Ci credo?


Quest’estate ho dedicato alcune settimane a lavorare intensamente per produrre dei materiali didattici di approfondimento per questo progetto, un percorso per studenti delle scuole sulle diverse identità religiose presenti nel nostro Paese. Avevo poco tempo (e a dirla tutta qualche piccola incrinatura nella motivazione), ma vi dico senza falsa modestia che ho fatto un ottimo lavoro, secondo me (presto sarà on-line e giudicherete voi stessi).

Credo molto nell’importanza di questa azione di prima alfabetizzazione sulle religioni. Non per puro gusto accademico (anche se ovviamente il tema mi interessa anche intellettualmente, per dir così), ma perché nella mia esperienza ho provato che i fraintendimenti più grossolani, evitabili e, ahimé, spesso davvero capaci di compromettere un rapporto finiscono per dipendere da questioni legate magari non alla religione in senso stretto, ma all’identità religiosa sì. Mi rendo conto che affrontare un tema così, oggi, dopo quello che è successo in Libia e altrove, è più difficile che mai. Eppure credo che fatti del genere non siano solo, come pure viene giustamente rilevato, indice della barbarie del fanatismo (di tutti i fanatismi, si intende: anche di quello del cowboy bruciaCorani). Penso che questa storia, ancora piuttosto ingarbugliata e poco chiara nei suoi mandanti, ci insegni soprattutto che il senso di crescente estraneità tra le identità religiose nel mondo viene oggi sfruttato come arma di distruzione di massa. Quindi chi ha cuore la pace e la giustizia dovrebbe interrogarsi a fondo su cosa si possa fare per cambiare le carte in tavola.

Non sono di quelli della scuola irenica che sostiene che “in fondo crediamo tutti nelle stesse cose, chiamate con nomi diversi”. Balle. Cioè, a livello di meri valori magari ci sono più consonanze di quanto si creda (giustizia, solidarietà, fratellanza, etc etc). Ma ciò che si crede alla fin fine è parte relativamente piccola di ciò che entra in gioco quando ci si incontra (e ci si scontra). Ciò che alla fine conta è ciò che si fa, o si riterrebbe importante fare, ogni giorno e quanto questo potenzialmente urti la sensibilità non solo religiosa, ma più ampiamente valoriale di chi mi vive accanto. Secoli di convivenza avevano creato delicati equilibri di maggioranze e minoranze, di osservanze e di trasgressioni tacitamente sdoganate, di compromessi creativi che però possono essere spazzati via in trenta minuti netti da un predicatore smaliziato, da un fatto di cronaca sapientemente raccontato (o addirittura creato ad arte), da un improvviso variare di condizioni anche apparentemente estranee ai fatti in sé. Guardatevi E ora dove andiamo? e vedrete un’esemplificazione efficace di questo processo di sfaldamento di convivenze, purtroppo ormai quasi generalizzato.

In questa ultima parte di storia dell’Occidente che si fa bello, a proposito e a sproposito, della propria laicità, mi pare si assista – contrariamente a quel che spesso sento affermare – non a una relativizzazione dei valori, ma piuttosto alla loro assolutizzazione. Laici e credenti, o almeno una fetta importante dei due gruppi, sembrano accomunati da una analoga certezza di avere le risposte giuste (dalla ricetta della democrazia ai requisiti di una coppia accettabile). Alla luce di queste risposte, fioriscono processi, giudizi, etichettature di massa in buoni e cattivi. Le sfumature vanno di moda solo nei polpettoni editoriali, pare.

Che c’entra questo con le religioni? C’entra. E qui torniamo al progetto nelle scuole, che dopo vari anni quest’anno, almeno per certi aspetti, è ritornato in mano mia tipo boomerang e quindi, ancora una volta, mi toccherà cercare di spiegare perché lo ritengo importante e utile (finora non sono stata molto convincente, almeno con i colleghi). Non voglio che i ragazzi delle scuole assistano a una parata di prodotti diversi per scegliere il migliore. Neanche che capiscano o imparino qualcosa di un’altra o di altre religioni. Mi basterebbe che si tolgano dalla testa qualche certezza sulla religione altrui e diano una chance a chi quella religione la vive di presentarsi per ciò che è, senza essere a priori chiuso in un cassettino a chiusura ermetica. Gli equilibri sono arte delicata: ci vuole molto tempo e ingegno a costruirli e basta un pizzico di stupidità (o di malizia) a infrangerli. Eppure cos’è il vivere civile se non una ricerca attiva di equilibri tra le diversità che compongono le nostre società? Ma soprattutto: non trovate che cogliere la complessità possa essere entusiasmante? E’ il primo passo verso quella libertà di pensiero che predichiamo molto, ma pratichiamo sempre meno, abbrancati alle sicurezze dei nostri schemini mentali. Speriamo che le generazioni che vengono dopo di noi siano un po’ più spericolate. La libertà reale di pensiero (e non la libertà di tifare per una parte o per l’altra con qualunque mezzo) è forse la prima forma di educazione civica. (Bum. Forse questo è troppo. Ok, cancellate mentalmente l’ultima frase, se vi pare pretenziosa).

