Eataly, secondo noi


Premessa: la recensione più godibile che abbia letto sul nuovo Eataly Roma è questa, a fumetti. Tutta vera, fin nei dettagli. In particolare ho fatto notare al curdo il sistema che suppone che tu paghi educatamente alle casse uscendo tutto ciò che peschi qui e là, senza trangugiarti a scrocco pacchetti di patatine sbarazzandoti dell’involucro nel cestino più vicino. Il massimo deterrente è un cartello che ti fa notare che chi fa così, ruba. Che fa il paio con il cartello che spiega che non ci sono numeretti ai vari stand perché non vogliono chiamarti con un numero ma guardarti in faccia e che chi furbescamente passa avanti non è un cliente gradito, da Eataly. Affascinante. Funzionerà? Il curdo si è sbellicato dalle risa: “Entro luglio non venderanno più nulla lungo i corridoi”, ha profetizzato.

Ma andiamo con ordine. Sabato, ore dodici e trenta. Trentanove gradi. “Mpfff… dove vorresti andare?”. Nizam ha la voce impastata di chi tenta di recuperare di giorno le ore di sonno perse di notte. “Ma dài, chi vuoi che vada in un posto così di luglio, a quest’ora?”, prova a smontarmi. Non demordo. Poco dopo l’una siamo sul luogo. Carino davvero. Non troppa ressa, in effetti, ma c’è gente. Aria condizionata a temperatura gradevole. Iniziamo l’esplorazione. Meryem apprezza (ma anche noi, in realtà) i vari punti in cui si assiste alla lavorazione dei prodotti: la mozzarella di bufala, la pasta fresca, il pane. Assaggia diffidente un quadratino di pecorino da degustazione e poi ci dà il tormento per tutto il resto della visita per tornare dal “signore del formaggio” (che saggiamente frattanto si è defilato, lasciando il posto al signore della porchetta. Ma quella non è tanto halal). Carine le simulazioni di orti, in cui anche noi cittadine possiamo scoprire come è fatta una pianta di melanzana. Ci perdiamo in contemplazione scientifica prima della pescheria (aragoste, pesce spada,scorfani, calamari, razze…) e poi persino del banco della macelleria: “Guarda il coniglietto, Meryem!” “Ma… ha perso la pelliccia? Povero coniglietto!” e giù a ridere. E’ proprio curda. Sadica. Senza cuore. Non contenta, trascina il padre allo stand a fianco: “Guarda, papà: la quaglia (in verità spiaccicata e anche avvolta nel lardo, credo)… e le sue uova!”. Nizam disapprova il pollame: sostiene che il fatto che sia esposto completo di testa rivela che è stato ucciso in modo non consono. Mah, non mi addentro in questioni tecniche.

Finita la disamina dei cadaveri, ci scegliamo un tavolo al ristorante di pasta. Preparati, seguiamo correttamente la procedura. Pasto decisamente soddisfacente e non costosissimo:  pasta corta al ragù di vitella per noi, pasta fresca ripiena di carne e verdure condita con burro e salvia per Meryem, che la trangugia quasi tutta commentando: “Sapete quanto mi piace,da uno a dieci? Sessantasei!”. Io mi godo una piccola soddisfazione extra. Ci serve al tavolo Samba, giovanissimo rifugiato che ha frequentato ad Astalli un corso di formazione. Ha un sorriso più largo della faccia quando ci augura buon appetito. E anche io. So che non è l’unico dei “nostri” ad aver trovato qui una buona opportunità di lavoro: anche M., un ragazzo eritreo la cui storia ho raccontato in Terre Senza Promesse lavora qui. E già che ci troviamo, apriamo una parentesi sul personale. Sono rimasta positivamente colpita: giovani, sorridenti, con l’atteggiamento giusto (oddio, magari bisogna vederli col pienone per metterli davvero alla prova). Non tutti paiono espertissimi, ma certamente sembrano volenterosi. Ho sentito un cameriere spiegare un po’ vivacemente a una signora che no, non poteva lasciare il tavolo libero mentre ordinava: “Ielo fregano, signo’!”. Insomma, ci diamo un tono newyorkese, ma siamo pur sempre all’ombra del Cuppolone. Poi, vedendo che sogghignavo, invece di prendersela è stato al gioco. Con uno smagliante sorriso mi fa: “Dice che sono stato un pochino esplicito?”. “Inequivocabile ed efficace!”, gli rispondo io.

Il gelato artigianale non era male, ma non era neanche indimenticabile. Meryem ha criticato molto il fatto che, essendo erogato con una sorta di dispenser, i due gusti non sono uno a fianco all’altro, ma sovrapposti. Quindi prima se ne mangia uno, poi l’altro. La Guerrigliera, dopo aver sospettato a lungo che la signorina avesse dimenticato il pistacchio, alla fine ha capito, ma continuava a scuotere la testa. “Due gusti io li voglio insieme”. Ok, mi pare un’obiezione lecita. Comunque ce la siamo goduta abbastanza. Nizam ha deciso che deve imparare a fare la mozzarella, cosa che certo, vista così, sembra pure abbastanza veloce. Lo staff dei mozzarellari era particolarmente multietnico. A un primo esame sembrerebbe: due maestri indigeni (casertani, verosimilmente), due ragazzi bengalesi, un egiziano e commesse dell’est Europa. Magari ci sbagliamo, eh? In ogni caso era un piacere stare a guardare quelle treccione che galleggiavano opulente.

