Parole, bugie e omissioni


Io con le bugie ho un rapporto ambivalente. Non parlo di quelle grandi e gravi, a cui nessuno di noi ammetterebbe di ricorrere. Penso a quelle piccoline, funzionali, utili a liberarti rapidamente di un collega troppo insistente o di un familiare importuno. Ecco, questo tipo di bugie mi piacerebbe saperle dire, o piuttosto saperle dire meglio di quanto talora non faccia già. Perché mentire per cose futili mi rende esitante. Non posso contare sulla giusta carica di adrenalina necessaria a rafforzare le prestazioni della mia memoria, ad esempio. E poi, maledizione, ora ci sono i social network che complicano tutto. Quando hai declinato un invito accampando solenni e irrimandabili pranzi in famiglia, poi sarà meglio non fare check in al cinema, o postare su FB le foto che ti ritraggono al parco immersa nel dolce far nulla.

Altro capitolo quello delle bugie nelle relazioni. Soprassediamo per rispetto della privacy su quelle che riguardano l’essenza della relazione stessa e eventuali adulteri occasionali o strutturati. Ma voi le “bugie funzionali” in un rapporto di coppia come le considerate? Esempio classico: “Quanto hai pagato quelle scarpe?”. Voi riuscite a fare qualche arrotondamento verso il basso pro bono pacis? O, come me in questa fase della mia vita, sentite l’irrefrenabile impulso di dire precisamente la verità, manco foste Roger Rabbit al tamburellare del bastone del cattivo?

Una risorsa che ho finora sottovalutato sono le omissioni. Con Meryem vi ricorro, talvolta (anche perché di bugie non me ne passerebbe una e, a differenza di me, ha una memoria di ferro). Tuttavia sono poco utilizzabili in caso di domanda diretta a bruciapelo. Piuttosto l’intera strategia della comunicazione andrebbe pensata con una certa sapienza, valorizzando i punti di forza e distogliendo l’attenzione dell’interlocutore da eventuali passaggi critici. Vedo alcuni (e ancor di più alcune) che sono maestri in questo. Per quanto riguarda me, polla sono e polla resto. Fino a prova contraria.

Sincretismi


“Mamma, lo sai che nonno Vittorio potrebbe essersi trasformato in animale?”. Meryem dimostra grande curiosità rispetto al nonno morto prima che lei nascesse. Ci pensa molto, elabora idee diverse e ciclicamente me le ripropone. Questa della metempsicosi gli è stata prospettata da un’amichetta dell’asilo. Io mantengo il mio punto: non sappiamo bene cosa ci sia “di là” e come funzioni esattamente. Possiamo sperare che un giorno ci rivedremo. Punto. Se poi evitiamo di specificare che il nonno è diventato un bacarozzo (questo è il primo esempio che è venuto in mente a mia figlia), magari risparmiamo un coccolone alla di lui vedova.

Poi ci si mettono anche i racconti interculturali. Un bellissimo libro di favole di animali contiene una suggestiva illustrazione dove il dio delle nuvole cavalca l’arcobaleno. Perfetta per visualizzare il concetto, abbondantemente proposto alla Guerrigliera, che il nonno è andato in cielo. “Mamma, vedi quella nuvola là? Secondo te sopra ci stanno nonno Vittorio e tutti quelli che sono morti che sono tutti diventati dii delle nuvole e giocano insieme?”. Beh, come idea del paradiso mi pare sufficientemente poetica e dinamica. Ma magari sul politeismo possiamo lavorare un po’, temo che la maestra Marina, che insegna religione con zelo degno di miglior causa, potrebbe restarne turbata. “Ma no, Meryem, non diventano tutti dio. Di Dio ce n’è uno solo, ricordi? (Altra dichiarazione cerchiobbottista, valida pure per l’Islam nonché per svariate di altre religioni)”. “Ma lo so, mamma! E’ che oggi è Carnevale, no? E’ per finta. Si sono tutti travestiti da dio delle nuvole”. Ah, allora è tutto chiaro.