Ci credo, dunque, nonostante tutte le delusioni del passato e del futuro? Ci credo. E quindi tra le tante cause perse a cui sono votata continuo a sposare anche questa, a cui non riesco neppure a dare un nome.

Aggiornamento: adesso sono on-line. Li trovate qui.

Quel che è giusto è giusto


Qualche post fa raccontavo della didattica della storia che avevamo provato a Ribe, in Danimarca e mi chiedevo perché non si praticasse qualcosa di analogo qui in Italia. Mi correggo: iniziative di analoga serietà e impostazione esistono anche in Italia. Solo che sono occasionali, che faticano a trovare gli spazi per esprimersi e che, quando ci sono, sono ben poco pubblicizzate, in fin dei conti.  Fino a domani è in corso a Roma, nello scenario del Parco Regionale dell’Appia Antica (un gioiello di archeologia e natura che io, da romana, mi godo incredibilmente poco), la terza edizione del festival Ludi Romani.

Domenica scorsa io e Meryem siamo andate all’anteprima, al mausoleo di Priscilla. C’erano poche attività, ma era tutto più raccolto e ci siamo godute a pieno il laboratorio sul formaggio di Pino Pulitani, che in seguito ho scoperto essere uno dei massimi esperti in Italia di archeologia sperimentale oltre che maestro artigiano. Spendo due parole su questo incontro che mi ha folgorato: ho visto poche persone capaci come lui di coinvolgere i bambini in un’attività didattica, anche un po’ lunga e complessa, trasmettendo moltissime informazioni senza mai averne l’aria. Oggi invece siamo andati alla sede maggiore, la monumentale Villa di Massenzio. Le attività proposte erano moltissime, anche se forse la cornice, pur bellissima, risultava forse un po’ dispersiva.

Nelle associazioni di appassionati che animavano l’evento ho trovato entusiasmo, convinzione e competenza. Quelle stesse che descrive Giorgia in questo post su Ribe. I combattimenti dei gladiatori erano ad esempio introdotti da un’arringa che alternava toni da commentatore sportivo a spiegazioni molto tecniche, ma comunque chiarissime, sull’equipaggiamento e la tecnica di combattimento dei vari gladiatori. Quando poi il commentatore ha deposto il microfono per assumere la sua identità di reziario, il suo trasporto ha trovato il degno coronamento. Mi ha davvero colpito questo strano connubio di tifoseria e rigore filologico, che non può esprimersi ovviamente nelle parate mastodontiche del Natale di Roma, quando il Circo Massimo è invaso di figuranti molto pittoreschi, ma nessuno ha la possibilità di parlare (tranne chi farebbe miglior figura a stare zitto).

C’è dunque anche qui da noi chi coltiva la passione per una storia imparata, trasmessa e vissuta in un modo diverso dagli stereotipi dei film americani. Oggi ho sentito accenti di tutta Italia: i gruppi venivano da Rovigo, da Bergamo, da Siracusa. Alcuni di loro girano l’Europa in manifestazioni analoghe e quindi, posso immaginare, respirano anche un’aria diversa, vedono che in molti Paesi (e non solo quelli nordici dove ci sono solo prati e boschi: mi parlavano dell’anfiteatro di Tarragona, in Spagna) la riluttanza italica a concedere siti archeologici per attività di intrattenimento a stampo didattico non esiste. Anzi. Osservavamo oggi che non si esita a concedere il Colosseo per eventi che poco hanno a che fare con la sua reale valorizzazione come patrimonio comune (dalla Via Crucis alla sfilata dello stilista di turno), ma mai e poi mai si autorizzerebbe un torneo di gladiatura internazionale con queste caratteristiche.

Bisognerebbe fare più spazio a questo patrimonio di risorse umane che esiste nel nostro Paese e che può ridare vita ai nostri siti unici, ma troppo spesso poco fruibili e quindi anche poco attraenti. Piuttosto che tentare di spennare il turista giapponese ai Fori Romani con tariffe truffaldine, si potrebbero offrire esperienze come quella di oggi non solo eccezionalmente, ma in modo più sistematico. Italiani e turisti pagherebbero volentieri un biglietto onesto e tutti noi respireremmo un po’ più di cultura, che male non fa a nessuno.

P.S. Se volete guardare qualche  foto di questi due giorni ai Ludi Romani, le trovate qui.

Primo giorno di scuola: un pensiero, un segno


Oggi è il primo giorno di scuola per molti bambini. Leggo sui blog e sui social network l’emozione di molte mamme che accompagnano per la prima volta i propri figli, cartella in spalla, a un’esperienza che, nel bene e nel male, plasmerà una parte importante della loro vita (e della nostra). Ieri si è discusso di inserimenti, nei prossimi giorni si parlerà di tante altre questioni urgenti che ci si presentano ogni anno, a partire dalla sicurezza degli edifici scolastici.

