Zauberillo givowe’ in gondoleta


A Venezia ci facevano le mostre, quelle serie. Ce le fanno ancora, presumo. Ma adesso parliamo della mia giovinezza, tanto giovinezza che era quasi infanzia. Di mostre me ne ricordo due, in particolare. Quella dei Fenici, per cui ci facemmo un fantastico ponte del 1° novembre in loco. Chi poteva sapere che molti anni dopo proprio quelle esatte cose avrei studiato e tutti mi avrebbero guardato con una certa invidia perché io avevo il catalogo originale (quello con la copertina morbida, che purtuttavia pesava una tonnellata). La seconda che ricordo era la mostra dei Celti. Lì l’esposizione aveva meno rilevanza, ai miei occhi: molto di più valeva il fatto che ci andavo con A., il mio spasimato-invano di allora. Il secondo elemento caratterizzante di quella spedizione era l’assoluta indigenza dei partecipanti, che non consentiva di fatto neanche gli spostamenti in vaporetto. Ah, che cosa romantica. Su e zo per i ponti di Venezia, in pieno inverno, inzuppati fino alle midolla e con sporadiche visioni di presunte inquadrature viscontiane (il tipo era appassionato di cinema d’autore).

In  entrambe le circostanze (e anche in altre, prima e dopo) alloggiavamo nel pittoresco convento di S.Elena, dove il riscaldamento era un optional e l’umidità si tagliava col coltello. Però, che scenografia. E ogni volta ricordavo con grande orgoglio la sera di luglio in cui io e mia madre siamo trionfalmente uscite sulla barca del Convento per assistere ai fuochi della Festa del Redentore mangiando polenta bianca. Sono privilegi che ti danno un senso di appartenenza, che ti fanno sentire meno turista. E poi passi tutto l’inverno a fare colazione prima coi baìcoli originali e poi coi biscotti standard conservati però nella scatola di latta, meravigliosa (e a ogni colazione ti reciti tra te e te la poesia: “No gh’è a sto mondo, no, più bel biscoto, più fin, più dolse, più łisiero e san par mogiar ne ła cìcara o nel goto del baìcoło nostro venessian”) e sospiri. Perché Venezia è sempre Venezia, anche quando ci vai in gita scolastica al ginnasio, in una modalità che involgarirebbe qualunque cosa.

Perché vi sto propinando tutti questi ricordi geograficamente collocati, vi chiederete voi? Perché tramite Barbara sono venuta a sapere che Zauberei, una specie di entità blogghica mitica per me – almeno fino a questo momento – non solo è veneziana di origine, ma ha anche deciso di cominciare ad affittare la sua casa centralissima per brevi soggiorni e weekend. E promuove il tutto con un giveway, pardon givowe’.

Le regole prevedono che tra i partecipanti la sorte (nella persona di un ingenuo bimbo) estragga il vincitore di un breve soggiorno nella casetta di Zauberei. E qui le regole prescrivono che io dica cosa farei, in quel fortunato caso di botta di c***.

La prima cosa sarebbe godermi la faccia del kebbabaro, che Venezia l’ha vista solo nei video delle canzoni turche sdolcinate e sotto sotto secondo me è convinto che i canali siano solo una scenografia di cartone e non esistano in natura. In seconda battuta, scatenerei la Guerrigliera a inseguire piccioni in piazza San Marco (ci saranno ancora i piccioni in piazza San Marco?), visto che se l’inseguimento del piccione fosse una disciplina olimpica lei ne sarebbe primatista mondiale. E io? Io andrei a visitare i diavoli del mosaico della Basilica di Torcello. A ciascuno il suo. A me quel Lucifero mi è rimasto nel cuore e in fondo, quando molti anni dopo, ho dedicato la mia tesi di dottorato a Il Regno del Nemico, sotto sotto pensavo anche a lui.

La casa, va da sé, me la immagino deliziosa. E mi riprometto, prima o poi, di approfittarne a prescindere.

P.S. Ma io il link ce l’avevo messo. Vabbè, è zompato, vorrà dire che ce lo rimetto! Eccolo.

P.P.S. Ma era zompato mezzo post, mica solo il link. Aaargh, mi tocca riscriverlo….

P.P.P.S. Ok, l’ho reintegrato!