Ultima nota sui prezzi. Medi, direi. Non inavvicinabili, non stracciati. Un pasto da tre, con mezzo litro di vino e acqua grande lo abbiamo pagato 39 euro. Era buono e abbondante, comprensivo di pane più che soddisfacente. Per gli acquisti, suppongo dipenda dai prodotti. Certo, non è luogo da spesa quotidiana. Ma uno sfizio ogni tanto, un regalo originale, una voglia improvvisa… Non è nemmeno Castroni. Insomma, promosso. Ha la nostra benedizione (anche se Nizam bofonchiava non so che contro le piadine al piano terra. Non ho approfondito, ma immagino sia sensibile nei confronti della concorrenza. Ha però speso parole di sincera ammirazione per l’aspetto delle patate al forno dello stand rosticceria).

Verde come il teatro


Il blogger navigato si riconosce dall’autocontrollo. Stavo per scrivere un post talmente grondante banalità e autocommiserazione che avrebbe probabilmente fatto scattare l’antignolla di cui tutti i browser sono dotati, con il risultato di disconnettere da internet all’istante tutti i miei pochi lettori. Dunque vi darò prova di grande responsabilità, ripiegando su un post di servizio mammesco, che fa sempre brodo.

Oggi parliamo di teatro e, in particolare, di Teatro Verde. Abbiamo la fortuna di averlo molto vicino casa e, già dall’anno scorso, io e Meryem abbiamo assistito a svariate rappresentazioni. Quest’anno abbiamo optato per la formula dell’abbonamento (5 spettacoli a 40 euro anziché 50): in realtà alla fine abbiamo usato solo 4 ingressi, ma siamo riusciti facilmente a rivendere a un altro padre in fila l’ingresso mancante, cosicché siamo rientrati della spesa. L’abbonamento dà diritto alla prenotazione telefonica del posto, con la possibilità di non arrivare con mezzora d’anticipo. Lo spettacolo è alle 17 e, la domenica, anche alle 11. Va segnalato che un’ora prima gli attori del teatro a turno intrattengono i bambini con una lettura a voce alta di libri, molto ben fatta. Tra l’altro al teatro c’è una biblioteca, aperta il sabato e la domenica dalle 11 alle 16.

Il Teatro Verde organizza anche cicli di spettacoli gratuiti (solitamente con burattini) qua e là per la città, di domenica mattina: noi siamo andati a quelli a Villa Pamphili, vicino al Vivibistrò (ripresi anche quest’anno) e a quelli invernali presso il teatro della Parrocchia di S. Pancrazio. Le sere d’estate ci sono le rassegne a Villa Pamphili del teatro dei ragazzi (sempre ingresso gratuito), vicino alla Casa dei Teatri.

Ciò detto, vorrei menzionarvi i tre spettacoli più belli che abbiamo visto in questi due anni. Due fanno parte del repertorio storico del Teatro Verde, uno invece è della compagnia il Baule Volante. Giusto qualche commentino e l’apposito link, in modo che semmai potete approfittarne anche voi. In ordine di gradimento.

Scope, stregoni e magiche pozioni. Che dire? Un gioiellino. Avvincente, ironico, coinvolgente, bellissimo anche esteticamente, pieno di trovate sceniche e di idee non ovvie. Musiche molto graziose. Vi segnalo che è anche un libro/copione con CD, un regalo perfetto.

Il sogno di tartaruga. Pluripremiato, assolutamente a ragione. Un’esperienza magica, un pezzo di bravura, nonché uno dei (rari) casi in cui l’intercultura non sa di artificioso, neanche minimamente. Non trascurabile l’aspetto musicale e la possibilità di visionare da vicino gli strumenti, dopo lo spettacolo.

I cavalieri della favola gioconda. Il marchio di fabbrica si riconosce. Coinvolgente, intelligente, spiritoso e con un bel messaggio, pensato e azzeccato. Anch’esso è un’audiofavola e anche in questo caso le canzoni sono all’altezza.

Sono stata brava? Nemmeno una lagna. E sì che avrei un potenziale in grado di fare secco da sola un drago volante…

P.S. No, non è un post sponsorizzato. Magari. Però è il secondo anno che io e Meryem partecipiamo fedelmente alla giuria dei bambini, compilando le schede gialle di gradimento alla fine di ciascuno spettacolo. Chissà che un giorno la mitica borsa di studio da 500 euro messa in palio ogni anno non tocchi a noi…

Dilemmi giuridici al Palatino


Oggi, alla biglietteria del Palatino, mi è successo un fatto curioso, che mi ha messo – come si suol dire – la pulce nell’orecchio. Chiedevo un biglietto intero per me e uno gratuito, per Meryem (in quanto minore di 18 anni). “Posso vedere un suo documento?” “Suo di chi? Della bambina?” “No, signora. Suo”. “Certo. Posso sapere perché?” (non penserà mica che abbia meno di 18 anni anche io?). “Certo. Devo solo verificare la sua nazionalità”. Vedendomi allibita continua: “I minori entrano gratis solo se sono cittadini dell’Unione Europea”. Sarebbe interessante capire quale nazionalità mi aveva attribuito la signorina (non c’era neanche Nizam). Ma poi le rotelline del mio cervello hanno continuato a girare. E quindi? Un bambino extracomunitario, quale che sia la sua età, paga intero?