Oggi però, mentre iniziavo il mio lavoro di ogni giorno, mi ha colpito una frase, che voglio condividere con voi. “A Homs, in Siria, alcuni bambini non frequentano la scuola da più di un anno”. Magari in una tragedia di quelle dimensioni, di cui mi fa piacere si cominci a parlare di più anche sul web, questa normalmente non sembra la cosa più grave. Lo stesso articolo che stavo traducendo parlava di bombe, di decina di migliaia di famiglie senza casa né cibo, accampate alla meglio negli edifici scolastici e nei parchi pubblici, di persone isolate a causa dell’insicurezza delle strade e che non hanno alcuna possibilità di essere raggiunte dagli aiuti. Ma oggi questo particolare mi ha colpito fortemente. Chi ha vissuto, più o meno da vicino, l’esperienza di un trauma forte come il terremoto sa bene che i bambini, proprio in queste circostanze, non devono essere lasciati soli. Che ai danni materiali, incalcolabili e inarrestabili, si aggiungono le ferite invisibili, più profonde nei più piccoli.

Ma oggi mi veniva in mente anche un’altra cosa. Siamo sicuri che l’istruzione dei bambini non sia una priorità “in questo momento” (i “momenti”, quando si tratta di crisi di rifugiati e di conflitti, possono durare anni, decenni, o persino alcune generazioni)? Non posso fare a meno di pensare a quanta legittima preoccupazione riserviamo a ogni dettaglio dell’istruzione dei nostri figli, a quanta importanza attribuiamo anche a quelle che sono semplicemente opzioni (“passi la materna, ma con una scelta infelice delle elementari li roviniamo proprio”, è capitato anche a me di dire e di pensare). E se mia figlia da oggi a tempo indeterminato non potesse frequentare una scuola? Siamo sicuri che la cosa non mi strazierebbe quanto la preoccupazione di darle da mangiare ogni giorno? La scuola è il futuro. E’ quello che contribuirà a definire il suo percorso, anche e soprattutto quello che potrà fare indipendentemente da me. Io credo che proprio quando una madre e un padre non potrebbero scommettere sulla propria sopravvivenza immediata si preoccuperebbero che ai loro figli non venga negato il futuro.

Tutte questi pensieri mi venivano alla mente oggi, traducendo gli aggiornamenti sulle attività del JRS in Siria e in Giordania. In questi giorni sono molte le sollecitazioni che arrivano a contribuire alla causa dei siriani in fuga e ne sono felice. Serve davvero il contributo di tutti e ciascun ente, grande o piccolo che sia, può fare la differenza. Mi scuserete se io vi parlo di chi conosco personalmente. Lo faccio per solidarietà personale, ma anche perché tra i loro servizi di emergenza sono comprese attività didattiche e psicosociali per 800 bambini a Homs, per 67 bambini a Damasco e per tanti altri che vivono nelle scuole di Aleppo o si sono rifugiati con i loro genitori ad Amman.

Vi riporto qui sotto i costi delle principali attività svolte dal JRS in Siria. Per le informazioni su come contribuire concretamente vi rimando al sito del JRS, dove troverete anche notizie e aggiornamenti.

L’inverno si avvicina e il JRS si prepara a fornire il supporto necessario, specialmente vestiario e articoli per la casa, alle famiglie di sfollati. La temperatura media in Siria scende fino a 10°, con piogge e forti venti. Molte famiglie hanno perso tutto e hanno solo vestiti adatti ai mesi estivi. Vista la gravità della situazione, il JRS spera di attrezzare una seconda cucina da campo a Aleppo, con il vostro sostegno.

70 euro: 100 litri di olio per il riscaldamento (per l’inverno)
80 euro: kit base per una famiglia: un materasso, due lenzuola, un cuscino, due coperte invernali e due asciugamani
100 euro: una fornitura mensile di generi alimentari per una famiglia di cinque persone
120 euro: vestiti invernali per una famiglia (maglione, giacca, pantaloni, scarpe)
160 euro: affitto di un appartamento per un mese per una famiglia di sfollati
4.000 euro: supporto per un giorno per le famiglie ospitate nelle scuole di Aleppo
4.000 euro: costo di una fornitura di cibo giornaliera per 10mila persone
8.000 euro: costo dell’installazione della cucina da campo.

Il fascino dell’alieno


Avevo in mente almeno tre bozze di post, uno dei quali avevo addirittura annunciato in risposta a questo di Anna. Ma poi è successo che ieri, alla ricerca di una degna ricarica per il mio Kindle (vi ho già detto che lo amo? mi sa di sì), mi sono imbattuta nella trilogia How to be a Brit (composta da How to be an AlienHow to be InimitableHow to be Decadent) di George Mikes.

Chi era costui, diranno i miei piccoli lettori? (che detto così fa tanto Collodi…). Facciamo un passo indietro. Anzi, più che un passo, un salto nella macchina del tempo. Estate del quarto ginnasio (mi pare): mi accingo alla mia prima vacanza studio in Inghilterra, in quel di Cambridge. Di quelle tre (o due?) settimane ricorderò specialmente le serate passate a cucinare pancakes in una specie di sala parrocchiale, un parco divertimenti dove ho scoperto che sulle giostre veloci vado in apnea e alla bisogna svengo e il mio primo acquisto in una libreria inglese. E mica un libro qualsiasi: un Penguin (tascabile, ovviamente). La quintessenza dell’inglesità (mi si passi il termine).