Eataly, secondo noi


Premessa: la recensione più godibile che abbia letto sul nuovo Eataly Roma è questa, a fumetti. Tutta vera, fin nei dettagli. In particolare ho fatto notare al curdo il sistema che suppone che tu paghi educatamente alle casse uscendo tutto ciò che peschi qui e là, senza trangugiarti a scrocco pacchetti di patatine sbarazzandoti dell’involucro nel cestino più vicino. Il massimo deterrente è un cartello che ti fa notare che chi fa così, ruba. Che fa il paio con il cartello che spiega che non ci sono numeretti ai vari stand perché non vogliono chiamarti con un numero ma guardarti in faccia e che chi furbescamente passa avanti non è un cliente gradito, da Eataly. Affascinante. Funzionerà? Il curdo si è sbellicato dalle risa: “Entro luglio non venderanno più nulla lungo i corridoi”, ha profetizzato.

Ma andiamo con ordine. Sabato, ore dodici e trenta. Trentanove gradi. “Mpfff… dove vorresti andare?”. Nizam ha la voce impastata di chi tenta di recuperare di giorno le ore di sonno perse di notte. “Ma dài, chi vuoi che vada in un posto così di luglio, a quest’ora?”, prova a smontarmi. Non demordo. Poco dopo l’una siamo sul luogo. Carino davvero. Non troppa ressa, in effetti, ma c’è gente. Aria condizionata a temperatura gradevole. Iniziamo l’esplorazione. Meryem apprezza (ma anche noi, in realtà) i vari punti in cui si assiste alla lavorazione dei prodotti: la mozzarella di bufala, la pasta fresca, il pane. Assaggia diffidente un quadratino di pecorino da degustazione e poi ci dà il tormento per tutto il resto della visita per tornare dal “signore del formaggio” (che saggiamente frattanto si è defilato, lasciando il posto al signore della porchetta. Ma quella non è tanto halal). Carine le simulazioni di orti, in cui anche noi cittadine possiamo scoprire come è fatta una pianta di melanzana. Ci perdiamo in contemplazione scientifica prima della pescheria (aragoste, pesce spada,scorfani, calamari, razze…) e poi persino del banco della macelleria: “Guarda il coniglietto, Meryem!” “Ma… ha perso la pelliccia? Povero coniglietto!” e giù a ridere. E’ proprio curda. Sadica. Senza cuore. Non contenta, trascina il padre allo stand a fianco: “Guarda, papà: la quaglia (in verità spiaccicata e anche avvolta nel lardo, credo)… e le sue uova!”. Nizam disapprova il pollame: sostiene che il fatto che sia esposto completo di testa rivela che è stato ucciso in modo non consono. Mah, non mi addentro in questioni tecniche.

Finita la disamina dei cadaveri, ci scegliamo un tavolo al ristorante di pasta. Preparati, seguiamo correttamente la procedura. Pasto decisamente soddisfacente e non costosissimo:  pasta corta al ragù di vitella per noi, pasta fresca ripiena di carne e verdure condita con burro e salvia per Meryem, che la trangugia quasi tutta commentando: “Sapete quanto mi piace,da uno a dieci? Sessantasei!”. Io mi godo una piccola soddisfazione extra. Ci serve al tavolo Samba, giovanissimo rifugiato che ha frequentato ad Astalli un corso di formazione. Ha un sorriso più largo della faccia quando ci augura buon appetito. E anche io. So che non è l’unico dei “nostri” ad aver trovato qui una buona opportunità di lavoro: anche M., un ragazzo eritreo la cui storia ho raccontato in Terre Senza Promesse lavora qui. E già che ci troviamo, apriamo una parentesi sul personale. Sono rimasta positivamente colpita: giovani, sorridenti, con l’atteggiamento giusto (oddio, magari bisogna vederli col pienone per metterli davvero alla prova). Non tutti paiono espertissimi, ma certamente sembrano volenterosi. Ho sentito un cameriere spiegare un po’ vivacemente a una signora che no, non poteva lasciare il tavolo libero mentre ordinava: “Ielo fregano, signo’!”. Insomma, ci diamo un tono newyorkese, ma siamo pur sempre all’ombra del Cuppolone. Poi, vedendo che sogghignavo, invece di prendersela è stato al gioco. Con uno smagliante sorriso mi fa: “Dice che sono stato un pochino esplicito?”. “Inequivocabile ed efficace!”, gli rispondo io.

