (faceva la hostess, da ragazza), da oltre 10 anni insegna italiano ai rifugiati alla scuola del Centro Astalli. Ha cominciato quando, per caso e per destino, ha incrociato me, all’epoca novellina di quel mondo. Ai primi studenti, sudanesi, si è legata in modo particolare. Perché erano i primi, perché lei stessa studiava arabo. Ma soprattutto perché quello era il tempo dell’occupazione dei magazzini della Stazione Tiburtina (“Hotel Africa” lo chiamò, in modo un po’ insultante, qualche giornalista) e del successivo, doloroso, sgombero. Un periodo di passioni, sbandamenti, dubbi, ma anche di intensa crescita – per me – professionale e personale.
Passarono gli anni e alcuni di quei giovani uomini si sistemarono, trovarono lavoro, si sposarono. All’arrivo delle mogli dal Sudan, le affidarono alla “maestra” Marielou. Perché imparassero la lingua, in primo luogo. Ma lei, come le è naturale, andò ben oltre. Accolse le ragazze, le accompagnò a conoscere il quartiere, la città, le moschee. Fu loro vicina, da mamma, sorella e amica, nei mesi in cui i matrimoni combinati a distanza diventavano convivenze reali in piccoli e modesti monolocali e poi nelle gravidanze e nascite dei figli. Ascoltò le loro confidenze, seguì lutti e gioie, piccoli e ahimè anche grandi drammi.
Ciò che più mi fa pensare è come Marielou ha saputo essere fedele a queste persone, anche quando (spesso, molto spesso) le loro scelte risultavano a lei del tutto estranee e persino dolorose. Ad esempio quando la prima donna che aveva conosciuto, a lei molto cara, ha deciso di tornare a vivere in Sudan con i bambini che Marielou, senza retorica o affettazione, definisce “i miei nipoti”. Perché in effetti lo sono. Li ha visti nascere, li ha iscritti all’asilo e accompagnati al parco e alle feste, tentando in tutti i modi di supportare una donna che faticava e soffriva, specialmente a causa di una cultura e uno stile di vita che in fondo non era preparata né disposta ad accettare. Eppure, ogni volta che la famigliola torna a trovare il papà in Italia, Marielou organizza un momento di festa, come quello di ieri.
L’adunata di Oriolo aveva ben poco di intimo, almeno in senso letterale. Eppure, nella sua bizzarria, mi ha dato il senso profondo della comunanza, nel rispetto vero, non esibito, delle reciproche diversità. Così è l’amicizia che mi lega a Marielou. Trattenuta, pudica, mai urlata nelle manifestazioni: ma quando sono con lei sento che qualcosa lega, delicatamente, le nostre anime. Difficile da spiegare.

Un immenso errore di prospettiva


Negli ultimi tempi ho accuratamente evitato libri e film che parlassero troppo spudoratamente di immigrazione e asilo. Ero un po’ in overdose, in fondo per me è anche lavoro. Stasera mi sono vista Crossing Over e non posso fare a meno di pensare che in fondo faccio bene ad astenermi. Non perché il film in questione sia brutto, anzi. Certo, non è neanche un capolavoro. Pone delle questione e le liquida, abusando un po’ delle categorie di “povera vittima” e “buon cittadino compassionevole”. Ma sicuramente sul tema si vede di molto, molto peggio. Resta tuttavia il fatto che se mi metto a pensare sul tema dell’immigrazione (pensare fuori dal mio ufficio sotto terra, specialmente) non vengono fuori bei pensieri. Ho come un senso di catastrofe imminente. Il tasso di violenza a cui i nostri sistemi sottopongono persone, famiglie intere (illustrato ad esempio dal film) in una sorta di escalation non dovrebbe farci dormire sonni tranquilli. Ma non per moralismo e senso di giustizia astratto. Proprio perché non potrà durare per sempre. E continuare a considerarci “buoni” se, per illuminazioni episodiche, ce ne rendiamo conto non ci aiuterà a raddrizzare questo quadro storto. Ci vorrebbe ben altro. Accompagnata a questa consapevolezza da Cassandra ce l’è anche un’altra: nonostante la mia situazione parzialmente ibrida, nonostante lo stato semi-extracomunitario della mia famiglia, anche io mi troverò dalla parte sbagliata. Mi farà rabbia, ma sarà inevitabilmente così. Fine del post apocalittico.