Il libro, che era proprio How to be an Alien, era in un certo senso un libro di testo. Il professore del mio corso estivo ci aveva ordinato di procurarcelo e alla fine di ogni lezione se ne leggeva un brano. E’ una di quelle letture che è letteralmente saltata fuori dalle pagine stampate per fondersi con il mio DNA. Non posso pensare di fare una battuta di spirito, di scrivere un pezzo divertente, di leggere una situazione con ironia senza dover riconoscere una parte di merito a questo giornalista ungherese naturalizzato britannico.

Scrive bene, Mikes, nella prefazione alla 24° ristampa (nel 1958: la prima edizione era stata pubblicata nel 1945): “At the moment I am engaged in writing a 750-pages picaresque novel set in ancient Sumeria. It is taking shape nicely and I am going to get the Nobel Prize for it. But it will be of no use: I shall still remain the author of How to be an Alien“. Non può che essere così. E ora mi sto trattenendo, perché la tentazione sarebbe di copiarvi qui tutte le battute più geniali (ovvero buona parte del libretto), privandovi del piacere di una lettura autonoma.

No, non esiste una traduzione italiana. Sarebbe obiettivamente impossibile. Alcuni brani qui e là sono traducibili, ma decisamente non lo è il libro nel suo insieme. Ma tranquilli, se lo capivano degli studentelli alle prime armi qualcosa vorrà pur dire. Stamattina ho iniziato l’ennesima rilettura, stavolta su uno schermo, e ho provato una gioia simile a quando, incontrando un vecchio amico, si riprende consapevolezza di una parte di se stessi. E ancora una volta ho riso di cuore, sul tram 8, suscitando qualche perplessità negli altri viaggiatori. Se vi viene voglia di leggerlo anche voi, sappiate che se io fossi un messaggio cifrato quelle pagine contengono la chiave per decifrarne buona parte. E poi dicono che le vacanze studio servono solo a fare caciara nei pub.

Suoni e silenzio


Tra le molte, moltissime cose che vorrei raccontarvi ancora sul nostro soggiorno danese, ce n’è un’ultima che non posso proprio omettere, anche se forse ormai ne avrete avuto abbastanza. Si tratta della diversa gestione del suono che, evidentemente, si usa da quelle parti.

Appena sbarcati in aeroporto a Billund, la mia prima reazione è stata di profondo disagio. Oddio, come siamo rumorosi. Si sente solo la nostra voce. Tra un po’ tutti ci inizieranno a guardare, ci sgrideranno e ci faranno pure una multa (questo è ovviamente frutto della mia paranoia, ma avete capito). Eravamo certamente fonte di inquinamento acustico. Ho tentato di contrastare la tendenza a suon di “shhhhh!”. Meryem non ha gradito molto.
Arrivati alla nostra casetta, adiacente a moltissime altre analoghe e ben ricolme di famiglie con bambini, mi sono illusa che il livello di decibel salisse, mimetizzando meglio il nostro. Ebbene no. Il silenzio era assordante. Il vento soffiava sull’erba: quello era il suono più intenso. Aggiungo che la prima sera, essendoci dimenticati lo zucchero, ho iniziato a bussare alle porte finestre di tutti i vicini con una tazza in mano per elemosinarne un po’. Erano quasi tutti a cena (tavolate di minimo 6 persone), apparentemente in silenzio (neonati compresi). E nessuno aveva zucchero in casa, ma questa è un’altra storia. (Mi sono a lungo chiesta: era vero, o solo non si usa rompere le palle ai vicini? Mi sono parsi tutti assai gentili, ma certo che 7 famiglie con bambini non abbiano zucchero in casa mi pare statisticamente bizzarro).
Veniamo a Legoland. Leggera musichina solo in biglietteria. Niente jingle, niente musica assordante. Di più. Ciascuna attrazione utilizza il suono come parte dell’esperienza proposta: lungo il percorso in canoa i lupi ululano e gli uccelli cantano; qua e là pappagalli di lego fanno sentire il proprio chiacchiericcio; il percorso in macchinina attraverso una sorta di zoo safari (di lego) è comprensivo di adeguati effetti acustici per simulare i versi degli animali. Tutto ciò sarebbe impossibile da fruire se il livello di rumore fosse quello dello Zoomarine o di Gardaland.
Anche al parco del castello di Egeskov il bellissimo percorso su ponti sospesi tra gli alberi del parco (a altezza vertiginosa!) a ogni tappa aveva un pulsante da schiacciare con un diverso verso di uccello. Anche in questo caso, niente urla incontrollate dal parco giochi sottostante.

Ultimo tocco al quadro: il resort di Lalandia, con le sue mille attrazioni. Anche in questo caso, sia pure più presente, la musica è molto meno invasiva di quanto sarebbe in un luogo analogo in Italia. C’è persino una animazione, con jingle e minidisco. Però… dura 30 minuti al giorno (!) ed è circoscritta a uno spazio molto specifico. Come dire: se proprio la vuoi, ci vai. Altrimenti non la subisci.