Il gelato artigianale non era male, ma non era neanche indimenticabile. Meryem ha criticato molto il fatto che, essendo erogato con una sorta di dispenser, i due gusti non sono uno a fianco all’altro, ma sovrapposti. Quindi prima se ne mangia uno, poi l’altro. La Guerrigliera, dopo aver sospettato a lungo che la signorina avesse dimenticato il pistacchio, alla fine ha capito, ma continuava a scuotere la testa. “Due gusti io li voglio insieme”. Ok, mi pare un’obiezione lecita. Comunque ce la siamo goduta abbastanza. Nizam ha deciso che deve imparare a fare la mozzarella, cosa che certo, vista così, sembra pure abbastanza veloce. Lo staff dei mozzarellari era particolarmente multietnico. A un primo esame sembrerebbe: due maestri indigeni (casertani, verosimilmente), due ragazzi bengalesi, un egiziano e commesse dell’est Europa. Magari ci sbagliamo, eh? In ogni caso era un piacere stare a guardare quelle treccione che galleggiavano opulente.

Ultima nota sui prezzi. Medi, direi. Non inavvicinabili, non stracciati. Un pasto da tre, con mezzo litro di vino e acqua grande lo abbiamo pagato 39 euro. Era buono e abbondante, comprensivo di pane più che soddisfacente. Per gli acquisti, suppongo dipenda dai prodotti. Certo, non è luogo da spesa quotidiana. Ma uno sfizio ogni tanto, un regalo originale, una voglia improvvisa… Non è nemmeno Castroni. Insomma, promosso. Ha la nostra benedizione (anche se Nizam bofonchiava non so che contro le piadine al piano terra. Non ho approfondito, ma immagino sia sensibile nei confronti della concorrenza. Ha però speso parole di sincera ammirazione per l’aspetto delle patate al forno dello stand rosticceria).

Un momento di transizione


Lo è per Isabel, che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare da tanti anni. Vorrei che lo fosse anche per me, perché sempre più spesso mi manca l’aria (e non c’entrano Caronte e Minosse). Questo video, realizzato da Famiglia Cristiana nel mio ufficio, stamattina mi commuove più del normale. Ci vedo dentro riflesse tante altre storie che ho incrociato in questi anni e, come in un caleidoscopio, anche la mia.

A volte mi chiedo cosa sarebbe cambiato se, tanti anni fa, avessi avuto l’assegno di ricerca che tutti si aspettavano che ottenessi. Se il mio ex marito avesse potuto firmare il prestigioso contratto di lavoro su cui contava quando ci siamo sposati. Se fossi partita per un viaggio a Vienna, anch’esso remoto nel tempo, a cui magari, chissà, potevano seguire molti altri eventi. So che sono domande oziose. Che l’esito di ciascuno di questi bivi (e dei tanti altri, nella vita di tutti noi) è stato determinato da un mix di mie valutazioni, di scelte altrui, di destino, forse di Provvidenza. Che dunque non è davvero il caso di concentrarsi sui treni passati, sulle occasioni perse, sui percorsi che magari si sarebbero rivelati vicoli ciechi.

Una cosa è molto probabile: storie come questa non sarebbero state parte della mia quotidianità. Nel bene e nel male, ho spalancato la mia vita alle assurdità e alle meraviglie del mondo. Per questo, condividendo con voi questo video, voglio ricordare a me stessa che non me ne pento.

Ringhiare


Sono giorni che ringhio. Non è che ignori le motivazioni profonde di questa specie di maldisposizione verso il mondo, però è ugualmente affascinante vedere che forma prende. O piuttosto, la varietà infinita di forme. Provo a enuclearne alcune.

1. Manifestazione psicosomatica. Da ieri ho un costante bruciore alla bocca dello stomaco. Dite che sono stati gli anacardi donati dalla suorina keralese? Mistero. Però il fastidio è costante e quasi mi ci crogiolo.

2. Rabbia a sfondo sociale. Ho già scritto cosa penso dell’estate e quale feroce invidia provi verso chi può godersela senza impazzire appresso a improbabili e costosissimi centri estivi. Se poi mi metto a teorizzare, apriti cielo. Di passaggio in passaggio mi ritrovo in un battere di ciglia a mugugnare contro gran parte delle istituzioni di questo paese. Se continuo queste analisi, suffragate magari di qualche notizia dalla stampa, la logica lascerà posto al turpiloquio generalizzato e a qualche atto vandalico.

3. Disincanto lavorativo. Oggi mi sono sorpresa ad argomentare al mio capo l’inutilità di gran parte della nostra attività lavorativa. Lui mi ha guardato perplesso per un attimo e io ne ho approfittato per chiudere la boccaccia e andarmene a pranzo. Meno male che mi conosce da dieci anni.

