Fa putilup putilup


La mia infanzia è stata funestata da una storiellina piuttosto stupida, che ho la deplorevole tendenza a citare per allusione, guadagnandomi occhiate perplesse e interdette da parte dei miei interlocutori. Eccola qui.

“Cos’è quel tubo nero a strisce gialle che vive nella spina e fa ‘putilup putilup’?”
“Non so davvero. Mi arrendo”.
“Un’anguilla!”
“Vabbè, un’anguilla assomiglia a un tubo nero. Ma le strisce gialle?”
“L’ho dipinta io”.
“E perché vive nella spina?”
“Vive nella corrente e quindi anche nella spina”:
“Ok, ma ora non mi vorrai far credere che un’anguilla fa ‘putilup putilup’!”
“No, quello lo ho aggiunto io, altrimenti l’indovinello era troppo facile…”

Sono molte le circostanze della mia vita in cui mi trovo a pensare di aver aggiunto un “putilup putilup”, altrimenti era troppo facile. Il fatto che mi renda conto dell’assurdità della cosa non la rende meno assurda. Sospiro, mi tengo le strisce gialle e il pacchetto completo, cercando di convincermi che, sotto sotto, sempre di un’anguilla si tratta.

Uscendo di metafora, a volte anche il contesto mi aiuta in questo processo eterno di complicazione affari semplici. Oggi, vincendo finalmente una comprensibile ritrosia, ho chiamato il Recup regionale per prenotare un esame di routine che non faccio da anni. Sorpresa. Risposta pressoché immediata, operatrice squisitamente gentile, tempi di attesa lunghetti ma che sarebbero stati brevi o minimi se fossi stata disposta a spostarmi di più territorialmente (cosa che, se la cosa fosse stata urgente, avrei certo fatto). Non mi capacitavo. Esamino dunque le due o tre opzioni proposte, quando mi arriva l’informazione aggiuntiva: l’esame deve essere effettuato rigorosamente tra il 5° e il 12° giorno dopo le mestruazioni. Uhm. La mia stupefatta calma si traduce in ansia pura. Sfoglio affannosamente l’agenda. Accenno a conteggi con le dita. La signorina, dall’altro capo del filo, sfodera un’ammirevole pazienza. Io annaspo, esito, azzardo, ritratto. Poi faccio la mia puntata. “Facendo una ragionevole stima, eh?”, mi premuro di precisare. Qui l’impassibilmente cortese operatrice si concede un sano sghignazzo. “Sì, sì, semmai richiama”. Insomma, hanno fatto di tutto per facilitarmi, ma il “putilup putilup” di sottofondo era ben percepibile.

As time goes by


No matter what the future brings
As time goes by

In queste settimane ho guardato più indietro che avanti. In un certo senso, non è nella mia natura. Ci sono però circostanze in cui bisogna concedersi il lusso di deludere se stessi.

Spesso penso che, per fortuna, la vita va avanti a prescindere dalla nostra volontà. Non siamo noi a girare la ruota. Non possiamo farla correre quando siamo pieni di entusiasmo, né fermarla quando vogliamo scendere. C’è qualcosa di bello, di confortante, in questa ineluttabilità.

Vi risparmio i ricordi remoti, quelle Pasque rese interessanti solo dalla nostalgia. Non riesco però a non pensare due consapevolezze di Pasqua, momenti singoli, che sono restati memorabili nella mia esperienza. Una mezzanotte sotto la doccia, a Baghdad. Una sensazione di ingiustizia, un piccolo risentimento che non ho mai smaltito del tutto (e meno male che non porto rancore). Una mattina luminosa, a Kariye (S. Salvatore in Chora), Istanbul. Mi colpisce il fatto che sono stati due momenti di profonda solitudine (a prescindere dalla compagnia in cui mi trovavo), ma una solitudine molto serena.

La solitudine mi attira e mi terrorizza. Oggi la esorcizzo con i social network, che sono un buon compromesso: ti senti in una casa affollata, anche se in realtà sei immerso nel silenzio. Un po’ come i braccioli per chi impara a nuotare: queste diavolerie tecnologiche addomesticano la mia paura.

Leggendo qua e là


Da quando ho scoperto anobii, mi sento come se facesse parte di me. Doma il mio disordine. Mi aiuta a tenere traccia delle letture fatte, mi suggerisce idee per nuove esplorazioni libresche, soprattutto attraverso gli scambi, che ho praticato abbastanza nel corso dell’ultimo  anno.

