In Ogliastra non si è mai soli


Come sanno bene i miei amici di Facebook, ieri ci siamo lanciati in un'escursione marittima a bordo di un piccolo yacht. Ne siamo tornati vivi, seppure un po' bruciacchiati e contusi (alcuni solo nell'onore, altri anche nel fisico). Ma ci siamo arresi, saggiamente, alla valutazione del conducente della barca, figlio della nostra padrona di casa, che sconsigliava caldamente la gita alla nonna ultraottantacinquenne. Sebbene convinti che probabilmente se la sarebbe cavata meglio di alcuni di noi nelle discese e salite dal gommone, abbiamo dunque lasciato mia madre a casa. Lei non se l'è presa molto. Già la sera prima a stento tratteneva il largo sorriso di soddisfazione di chi pregusta una giornata intera senza nipotine urlanti e figlie nevrasteniche. La mattina seguente era addirittura raggiante. Si è dunque organizzata la giornata intorno ad alcune tappe salienti: la chiesa, da cui è fuggita a gambe levate appena ha scoperto che c'era un matrimonio; l'edicola, dove ha acquistato Repubblica e il Sole 24 Ore per prevenire i mugugni del genero serioso; il baretto della spiaggia, sotto ulivo secolare, dove ha consumato serenamente un bitter e una pizza di farina di patate (che qui chiamano Rahmadam, per ragioni a me ignote), e il bar in piazza, dove ha ordinato una coppa di macedonia con gelato. 
Questi suoi movimenti di sobrio bagordìo non sono passati inosservati. Al nostro ritorno, mentre con gli occhifuori dalle orbite violacee sognavamo una doccia e un materasso, entrambe le padrone di casa ci hanno lungamente ragguagliato sui movimenti della genitrice, non senza aver prima chiesto, per pura retorica: "Ma la mamma non è venuta in gita con voi?". Stamattina, mentre mi sorbivo ilterzo resoconto (o il quarto, se contiamo quello dell'interessata), ho pensato ingenuamente di osservare che a mia madre stare un po' per conto suo non dispiace affatto, perché è abituata a stare sola. "Sola???", mi ha interrotto inorridita la signora. "Ma qui lei non è sola. L'abbiamo guardata dal balcone per tutto il tempo!". A dirla tutta l'hanno anche pedinata, quando si è spinta oltre il campo visivo dei loro terrazzi. Mia madre l'ha trovato un po' bizzarro, ma ha fatto finta, docile, di non accorgersene.

Questo post non è sponsorizzato dalla Pro Loco


La vita a S. Maria Navarrese scorre pigramente. La nonna è andata al rosario cantato in sardo, Nizam e Meryem russano, io mastico biscottini di pasta frolla sfornati dalla solita padrona di casa. Con l'arrivo del kebabbaro, la vita ci si è un poco complicata, ma la sicurezza dei nostri tragitti è molto cresciuta: in otto in una Primera no, non ci si sta proprio. Quindi stiamo organizzandoci per tragitti a staffetta, contando sulle doti del gruppo: prontezza di riflessi, velocità, responsabilità e capacità di ottimizzazione. Esempio di oggi: individuato un tragitto di dieci minuti tra spiaggia immensa con sabbia a grana media adiacente pineta e casa, ci siamo divisi spontaneamente (non senza qualche dialettica discussione, si intende) in due equipaggi. Il primo equipaggio ha provveduto a: radunare i bagagli pesanti; far rotolare un collo (la nonna) giù per la duna di sabbia, fortunatamente senza alcuna conseguenza; schizzare in direzione del campo base per avviare le procedure di preparazione del pranzo; immergersi in lunghe conversazioni telefoniche con congiunti, paralizzando del tutto l'andamento dell'impresa; impiegare circa 35 minuti a scaricare i bagagli, operazione laboriosa quanto inutile (come si vedrà dalla mansione successiva); dimenticare di prendere le chiavi di casa, mentre l'autista schizza via a prendere il secondo equipaggio, ormai mummificato sotto i pini.
Per il prossimo futuro, urge un miglioramento della logistica, anche per fare fronte più efficacemente alle tentazioni etno-gastronomiche che non accennano a diminuire. Mentre scrivo questo post, mi duole ammettere che è in corso un imperdibile campionato mediterraneo del gioco della morra in quel di Baunei. I manifesti, in sardo, spagnolo e francese, promettevano banchetti di degustazione, oltre che l'avvincente trasporto insito nella competizione sportiva in sé. Ma noi dobbiamo concentrarci sui preparativi dell'ambiziosa gita in barca di domani. Per questo meditiamo della grossa, nelle due case prospicienti (nonna rotolante esclusa).