Mia madre cuoceva il mondo intero per me


More about Ogni uomo nasce poetaEra tanto che non leggevo un libro di poesie. Questo è un libro particolare per varie ragioni. Intanto perché è inframezzato di commenti e considerazioni dell’autore, che a volte spiega le circostanza in cui ha scritto un particolare testo o aggiunge note autobiografiche. Il secondo motivo è il linguaggio: semplice, molto semplice. Poi la mia personale soddisfazione: riesco a seguire agevolmente l’originale a fronte, in ebraico. L’ho cercato perché Evelina Meghnagi cita spesso una poesia di questa raccolta, intitolata “Metà della gente del mondo”. Molte altre mi hanno colpito altrettanto, per certi versi di più. Ho apprezzato i riferimenti biblici quasi impercettibili, filtrati come sono dal quotidiano e, in qualche modo, dall’universale esperienza di uomo, di figlio e di genitore.

Ho trovato particolarmente azzeccata la frase che dà il titolo a un’altra poesia e a questo post. Mi ha fatto pensare alle mamme che ho conosciuto in questi anni, a quello che ci accomuna e a quello che ci distingue. Ho pensato a come noi vediamo le nostre, di mamme, e a come anche io sono e sarò vista da Meryem attraverso una lente personalissima, chissà quanto deformante.

Vi trascrivo tutto il breve componimento, pieno di immagini che sento molto mie.

Mia madre cuoceva nel forno il mondo intero per me
in dolci torte.
La mia amata riempiva la mia finestra
con uva passa di stelle.
E le nostalgie sono racchiuse in me come bolle d’aria
nel pane.
Esternamente sono liscio, silenzioso e bruno.
Il mondo mi ama.
Ma i miei capelli sono tristi come i giunchi nello stagno
che va prosciugandosi.
Tutti i rari uccelli dalle belle piume
fuggono via da me.

Yehuda Amichai

 

Una volta


Una volta avrei voluto essere più artistica.

Una volta mi sentivo davvero a disagio con il mio corpo (e rivedermi in video, oggi, mi fa tenerezza e mi mette tristezza, allo stesso tempo).

Una volta più che aspettative avevo certezze.

Una volta avrei voluto essere capace di scrivere poesie. Una volta ne apprezzavo alcune. Oggi ne apprezzo poche. Recentemente Yehuda Amichai (e magari in un post meno sconclusionato ve lo racconto pure).

Una volta ambivo a vestiti di Calamo che oggi trovo orrendi (e lo erano anche allora).

Una volta ho rinunciato a baciare il ragazzo che mi piaceva perché dovevo fare i compiti.

Una volta, almeno una, ho creduto di stare facendo qualcosa di molto determinante, che poteva fare la differenza. Mi sbagliavo.

Una volta disprezzavo alcune vite. Ora mi pare di invidiarne un po’ troppe.

Una volta credevo di conoscere le mie priorità. Ora che so che quelle non andavano bene fatico più del dovuto a trovarne di nuove.

Zebuk e l’asino di Buridano


Buon Zebuk day a tutti! Oggi ho tutta l’intenzione di partecipare a una bella liberazione di libri in giro per l’Italia, per celebrare i due anni di questo bel sito tutto dedicato all’amore per la lettura. Non lo conoscete ancora? Male. Rimediate subito.

La conoscete la storiella dell’asino di Buridano? Mia madre me la propinava sempre. E’ quella povera bestia che, non sapendo scegliere tra cibo e acqua, finì per morire di fame e di sete. Storia triste, non me ne vogliano gli animalisti. Ma tranquilli, è solo una metafora. Le regole della giornata di oggi prevedono di scegliere un libro pensando di regalarlo a qualcuno affinchè si innamori della lettura. Poi, debitamente impecettato il volume con il segnalibro dell’iniziativa, provvedere a “liberarlo”, lasciandolo in un luogo dove il lettore ignoto predestinato potrà ritrovarlo.

E’ da giorni che tergiverso e cincischio. Stamattina finalmente lo ammetto. Questa scelta non sono capace di farla. Però, fatta appello a tutta la mia razionalità, ho messo a fuoco un criterio di scelta e ridotto la rosa a soli due volumi che, in violazione del regolamento, saranno liberati entrambi.

Condivido, per ora, il criterio di scelta. Se c’è una cosa che mi ha sempre incantato, nella lettura, è l’inatteso. E siccome dai “miei” temi ormai non riesco a liberarmi mai del tutto, aggiungo che la lettura, molto più del cibo, è una via per avvicinarsi ad altre culture. Una via tranquilla, cauta, dei primi passi. Un libro si può sempre richiudere, non ci chiederà conto di smorfie o gesti impropri, non scatena reazioni allergiche e non ha altre sgradevoli controindicazioni. Quindi per il mio Zebuk day ho scelto due biografie, una del passato (molto passato) e una del presente. Entrambe sorprendenti, secondo me. Entrambe straordinarie, poetiche e grondanti sogni e nostalgia. Curioso solo che, di tutta la mia biblioteca, sia riuscita a capare ben due autori di origine libanese. Sarà una coincidenza?