Questo periodo lavorativo, pur piuttosto faticoso, mi ha messo voglia di fare anche letture complementari alla mia sfera professionale. Non succedeva da un po’, nel senso che spesso tendo a privilegiare letture di evasione (pur senza riuscire a reprimere i miei interessi, sempre un po’ bizzarri) o, all’estremo opposto, saggi di media pesantezza che a volte mi danno da recensire (ma anche quelli li prendo come uno stimolo a tentare strade nuove, che da sola non avrei preso in considerazione – a volte a ragione, va detto). Oggi vorrei segnalarvi tre di queste mie letture semi-professionali. La premessa, piuttosto bizzarra, è che – a parte forse il secondo dei volumi – nessuna mi ha del tutto appagato. Tuttavia tutte hanno alimentato la voglia di procedere nell’approfondimento dei rispettivi temi, e per questo soprattutto mi va di parlarvene.

More about Decolonizzare la follia Il primo è una raccolta di saggi di Frantz Fanon. E chi era costui, dirà il mio sparuto gruppo di lettori (ad eccezione, forse dei due-tre più secchioni)? Lasciate stare Google, vi soccorro io direttamente da Wikipedia. I “miei” psichiatri lo citano, per comprensibili ragioni, ogni due per tre. Mi sono dunque decisa a comprare questo volume e, per inciso, credo di aver toppato alla grande. Avrei dovuto prendere qualche scritto più significativo, che mi desse la possibilità di confrontarmi con questo autore con un respiro maggiore, meno inquinato da dibattucoli polemici di stampo accademico (l’introduzione ai saggi, scritta dall’autorevole curatore dell’opera, è davvero un caso studio di per sé). Tuttavia, leggendo, un collegamento fortissimo mi è saltato agli occhi: mi ricorda da morire Orientalismo di Said. Da un lato il nesso era fin troppo ovvio, eppure a me era sfuggito, a causa delle diverse sfere professionali che mi hanno portato alla lettura dei due saggi. Colonizzare e decolonizzare: due processi storici di portata spaventosa, che investono prepotentemente e trasversalmente tutti i miei campi di interesse (e forse, più in generale, molti campi del sapere e dell’agire umano). In Fanon come in Said salta all’occhio la rabbia. Una rabbia ferocissima, una reazione intellettuale che si tiene in equilibrio precario sul limite del fanatismo. Nel riflesso della reazione credo che noi oggi abbiamo la possibilità davvero di sperimentare in modo indiretto la violenza coloniale, pur senza averla vissuta. E qui si pone la domanda metodologica: come salvare tutta l’energia rivoluzionaria di queste reazioni per sublimarle, per dir così, in un approccio più equilibrato, capace di riconciliarsi con il passato senza rimuoverlo? Come avviarsi verso una sintesi su questioni tanto brucianti ancora oggi? Ma mi riprometto di andare avanti nella mia finora fugace conoscenza di Fanon. Forse ci tornerò sopra, più specificamente (con vostra profonda gioia, presumo: come non adorarmi quando all’astrusità tento di aggiungere il tecnicismo?).
More about Un indovino mi disseCambiamo decisamente argomento, come si direbbe in TV. Sono rimasta fedele alla tradizione del’acquisto di impulso di un libro in aeroporto prima di un viaggio. Ho resistito a un libro di ricette di Claudia Roden e ho superato uno dei miei tabù: ho letto il mio primo libro di Tiziano Terzani. Scelta azzeccatissima. Mi ha portato esattamente lì dove volevo andare, nell’atmosfera di incontro tra culture non dominato dall’intellettualismo (pur supportato da lucida e puntuale analisi, ai limiti dell’assurdo), ma guidato in buona parte da una irrazionale curiosità. Ci ho sguazzato. Era come una colonna sonora azzeccata per il mio viaggio a Bangkok. Forse leggerò altro di questo autore, forse no. Ma sono soddisfatta. Alla fine la cosiddetta intercultura, qualsiasi cosa ciò voglia dire, non si fa senza un pizzico di irrazionalità. Quella fiducia immotivata che ti spinge ad assaggiare un piatto che non toccheresti mai, se ne sapessi gli ingredienti. Poi non è detto mica che ti piaccia, sia chiaro. Ma ti sei lasciato trasportare in un viaggio in cui non eri tu con i tuoi pregiudizi a predeterminare la rotta. Se c’è una possibilità di capire qualche cosa è questa: aprire una finestra perché possa entrare qualcosa che nei tuoi schemi mentali ancora non c’è.