Non riesco a svegliarmi


Ubi maior… Scherzi a parte, le paturnie personali non sono del tutto passate (così come il maledetto malanno di Meryem), ma non posso trattenermi dallo sfogo pure sul fronte, diciamo così, professionale. Non ho mai creduto che lavorare su temi legati all’immigrazione e in particolare al diritto d’asilo potesse essere socialmente appagante. Il nostro Paese brilla da sempre per pressappochismo, inefficacia, inadeguatezza e voluta ignoranza in quasi ogni aspetto connesso alle politiche migratorie. E’ un po’ il nostro marchio di fabbrica, al di là di buonismi e cattivismi che lasciano il tempo che trovano. Ma ora si è passato davvero il segno. Quello che questo Governo sta facendo e dicendo da gennaio a questa parte (una successione di iniziative e dichiarazioni contrastanti tra loro e con ogni norma nazionale e internazionale, insensate di per sé e in continua smentita di loro stesse) mi avvilisce profondamente come cittadina e come lavoratrice, anche al di là di ogni possibile considerazione umanitaria e culturale (due aggettivi che per pudore bisognerebbe astenersi dall’utilizzare come collettività, almeno finché saremo rappresentati sul piano nazionale e internazionale da questi governanti). Come vi spiego? Non si può fare in poche righe. Proviamo con una metafora. Immaginiamo che io sia un avvocato, abituato a interagire con il sistema giudiziario italiano, di cui conosco limiti, caratteristiche, possibili abusi, etc. E immaginiamo che un giorno io arrivi in tribunale e mi venga detto che no, in fondo nessuno ci obbliga a organizzare un processo, che vista l’eccezionalità della situazione organizziamo piuttosto una staffetta nei parchi di Casalotti, anzi no, magari un torneo di briscola al circolo delle bocce del Torrino. Con che diritto? Così. Chi ne è responsabile? Nessuno in particolare. Che ci azzecca? Niente. Ecco, io penso che se io fossi quell’avvocato, dopo un attimo di sbigottimento, mi stropiccerei gli occhi e aspetterei di svegliarmi, sorridendo tra me dell’assurdità del mio incubo. E invece no, non riesco a svegliarmi.

Improvvisazioni e ignoranza


Questa settimana lavorativa è stata accompagnata da un’aura di surreale. Ho scritto e contribuito a scrivere lettere, appelli, note, documenti. Sempre con la consapevolezza che questo senso di urgenza, di vitale importanza, è avvertito quasi solo da noi. Ho letto sui giornali articoli pazzeschi sulla questione dei rifugiati e degli arrivi dal nord Africa: informazioni distorte o più semplicemente scorrette, interpretazioni ancor più fantasiose, uso strumentale delle dichiarazioni altrui. E non credo che sia frutto di un disegno malevolo: mi pare soprattutto che i giornalisti, scartata l’idea di capire nel dettaglio questioni complesse e che farebbero perdere troppo tempo, annusino l’aria e imbastiscano un po’ come gli pare meglio. Più in generale mi verrebbe da osservare che per scrivere di immigrazione senza produrre ameni nonsense bisogna avere una certa competenza. Questa opinione non sembra condivisa dalla maggior parte delle redazioni, che affibbiano l’argomento ai più giovani e sprovveduti, salvo poi trasferirli ad altro appena cominciano a orientarsi. Chissà, forse l’immigrazione è un tema considerato a metà tra la cronaca nera e il costume. Invece tocca conoscere le regole, un po’ come scrivere di calcio (o di rugby, visto che le regole del calcio sembrano geneticamente iscritte nel DNA dell’italiano medio). Mi corre l’obbligo segnalare almeno due eccezioni alla generale incompetenza e improvvisazione: Vladimiro Polchi di Repubblica (che era in tempi remotissimi mio compagno di classe) e Stefano Galieni, che solitamente scrive su Liberazione. Il che non significa che non ce ne siano anche altri che al momento non mi vengono in mente: ma vi assicuro che fare esempi positivi è molto più arduo che segnalare bestialità.

Perché sto dalla parte dei perdenti


Un bel post di Anna sulla quotidianità della guerra mi ha fatto venire in mente un’altra riflessione, analoga. Si sono già allestiti, al confine tra Tunisia e Libia, i campi profughi. E qui parte l’immaginario collettivo delle anonime masse di povere vittime nelle tende, parallelo e in un certo senso complementare all’altro immaginario collettivo, quello delle masse (sfigate o minacciose, a seconda da chi le immagina) sui barconi che si riversano sulle nostre coste. Masse, immagini sfuocate, astrazioni. Tipo l’immagine standard del campo di concentramento, quel brulichio di vittime che sono solo tali, che mai e poi mai potrebbero avere le sembianze del nostro macellaio, vicino di casa, familiare, marito, figlio.