Ora lo so che vi ho incuriosito. Quindi non tergiverso oltre e ve li presento. Ecco a voi i due libri che stanno per iniziare un emozionante cammino per le strade di una Roma gelida, ma piena di sole (tra piazza Venezia e Stazione Termini).
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Non è uno straniero, è Charlie


Alcuni anni fa, in uno dei più memorabili incontri pubblici organizzati presso il Centro Astalli, il neoeletto Padre Generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás, raccontò un aneddoto. In una famiglia giapponese, il padre collaborava per lavoro con un collega americano. Una domenica i cugini, arrivati in visita, giocano insieme ai bambini di casa. Uno dei ragazzi in visita, aperta la porta dello studio, si trova all’improvviso davanti l’americano e la richiude spaventato. “Che succede?”, gli chiede il cuginetto. “C’è uno straniero là dentro”. Il bambino si affaccia a sua volta e commenta ridendo: “Ma non è uno straniero, quello è Charlie!”.

Oggi ho ripensato a quel racconto leggendo l’aggiornamento della bacheca Facebook di un’amica, che si stupiva e rammaricava per il fatto che una giovane madre single, marocchina, si trovasse obbligata a fare una specie di viaggio attraverso la regione Lazio allo scopo di sostenere un esame di lingua, dal cui esito dipende il rinnovo del suo permesso di soggiorno. “Ci siamo”, mi sono detta. Ho pensato a un’estate afosa in cui abbiamo partecipato a riunioni su riunioni, anche al Ministero dell’Interno, per cercare di trovare soluzioni ragionevoli a decreti decisamente irragionevoli e comunque apparentemente acclamati (o almeno tollerati) da molti dei nostri connazionali. Sembravano cose molto tecniche, molto teoriche, di cui nessuno dei miei amici non del ramo avrebbe tollerato di sentir parlare per più di tre minuti. Giustamente. Quel lavoro ha portato a dei risultati positivi, e tuttavia il problema sussiste e ora – e questo volevo dire oggi – iniziamo a vederlo nell’esperienza di chi ci è vicino.

Ho letto recentemente in un libro di cui sentirò spesso, credo, l’impulso di riparlare (e che non posso citare precisamente, perché l’ho prestato a mia sorella insegnante, nella speranza di contagiare anche lei) che l’empatia non può essere globale. Umanamente non si può essere solidali con tutto il mondo, è una pretesa spropositata rispetto alla capacità emotiva del singolo. Cito malamente, si intende, ma il concetto è quello. Ce la si cava con la solidarietà meramente retorica, a impatto zero. Ma ora forse si inizia a intravedere uno scenario nuovo. Le migrazioni ci portano frammenti di solidarietà globale nella cerchia più intima delle nostre conoscenze. La diversità filtra nel nostro piccolo orizzonte, talora nelle nostre quattro mura.   Certo, non si può pretendere che questo equivalga necessariamente a un ampliamento di prospettiva. Talora ci accontenteremo della schizofrenia.

Ricordo come oggi un cugino triestino di mio padre, venuto a trovarci molti anni fa (almeno una dozzina). Una persona di una certa età, un po’ snob, di posizioni decisamente “nazionaliste”. Durante la cena fioccavano sospiri e lamentele su “questi che arrivano da fuori a rubarci il lavoro, a snaturare la nostra identità”. Poi il discorso è caduto, stranamente, sulla musica. La mia famiglia per cultura musicale ha sempre zoppicato abbastanza. Il cugino in questione, invece, era musicista. Parlava con strana competenza di qualcosa di moderno che non ricordo, ma che mi colpì perché eccentrico rispetto al repertorio classico e coltissimo a cui faceva solitamente riferimento, mentre noi ignoranti ci limitavamo a annuire per cortesia. Mi pareva bizzarro che quella persona avesse fatto quel genere di ascolto. Lui raccontò, sereno, che era il suo amico senegalese che gli aveva consigliato quel cd. Un ragazzo in gamba, tanto colto, che faceva il venditore ambulante (magari anche abusivo) vicino al bar dove era solito fare colazione. Che dava a quel signore di altri tempi la soddisfazione di un po’ di conversazione, gratuita, appagante. Che senza parere e probabilmente senza ricavarne alcunché gli faceva compagnia nella sua solitudine. Era assolutamente evidente che “il suo amico” (non ricordo il nome) non apparteneva alla categoria di quegli stranieri minacciosi e indesiderabili contro cui il cugino triestino non esitava a riversare il proprio disprezzo. Che strano, ho pensato io. Com’è vero che le etichette non significano nulla.