Ci dicevamo l’altra sera con un’amica, che ha fatto le vacanze in Sardegna a stretto contatto con due famiglie tedesche: ma è solo la nostra sensazione, o i bambini dei Paesi del nord fanno meno rumore dei nostri? Certo, vivere in un ambiente meno assordante aiuta a registrarsi su toni accettabili. Mi sono ricordata anche Uppsala e il suo leggero fruscio di biciclette, unico indizio della presenza di studenti in una città universitaria. Ma c’è anche un’educazione specifica in tal senso? E che valenza ha? Forse qualche residente delle terre del nord può illuminarci.

Imparare e divertirsi nella terra dei Vichinghi


Mentre Meryem saltellava qui e là vestita da principessa medievale, intenta a guidare un gruppo di bimbi nell’impresa di liberare una sirenetta sua coetanea dalla stiva della nave dei pirati, io mi sono concessa una chiacchierata con la direttrice del luogo di meraviglie dove abbiamo passato buona parte del nostro soggiorno a Odense, città di Andersen: il Børnekulturhuset Fyrtøjet. Che cos’è? Un sito lo definisce “spazio culturale interattivo per famiglie con bambini al seguito”. Io ho qualche difficoltà a riportarlo a una definizione, perché non ero mai capitata in una struttura simile. L’ingresso richiama un po’ quello di una biblioteca, da cui si accede a un ambiente molto ampio, chiamato “La grande stanza delle favole”. L’effetto è quello di trovarsi in un grandissimo palcoscenico teatrale, con tanto di luci e scenografie, ispirato alla favola della Sirenetta: c’è il palazzo marino, la nave, le conchiglie, la carcassa di una balena, l’antro della strega. Tutto a grandezza naturale e perfettamente arredato. L’idea è che i
bambini, ma volendo anche i genitori, possano giocare liberamente, unicamente sull’ispirazione delle suggestioni dei luoghi fantastici lì ricreati e dei costumi e accessori che si possono utilizzare a proprio piacimento. La struttura continua poi in altri ambienti e al piano superiore, con ulteriori angoli di gioco e esplorazione: la simulazione di un molo di pescatori e di un faro del secolo scorso (con dentro telegrafo e macchina da scrivere, veri e utilizzabili liberamente), un sottomarino, una cucina… Tutto a disposizione dei bambini, per il gioco libero. Ci sono infine delle stanze laboratorio, con colori, fogli, tele e supporti di ogni genere per il disegno, la pittura e quant’altro e una specie di sala guardaroba, con abiti di scena di tutte le taglie, dove a determinate ore le animatrici del centro animano l’invenzione e
recitazione di favole, con la partecipazione di bambini e genitori. Un po’ complicato da descrivere, ma vi assicuro che noi ci siamo divertiti infinitamente a esplorare, insieme e singolarmente, questo luogo pieno di semplici meraviglie della fantasia e a dare il nostro contributo alla messa in scena di una delle favole più strampalate che si siano mai sentite.

Vi dicevo della chiacchierata con la direttrice. Ho da lei saputo che il centro è basato sul noto approccio Reggio Emilia, di cui ho appreso l’esistenza… da lei (acc, che figuraccia). Ci siamo poi trovate a parlare della differenza tra Legoland e altri parchi tematici e lei, con la competenza che a me manca, ha confermato la mia impressione. Il fulcro nella discussione era il ruolo “attivo” o “passivo”, passatemi i termini rozzi,  del bambino rispetto alle attrazioni.
Legoland, lo dicevo anche nel post precedente, è praticamente un inno alla creatività. Non è come farsi una foto con Topolino, per intenderci. Lego è un brand, ci mancherebbe, ma il bambino è continuamente stimolato a partecipare, intervenire, fare esperienze. A Legoland, ad esempio, siamo diventati una squadra di vigili del fuoco e, con il nostro mezzo, abbiamo partecipato a una gara per spegnere un incendio (imparando, in parte a nostre spese, quanto può pesare l’attrezzatura di un pompiere e quanto sia essenziale per il risultato “fare squadra”), abbiamo setacciato la sabbia un un ruscello alla ricerca di minuscole pepite d’oro, abbiamo cotto il nostro panino al fuoco dei Pellerossa. Persino le ricostruzioni di Miniland sono quasi tutte dotate di pulsanti che i bambini possono premere per vedere l’effetto (sonoro, di movimento o altro) che il loro piccolo contributo può portare al quadro generale. Un quadro intero di Miniland è dedicato alla spiegazione concreta delle energie alternative e appositi contatori misurano l’energia prodotta dal sole o dall’attivazione di turbine e mulinelli vari da parte dei visitatori, grandi e piccoli.
E qui passiamo a un ultimo punto. Oltre a divertirsi, dunque, anche in un contesto così si può avere la pretesa di introdurre elementi di apprendimento senza risultare pedanti? La risposta è certamente sì. Questa, onestamente, non è una novità: posso pensare a molti esempi di intrattenimento didattico anche qui in Italia (semmai cambia, a tratti, lo stile: ma di questo, forse, parleremo nel prossimo post). Però anche in questo caso la visita al Vikinge Center di Ribe è stata per me una novità assoluta. Si tratta di una ricostruzione, in spazio aperto di una certa ampiezza, di un villaggio vichingo comprensivo di figuranti e animali. Non è un sito archeologico, non è un museo. Però non è neanche una pagliacciata. La ricostruzione appare abbastanza rigorosa. L’idea è che i visitatori assistano, e in certa misura partecipino, alle attività del villaggio e possano conversare e fare domande agli “abitanti” per ottenere maggiori informazioni. Noi ad esempio abbiamo assistito alla lavorazione del vetro e siamo stati informati dalla vichinga sulle importazioni, per commercio o per razzia, delle materie prime. Meryem è rimasta entusiasta della possibilità di piallare un bastoncino con il falegname del paese, molto meno della possibilità di imparare a combattere (lo scudo, a suo dire, era troppo pesante e la pioggia e il freddo avevano probabilmente avuto la meglio sul suo spirito, già fiaccato dalla vita cittadina).