Non so se l’intento sia quello di spennare il turista americano e giapponese o, forse, di scoraggiare eccessive marmaglie di ragazzini (ma perché solo gli extracomunitari). Ame il pensiero è andato immediatamente ai tanti cittadini di Paesi terzi che risiedono in Italia senza esserne cittadini. I loro figli vanno a scuola, talora sono nati qui. Perché mai dovrebbero essere discriminati rispetto ai coetanei italiani, proprio nell’accesso ai siti archeologici e ai luoghi di cultura? Mi pareva una discriminazione bella e buona.

Stasera ho approfondito la questione e credo di poter dire che le spiegazioni della signorina in biglietteria erano un po’ sbrigative. Vi offro quindi un piccolo compendio di cosa prescrivono in questo senso i regolamenti dei siti romani (hai visto mai che veniate in gita a Roma con un gruppo di bimbi sudanesi….). Intanto vanno distinti i musei e siti archeologici del Comune da quelli dello Stato. I primi (ad es.: Musei Capitolini, Ara Pacis, Mercati di Traiano, MACRO…) prevedono che sotto i 6 anni tutti entrino gratis e che tra i 6 e i 18 (e sopra i 65) la gratuità sia limitata ai residenti del Comune di Roma. Questa limitazione, a guardar bene, è di fatto più democratica, perché distingue turista occasonale da residente, ma non discrimina in base alla cittadinanza: lo studente delle elementari egiziano usufruirebbe tranquillamente della gratuità. Invece i siti statali (dall’Appia Antica, al Colosseo, dai Fori alla Galleria Borghese…) prevedono appunto la gratuità da 0 a 18 (e sopra i 65) per i cittadini europei. Ma attenzione: la stessa gratuità vale per i cittadini di Paesi non comunitari a “condizione di reciprocità. E che vuol dire? L’allegato del sito Roma Pass comprende solo quattro Paesi che rientrano in tale fattispecie e, precisamente: Svizzera, Norvegia, Liechtenstein e Islanda. Però secondo il sito del Ministero degli Affari Esteri ci sono dei casi in cui non è necessario verificare le condizioni di reciprocità:

In base al Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 [che poi altro non è che il Testo Unico sull’Immigrazione] sono parificati ai cittadini italiani e, dunque, dispensati dalla verifica della condizione di reciprocità:

  • i cittadini (persone fisiche o giuridiche) degli Stati membri dell’UE nonché i cittadini dei Paesi SEE (Islanda, Liechtenstein e Norvegia); [e fin qui ci siamo]
  • i cittadini extracomunitari che soggiornino in territorio italiano e siano titolari della carta di soggiorno o di un regolare permesso di soggiorno rilasciato per motivi di lavoro subordinato, di lavoro autonomo, per l’esercizio di un’impresa individuale, per motivi di famiglia, per motivi umanitari e per motivi di studio;
  • gli apolidi residenti in Italia da almeno 3 anni;
  • i rifugiati residenti da almeno 3 anni. 
A parte la bizzarria della residenza minima di tre anni per i rifugiati, che parrebbe stranamente penalizzarli rispetto ai migranti economici, il mio “problema” – se l’interpretazione fosse questa – parrebbe superato:  i figli minori di un cittadino extracomunitario regolarmente residente non dovrebbero avere problemi in biglietteria. Speriamo solo che tutti i bigliettai lo sappiano…
P.S. Che poi queste magari vi sembrano e sono minuzie. Però vi segnalo che oggi e domani (6-7 maggio) ben più clamorosa sarà l’esclusione. Per le elezioni amministrative in molti comuni italiani non tutti possono votare.
Sono i 3.235.497 cittadini stranieri non comunitari, pari al 5,3% della popolazione, che risiedono stabilmente nel nostro paese ma non sono rappresentati nelle giunte locali che governano le città nelle quali vivono, studiano, lavorano contribuendo al loro sviluppo economico e sociale: sono infatti ancora prive del diritto di voto amministrativo. Su questo vi invito a seguire la Campagna nazionale “L’Italia sono anche io”, che ha già presentato in Parlamento una proposta di legge di riforma della cittadinanza supportata da 200 mila firme…

Il parrucchiere al tempo di Groupon


Fin dall’infanzia e per moltissimi anni ho frequentato lo stesso parrucchiere. Quello che, in quinta elementare, mi tagliò le trecce. Senza essere mai stata particolarmente coinvolta dalla cura dei capelli, la visita da M. (o, come amava chiamarlo mio padre, “il servile M.”) era un rituale rassicurante, che non mi richiedeva alcuna partecipazione da parte mia e scorreva via piacevole, secondo binari definiti. Lui giocava ad essere molto gratificato dai miei tagli, io gli lasciavo fare con sublime indifferenza. Il massimo della trasgressione è stato un paio di ciocche blu (diventate poi verdi al secondo lavaggio). Ma arriva il momento in cui si lascia l’ambiente familiare: dopo l’ultima ristrutturazione, con subentro della figlia del titolare, quella modalità ben oliata è finita per sempre. Da allora, sono andata a tentativi.