Ora quegli incontri si moltiplicano, si intrecciano, si evolvono. Non può essere altrimenti. E già comincia a risultare intollerabile a molti il disinteresse, l’ignoranza e l’incuria che il dibattito politico e culturale (con poche eccezioni) riserva al tema dei migranti. Per gli slogan si usano ancora termini astratti. Ricordo un fantastico cartello appeso al cancello del mio liceo: “Contro l’imperialismo, il capitalismo” e chissà quanti altri “ismi”. Concetti vuoti, per noi liceali. Parole così, gergo per inventarsi uno sciopero di maggio. I migranti oggi spesso si usano così, a mo’ di invettiva. Che poi si dica “Fermiamo l’orda” o “Siamo tutti clandestini” per certi versi (attenzione, parlo di metodo, non di contenuti) è uguale. Il 90% di quelli che scandiscono lo slogan non lo legano a nessun nome specifico, a nessuna faccia. A nessun amico. Questo sta cambiando rapidamente, sono fiduciosa che cambierà anche il resto. Per fortuna.

Che vogliamo fare?


Senza il concetto di frontiera, la parola “migrante” non significa niente. Sarà un’ovvietà, ma il concetto di Stato nazionale non è scritto nelle stelle. E’ stato formalizzato appena nel 1648 (Trattato di Westfalia). In un’ottica storica di medio respiro, praticamente l’altro ieri. Parla velocemente, ma scandisce le parole Hassan Abouyoub, ambasciatore del Marocco in Italia. In un tavolo di relatori abbastanza bene assortito (conferenza stampa per la presentazione del rapporto OIM “1951-2011 Le migrazioni in Italia tra passato e futuro”), seduto alla destra di Natale Forlani (“il mio amico Natale”), direttore generale del Ministero del Lavoro, l’ambasciatore spicca certamente come il più colto (nel senso più ampio del termine) e, allo stesso tempo, il più provocatorio. La mobilità umana è un diritto naturale, sancito (“mi dispiace”, sottolinea ironico) anche dalla Dichiarazione dei Diritti Umani. E non ce ne sarebbe neanche bisogno, insinua Abouyoub, se si fosse consapevoli davvero della storia e della civiltà dei nostri Paesi. Storia ha coinciso con migrazione, da prima dell’Impero Romano, che non a caso, con Caracalla, ha ripensato senza troppi traumi il concetto di cittadinanza (curioso che ce lo ricordi lui, qui a Roma).

Ma non staremo qui a gongolare per i fasti passati, continua l’ambasciatore. Il fenomeno della migrazione, che in buona parte è prodotto della nostra mentalità, viene sempre trattato in modo quantitativo e fuorviante. Volete i numeri? In Marocco sta crescendo l’immigrazione dalla Spagna. Dista 20 minuti, del resto. La crisi colpisce anche l’Europa. Volete altri numeri? La sponda sud del Mediterraneo entro il 2022 dovrà creare 40 milioni di posti di lavoro. Ma l’Europa dovrà inventarne altrettanti. Ne ha la capacità? No. Sia per ragioni demografiche che per capacità tecniche la capacità di reazione dell’Europa è vicina allo zero. Evidentemente è giunta l’ora di deporre l’arroganza europea e riconoscere che siamo tutti sulla stessa barca. Forse così, sgomberato il campo, si potranno trovare paradigmi nuovi, un nuovo modello di benessere mediterraneo. Una ricerca lo ha provato: gli accordi di Schengen non hanno grande impatto sull’effettiva regolazione dei flussi migratori. In compenso, danneggiano fortemente alcuni Paesi. Sarà forse l’ora di deporre questo approccio escludente e rigido? Di cercare una nuova prospettiva? Molto concretamente, nei prossimi giorni a Bruxelles si voterà per l’abolizione di un trattato di cooperazione agricola che avrà ripercussioni immediate sugli equilibri economici interni del Marocco. Si può tranquillamente affermare che la politica europea in materia di agricoltura abbia generato il 15% del flusso migratorio dal Marocco. Diverso dovrebbe essere lo sguardo. Euromediterraneo. Altrimenti si finisce ad alimentare crisi su crisi, che non fanno altro che mettere sotto pressione la politica, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Anche Natale Forlani l’aveva ricordato. Negli ultimi 15 anni l’immigrazione in Italia è un fenomeno maturo, nonostante la politica. Il dibattito culturale e politico è rimasto sostanzialmente estraneo a tutto ciò. Il fai da te ha avuto certamente guizzi virtuosi di creatività e flessibilità. Nelle nostre comunità, sottolineava Forlani, ci sono molti più valori e buon senso di quanto riesca ad esprimerne la politica. Sì, ma nel fai da te ci sono anche alcuni vistosi contro, ricordava Andrea Olivero, presidente delle ACLI. Negli spazi di debolezza del Paese si producono vere e proprie piaghe sociali: lavoro nero, sfruttamento, sistematico spreco di risorse umane.