Tante volte mi trovo a spiegare le circostanze, in gran parte casuali, per cui ho iniziato a occuparmi di diritto d’asilo. Ma c’è stato un momento, che ricordo distintamente, in cui ho realizzato che il destino di quelli che chiamiamo profughi, rifugiati, potrebbe ben essere il nostro, di destino. Uno dei primi rifugiati che ho conosciuto era un professore universitario di storia antica. Distinto, dotto, benestante, sereno nel suo equilibrio familiare. Abituato a una routine da professionista, a uno standard di vita assolutamente paragonabile al nostro (nessuna capanna sull’albero, tanto per capirci, nessun bambino con la pancia gonfia di denutrizione). Poi ha scritto un libro che gli è costato il lavoro e anche la sicurezza, l’incolumità. Al punto che si è trovato costretto ad arrivare qui, in Italia, ad avere come unica chance di mantenersi un’improbabile candidatura come manovale in un cantiere della periferia romana. Quel professore, per certi versi, era il ritratto di mio padre. Come lui disabituato alle faccende pratiche, come lui incapace di barcamenarsi nella burocrazia, nella violenza quotidiana, nell’arroganza di chi ti dice “ciao bello” solo perché sei straniero, anche se hai sessant’anni e sei plurilaureato.

C’è un altro aspetto che mi colpisce della questione dei rifugiati. Che sono qui, che vivono con noi. Il ragazzo della sicurezza al supermercato potrebbe ben essere un giornalista camerunese, finito in un carcere segreto solo per le sue idee, per la sua resistenza alla corruzione, per un imperativo morale a denunciare qualcosa o qualcuno, a firmare o non firmare un documento. E noi lo trattiamo con condiscendenza, certi della nostra superiorità culturale, certi di essere guardati con invidia, come modelli irragiungibili. Certe volte, dopo dei colloqui con questi giovani rifugiati, mi sono sentita sinceramente a disagio. Penso che sentimenti ben diversi dall’ammirazione mi animerebbero, se fossi al loro posto. Nizam, che questa trafila l’ha passata tutta, ci scherza su amaramente: i rifugiati sono gli extracomunitari degli extracomunitari, sono quelli che non si possono neanche far forza della comunità, dell’import export, della propria ambasciata e della pubblicità dell’ufficio del turismo. Cani sciolti, che spesso – pur avendo resistito alla tortura, a viaggi a piedi durati anche decenni, a prove surreali durante il viaggio – arrivati qui si perdono, travolti dall’indifferenza di una Paese provinciale, retorico, arrogante e anche molto, molto violento verso i “perdenti”.

Ieri nel mio ufficio c’era un padre con una bambina di circa un anno, che muoveva i primi passi  con quella spavalderia favolosa dei cuccioli (anche di quelli di uomo). Non so i particolari, ma quell’uomo è qui in Italia solo, con quella bambina. Si sta districando tra pratiche burocratiche, perizie, commissioni. Gli viene chiesto di raccontare la propria storia migliaia di volte, di imparare l’italiano, di fare file interminabili in Questura e altrove, di affannarsi nei meandri incerti e poco lineari di una procedura continuamente messa a rischio anche dai disinvolti provvedimenti come quello di cui ho parlato nel post precedente. E intanto deve crescere una bambina, da solo, sradicato da qualunque contesto e portandosi dietro un lutto che non posso neanche immaginare. Con tutto il rispetto per i nostri compagni, probabilmente questo padre non si chiude in bagno a giocare con l’i-phone, anche se magari lo desidererebbe.

Un’ultima pennellata, sempre scusandomi per la scarsa leggerezza che mi caratterizza in questi giorni. Pensate a una ragazza, giovane, tranquilla. Una ragazza a cui era stato dato un pezzo di carta chiamato “protezione internazionale”, già nel lontano 2008, in riconoscimento di violenze a cui nonostante tutto era sopravvissuta. Una ragazza che aveva fatto del suo meglio per imparare la lingua, per cercare una strada qui in Italia. Pochi giorni fa si è tolta la vita, in perfetta solitudine, in un luogo indegno di essere abitato, ma che era per lei l’unica possibilità di avere un tetto sopra la testa. A Roma, non in un remoto campo profughi africano. Nessuno dei suoi connazionali, che pure si stanno facendo in quattro per dimostrare solidarietà, sa spiegare perché. Nessuno, in fondo, sa nulla di lei. Se non che era tranquilla, a modo, garbata. E sola.