More about Rediscovering Dharavi Ed eccoci arrivati al terzo libro. Tema: la povertà urbana. Il libro in effetti mi è piovuto tra le mani casualmente. E’ una copia pirata, venduta in fotocopia per le strade di una città indiana. La leggenda narra che l’autrice stessa si sia imbattuta in un venditore delle copie taroccate della sua opera e sia rimasta tra il perplesso e il lusingato. Se la leggenda è vera, io non mi capacito del fatto che una ricerca di sociologia/scienze sociali, pur accattivante, possa essere venduta per strada in copie non autorizzate. Ma che lettori assatanati ci sono in India? Vabbè, prescindendo da ciò, la lettura è interessante, anche se a tratti un po’ faticosa. Nessun pietismo, analisi articolata – storica, sociale, economica – della vita di uno slum indiano, dei suoi punti di forza e delle sue – molto più ovvie – criticità. Ma, ancora una volta, un richiamo a complicare le nostre mappe mentali. Non è solo miseria, non è solo degrado, non basta spazzare via con una ruspa. Bisogna fare la fatica di capire, analizzare, mediare, negoziare con chi ci vive percorsi inediti. La politica, del resto, non è un gioco da ragazzi. Neanche quella locale. Peccato che troppo pochi la prendano seriamente (e chissà se qualcuno di quei pochi vive in Italia).

A freddo


Lunedì sera ho seguito con attenzione la puntata di Presa Diretta, che trovate qui, se ve la siete persa. Mi ha fatto piacere anche di condividerne la visione con alcune amiche on line. Mi sembra importante e sicuramente positivo che una prima serata della RAI sia stata dedicata ai respingimenti di rifugiati e alla guerra in Libia. Però oggi non è di questo che voglio parlarvi, o forse non solo. Ho dovuto lasciar sedimentare per qualche giorno le sensazioni contrastanti che la trasmissione mi ha lasciato. Perché ho avuto la sensazione, fin da subito, che – nonostante le intenzioni e l’impegno civile e di denuncia, che di per sé sono un valore – ci fosse qualcosa che non funzionava. E non mi riferisco tanto e solo alle inevitabili omissioni, alle forzature necessarie, a questo o quel dettaglio. Alla fine forse ho capito qual è il punto vero. E’ un problema che sta alla base, che non riguarda il lavoro di quella specifica redazione. Il problema sta nel mezzo, il mezzo televisivo.

Mi spiego meglio. Qualunque addetto ai lavori sa, ed è pronto a spiegare, che il format televisivo ha le sue regole, le sue peculiarità. Soprattutto, i suoi tempi. Ecco, a me sembra che questi tempi televisivi non solo non aiutino a veicolare un messaggio sensato di impegno civile e di consapevolezza, ma che anzi necessariamente passino – in certa misura – il messaggio opposto. In un format del genere non si può mai approfondire: troppo lungo, l’attenzione calerebbe. Servono colori, toni forti. Se non lo sono abbastanza, vanno sapientemente calcati. La priorità è catturare l’attenzione, sempre. Il conduttore è sacerdote unico di questa liturgia: ergo, legittimamente, soprattutto interrompe. Gli intervistati, i suoi collaboratori, eventualmente il pubblico. Tiene i tempi.

Faccio un esempio concreto dalla puntata di Iacona. L’intervista ai rifugiati sopravvissuti del barcone è apparta fredda, inutilmente aggressiva, poco rispettosa. Sono certa che il tono sia stato scelto volutamente, per non indulgere a pietismi e comunicare obiettività. Eppure non posso fare a meno di notare che l’interlocutore, in questo efficace (?) scelta stilistica, sparisce. Si riduce a mera macchia di colore, fa atto di presenza. Ma più ancora mi colpiva il modo in cui il giornalista interpellava e poi toglieva subito la parola alla sua collaboratrice in studio, incaricata di riferire i feedback da internet. Sono sfumature, certo (e mi corre l’obbligo di precisare che escludo che il sesso del collaboratore abbia a che fare con questo). Ma certamente, in generale, l’atteggiamento era singolarmente privo di rispetto.

Si arriva alla fine della puntata con l’ansia, la sensazione che tutto fosse troppo complicato o poco pertinente, e soprattutto che noi della trasmissione (autori e pubblico) fossimo davvero troppo impegnati, troppo presi, troppo di fretta per lasciare davvero spazio a qualcosa. Ma è così? Una trasmissione televisiva deve trasmettere l’urgenza di un’operazione chirurgica a cuore aperto? Quale missione superiore ci si impone? Arrivare alla fine del programma? Tenere alta l’audience?

Soprattutto, qual è il messaggio implicito di una trasmissione del genere? In primo luogo, non è certo un’educazione all’ascolto e al rispetto. Quale che sia il tema, quello che lo spettatore coglie (almeno a me pare) è che il conduttore, è lui e solo lui quello che sa. Le sue “fonti”, i testimoni, gli esperti, hanno un ruolo meramente accessorio. Devono parlare e tacere a comando, devono intervenire a sottolineare e avvalorare quello che viene detto. Non si ha mai l’idea di condividere con il pubblico l’opportunità straordinaria di ascoltare qualcosa da chi davvero la sa. [N.B. Questo non è impossibile in televisione, in generale. Mi vengono in mente esempi in cui ciò viene fatto. Ma mai in trasmissioni di questo tipo].