Su una cosa tutti i relatori sembravano concordare: non si può più andare avanti così, con le soluzioni che si autodeterminano nell’informalità illegalità, talora) e il governo che si limita ad arrancare e tamponare malamente, a suon di provvedimenti straordinari di corto respiro. E’ arrivato, da tempo, il momento di riflettere sulle cose serie e non sul buonismo e sul cattivismo. E’ una priorità? Certamente sì. Con buona pace dei grilli parlanti, gli immigrati si avviamo a diventare un quinto della popolazione del nostro (e quindi anche del loro) Paese.

Rabbia


Quando Meryem era piccola mi succedeva una cosa strana. Non mi limitavo a pensare alla possibilità che si verificasse qualche incidente (da quelli più idioti, come una ciotola che si rovescia, a quelli più gravi): li visualizzavo proprio. Mi vedevo davanti scene più o meno raccapriccianti, con frequenza direttamente proporzionale alla mia stanchezza e al mio sconforto. Fortunatamente solo una parte minime di quelle funeste possibilità si sono davvero concretizzate. Il tutto per dire che stasera mi sono sentita esplodere dentro una tale rabbia che, dopo molto tempo, ho avuto di nuovo una visione: me stessa che, armata di oggetto contundente, sfondavo i mobili di casa. Non solo non l’ho fatto, ma sono anche rimasta relativamente composta. Però con la cosa dell’occhio mi guardavo fare in mille pezzi la televisione e un po’ mi meravigliavo anche. In effetti la causa scatenante era infinitesimale rispetto alla reazione che mi stavo immaginando.

Però, a guardarla bene, anche la mia rabbia aveva le sue ragioni. Non certo Meryem che cincischia con il cibo, anche se oggi ha davvero superato ogni immaginazione. No, la frustrazione più grande mi veniva da un’imprevista quando deludente riunione del pomeriggio che, oltre a farmi fare tardi di un’ora e mezza rispetto alla prevista routine, mi ha fatto sbattere il muso con una certa violenza contro l’inamovibile irrazionalità del sistema pubblico italiano, e forse romano in particolare. Quel mix devastante di inconsapevole incompetenza, di arrendevolezza, di impicci e burocrazia che fanno naufragare in grandi sospiri qualunque opportunità. Non ne posso più di sospirare. Non ne posso più dei condizionali. Non ne posso più dei grandi progetti arroganti e presuntuosi che tanto non si devono mai misurare con nessuna operatività.

Ora che la mia altra me ha smesso di frantumare mobili Ikea, mi torna in mente a mo’ di antidoto un incontro di lavoro che risale a qualche giorno fa. Due operatori di uno sportello comunale mi hanno sbalordito per competenza, determinazione, attenzione, spirito di iniziativa. Uno dei due mi teorizzava che qualcosa dalla loro dirigenza l’hanno ottenuta perché “quelli si erano sentiti accerchiati”. Mi era parsa quantomeno bizzarra questa espressione da guerriglia riferita a determine e circolari. Oggi più che mai mi rendo conto che il loro modo di lavorare, che mette a frutto amici, contatti personali, conoscenze, interessi, tempo libero, per dare un senso al loro lavoro nonostante il contesto, è una faticosissima forma di resistenza. Altro che sfondare virtualmente salotti. Quella è fatica, non i sospiri di chi si sente sprecato e invece, sotto sotto, contribuisce attivamente ad alimentare la palude.