Personalmente ho trovato estremamente affascinante questo approccio alla “cultura”. Mi sono chiesta se si potrebbe fare anche da noi. E non parlo, ovviamente, dai beceroni vestiti da gladiatori che ammiccano alle turiste per farsi fare una foto a pagamento. Ho avuto su questo uno scambio abbastanza vivace con la mia amica Alessandra, archeologa e esperta di visite guidate per bambini. Lei sostiene, in estrema sintesi, che no, da noi non si potrebbe fare. E che, mi pare di capire, lei non condivide neanche del tutto l’uso del “finto” (e dell’ipotetico, evidentemente) per rendere fruibile il “vero”. Io, che paradossalmente al “vero” sito e al museo Meryem neanche ce l’ho portata, obiettavo – estremizzando – che alla fine non è il manufatto o il muro a essere importante, ma l’occasione di familiarizzare con qualcosa, attraverso l’esperienza. Non abbiamo avuto tempo di approfondire la discussione. Voi che dite? Immaginereste una ricostruzione di borgo rinascimentale, con figuranti ben formati, a cui accedere a pagamento per provare l’ebbrezza della vita quotidiana al tempo della famiglia de’ Medici?

Felicità nello Jutland


“I genitori sono felici se i bambini sono felici”, mi diceva una figurante vichinga del VikingeCenter di Ribe, durante una piacevole se pur breve chiacchierata in seguito al conio, un po’ maldestro, di due monetine d’argento ad opera di Meryem (con la mia collaborazione). Quanto è vero. Durante la mia settimana in Danimarca ho realizzato che il mio concetto italiano di “Family Friendly” ha un’impostazione, per dir così, negativa: considero tale un luogo o una situazione privi di vistosi impedimenti che lo rendano inadatto a una famiglia con bambini. Al contrario, ho avuto modo di notare che, almeno nei luoghi dove il nostro soggiorno ci ha portato, sono molteplici gli accorgimenti, banali o creativi, che facilitano attivamente la vita a genitori e figli. Piccole cose, spesso, ma che fanno la differenza.

Facciamo qualche esempio concreto, in ordine sparso.

Prima scena: Aquadome di Lalandia (Billund), ovvero grande parco acquatico con scivoli mirabolanti di ogni forma e dimensione, piscine di ogni foggia e caratteristica (inclusa una simulazione di spiaggia con onde alternativamente dolci e alte – preannunciate da breve segnale acustico – e due vasche idromassaggio, di cui una calda e con una parte all’aria aperta – taccio della meravigliosa sensazione del calduccio dell’acqua gorgogliante a contrasto con l’aria frizzante dell’estate danese, altrimenti divago). All’ingresso, ovviamente, si è tenuti a fare lunga e accurata doccia con sapone (i cartelli indicano quali parti del corpo lavare e in che ordine!). Ebbene, sia lo spogliatoio/doccia delle donne che quello degli uomini erano dotati di appositi seggiolini imbottiti appesi al muro per posizionare il neonato di turno e consentire al genitore un lavaggio comodo. All’ingresso, i genitori potevano usufruire di una sorta di lettino di plastica con sbarre e rotelle, corredato di materassino, per consentire il facile spostamento di neonati e bimbi più piccoli e, eventualmente, il loro riposo (e voi mi direte: sì, figurati, con il casino che ci sarà… No, il casino non supera mai il livello acustico di guardia, un po’ per gli spazi ampi, un po’ per l’attitudine generale, su cui avrò modo di tornare). Foto dell’Aqaudome non ne ho: ho prudentemente lasciato la Canon in luogo asciutto. Ho notato peraltro che grandi cartelli ricordavano a tutti di fotografare esclusivamente i propri familiari all’interno della piscina.

Seconda scena: luoghi di visita vari, tipo La Città Vecchia di Aarhus (un museo diffuso su cui tornerò nel prossimo post di questa serie). Carrellini per il trasporto di bimbi e eventuali altri carichi sono forniti gratuitamente ai visitatori. Sono rigorosamente in stile con l’ambientazione, ovviamente (niente roba di plastica variopinta stile supermercato).