Io sono convinta che per capire qualcosa di rifugiati (o di qualunque altro tema) si necessario, in estrema sintesi: a) non essere superficiali, riflettere, approfondire;  b) entrare per quanto possibile in rapporto con le fonti dirette e con i testimoni, senza filtri e senza mediatori (che a volte sono interessati); c) ascoltare con pazienza e umiltà, senza sovrapporre pre-giudizi propri o altrui, disponibili davvero a cambiare opinione o a iniziare a crearsene una. Tutte e tre queste cose, anche con le migliori intenzioni, sono incompatibili con i ritmi di una trasmissione come Presa Diretta, Report o simili. Forse sono incompatibili con i ritmi televisivi in genere. 

Dunque? Non lo so. Non sono mai stata contraria alla televisione, che è uno strumento potentissimo e potenzialmente di grande utilità educativa e civile. Mi pare, tuttavia, che forse bisognerebbe ripensare un po’ priorità e obiettivi. Voi che ne dite?

Ma è una femmina!


Tempo fa, alla festa di compleanno di un’amichetta, a Meryem è stato regalato un gatto con gli stivali di plastica. Per una volta, dunque, all’arrivo del pacchetto della Universal, mi sentivo meno impreparata del solito. Avevamo persino il gadget! Sabato, rientrate dal parco, ci siamo dedicate alla visione del film, che avevo accuratamente evitato di guardare sul volo della Emirates per Bangkok per non rovinarmi la sorpresa di gustarmelo insieme a mia figlia.

Credo che fossi l’unica al mondo a non sapere di chi è la voce del protagonista. Prima piacevole sorpresa: Antonio Banderas! L’inizio del film è piuttosto concitato e ho temuto che Meryem, che ha quattro anni e mezzo, non riuscisse a seguire bene la storia. E invece siamo state catapultate subito nel vivo. La scena cruciale, quella che ci ha definitivamente conquistato, è stata decisamente quella che inizia così… “Mamma, ma è una FEMMINA!”,  la Guerrigliera ha fatto  eco con tutto il suo stupore alla battuta del protagonista. Il nostro pupazzetto ha assunto tutta un’altra luce: non lui, ma lei, Kitty (con la voce di Salma Hayek, per la cronaca).

La scena del duello di ballo, ripresa nei titoli di coda, mi ha ricordato per maestria quella, famosissima, degli Aristogatti. Il mix di favole funziona, eccome. L’oca dalle uova d’oro e la sua mamma, in particolare, hanno colpito parecchio l’immaginazione di mia figlia. Come messaggio, è a prova di educatore. Amicizia, solidarietà, gratitudine, riscatto… senza mai essere stucchevole. Bellissimi e inaspettati alcuni gesti, dove il colpo di scena sottolinea la pregnanza della scelta generosa.

Meryem ha apprezzato molto anche il contenuto speciale, la storia del Gatto alle prese con i tre Diablos. Nel suo racconto concitato al padre, che è stato omaggiato dell’adesivo dei tre micini staccato dalla custodia del dvd, anche questo più breve video ha avuto un posto d’onore. Ma la Guerrigliera ha deciso: questo film il padre lo dovrà vedere con i suoi occhi. Scommetterei che non gli dispiacerà. Già ieri si è staccato a fatica dallo schermo per andare a lavorare, mentre le note del flamenco crescevano di intensità…

Dodici


Dodici ore, dodici mesi, dodici anni. Penso a una me stessa soddisfatta di ogni dettaglio e convinta di avere il mondo in mano. Penso a una me stessa ancora giovane e sotto sotto convinta di essersi presa una bella rivincita. Penso a me stessa oggi e al pensiero che per tutto il giorno non mi ha lasciato: sarebbe consolante pensare che la reincarnazione esista. Proverei un gran sollievo a pensare che se non sono andata a parare da nessuna parte in particolare, pazienza; ma che il molto di buono che occasionalmente ho avuto possa magari essere messo a frutto in un’altra vita, da qualcuno più saggio, più paziente e più determinato. Lo so, non è esattamente così che funzionerebbe. E, soprattutto: sono così inguaribilmente cattolica in questo bisogno di assoluzione. Non basterebbe forse accontentarsi?