Bar della Pigna (piccola elegia)


Non è la prima volta che sul web 2.0 mi trovo a tessere le lodi del Bar della Pigna, aka “bar degli energumeni” (la definizione, della cui origine si sono perse le tracce, è entrata nell’uso alla Fondazione Astalli più o meno contemporaneamente a quella di “Batcaverna” che definisce la stanza adibita a magazzino). Ma in questi quasi dieci anni di frequentazione praticamente quotidiana questo posto è diventato parte imprescindibile della mia personale geografia di Roma, oltre che piccola succursale di casa. Ora che si è anche dotato di un gruppo Facebook, l’affetto ruvido riservato ai clienti si può propagare libero nella rete, senza perdere una virgola della sua genuinità. “Oggi vi siete scordati un cappellino e un trench, di chi sono?”. Commento: “io me sò scordato 100 euro…..o erano 200?”. “Vi scordate di tutto e di più! Oggi, una sciarpa, un giubetto da scooter con le chiavi e un paio di occhiali da vista! I proprietari del giubetto e della sciarpa si sono fatti vivi. Gli occhiali da vista di chi sono?”. Commento: “scusa non riesco a leggere il tuo post, mi sono scordato gli occhiali da qualche parte… che c’é scritto’??”. Insomma, in questo bar ci si diverte non poco.

Oggi, seduta davanti a una pasta e ceci bollente e ben pepata, immaginavo un ideale podio dei motivi per cui non cambierei questo posto con nessun altro, per le mie rapide pause pranzo.

1. Cucina casalinga. Ma non si tratta solo di cosa si mangia, che pure è buono e relativamente vario (con occasionali punte di sublime). Io ho ritrovato la spartizione del cibo della famiglia numerosa, dove l’ultima porzione si becca anche tutto il sughetto della pentola, dove se ti va un po’ e un po’ si può sempre fare, dove qualche coraggioso chiede e ottiene le mezze porzioni ma, soprattutto, chi serve un po’ pensa a te e ai tuoi gusti. “Ti ho lasciato la lasagna coi broccoli, ti piace, vero?”. “Avrei scommesso che prendevi la zuppa, oggi”. Quando ripiego su pizzetta o panino, colgo un lampo di dispiacere al di là del bancone.

2. Socializzazione. Nelle ore di punta, oltre all’universale fenomeno dell’avvoltoiaggio del tavolino (tecnica che consiste nello scrutare torvo l’avventore che sta deglutendo gli ultimi bocconi, per indurlo a levare le tende il prima possibile), si pratica anche la condivisione guidata degli spazi. Catia, dall’alto della sua postazione, dirige il traffico. “X, mi ospiti Y?”. E si vince un ospite al tavolo, oppure si diventa tali, con grande disinvoltura. Ho fatto incontri interessanti con questo sistema: bibliotecari, restauratori, esperti di cooperazione internazionale, professori di ingegneria. Certe volte credo che ci sia anche una regia nelle proposte di aggregazione. Ma poi mi dico che questo è francamente eccessivo, nel casino delle 13:30.

3. Colonna sonora. Non so che stazione sia, ma la radio trasmette quasi esclusivamente grandi successi del passato. Ce la si gode di più a colazione, o all’ora dell’aperitivo. Ma stare lì seduti, con il cappuccino e “La donna cannone” in sottofondo… sono piccoli piaceri complementari.

E non dimentichiamo poi che qui si sta sempre al passo con le notizie di attualità e, anzi, le si interpreta con tutta l’auspicabile creatività.