Poi è arrivato Groupon. Mi sono fatta tentare. Il mio rapporto con il parrucchiere è diventato occasionale e mercenario già di suo. Perché allora non osare, a fronte di un risparmio non disprezzabile? Allora l’ho fatto, ho acquistato un coupon, ho prenotato. Oggi, all’ora x, facevo il mio ingresso in un salone nel cuore di Trastevere.

Mi ha accolto un personaggio che sembrava uscito da un cartone giapponese, tipo Mila e Shiro, Hello Spank o Kiss me Licia. Capello gonfio con volumi che non ricordavo dagli anni Ottanta, baffetti biondi, colpi di sole, camicia viola luccicante a righine riflettenti. Dal nome del luogo, originalissima composizione dei nomi propri dei due soci, apprendo che si tratta del primo dei due titolari. Mi tratta con squisita cordialità, chiamandomi insistentemente per nome. Procediamo. Chiedo un taglio deciso, spiego (se ce ne fosse bisogno) la mia necessità di tenere la manutenzione al minimo. Scoprirò che questo, unito al dettaglio che non mi trucco, lo porterà a stabilire che ho bisogno di qualcosa che mi renda meno anonima, nella fattispecie il colore. Ma ancora non lo so. Inizia a tagliare. Io intanto mi guardo intorno e il mio pensiero corre a Tabatha Mani di Forbice: il caos regna sovrano un po’ ovunque. Tagliando qua e là, lui azzarda una conversazione: inizia con il classico “che lavoro fa”, che però ci porta a un vicolo cieco di imbarazzo e esitazione. “Certo che ne deve vedere lei, di fuori di testa”, osserva garrulo lui. “Sì, specialmente politici e funzionari ministeriali”, chioso io. Per fortuna arriva una cliente abituale e la conversazione si incanala su toni più congrui alle pareti fucsia: il fascino di Johnny Depp, “un vero trasformista”, commenti pungenti sui “vips” nostrani, persino qualche imitazione (di Valeria Marini che vende la sua lingerie “aperta davanti e aperta dietro”, per la precisione).

Il lavoro procede e la sensazione di un certo grado di improvvisazione non mi abbandona. Le cartine volano per terra tre volte, mi arriva persino uno schizzo di riflessante sulla manica. Si procede per la realizzazione di questo “taglio disconnesso”, nel tentativo di accrescere la mia personalità. Io taccio, cercando di restare sorridente. A quel punto il nostro mi stupisce ancora: “Scommetto che ora sei curiosissima del risultato”, mi dice, passando al “tu”. E aggiunge: “Perché lo sento che ci sono pensieri che si muovono qua sotto. Sai, io sono un sensitivo. In senso buono, eh?”. Intanto il socio, che – come tengono a specificare non è parrucchiere – offre caffè aromatizzato al limone e ai frutti di bosco alle clienti più affezionate. A me, fortunatamente, ne tocca uno normale. Arriva un cliente che chiede un appuntamento per la sorella (“Stiamo organizzando un toga party…”) e una che vuole un’acconciatura che le permetta però di lavorare un paio d’ore nella cucina di un ristorante senza sgualcirsi (forse una parrucca?).

Et voila. Tra un’assurdità e l’altra, ci siamo. Taglio minimo sindacale, al limite della spuntatura e guizzo di colore, nei toni del rosso tiziano (ah, Nancy Drew…), che a dire il vero a tratti tende al fragola. L’amica fashion mi dice che sono molto sixties. In effetti anche la vestaglia che lo indossavo lo era. Questo fa pensare che la cosa fosse premeditata, nonostante le apparenze.

Comunque, eccomi qua…

Hic sunt leones


Ogni volta che mi capita di dover andare (di solito per lavoro) in un posto dove non sono mai stata, mi scatta la stessa crescente preoccupazione confusa. Sarà che mi muovo con i mezzi, sarà (soprattutto) che le mie mappe cognitive raramente hanno a che fare con quelle topografiche, ma inizio subito a pensare: oddio, ma è lontanissimo. Negli anni ho imparato a riconoscere, non solo in me, ma anche in altre persone, una coloritura del concetto di “lontano” che non ha nulla a che fare con la distanza. Dice piuttosto di estraneità, a volte di disinteresse, altre volte di timore o soggezione. Tra amiche talora ci si rinfaccia scherzosamente le reciproche lontananze (ma lontano rispetto a cosa? qual è il punto che considereremmo il Campidoglio delle nostre relazioni?). Altre volte in quei: “Ma è lontano”, o addirittura “è lontaniiisssiiiimo”, c’è un affettato snobismo.