Terza scena: Legoland (ah, sospiro di nostalgia). Capita che ci sia un po’ di fila per i giochi. Ma qui mi tocca aprire una parentesi e lo faccio. Dimenticate l’inferno di Zoomarine o altri parchi analoghi in Italia. Ai bagni, per dire, non si trova praticamente alcuna fila. Perché? Semplice. Sono moltissimi. Ma proprio tanti. Quasi a ogni angolo, sempre e costantemente puliti e ripuliti e (devo precisarlo?) dotati di fasciatoi sia nella sezione donne che in quella uomini. La mia amica Anna menzionava i “bagni di famiglia”, in cui entrare tutti insieme: io non li ho visti, ma non mi stupirebbe. Si diceva della fila ai giochi: un cartello all’inizio della fila, costantemente aggiornato, informa con assoluto realismo e anzi un pelo di stima all’eccesso sul tempo massimo di attesa (io ho visto 5, 10 e 15 minuti). Le file sono organizzare in modo da prevedere uno spazio in cui i bambini possano giocare su appositi tavoli cosparsi di mattoncini Lego. Ovviamente da lì sono sempre ben visibili ai genitori in fila e possono agevolmente raggiungerli al momento opportuno. Facile, eh? Ma non avevo mai visto nulla del genere altrove.
Quarta scena: Lalandia, comprensorio di case vacanze. Il luogo è dotato di grande prato verde recintato con caprette. Attraverso apposite scalette i bambini (ma anche gli adulti) possono entrare nel recinto e giocare liberamente con gli animali. Più efficace di molti intrattenimenti (a pagamento). Meryem conserva un ricordo indelebile delle caprette di Lalandia, con cui non si stancava di giocare.

Quinta (e ultima scena): case per famiglie del comprensorio di Lalandia. Ho già detto che erano perfettamente accessoriate. Ma vogliamo parlare dei thermos e dei contenitori per trasportare cibo per le escursioni? A questo proposito aggiungo che in né a Legoland né alle altre attrazioni di Lalandia (piscina esclusa, per ovvie ragioni di igiene) era vietato introdurre cibi o bevande, per cui molti ricorrono allegramente al pic nic portato da casa, potendo usufruire degli appositi tavoli della struttura stessa. Questo divieto assurdo, che noi in Italia non abbiamo peraltro quasi mai rispettato, non avrebbe peraltro gran motivo di esistere a Legoland, dove i cibi e le bevande in vendita (vari e numerosi, con stand tematici accordati alle zone del parco) non costano di più di quanto costerebbero altrove. Prezzi alti, dunque, come ovunque, ma non maggiorati al fine di spennare il visitatore, il quale resta comunque libero di scegliere se e quanto usufruire della gastronomia proposta in loco.

Non perdete la prossima puntata, dall’ambizioso titolo provvisorio di “Didattica, intrattenimento e divertimento nella terra dei Vichingi”.

Il viaggio in Danimarca – una carrellata


Non so da dove cominciare. Il viaggio che abbiamo vinto grazie al concorso di Piccolini Barilla superava talmente le nostre aspettative che non riuscivamo neanche a figurarcelo. Ho tentato, come è nella mia natura, di pianificare a botta di guida Lonely Planet, ma alla fine ho finito per affidarmi ai saggi consigli della gentilissima signora Ghita di VisitDenmark, che nei giorni precedenti alla partenza ha dimostrato un’efficienza e una cortesia che mi hanno lasciato senza parole. Ho fatto bene, decisamente.
Il premio prevedeva un soggiorno in una casa vacanza del resort Lalandia di Billund (non posso guardare le foto del sito senza provare un’ondata di nostalgia), dove arriva un volo diretto Ryanair da Ciampino, con accesso illimitato alle strutture Aquadome e Monky Tonky Land; accesso illimitato a Legoland, che si trova lì accanto; tre giorni di noleggio di una macchina per visitare i dintorni. Il tutto per un totale di sette notti. Una vacanza così è assolutamente ideale per una famiglia con bambini. Meryem, 5 anni, era praticamente il target ideale di Lalandia, che è attrezzatissima del resto anche per neonati (ci tornerò su). Legoland è molto fruibile anche da bambini più grandi (e dagli adulti, aggiungerei…), ma Meryem ha trovato abbondantemente pane peri suoi denti.
Oggi comincio a dirvi come abbiamo organizzato il tempo e dove siamo andati, nei prossimi post mi soffermerò più dettagliatamente su alcuni aspetti e considerazioni che sono nate dal viaggio. Si arriva di mattina i buon ora (il volo da Ciampino è all’alba). Dato che si può prendere possesso della casa solo alle 15, la struttura prevede che si possa ottenere comunque un accesso provvisorio (i mitici braccialetti, che io e Meryem ad oggi non abbiamo cuore di toglierci…) al parco acquatico o al parco giochi Monky Tonky Land per ingannare l’attesa. Abbiamo optato per quest’ultimo, anche se con il senno del poi direi che le possibilità di relax per adulti all’Aquadome sono maggiori (posto però che si riesca a “neutralizzare” l’incontenibile entusiasmo dei bambini…). Monky Tonky Land è una struttura pensata interamente per il gioco libero dei bambini, anche piccoli. Gradi strutture fantasiose su cui arrampicarsi (tutte made in Italy, peraltro), giochi semplici ma ingegnosi, lego maxi e palline a disposizione, canestri per il basket, scivoli tipo gonfiabili. C’è anche una vicinissima caffetteria, con tavolini da cui gli adulti volendo possono dare un’occhiata ai figli standosene comodamente seduti a sorseggiare una bibita.
Le case vacanze, come ha notato qualcuno, sembrano un set dell’Ikea. Spaziosissime (l’unità minima può ospitare una coppia con due bambini e un neonato), attrezzatissime con forno a microonde e elettrico, fornelli a induzione, lavatrice, asciugatrice, seggiolone, lettino, pentole, thermos, piatti e stoviglie di ogni genere, tv con programmi in inglese, in tedesco, in svedese e in danese (i film sono spesso in lingua originale con sottotitoli, per cui ci siamo beccati giusto all’arrivo un godibile Montalbano e, un altro giorno, un film con Raul Bova), riscaldamento, etc. Il consumo di elettricità, riscaldamento e acqua si paga a parte (anche se noi lo avevamo incluso) e si può controllare comodamente dalla tv con una funzione tipo televideo. Fuori, una veranda e tante altre casette simili immerse in un prato verdissimo, costellate di piccole aree gioco.