Città


Come scriveva l’architetto Giovanni Michelucci già 25 anni fa in una lettera a Padre Balducci per un convegno a Firenze sulla città, l’ospitalità non nasce solo da un dovere di accoglienza, ma dall’esigenza di un progetto di revisione della città, alla luce delle situazioni d’incontro nuove. L’architetto, partendo da due metafore, la città carcere e la città tenda, scriveva: “La città carcere e la città tenda non sono solo dei luoghi identificabili nello spazio, sono due metafore che stanno ad indicare tutto ciò che nella città esiste come edificio, talvolta perfino di pregevole fattura , senza per questo avere con la città alcun rapporto attivo, rappresentando anzi la negazione della città”. E concludeva il noto architetto: “la sfida che propongo alla città attuale è dunque la sfida di saper accogliere al suo interno i diversi di ogni tipo, non per dovere di ospitalità, ma come speranza progettuale… Il modello di una società civile che accetta dentro di sé il diverso, come ipotesi positiva di cambiamento rappresenta di fatto una cultura superiore rispetto agli equilibri militari che ci sovrastano. La società del sospetto, dell’isolamento con cui sono regolate le nostre città rappresentano purtroppo un’agghiacciante analogia a quegli equilibri”. (G. MICHELUCCI, La città tenda e la città carcere; in: La sfida delle città, Atti Convegno testimonianze, 19-20 dicembre 1987, Firenze, pp. 132-134).

Invitare monsignor Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes, alla presentazione del Rapporto Annuale del Centro Astalli si è rivelata un’ottima idea. Non solo ci ha offerto delle considerazioni importanti e documentate sulle migrazioni forzate in Europa, oggi e nella storia, ma decisamente è riuscito a dare respiro alla riflessione, con spunti come quello che mi interessa oggi. Accogliere “i diversi di ogni tipo” non solo è un’esigenza logistica emergenziale, da dare in gestione alla Protezione Civile o a qualche addetto ai lavori: è una sfida concettuale, è una sollecitazione culturale e politica nel senso più ampio e alto del termine. Questo passo del discorso di Perego, che se siete curiosi trovate qui (purtroppo senza le molte integrazioni e sottolineature che ha aggiunto oralmente, nel corso dell’esposizione), mi ha richiamato un documento molto diverso, letto qualche giorno fa sulla pagina Facebook di alcuni amici palermitani. Sembra che non c’entri nulla, eppure… Si tratta degli Appunti del Laboratorio Zeta sulle prossime amministrative, dal titolo “Ai bordi della palude”. Ve ne propongo qualche passaggio.

“Sparare a zero contro tutto il ceto politico del centro-sinistra palermitano sarebbe sin troppo facile, a tratti anche noioso e sicuramente poco utile, almeno per il momento. Certo è che esistono responsabilità tanto diffuse quanto precise se dopo dieci anni di Cammarata ci si trova ad un mese dalla elezioni in una situazione frammentata, confusa e di debolezza. Questioni che hanno a che fare con vanità personali e ambiguità strategiche, e con la crisi generale della politica intesa come pratica collettiva di partecipazione.

Eppure doveva essere abbastanza semplice costruire un’alternativa credibile dopo anni in cui – è bene ricordarlo – sono stati regalati milioni di euro ai responsabili delle municipalizzate che hanno ridotto Palermo una discarica a cielo aperto, in cui interi nuclei familiari sono stati mandati a vivere nei container, in cui tristi rappresentazioni postcoloniali fatte di mandolini e carretti siciliani sono state spacciate per politiche culturali, per non parlare di inquinamento, viabilità, scomparsa dei sevizi sociali e skipper personalizzati. […]

La categoria del Bene Comune, al di là della sloganistica democratica dell’ultima ora, rappresenta per noi un punto di partenza importante per costruire un piano della partecipazione collettiva fatto del coinvolgimento diretto dei cittadini alla costruzione di nuove istituzioni a tutela del comune. Su questo terreno si gioca ad esempio la battaglia per smantellare gli assetti di potere che governano le municipalizzate e pensare nuove forme partecipate di gestione delle risorse pubbliche. Come anche l’opposizione tra un’idea di città chiusa e segmentata, in cui le linee di sviluppo sono guidate degli interessi proprietari dei piani di confindustria, e un percorso di partecipazione diretta come quello che sta alla base, ad esempio, del movimento I cantieri che vogliamo all’interno dei Cantieri della Zisa. Pensare la città come bene comune vuol dire anche guardarla nella sua complessità, scardinare le retoriche di centro e periferia e pensarla a partire dai flussi locali e globali di cui partecipa.

Vuol dire, infine, guardare in faccia le condizioni di disastrosa diffusione della povertà e di assenza di ogni forma anche minima di garanzie sociali che coinvolge larghissima parte della città. Lavoratori in nero, migranti di prima e seconda generazione, lavoratori informali, disoccupati, precari non sono una parte marginale di Palermo, ma ne rappresentano, tutti insieme, la condizione generale. Una molteplicità che vive il territorio senza avere accesso ai diritti anche minimi di cittadinanza e che con la crisi globale vedrà la propria condizione peggiorare ulteriormente”.