Questi filosofici pensieri mi hanno tenuto compagnia, tre giorni fa, mentre procedevo verso il Grande Raccordo Anulare, lungo la Tiburtina. Già la notizia che la metropolitana fosse stata riaperta, dopo un guasto, mi ha rinfrancato. Non tanto per il tempo di percorrenza (comunque, tra una cosa e l’altra, un paio d’ore), ma perché riuscivo a ripristinare un punto noto nella confusa nebulosa della via da percorrere: da Rebibbia al punto x il percorso era un mero segmento di strada consolare, con scarse incognite. Mi sono ricordata di quando Nizam mi raccontava di avere imparato a memoria, fin da subito, i nomi delle fermate della metro: Piramide, Circo Massimo, Colosseo, Cavour, Termini… Posso immaginare che questo piccolo escamotage possa fare sentire meglio chi, estraneo alla metropoli, deve percorrere ogni giorno grandi e articolate distanze. Riconoscere un nome noto significa spesso tirare un sospiro di sollievo. Ricordo anche che faticavamo non poco a convincere gli alunni della scuola di italiano che Piramide e Colosseo sono anche monumenti, e non solo fermate della metropolitana.

Mi ricordo un’altra esperienza su una consolare diversa, la Casilina. Due ore di tragitto da Monteverde, da percorrersi tra le 5:30 e le 7:30 del mattino. Era lontano sicuramente, ma per molti mesi la Ferrovia Roma-Pantano mi era diventata familiare, con le vecchiette che salivano a Porta Maggiore e ti chiedevano “Va a Roma?”, riconferendo a quella porta l’originaria funzione di confine urbico persa definitivamente svariati decenni addietro. La cosa buffa è che Ponte Casilino, dove andavo poco tempo prima di sera a frequentare un corso piuttosto inutile, continua ancora oggi a sembrarmi più lontano di Centocelle, sempre in barba alla geografia.

Alla fine alla sede della mia riunione sono arrivata e ho trovato un contesto molto poco estraneo. Addirittura familiare. Quando dovrò tornarci, mi preoccuperò di meno. Ma le quasi quattro ore di tragitto, quelle vanno comunque messe in conto.

Il posto noioso


Con questa entusiasta definizione mia figlia già ieri parlava di”Più libri più liberi“, la fiera della piccola e media editoria che per noi romane librarole è diventato un po’ un simbolo di goduria e di soddisfazione di sfizi. Guardando al luogo con gli occhi di Meryem, non saprei darle torto. Caldo, calca, bancarelle di libri, incontri di adulti. Con grande soddisfazione mia e sua quindi l’ho parcheggiata da mia madre e mi sono concessa un paio d’ore con mia sorella, assidua frequentatrice della zona. A questo giro per le scoperte non c’è stato obiettivamente tempo. Ho scelto quindi poche tappe sicure, dove concedermi qualche sfizio. Prima tappa, obbligata, lo stand di Avagliano. Uno scaffale intero di “Terre senza promesse” che, pare, sta andando bene. Convenevoli fatti, ego appagato. Poi, saluti alla Sinnos, succursale di Monteverde. Un salto da Gallucci, in tempo per acchiappare un libro pop up con il presepe di Luzzati. Dopo una rapida capatina da Castoro (mia sorella è stata indotta ad acquistare Soldo di Cacio di Silvia Mobili), via verso Exòrma. Dopo un rapido sguardo mi acchiappo un nuovo libro della mia collana preferita, La rotta di Glauco. Viaggi per terra e per mare di Maria Silvia Codecasa, prefazione di Melania Mazzucco (è una specie di destino). Mia sorella prende, per un regalo, un libro fotografico su cui io avevo lungamente sbavato anche lo scorso anno. Speriamo che i destinatari apprezzino. Omaggio rapido a Le Nuove Edizioni Romane, meritorie di aver ristampato alcuni libri mitici della mia infanzia (rapida chiacchierata sulla difficile arte della ristampa in un mondo alla spasmodica ricerca di novità), affacciata da La Giuntina, dove mi sono complimentata per la  veste grafica un po’ più giovane dei romanzi (“Ma alcuni preferiscono la vecchia, sa?”) e poi visita d’obbligo allo stand di Creativamente: acchiappo un puzzle verticale da vetro per la Guerrigliera e faccio l’antipatica, segnalando un’inesattezza iconografica in uno dei loro splendidi giochi da tavolo. Il tempo è già finito. Stavolta niente cappuccino con Barbara Summa, niente incontri con altre/i blogger. Qualcuno lo incrocio, naturalmente. Ma è più un’annusata che un’immersione. Per le scale mi assalgono i ricordi degli eventi (due, mi pare) organizzati qui con il Centro Astalli. I tamburi trasportati a braccia nel palazzo deserto, quando prima dell’apertura mattutina si erano bloccati gli ascensori. Ma anche una presentazione surreale di un altro libro, ancora diverso, a cui avevo contribuito (Cervelli in gabbia), quando al tavolo dei relatori accanto a me sedeva, incredibilmente, Piero Angela. E il salotto di Radio Tre, dove Randa Ghazi aveva fatto scintille mentre io chiacchieravo piacevolmente di comuni aneddoti con la sua mamma. Chissà che fa, quella ragazza. Ancora oggi, se penso al talento mi viene in mente lei.