4. Fantasie. Sfrenate e un po’ rabbiose. Le più ricorrenti sono quelle di fuga, definitiva o temporanea. Ho immaginato trasferimenti in varie improbabili location (compresa Milano, per dire), vacanze in monasteri dell’India meridionale durante la stagione dei monsoni e weekend in pieno inverno a Berlino. Noto in me una punta di masochismo.

5. Irrazionalità allo stato puro. Continuo ad essere tentata da acquisti inutili quanto inopportuni. Quando proprio non riesco a contenermi, cerco di arginare il danno. Oggi ho speso 10 euro per tre libri di seconda mano. Ma quando mi vedrete brandire gadget tipo la ghiaccioliera istantanea sarà la prova che il cedimento inizia a diventare irreversibile.

Puntuale, ogni estate…


… arriva la Caccia al Tesoro di MammaFelice. Arriva insieme a tutte le altre cose, piacevoli e spiacevoli, che segnano l’inizio dell’estate. Tipo la fine della scuola materna e l’eterna questione: e mo’? Di questo e di altro si parlerà questo mese su Genitori Crescono, sotto il titolo azzeccatissimo “L’insostenibile leggerezza dell’estate“. Insostenibile davvero, economicamente e psicologicamente.

Di questi tempi la mia mai sopita sindrome di Calimero si riaffaccia prepotente. No, non ho i nonni a disposizione. No, non ho una casa al mare/montagna/lago dove parcheggiarla con i nonni medesimi che non ho. No, non ho tre mesi di ferie l’anno (e neanche due mesi e 10 giorni, come ha puntualizzato un’insegnante a Radio2 giorni fa). Devo continuare? Non credo. Ho cacciato la prima delle esorbitanti quote settimanali del centro estivo, che mi coprirà per un buon pezzo (sopportando eroicamente le perplessità spontanee e quelle indotte, tipo la simpatica maestra che saputo dove la mandavo ha alzato gli occhi al cielo e ha pigolato: “Però la sorvegli bene, eh? Non si fidi degli animatori! Quelle piscine sono TANTO pericolose…”. Certo, se la potevo sorvegliare io pagavo 113 euro settimanali così, per il gusto di trascorrere un po’ di ore all’aperto tutti insieme, io e gli animatori). Accetto l’esercizio zen della consapevolezza inquietante che ci sono abbondanti buchi nel calendario ancora non coperti da alcuna programmazione realistica e si vedrà cammin facendo. Speriamo di uscir vivi anche stavolta da un’estate che si presenta più in salita del solito per me come persona, oltre che per me come mamma.

E torniamo alla Caccia al Tesoro, mi pare meglio.

Carta di identità: Chiara, romana, quasi quarantenne, umanista umanitaria, madre di Guerrigliera di cinque anni e superdotata di sorelle.

Nome del blog: Yeni Belqis (sì, proprio così: senza la u dopo la q, impronunciabile e immemorizzabile).

Obiettivi: rimuginare, raccontare aneddoti, condividere dubbi e perplessità, riderci sopra, quando possibile parlare anche di cose serie (rifugiati, educazione, impegno civile…).

Un buon motivo per seguirmi: Bella domanda. Non sono antipatica e talora scrivo di cose che non potreste leggere altrove perché capitano solo a me (oppure interessano solo me, fate un po’ voi).

Due post che vale la pena leggere: Modestamente sono almeno quattro. Il resoconto di un mio recente incidente sul lavoro, passato alla storia (in due puntate, qui e qui)  e due più seri, che riguardano il mio lavoro (qui e qui).

Come seguirmi: FB Chiara Peri (è il profilo personale, non una pagina del blog: se mi chiedete l’amicizia magari accompagnate la richiesta con due righe di presentazione), Twitter @belqis

Indirizzo RSS feedhttps://yenibelqis.wordpress.com/feed/

Ho fatto i compiti. Buona Caccia al Tesoro a tutti!

Ultimo giorno di scuola


Scuola dell’infanzia, finisce il secondo anno di Meryem. Un anno, per certi versi, misterioso. Non so davvero dare una valutazione, mi mancano quasi tutti gli elementi. La saggezza delle altre madri più smaliziate di me mi suggerisce di smettere di cercarli, questi elementi di valutazione. Eppure non riesco a ricacciare del tutto una vaga inquietudine.