Sospetto, equilibri militari, politica gestita come scontro vacuo di tifoserie, negazione della complessità. Credo che questi siano i nodi più difficili da affrontare davvero, quando si parla di riforme sociali, di bene comune, più in generale di prospettiva per il futuro. E qui si salda un’altra riflessione, che pure apparentemente c’entra poco. Su Genitori Crescono (una delle mie letture quotidiane!) impazza il dibattito sul downshifting (leggete qui e qui, con relativi importanti commenti). Non entro nella pienezza del tema, che ha tante sfaccettature. Ma mi colpisce il titolo di uno dei libri di riferimento dei downshifter di oggi: “Scappo dalla città, manuale pratico di downshifting, decrescita, autoproduzione”. Pausa di riflessione. Io condivido molti splendidi concetti che mi argomentano le mie amiche che già fanno, o sono tentate, da questa esperienza: sobrietà, riciclo, attenzione all’ambiente, uso più consapevole del tempo, ricostituzione di legami. Ma io no, dalla città non scappo.

Il perché credo che sia meravigliosamente espresso dalla lettera di Michelucci, con cui ho iniziato questo post. In questa straordinaria potenzialità della città come catalizzatore del cambiamento continuo io, nonostante tutto, a crederci. Nonostante tutti gli innegabili contro. Sono una fan della rivoluzione urbana, quella che migliaia di anni fa ha dato un corso unico – qui e là nel mondo – alla storia della civiltà umana. Perché, come rilevato bene dalla mostra Homo Sapiens che non mi stancherò di raccomandare, noi siamo frutto di migrazioni e incontri, altrimenti non saremmo uomini. E le città sono da sempre i nodi della rete di incontri, di relazioni, di traffici di cose, persone e idee. Un punto di raccolta di diversità e di sfide che, idealmente, dovrebbe proiettarci con creatività sempre oltre il nostro orizzonte, verso modelli nuovi e rivoluzionati. Decrescere sì, quindi, ma per quanto mi riguarda io decrescerei volentieri in città. Se potessi esprimere il mio ideale in uno slogan, direi “vivere semplice e pensare complesso”. Del pensiero semplice ho profondo timore. Non è per snobismo, non fraintendetemi. Ma quel che è semplice da comunicare, spesso – troppo spesso – fa violenza, se non alle persone, almeno alla verità.

Un pensiero


A un ragazzo giovane, tanto giovane, che ieri è stato ricoverato in ospedale per la seconda volta. Che forse al corpo non ha nulla, ma certamente ha tanto male all’anima. Mi ricordo i suoi occhi seri, quest’estate, quando l’ho incontrato per la prima volta. La determinazione e la costanza. Infine quel sorriso pieno che avevamo immortalato a settembre. Avevamo detto: “Che sollievo”. E invece, come a volte avviene, non era affatto finita.

Ripenso a quando ti ho visto, ieri, accasciato su una sedia. Le facce preoccupare dei tuoi amici. Il racconto della collega che ha temuto il peggio. Ci vorrebbero 24 ore di servizio non stop e i superpoteri per disperazioni come la tua, B. E non è detto che basterebbe. Noi non abbiamo né le prime né tanto meno i secondi. In compenso, certe volte, ci portiamo dentro, con un po’ di vergogna, le nostre disperazioni da principiante. In bocca al lupo.

Bangkok, qualche dritta


Cari lettori, uomini e donne di mondo, credo che voi abbiate realizzato che quando mi hanno detto che a Bangkok ci potevo andare davvero, ho formulato un pensiero preciso: “Ma quando mi ricapita?”. Dal che avrete dedotto che, nonostante lo spirito viaggiatore del mio segno zodiacale, tra le aspirazioni e la mia realtà quotidiana ce ne corre. Con la consapevolezza dei miei limiti e delle mie peculiarità, vorrei condividere qualche spunto per la vostra visita di una città che merita di essere conosciuta (magari in un viaggio più lungo, dedicato a scoprire le bellezze naturalistiche del Paese).

Prima confessione: alla fine non ho visitato l’attrazione principale di Bangkok, il Palazzo Reale e il Tempio del Buddha di Smeraldo. Sembra un’eresia, ma alla fine il tempo che avrei potuto dedicare non valeva il prezzo del biglietto, che è rilevante (non tanto in termini assoluti, ma certamente in termini relativi) e probabilmente proporzionato al tempo che la visita merita. Segnalo inoltre che lo stesso biglietto dà accesso al parco reale di Dusit, che pure non ho fatto in tempo a visitare. Quindi a queste cose voi dedicherete uno dei giorni in più che avrete rispetto a me. Ma, secondo me, non il primo. Per il primo approccio io sceglierei qualcosa di più soft e meno preso d’assalto.