Vicini di casa


Qualunque cosa accada nel nostro Paese, qualunque strada prendano gli eventi e a prescindere dalle conseguenze che porteranno con sé, noi, discepoli di Gesù, rimarremo solidali di ogni siriano senza guardare alla sua appartenenza politica, religiosa, tribale o linguistica. Ciascuno di noi solidarizzerà con il suo vicino di casa senza scegliere tra vicino e vicino se non per sostenere l’equità e difendere il debole. Prepariamoci dunque a dare rifugio, al momento della prova, al nostro vicino chiunque egli sia, sapendo che nel pericolo non ci darà rifugio nessuno fuorché il nostro vicino, colui con il quale abbiamo spezzato fin dall’infanzia il pane delle gioie e dei dolori.

Paolo Dall’Oglio sj, Appello di Natale 2011

Non so che rapporto voi abbiate con i vicini di casa. Io sono divisa tra il desiderio (teorico) di socializzare e l’incubo di farlo davvero. Però, anche in una grande città come Roma, sento meravigliose storie di vicini di casa che solidarizzano, fanno cose insieme (dalla grigliata di arrosticini alla spesa al GAS), si supportano nella cura di figli e anziani, realizzano persino orti condominiali autogestiti. Mi capita però spesso di pensare a questo paradosso della vicinanza/lontananza. Dell’estraneità a due metri da casa tua.

Anche Nizam, spesso, mi ci fa riflettere. Il vicino di casa, per un musulmano, è una categoria protetta di per sé. Esserci per i propri vicini, a prescindere dalla comunanza di religione o di etnia, è uno dei cardini etici di un buon musulmano, con preciso fondamento coranico (Sura anNisa: “Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, i vicini vostri parenti e coloro che vi sono estranei, il compagno che vi sta accanto, il viandante e chi è schiavo in vostro possesso”) e abbondanza di aneddoti della vita del Profeta. Sebbene la formulazione della sura sia infinitamente più generica di quella evangelica (nei testi cristiani non ci si limita a raccomandare di trattare bene chi ci è toccato in sorte come vicino, ma persino attivamente a “farsi prossimo”, a prescindere, anche di chi è lontano da noi, fisicamente e spiritualmente) ho la sensazione che questo concetto in molti Paesi a maggioranza musulmana sia preso più sul serio di quanto non avvenga da noi. Nell’esperienza di Nizam questo si traduceva in pasti condivisi, specialmente in occasione delle festività, assistenza in caso di malattia, condivisione di lutti. E’ un fatto anche che, durante la guerra in Libia, Tunisia e Egitto abbiano aperto le frontiere a chi fuggiva, nonostante l’oggettiva delicatezza della situazione dal punto di vista politico e economico. Un precedente importante è stato quello della Siria e della Giordania, che hanno accolto centinaia di migliaia di persone in fuga dall’Iraq (molte delle quali, tra l’altro, di religione cristiana). Trovo quindi intelligente il richiamo di Paolo Dall’Oglio, gesuita e monaco che vive e opera in Siria dagli anni Ottanta: il rischio di una guerra civile devastante c’è, ed è molto concreto. Dall’Oglio (che oggi rischia l’espulsione dal Paese come persona non desiderata) sta facendo appello a tutti i valori condivisi che ancora esistono in quei luoghi, la solidarietà tra vicini in primo luogo. Probabilmente fallirà anche lì, ma non posso fare a meno di pensare che nessuno, in Italia, potrebbe mai pensare di fare leva su questo concetto, oggi. Una volta sì, a giudicare dai racconti dell’epoca della guerra. Mia madre mi parla di persone accolte, nascoste, sfamate, ospitate a prescindere dal credo religioso o politico di chi era accolto e dalla povertà drammatica di chi accoglieva. E quasi ogni narrazione di quel periodo contiene episodi del genere.

Ieri ho partecipato a una conferenza stampa di Medu (Medici per i diritti umani) sui rifugiati che vivono per strada a Roma. Mi sono resa conto che per me si tratta di situazioni note, che sono abituata a considerare e analizzare. Ma così non è per la maggior parte dei miei concittadini. Anche in questo caso si tratta di vicini di casa. Vicinissimi. Penso a i profughi afghani accampati alla Stazione Ostiense. Una storia che dura da molti anni. Se cercate sul web troverete abbondante documentazione. Ma basterebbe aprire gli occhi, quando ci si passa davanti. Si tratta di 100-150 persone accampate a margine di un binario di una delle stazioni più frequentate di Roma. Non è che sia tanto difficile sapere che ci sono. E che tanti, troppi, sono ragazzi di meno di 18, persino bambini, non accompagnati. Da un po’, arrivano anche madri sole con neonati. Stanno lì, messi tra parentesi dalla nostra città. Gli insediamenti “alternativi all’accoglienza”, come li definisce con un favoloso eufemismo un bando del Ministero dell’Interno, sono una questione complicata da risolvere. Tiri un filo e viene fuori un groviglio di problemi, alcuni locali, alcuni nazionali, altri persino europei. Una matassa di leggi, lacune normative, corto circuiti burocratici. Resta un fatto. Lì ci sono un buon numero di nostri vicini di casa, anche se al momento la casa non ce l’hanno. Ho detto, senza alcuna ironia, al Momcamp che mi considero privilegiata perché ho l’opportunità di conoscere alcuni di loro. Sono consapevole di essere sembrata bizzarra, ma vi assicuro che se faceste la stessa esperienza anche voi lo pensereste. Ho visto con i miei occhi signore non più giovani, volontarie della scuola di italiano, andarsi a bere un té in un binario morto invitate dai propri studenti come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Presto però il campo profughi all’Air Terminal non ci sarà più. In pochi mesi aprirà Eataly e la stazione accoglierà i nuovi treni NTV. Una bella notizia, la riqualificazione di un quartiere che certamente merita. Basta con le tendopoli, che offendono la dignità di tutti, rifugiati e cittadini. Ma c’è un piccolo particolare. Le persone da lì, in qualche modo, saranno tolte. Ma le alternative, al momento non esistono. A meno di un miracolo di responsabilità civile congiunta (per cui, a onor del vero, il presidente dell’XI Municipio si sta spendendo per quanto gli è possibile), finirà che gli afgani si accamperanno altrove, un po’ più nascosti. E tutti noi avremo perso una splendida occasione per dimostrarci, una volta tanto, lungimiranti.