Meryem è decisamente cresciuta, ma dipende più da un fattore cronologico che da sofisticati programmi educativi, mi pare. Va a scuola serenamente. Questo è certamente un punto che non devo trascurare. Non ne ha mai fatto un dramma, ma quest’anno mi ha risparmiato anche in buona parte le continue sottolineature riguardo al fatto che avrebbe preferito non andarci. Da quel che posso giudicare, ha stretto rapporti sereni e equilibrati con i compagni. Non ha amichetti del cuore, anche se poi magari fuori scuola ne frequenta maggiormente un paio, non manifesta particolari antipatie. Alle feste, finalmente, mi pare ben integrata e socievole. Le è rimasta una predilezione per un amichetto del nido, suo fidanzato ufficiale (almeno secondo lei. “Sai mamma, io mi sposerò con A.” “Ma lui è d’accordo?” “Beh, adesso non lo sa, ma sarà d’accordo certamente”).

E allora, mi direte voi? Non sei soddisfatta? No, io no. Il rapporto con le maestre è stato molto frustrante. E’ vero, ho poco tempo. Ma da loro non ho mai ricevuto alcun feedback degno di questo nome. Meryem (anzi, Meriem: a differenza dei compagni loro non sembrano prestare attenzione alla grafia, per cui il suo nome è scritto male sia sull’armadietto che sulla maggior parte dei disegni. A voce, per ovviare all’insormontabile esotismo, la chiamano Mery) è dolce (“doRce”, per l’esattezza), non crea problemi e tant’è. Ai colloqui individuali non mi ci hanno neanche voluta, perché “non c’è bisogno”. Torto mio, forse dovevo andarci comunque. O forse no. Mah. Meryem ha imparato tutte le lettere in stampatello e scrive autonomamente alcune cose (pur saltando qua e là qualche vocale). Ho visto gli esercizi di prescrittura e per il poco che capisco mi paiono adeguati. Disegnano come dannati, non sempre con particolare costrutto (ma forse non ho elementi per giudicare).

So che durante l’anno ci sono state grosse difficoltà in classe. Una bambina, addirittura, ha chiesto e ottenuto di cambiare classe perché aveva paura di andare a scuola. Dicono le madri. Perché ufficialmente non ci è stato detto alcunché. So vagamente che è stata chiesta un’osservazione da parte di uno psicologo per rischi di bullismo, ma non so come sia finita (alla seconda e ultima riunione non sono potuta andare, ma non sono certa che se ne sia davvero parlato e comunque nessuno ha fatto verbale, come da consolidata prassi). Le maestre si limitano a sorridere e dire che va tutto bene, ma a volte ho la sgradevole sensazione che la classe sia in una sorta di regime di autogestione. Sbaglierò.

Una difficoltà seria che ho incontrato è stato inserirmi io. Un po’ certo è colpa del tempo che posso dedicare ai rapporti sociali, inferiore alla media degli altri genitori. Un po’ sono io che evidentemente appaio scostante e respingente agli altri genitori (questo può ben essere). Ma è anche vero che ho la sgradevole sensazione di chiacchiere senza costrutto, molti pettegolezzi e poca collaborazione effettiva. Nelle poche occasioni che sono capitate mi sono sorbita persino qualche predica non richiesta sulle madri che lavorano facendo il male dei figli (!) o, addirittuta, divorziano (chissà che idea si sono fatte del mio articolato – ma manco tanto – ménage familiare).

Non è stato un anno prodigo di soddisfazioni per me come genitore, dal punto di vista scolastico. Ma mi viene un dubbio: la soddisfazione del genitore forse non dovrebbe avere particolare importanza. Inizio a sentire un certo nervosismo rispetto alla qualità dell’educazione scolastica, ma mi sono imposta di non farmi troppe paranoie fino alle elementari. Mi riprometto quindi di tenere a bada la vocina che mi dice che siamo sull’orlo del baratro cognitivo. E mi compiaccio dei progressi di Meryem, cercando di pensare che non siano avvenuti nonostante la sua frequentazione della scuola.