Insegnare al principe di Danimarca


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Quando leggo un libro, soprattutto se lo devo recensire, ho l’abitudine di fare una piccola orecchia alla pagina quando qualche frase mi colpisce, mi fa pensare, merita di essere riletta e ripresa. Alla fine della lettura di questo libretto, vedo che le orecchie sono quasi ad ogni pagina e in qualche caso avrei voluto anche farne due. Ho l’urgenza di parlarne qui sul blog, non in forma di recensione strutturata, ma per fare il punto di tutte le riflessioni, intuizioni, a tratti illuminazioni che vi ho trovato dentro. Sul progetto Chance dei Maestri di Strada potete documentarvi altrove. Sono troppe le cose che si dovrebbero scrivere e io non sono persona qualificata per farlo. Qui vi propongo di riguardare insieme qualcuna delle orecchie che ho fatto in lettura. Le ho fatte, soprattutto, pensando al lavoro sociale, che fa parte della mia attuale professione. Se fossi un’insegnante, o un’attivista politica, avrei fatto altrettanto orecchie, probabilmente non le stesse.

“Non dobbiamo presentarci ai ragazzi pieni di idee, aspettative, progetti, altrimenti non abbiamo lo spazio dentro di noi per accogliere quello che ci propongono i ragazzi”. Un gruppo di persone profondamente coinvolte in un progetto significativo e innovativo come Chance spesso trova il suo peggior nemico, paradossalmente, nella propria ferrea motivazione. Che, coinvolgendo del tutto anche la sfera emotiva (necessariamente e a ragion veduta), a un certo punto finisce per appannare la vista e il giudizio. Un primo concetto importante è quello, espresso qua e là, che “dovremmo dare meno noi perché possano dare di più loro”. Ovvero: la reciprocità onesta, quella in cui si crede sul serio. Tutti i progetti sociali grondano reciprocità retorica: impariamo dai rifugiati, addirittura “questo progetto ci dà tanto” (impersonale, rigorosamente). Essere convinti sul serio che ognuna di quelle singole persone che accompagniamo possa insegnare qualcosa a me è tutta un’altra storia. Richiede umiltà, interesse, attenzione e, quel che è cruciale, tempo espressamente dedicato a questo. Tra l’altro non c’è nulla di più pericoloso della reciprocità. Esiste (ed è comunissima) la reciprocità malsana. La pagina 207 dovrebbe essere trascritta integralmente e affissa sulla bacheca di tutte le associazioni di volontariato, grandi e piccole.

“La camera di decompressione può ospitare contemporaneamente tante concomitanti e conflittuali infelicità”. Anche qui fin troppo spesso casca l’asino. E’ fin troppo logico sentire l’esigenza di fare una scelta tra le infelicità presenti, specialmente se una di esse è nostra, e di giudicare di conseguenza. Essere accoglienti rispetto a bisogni legittimi e infelicità che cozzano violentemente tra loro è un esercizio zen, che credo riesca a pochi. Ma già la consapevolezza che sarebbe necessario è un’acquisizione importante. Perché nel lavoro sociale si sceglie continuamente e la scelta contiene un giudizio. Tenere ciascuno di questi singoli giudizi davvero libero è una fatica quasi disumana.

Ultima considerazione per questo post. Tra i parametri per definire se una relazione è “sufficientemente buona” viene citato quello delle parole: “non bisogna usare parole senza significato”. Qui si critica l’uso e abuso della retorica da parte della sinistra, con il conseguente “aver tolto significato alle parole, cioè di dire parole anche buone ma in maniera retorica”. Esempio molto calzante: la terminologia dell'”altro”, del “diverso”. Crea lustro, fa immagine, ma non fa sostanza, non dice la fatica che c’è dietro l’incontro con un diverso. “E guardate che il primo diverso sono i nostri figli, il primo diverso è il nostro vicino di casa…”. Da un lato quindi, non farsi belli di presunte fittizie “differenze”e “multietnicità”. Dall’altro prendere piena consapevolezza che il lavoro serio non può cominciare da una diversità negata, ma deve piuttosto, faticosamente, prendere le mosse da una diversità ammessa, accolta, digerita. “Se io non riesco a prendere atto – e questo è faticoso -della differenza che c’è tra me e lui o lei, primo, non riesco a dargli una mano vera a superare questo abisso invisibile; secondo, non riesco a rendermi conto di quanto sia difficile per lui, e ancor più per lei”.

Non mancano pagine di meravigliosa, anche se amara, ironia. Insuperabile la descrizione della discussione in sala professori (oppure in un ufficio amministrativo della USL), pp. 212-216. Riporto solo la conclusione: “Si nota infine che la maggior parte delle persone qui descritte non sono stupide. L’intelligenza è evaporata per necessità di cose, forse sta conservata da qualche parte in attesa che a qualcuno venga in mente, chissà, che possa servire a qualche cosa”.