Post scriptum. Forse può essere utile un piccolo video illustrativo. Ne trovate vari, in rete.

Improvvisazioni


Immaginate una serata che davate per morta e sepolta, dopo che tutti i vostri programmi erano andati a farsi benedire (dico io, si può comprare un voucher Groupon a maggio e lasciarlo scadere perché si era letta male la data di validità? sì, si può). Immaginate però un moto di ribellione interiore, che innesta una piccola controreazione di fortuna che riequilibra un po’ la sfiga. [Più che interiore, esteriore: l’acquisto pressoché subitaneo di ben due paia di scarpe. In realtà, non contemporaneo, ma in rapida successione. Siete mai rientrati in un negozio dopo 50 secondi che ne eravate usciti, dicendo: “Senta, ho cambiato idea. Mi dia anche le altre. Alla faccia di chi non vuole”? No, vero? Per poi spiegare pietosamente alla commessa che non è il marito che non vuole, come uno potrebbe legittimamente pensare. Sono io stessa che mi boicotto e che ero disposta a lasciare lì delle scarpe che mi piacciono solo perché non ne avevo un disperato bisogno]. E allora, dimenticati i programmi e anche i programmi alternativi e tutti i ripieghi, scopri che si può ancora accodarsi a un aperitivo birresco di convegnisti, questa volta con la leggerezza di chi non ha nulla da dire, da argomentare o da commentare. Birra, solo birra (con un vago sentore di incenso) e patatine alla paprika.  “Do you know Chiara Peri?”. No, grazie a Dio. Solo un’amica. Una turista. Una passante. Nice to meet you.

Poi, per una strana alchimia dimenticata, dopo che ridere di nuovo dei soliti vecchi aneddoti per una volta non ti è parso uno squallido rituale, ma ti sei dimostrata ancora indulgente verso te stessa e te lo sei concessa senza stare a pensarci su, ti ritrovi per le strade di Roma. Non è piazza dell’Orologio, è il Monte di Pietà. Dietro l’angolo, Campo de’ Fiori. E un’altra ispirazione subitanea, il cinema Farnese. Ci hai visto Frida, una vita fa. Probabilmente anche altro (Rosa Luxembourg?), ma non ti viene in mente. “E’ iniziato lo spettacolo?”. No, inizia adesso. Via, dentro. Così, a casaccio. Tutti ne parlano un gran bene.

This must be the place. Però se il posto è questo, forse io ho sbagliato momento. Per carità. Poetico. Originale. Sean Penn bravo, anche bello, a modo suo. Ma non mi basta, non mi basta affatto. Come dicevamo con Marta, se al cinema ormai vado solo in caso di assoluta eccezionalità, io pretendo di ridere, o di sognare. Al limite, al limite, di pensare. Ma uscire con l’esclusiva consapevolezza che il regista è capace, ma che evidentemente non si è premurato di andare al di là del luogo comune, in fatto di contenuti (che non sono tanto importanti i contenuti, quando si è così geniali), non mi basta più. So di essere impopolare, ma a questo bel film non gliela posso dare la sufficienza. E’ intelligente, ma non si applica. Vietato, vietatissimo, specialmente in tempi di carestia.

Tradizioni e dipendenze


Approfittando di una domenica meravigliosa, con il cielo perfetto e un generoso sole d’autunno, abbiamo fatto una passeggiata a piazza Navona. Non ho mai amato particolarmente le bancarelle, ormai decisamente dozzinali. Ma oggi c’era poca gente, la temperatura era ideale, l’aria frizzante. Persino le più stantie tradizioni della piazza mi sono parse più piacevoli. Inclusa, ovviamente, l’antica giostra tedesca, che chissà poi se è antica veramente.