 

Irrazionale


C’è una cosa che in fondo mi piace di me: sono spesso schiava del mio cervello, ma ogni tanto credo profondamente nell’irrazionale. Non sono superstiziosa, se non per scherzo. Ma credo seriamente che, di tanto in tanto, degli spiragli di non spiegabile entrino prepotentemente nella nostra vita. Chiamiamoli miracoli. Ma non clamorosi. Piccoli, quotidiani. Mia madre mi faceva leggere, da ragazzina, i bellissimi racconti di Ezio Franceschini. Non mi ricordo in quale delle tre raccolte (una, Cocci, mi pare non si trovi più) c’era la storia di una ragazza che faceva un esame universitario scritto e, subito dopo la consegna, si accorgeva di un grave errore commesso. Da quell’esame, però, per la ragazza dipendevano molte cose che andavano ben oltre la normale trafila degli studi. Per quello andava a confidarsi e sfogarsi con il suo professore (che poi è l’alter ego dell’autore). Lui le spiegava che non si poteva fare nulla, ma poi durante la notte un angelo arrivava a fare una piccola correzione sul foglio del compito…. Una confessione poetica del professore stesso, che impietosito era andato a falsificare i fogli della prova? Forse. E forse no. Se vi trovate a leggere quei racconti (Parole come sabbia e La valle più bella del mondo, sono le altre due raccolte) capirete che lo spazio per il miracolo vero c’è sempre, nei racconti di Franceschini. Io sono cresciuta così, per questo ogni tanto sono convinta che delle finestrelle di aprano, fosse solo perché qualcuno lassù ama prendersi gioco della nostra smania di controllo e dal’arroganza della nostra razionalità.

Questa lunga premessa serve a spiegarvi il fatto che, oggi, ho la sensazione di aver ricevuto un aiutino. Per motivi lunghi da spiegare e che soprattutto preferisco tenermi per me, già da diverso tempo sono molto combattuta su una serie di potenziali decisioni da prendere. Più che decisioni, forse, si tratta di capire come voglio andare avanti. Insomma, sono molto incerta e dubbiosa. Ecco, in un contesto assolutamente insospettabile, è stata letto un brano, che io sentivo per la seconda volta e che oggi, improvvisamente, mi è sembrato rivolto precisamente a me. Il che chiaramente non è vero. Chi l’ha scritto non aveva affatto questa intenzione. Ma oggi sì, serviva a illuminarmi almeno un po’. Voi mi direte che è una coincidenza, una semplice ispirazione, che poteva succedermi in qualunque momento, anche solo leggendo una pagina di romanzo o sentendo un brano alla radio. Sì, certo. Succede anche questo. Ma oggi è stato diverso. Perché chi ha scritto, nel 2010, quelle parole è una persona per me speciale. E mi conforta sapere che, anche se non è più con noi (o forse proprio per quello) capisce con il suo acume sorridente anche quello che non le ho mai raccontato  trova il modo di farmi sapere cosa ne pensa.

Un motivo di più


Alla fine, curiosamente, gli argomenti sono sempre quelli: donne penalizzate sul lavoro, asili nido insufficienti, assistenza di anziani e disabili che pesano soprattutto sulle madri di famiglia. Ma non sono a un altro Momcamp, questi sono gesuiti. Seduto a un tavolo rotondo che sembra provenire da un salotto qualunque, davanti a una platea variegata ma non troppo, sta parlando padre Casalone, provinciale d’Italia. Perché mai la Compagnia di Gesù investe risorse per fare ricerche (di livello notevole, peraltro) su modelli di sviluppo, politiche territoriali, liveas (livelli essenziali di assistenza) e via discorrendo, senza dimenticare la questione meridionale e la questione di genere? Padre Casalone lo spiega in modo lineare e cristallino. “Una fede che non è capace di essere lievito e fermento per una società più giusta è una fede irrilevante”. E ancora: “La fede non è solo un fatto privato, che si gioca nella coscienza del singolo. Comporta la promozione della giustizia nella collettività”. Ma attenzione alle modalità: intervenire nella sfera pubblica comporta la capacità di articolare la dimensione del credente con quella della laicità. La giustizia è, per eccellenza, terreno di mediazione. Si tratta di porsi quelle domande a cui tutti sono chiamati a rispondere, con un linguaggio e un’azione il più possibile condivisa. Detto in altri termini: la priorità del cristiano sono gli squilibri, le ingiustizie della società (gli orfani, le vedove, gli stranieri, per usare un linguaggio biblico). Ma si deve intervenire nel pubblico con motivazioni universalmente comunicabili e argomentabili e non immediatamente tradotte dal linguaggio specifico della fede, che non è di tutti i cittadini. Contribuire al bene comune, dunque, magari con motivazioni di fede, ma con azioni valide e condivisibili anche dagli atei e dai credenti delle altre religioni. Il contrario di ciò che avviene, praticamente, e di cui mi lamentavo non più tardi di un post fa. Credenti che intervengono nella politica alta, senza marcare il territorio, ma mettendosi a servizio della comunità civile. Come lo dice bene, Casalone (che è pure un bell’uomo, si potrà dire?). E’ questo alla fine che mi piace dell’apostolato sociale dei gesuiti: che non cerca di piantare bandierine e di suscitare papa boys, ma piuttosto di costruire una società più giusta e di formare cittadini. Per questo mi sono sentita dire, non troppo tempo fa, da un sedicente “esperto”, che Pedro Arrupe è stato il Generale che ha rovinato la Compagnia di Gesù, che una volta sì che aveva il potere, quello vero. Motivo di più per lavorare in un ente fondato proprio da Pedro Arrupe (scusate il link in inglese, quello in italiano è decisamente troppo scarno).