L’ho già detto in un altro post: partite dal fiume MaeNam Cho Phraya. I battelli da prendere sono senz’altro quelli pubblici, sia per il prezzo che, soprattutto, per il colore locale. Li riconoscete dalla bandierina arancione. Il viaggio sul fiume è il benvenuto migliore che la città può darvi.

Grattacieli, templi, hotel (date una sbirciata al lussurioso giardino dell’Oriental!), baracche di legno, edifici in stile coloniale un po’ cadenti. In fondo, lo SkyTrain, che imparerete ad amare. Presumibilmente vi muoverete tra il molo di Tha Saton (coincidenza con lo Sky Train Saphan Taksin) e la fermata di Tha Chang, buona per il Palazzo Reale. Però, la prima volta, scendete a Tha Tien, al molo prima. Lo riconoscete, perché è proprio di fonte all’inconfondibile sagoma del Wat Arun, e puntate al tempio Wat Pho, sede della scuola di massaggi. Nessuno dei templi di Bangkok è particolarmente antico, ma questo per me è stato un eccellente debutto in oriente. La statua del Buddha sdraiato è impressionante. Altro che cattedrali gotiche, che farebbero sentire la limitatezza della natura umana rispetto agli slanci celesti delle guglie: provate ad abbracciare con lo sguardo un manufatto di 46 metri rivestito d’oro e ne riparliamo. Io, per caso, ho fatto una magnifica esperienza che voi potreste pianificare: mi sono concessa un massaggio thai di un’ora, che è finito dopo le 19. A quel punto il tempio era deserto (l’ampiezza del complesso comunque fa sì che, anche nelle ore di punta, la presenza dei turisti si ammortizzi bene), il tramonto ha sfumato di rosa le guglie policrome e, al ritorno, il viaggio sul fiume nel buio della notte ha avuto un sapore particolare. Occhio, però: l’ultima barca è alle 19:30. Con un taxi a quell’ora potreste metterci ore a rientrare. Per quanto riguarda il massaggio, i puristi obietteranno che ci sono posti migliori, più confortevoli e probabilmente con un miglior rapporto qualità-prezzo. Probabilmente è vero. Ma il setting conta, ed è difficile immaginarne uno più adatto (e più lontano da ogni possibile ambiguità).

Per uno, come me, a cui le religioni interessano (anche nella loro dimensione antropologica), Bangkok è una pacchia.

Con immensa soddisfazione ho visitato il Wat Saket (da cui si gode un raro panorama d’insieme della città), soffermandomi a guardare i rituali e le preghiere, decisamente intensi e trasversali a classi sociali e generazioni. Mi è piaciuto anche il tranquillo Wat Mahathat, sede di una scuola di meditazione e luogo dove le famiglie trascorrono molte lente ore alla memoria dei loro defunti, nei lunghi portici gremiti di statue d’oro di Buddha, sotto il ventilatori di foggia antiquata. Qui è là, cani sonnacchiosi. Fuori, una via intera dedicata al mercato degli amuleti.

Io credevo fosse una tipica attrazione per turisti alla ricerca di colore locale. E invece ci ho trovato una serietà che non mi aspettavo. Molti clienti esaminavano attentamente oggettini apparentemente identici, servendosi alla bisogna di apposita lente di ingrandimento. Apriamo una parentesi sui monaci. Da un lato mi sentivo a disagio a fotografarli, dall’altro come resistere a quella macchia calda di colore zafferano che parla da solo? Questo della foto sopra, poi, con tutti i suoi tatuaggi, era irresistibile. I monaci hanno precedenza assoluta anche per i posti sull’autobus e persino in aeroporto (confesso che, se non l’avessi saputo, non sarei stata in grado di decifrare il disegnino sul cartello, che ricordava un po’ una mummia e invece rappresenta, stilizzato, il drappeggio della veste arancione).