Ogni volta mi riprometto di risparmiarmi le decine di scatti alle fontane. Foto ovvie, viste e riviste, con nulla di straordinario. Poi arrivo lì con una macchina fotografica e tutti i miei buoni propositi vanno a farsi benedire. Il sole, il marmo, l’acqua. Lo so, ci sono in qualunque cartolina. Eppure sul momento ti pare che ci sia qualcosa di imperdibile, di originale, da catturare almeno con l’obiettivo, se non puoi portartelo proprio a casa in tasca. Quando si dice i classici… Per quanto si sia prevenuti, distaccati, cinici, alla fine hai sempre la sensazione che stiano parlando a te, precisamente a te, in questo preciso momento.


Alla fine, dopo una tappa alla libreria Altroquando a sbavare sui più fantasmagorici libri pop-pop che la mente umana abbia mai concepito, abbiamo raggiunto la vera meta della nostra gita, il mercatino dell’Avvento della chiesa tedesca di S.Maria dell’Anima.

Mi immaginavo una cosetta arrangiata, con qualche vecchietta sferruzzante e qualche ciambellone. Abbiamo trovato una gioiosa macchina da guerra: giovani e efficienti pretini gestivano un flusso di visitatori decisamente imponente. Solo un guizzo di rara prontezza di riflessi mi ha consentito di aggiudicarmi l’ultima corona disponibile (non ho avuto il coraggio di corredarla di candele… io sono riuscita a dare fuoco alla cucina con una semplice padella).

Poi, acquistato, con qualche esitazione, un buono consumazione da 10 euro (di lì a poco avremmo raddoppiato il budget), ci siamo accomodati sui tavoli di legno in allegra condivisione con molti altri. Dopo ordinata fila, abbiamo diligentemente consumato panini con wurstel, vin brulé e torte fatte in casa. Per una buona causa, si intende: non credo di aver mai posseduto una decorazione più autenticamente natalizia di questa.

Tram 8


Come ormai sanno anche i muri, io sono un’assidua frequentatrice dei mezzi pubblici. Non guido e, per di più, lavoro in pieno centro storico, dove anche se guidassi non potrei entrare con la macchina. Il tram 8 è per me ormai un mezzo familiare, una sorta di protesi su rotaia. Ne conosco ogni caratteristica, le potenzialità e i punti deboli. Nel complesso lo apprezzo perché, se è vero che le defaiances tendono ad essere totali e pressoché irrimediabili (manifestazioni che bloccano i binari, vettura ferma sulla linea e persino foglie autunnali che la rendono inagibile), sono pur sempre casi eccezionali a fronte di una regolarità e frequenza più che soddisfacenti.
Ci sono alcune precauzioni per l’uso, ovviamente. Innanzi tutto, evitate di programmare una conversazione (telefonica o dal vivo) tra le fermate Stazione Trastevere e Ministero della Pubblica Istruzione (in entrambi i sensi): la colonna sonora zigana è un po’ invasiva. Ai primi posti della classifica ideale dei più temuti artisti di strada che si esibiscono su questo palco mobile metterei senz’altro un signore di età indefinibile che conosce esclusivamente due canzoni: “Marina, Marina, Marina” e “La prima cosa bella”. La prima viene, eventualmente, personalizzata con tentativi di approccio con le signore presenti.
La seconda precauzione è: mai sottovalutare Porta Portese la domenica mattina. Chi non l’ha provato non potrebbe immaginare verso quali frontiere estreme si è evoluto, grazie alla settimanale sperimentazione romana, il concetto di “oggetto trasportabile su un mezzo pubblico”.
Poi ovviamente c’è il problema del posto a sedere. Per chi, come me, percorre la tratta da capolinea a capolinea e ambisce a leggere trattasi di questione rilevante. Il mio metodo cambia, evidentemente, all’andata e al ritorno, sia per i diversi orari in cui prendo il mezzo, sia per le diverse caratteristiche della fermata a cui salgo. L’andata è arte pura. Salgo alla fermata prima di Stazione Trastevere, snodo di un certo rilievo e momento strategico di ricambio dei passeggeri. Quindi salgo e faccio la mia puntata, cioè mi apposto nelle immediate vicinanze di chi, a mio giudizio, potrebbe scendere alla fermata successiva. Le hostess in divisa dirette a Fiumicino, ad esempio, sono fin troppo facili da individuare e così la gente con bagagli visibili (ma attenzione: questi ultimi potrebbero essere diretti a Termini e in quel caso resteranno immobili fino al capolinea). Diffidare degli studenti e dei turisti: solitamente sono per la lunga percorrenza. L’elemento più attendibile è lo sguardo titubante di chi guarda fuori dal finestrino a caccia di indizi: solitamente cerca la Stazione. Al ritorno invece, poiché salgo al capolinea in ora di punta, è più che altro un corpo a corpo, che lascia poca soddisfazione all’intelletto. Qui incontro immancabilmente una categoria di passeggero che sopprimerei volentieri: il titubante. Il titubante sfugge alle classificazioni anagrafiche: può avere qualunque età e qualunque aspetto esteriore. Entra, si piazza il posizione strategica che ti impedisce di superarlo, e – appunto – tituba fino a quando tutti i posti sono occupati dai passeggeri entrati dall’altra porta, tranne uno, quello dove lui (o lei) si va a piazzare. Inutile inferocirsi: il titubante è una partita persa in partenza. Non riaprirai il tuo romanzo fino al prossimo viaggio.