“E’ dal modo in cui ci abituiamo a trattare chi non è in grado di far valere i suoi diritti che si vede quanto ci pieghiamo alla logica clientelare, per cui il cittadino non ha più diritti e deve piuttosto chiedere favori. Una logica che è alla base dei sistemi mafiosi”. La risposta alle questioni sociali non può che essere collettiva e partecipata, altrimenti si rischia di far peggio. Rispondere all’esigenza di sicurezza a livello individuale vuol dire mettere una porta blindata alla mia casa, un sistema di allarme alla mia villa. Rispondere in modo collettivo e partecipato vuol dire ricostruire tessuto sociale, creare partecipazione, costruire un’azione corale che cambi completamente il volto dei luoghi. Utopia? Non direi. La teoria è stata inframezzata dalla testimonianza sincera e appassionata di Carmela, fondatrice di Figli in famiglia. Foto alla mano, ci ha dimostrato che le cose che sembrano più immutabili possono cambiare. Che può anche accadere, dopo anni di intervento sincero, entusiasta, gratuito e generoso, che alla consegna di un immobile sequestrato alla mafia da riadattare a asilo nido, chi abitava prima l’appartamento venga a portare il caffè ai nuovi occupanti dicendo: “Meno male che l’hanno dato a voi e non a uno qualunque”.

Sono le persone che contano. I profitti sono mezzi per lo sviluppo dell’esperienza umana e così dovrebbero tornare ad essere considerati. Non è il benessere economico a dare coesione sociale, ma la coesione sociale è presupposto indispensabile di qualsiasi sviluppo economico. Ora è il momento di investire nelle persone, di assumere responsabilità, di ricostruire dignità, legalità, significato. Ubi societas ibi ius. E quando si dice società, comunità (com-munitas, vivere insieme la vita, un dono che si fa compito), non ci si riferisce certo alla parrocchietta. In alcune frasi dell’assemblea del JSN, per strano che possa sembrare, mi pareva di sentire echeggiare alcuni discorsi di Barbara Mammafelice sulla felicità, sulla vita, anche in comune, sul valore delle persone. Ma, allo stesso tempo, l’indignazione di Barbara Mammamsterdam per le schifezze post terremoto dell’Aquila e tanti altri bei discorsi fatti da e con blogger sull’educazione, sulla partecipazione, sull’informazione. Chissà, magari sono io che ho le traveggole e mi vedo apparire blogger e gesuiti ovunque e tento pure di trovare un collegamento.

Morire di speranza


Solo lo scorso anno, circa 2.000 persone hanno perso la vita durante la traversata del Mar Mediterraneo e i confini europei sono diventati vetrine di tragedie umane.
Uno di questi viaggi, conclusosi in un disastro, è stato ben documentato. Si trattava di un piccolo gommone partito da Tripoli, il 25 marzo 2011, con 72 persone a bordo, di cui 50 uomini, 20 donne e 2 neonati. Quindici giorni dopo, è stato costretto a tornare sulle coste della Libia con solo nove sopravvissuti. Avrebbero potuto essere portati in salvo tutti…. se solo i testimoni di questo triste evento avessero rispettato i propri obblighi. Invero, il mondo è rimasto a guardare.
Ripercorriamo i fatti: dopo un giorno e mezzo dall’inizio di quel viaggio, un sacerdote in Italia fu avvertito con un telefono satellitare del dramma in corso. Immediatamente, egli informò la Guardia Costieraitaliana che rintracciò la posizione dell’imbarcazione e allertò le navi della zona affinché avvistassero il gommone. Entro poche ore, un elicottero militare si avvicinò alla barca e una volta riforniti i passeggeri di acqua e biscotti, fece segno che sarebbe tornato. Ma non fu così. L’imbarcazione incontrò almeno due navi da pesca, nessuna delle quali prestò soccorso. Il gommone andò alla deriva per molti giorni, senza acqua né cibo, mentre la gente iniziava a morire. Al decimo giorno di viaggio, quando già metà dei passeggeri erano morti, una portaerei o una portaelicotteri di grandi dimensioni si avvicinò. I sopravvissuti ricordano i marinai a bordo che li guardavano con i binocoli e scattavano foto. Nonostante l’evidente stato di emergenza umanitaria, la nave militare si allontanò. Cinque giorni dopo, il piccolo gommone ritornò in Libia.