Veniamo ora al nostro programma settimanale. Domenica: ambientamento, Monky Tonky Land, spesa al supermercato, giretto per Lalandia. Lunedì: Legoland! Dall’apertura alla chiusura (10-18). Martedì: prima gita, Aarhus. Visita a Den Gamble By, la “città vecchia”,
uno specialissimo museo all’aria aperta Io ci avrei voluto anche infilare un museo una passeggiata naturalistica, ma il tempo era obiettivamente insufficiente e le mete poco appetibili per Meryem. Diciamo che dovevo ancora realizzare che non ero una turista single come un tempo… Passaggio rapido alla zona dei laghi. Mercoledì: Odense, la città di Andersen. Abbiamo passato la maggior parte del tempo all’indimenticabile centro per bambini Børnekulturhuset Fyrtøjet, su cui tornerò più approfonditamente; pomeriggio allo splendido castello di Egeskov, meta assolutamente imperdibile sia per il castello in sé che per l’incredibile parco. Giovedì: Ribe, Vikinge Center. Purtroppo la pioggia ci ha limitato un po’, ma visto che l’abbiamo avuta solo per mezza giornata, direi che non è proprio il caso di lamentarsi! Venerdì e sabato: Aquadome a volontà, ulteriore giretto a Legoland, piccoli acquisti. Domenica, sigh, partenza.

Un viaggio assolutamente consigliato, un regalo da farsi almeno una volta mentre si hanno figli piccoli. A noi per fortuna il regalo lo hanno fatto, perché i prezzi sono abbastanza proibitivi. Però, considerato che i soldi spesso si spendono in molte sciocchezze, mi sento sinceramente di dire che questa è una vacanza che assicura relax, divertimento e molte esperienze costruttive e interessanti a voi e ai vostri figli (oserei dire educative, anche per noi adulti in quanto cittadini d’Europa…). Ma ne riparleremo, state certi. Intanto grazie ancora a tutti quelli che hanno votato la nostra foto al concorso, contribuendo a darci questa opportunità. Come si direbbe a Billund… TAK!

Settembre


Maestro, fa che io non cerchi tanto:
Ad esser consolato, quanto a consolare
Ad essere compreso, quanto a comprendere
Ad essere amato, quanto ad amare.

Lo so, voi aspettate curiosi un bel mucchietto di post sulla Danimarca, che vi ho promesso e che scriverò, presto. Ma questa sera del rientro a casa, permettetemi di essere un po’ lavativa e di soffermarmi sull’esperienza appena conclusa: la prima vacanza sola con Meryem. Anche su questi giorni vi farò divertire, se avrò tempo e ispirazione, con aneddoti degni di Gatto Silvestro in ferie. Ma oggi sono stanca e appunto solo un pensiero e un’immagine.

Il pensiero lo trovate citato nell’incipit. Forse per me, in questo momento della mia vita, il nodo è tutto qui, in questi versi erroneamente attribuiti a San Francesco (lo sospettavo e lo conferma Wikipedia). Ci provo per quanto posso e mi pare che in questo essenzialmente consista il mio tentare di essere adulta e genitore.

Veniamo all’immagine. Io e Meryem che torniamo a casa, a San Foca, per una strada buia, sorseggiando a turno una Fanta. Io cannuccia rosa lei cannuccia gialla. In silenzio, passandoci la lattina ad ogni sorso. Queste due settimane non sono state un idillio, ma sono state importanti per conoscere mia figlia e di farmi conoscere da lei, un po’ meglio di prima. Quindi, anche solo per questo, valeva la pena di viverle.

Chissà se…


Non so ancora se nel mio prossimo soggiorno in Salento riuscirò o meno ad avere un collegamento per aggiornare il blog. Sulla Danimarca ho in mente una serie di post: oltre a divertirmi molto, questa vacanza mi ha dato modo di fare parecchie riflessioni. Abbiate fede, al più tardi ricompaio ai primi di settembre. E a quel punto avrò da raccontarvi anche un’altra esperienza che credo che ricorderò a lungo, fosse solo per la sua valenza simbolica. Prima vacanza da sola con mia figlia.