Il top del top dei templi però non l’ho potuto fotografare (purtroppo è vietato). Non è famoso, ma merita assolutamente una visita. Si chiama Sri Mariamman ed è, in buona sostanza, un tempio induista. Non sono mai stata in India, quindi forse per questo l’atmosfera mi ha colpito così tanto. Io un tempio fenicio me lo immagino un po’ così. Statue, offerte di cibo nelle più varie forme (dai frutti alle focacce di fogge precise), incenso, fiori, statue, musica. Bancarelle che vendono oggetti necessari alla devozione, fedeli che consegnano le loro offerte nelle mani di sacerdoti (oddio, probabilmente non è la parola giusta), che le depositano nel penetrale, che si può soltanto sbirciare. A un certo punto, mentre giravo in punta di piedi, sentendomi allo stesso tempo deliziata e fuori luogo, un addetto del tempio (vestito solo di un panno bianco drappeggiato sui lombi) mi ha fatto segno di avvicinarmi e mi ha apposto il pallino rosso sulla fronte  – che non so neanche come si chiama – usando una sostanza che non saprei definire e, per fortuna, non era indelebile. Tuttavia ho fatto la turista per alcune ore sfoggiando un incongruo pallino dall’aria sanguinolenta. Ebbene, nessuno mi ha guardato con curiosità o con ostilità (o almeno non l’ha fatto in modo evidente).

Il traffico e lo smog, oltre ai marciapiedi dedicati in prevalenza alla compravendita e al consumo di generi alimentari della più varia natura, rendono ardua la vita del pedone. Dopo una mattinata dedicata all’esplorazione di Chinatown e simili, proverete un’ondata di amore per i centri commerciali e soprattutto per il mitico Sky Walk, che permette di spostarsi guardando dall’alto la vita brulicante della città, respirando. Apriamo una parentesi sullo shopping. La mia teoria è che come a Gerusalemme anche le persone meno fervide vengono colte da deliranti crisi mistiche (la cosiddetta sindrome di Gerusalemme), a Bangkok anche i più incalliti downshifter vengono indotti ad acquisti compulsivi e irrazionali. Ho visto con i miei occhi una fanciulla ligia e economicamente sobria comprarsi nove vestiti senza battere ciglio. Per quanto mi riguarda, ho avuto un solo tragico cedimento. Ma chi mi frequenta su Facebook lo sa. Il centro commerciale MBK è giustamente mitico (fermata Skytrain National Stadium). Per la cronaca, giusto davanti al MBK c’è il Bangkok Art & Culture Centre: non perdetelo. E’ un’oasi di tranquillità e io ho visto una notevolissima mostra di quadri realizzati con capelli (un’azione di sensibilizzazione sulla prevenzione del cancro).

Chiudo questo post con un suggerimento, tratto dalla Lonely Planet. Toglietevi lo sfizio della scorciatoia sul canale. Vicino a Wat Saket c’è un canale navigabile, inquinatissimo. Si prende una barca piatta al molo di Tha Phan Fah e in men che non si dica (per soli 15 baht) sarete catapultati dalla Montagna Dorata alla commercialissima Siam Square. E avrete fatto un’esperienza indimenticabile: quella di partecipare, dal basso, all’assalto a un mezzo di trasporto molto instabile durante l’ora di punta (apparentemente è sempre l’ora di punta). 


Team building


Inesorabilmente siamo diventati un gruppo. Non mi è ben chiaro come ciò sia potuto accadere, ma mi sento di dire che è così. Siamo arrivati a condividere confidenze, a prenderci in giro, a giocare insieme, a raccontarci aneddoti di famiglia, a commuoverci senza vergogna particolare. Gli accademici, ospiti esterni in questa accozzaglia di “urban refugees practitioners” – qualunque cosa ciò voglia dire – ci danno grandi soddisfazioni. Tre sono spagnoli, di Madrid. E sono, manco a dirlo, completamente sciroccati. I due uomini, soprattutto. Saltellano, fanno le facce, si buttano a terra a elaborare un complicato modello teorico su un cartellone per poi mollarlo lì per andare a farsi una birra, sono riluttanti a concludere le serate, qualunque ora sia. Se non ci fossero, dovrebbero inventarli. Gli altri, un inglese e uno statunitense di New York, sembrano usciti da due diverse serie tv. Il primo lo vedrei bene a fare i documentari del National Geographic, il secondo non stonerebbe in Criminal Minds.

I lavori procedono, quando più, quando meno speditamente. Il mio inglese zoppica vistosamente, ma almeno ha effetti ricreativi: oggi ho suscitato una risata omerica perché ho cercato di argomentare che uno dei nostri obbiettivi è diventare inutili, ovvero non necessari (cioè arrivare a un punto in cui i rifugiati sono in grado di accedere a tutti i diritti senza alcuna mediazione o sostegno particolare), ma pare che abbia invece detto che dobbiamo diventare incompetenti (il che, in molti casi, non ci costerebbe un grande sforzo, probabilmente). Comunque quasi non riusciamo a credere che ci avviciniamo alla conclusione. Un posto dove mi hanno chiamato Shakira non credo che me lo scorderò facilmente (però da allora cerco sempre di ricordarmi di indossare il badge, così mi chiamano Sciàra).