Sembra un reportage, e invece è un’omelia. Un brano dell’omelia del Cardinale Antonio Maria Vegliò all’annuale preghiera ecumenica ”Morire di Speranza”, in memoria delle vittime (migranti e rifugiati) dei viaggi verso l”Europa, nella Basilica di S. Maria in Trastevere.

Per l’ennesima volta mi chiedo: ma perché il parere della Chiesa, che tanta, troppa, troppissima influenza ha su alcune note e dolenti questioni della politica italiana, su questo tema specifico sembra non spostare una virgola? Perché una leggera allusione sul diritto alla vita ha il potere di stravolgere alcune proposte di legge e la denuncia di una strage continua passa sotto silenzio chiunque la faccia? Non è vita anche quella di tutta questa gente?

Confusamente


Ci ho scherzato su, ma l’intervento di Luigi Centenaro a Mammacheblog mi ha messo la famosa pulce nell’orecchio. No, non sto cercando banner pubblicitari. Ci mancherebbe. Però mi sono interrogata per l’ennesima volta sul motivo per cui ho aperto un blog. Non questo, che doveva essere solo una prova non pubblica. Quello su cui volevo puntare davvero, che si chiamava Rifugiati e che, essendo su Splinder, oggi è stato inghiottito dall’oblio informatico definitivo.

Con molto pudore parlo di rifugiati, che sono oggi certamente l’argomento su cui ho più consolidate conoscenze e esperienze. Ieri ho scritto un guestpost sul tema per le amiche di Zebuk e, come sempre quando tocco questo argomento, ben pochi commentano. Giorni fa ho scritto uno dei post più documentati e ponderati della mia modesta carriera di blogger, quello della politica di Israele sui rifugiati africani. E qui trovo un commento di Nex, che mi ha riempito di pensieri e di dubbi. Non su quello che sostengo nel post, ci mancherebbe. Ma sulla mia capacità di fare informazione su questo tema. Poi mi dico: vero, io sono limitata e insufficiente. Ma non sarà che subisco la concorrenza sleale di tonnellate di informazione scorretta sul tema, talmente generalizzata da entrare come tale anche nella valutazione delle persone più intelligenti e equilibrate? Come si fa a urlare che non è vero, che le cose non stanno così, senza passare per un’estremista invasata e puerile? Ricordo che già in un’altra occasione avevo cercato di spiegarvi quanto è umiliante e spiazzante vedere un Paese intero (per tacere degli altri, che non necessariamente brillano) che sembra farsi beffe di leggi, procedure, dati statistici, competenze. Quanto fa rabbia vedere che tutti ti spiegano con aria paziente e paternalistica come ovvietà delle cose che sono solo e semplicemente non vere. E tu lo sai, i tuoi dieci colleghi lo fanno, ma cosa conta? Non ci andiamo mica noi in televisione. Come ho detto in un’altra occasione, nessun giornalista sportivo potrebbe confondere un calcio di rigore con un calcio d’angolo senza perdere per sempre la propria credibilità. Sull’immigrazione (como in amore e in guerra) tutto è concesso, perché si sa che sono cose complicate e che poi in fondo non interessano nessuno (a parte qualche milionata di persone).

Che c’entra il povero Luigi Centenaro in tutto ciò? C’entra perché mi ha messo in testa la domanda: “Io che problema risolvo?”. Beh, con questo blog direi nessuno. Ma anche con il mio lavoro di problemi ne risolvo piuttosto pochi. Però una cosa mi piacerebbe farla. Mi piacerebbe organizzare un incontro (con Chiara parlammo, a suo tempo e chissà perché, di un eremo) con un po’ di persone interessanti e potenzialmente interessabili che ho conosciuto in rete in questi anni e poter finalmente spiegarvi per bene cosa non mi va già della questione dei rifugiati in Italia (e anche altrove). Poter rispondere alle vostre obiezioni e alle vostre domande. Capire da voi dove sbaglio, perché dopo tanti anni mi viene il dubbio di non essere in grado di comunicare granché. A qualcuno fregherebbe qualcosa?