Nostro, non di altri


La nostra prodiga padrona di casa ci stupisce ogni giorno con un dono nuovo. Oggi è stata la volta di un vino "che sembra un liquore, ma è un vino. Ed è nostro, non di altri". Stasera vi saprò dire se questa bevanda frizzante costretta a forza in una bottiglia di birra Ichnusa ha mantenuto le sue promesse. Il nostro accampamento consta di casa "nostra", che per mia figlia è "casa di zia Vittoria", perché l'anno scorso, arrivando, l'ha trovata qui, e la casa di rimpetto, dove sono sistemati mia sorella e la sua famiglia. La loro padrona di casa è la cugina della mia, la quale ne parla immancabilmente come "mia cugina che non è nemmeno sposata". Se tutto va bene, domenica godremo del super bonus: il figlio della signora ci porterà a fare una gita sulla sua barca "che ha due camere da letto e un divano, ma cucinare non si può". E, incredibile a dirsi, ci sarà anche Nizam. Si è comprato un biglietto e stasera si imbarca per raggiungersi (anche se,come al solito, fino all'ultimo momento mi ha fatto credere il contrario. Riuscendoci, ovviamente). La super escursione scioglierà sperabilmente il dilemma che si sarebbe posto: partecipare alla maratona "Lotzorai corre", a cui i miei nipoti insistevano per iscriversi, o optare per la degustazione di prosciutto sardo e vino Cannonau, seguito da balli sardi in costume? Si profilava una spaccatura nel gruppo, aggravata dalla clamorosa non islamicità di una delle due opzioni. Meglio, decisamente, andarsene per calette incontaminate.

Ogliastra, una nuova saga familiare


La Nissan Station Wagon si inerpica per le stradine di Barisardo: Il mare non deve essere distante, ma decisamente non è in vista. L'abitacolo ospita, in barba alle norme e al buon senso, una variegata comitiva di sette persone, molto assortite per età e stazza. (No, questo post non aderisce alla campagna Se lo ami legalo. Diciamo che siamo in momentanea deroga, anche se non si dovrebbe). "Ma non potevamo andare alla spiaggia di ieri? Era così bella…". "Mamma, sembri il popolo che mormorava nel deserto!". Con questa dotta citazione biblica cerco meschinamente di mascherare un dato di fatto: il mestiere del navigatore non fa per me. Alla fine, per la cronaca, ci siamo arrivati alla spiaggia di Cea. 
Ci voleva una Station Wagon e la lingua di mia sorella Marina per trasformare una vacanza in una saga familiare. Il contesto, come sempre, supera ogni aspettativa. Case comode in posizione strategica, comprensive di fornitura pressoché ininterrotta di derrate alimentari gratuite (pomodori, patate, latte appena munto in bottiglia o in forma di dolci assortiti, uova della gallina di famiglia, melanzane, zucchini, cetrioli, susine, varie ed eventuali). Paese grazioso e raccolto, prodigo di scoperte naturalistiche e gastronomiche ("Lo vedi? Quello che ha in mano il signore è un polpo! Guarda che bello… Tocca le ventose! E' ancora vivo, che carino. Cosa ha detto che ci vuole fare? L'insalata? Ah."). Le gite proposte dal locale ufficio del turismo, pur volte a valorizzare le molte attrattive del territorio, comprendono inesorabilmente un pranzo all'ovile le cui portate, semplicemente elencate, occupano da sole una facciata del volantino illustrativo. Tempo stimato per il consumo (probabilmente con valutazione ottimistica): un paio d'ore delle cinque previste. A ogni angolo di strada, striscioni annunciano sagre: dei culurgiones (fatta), della salsiccia arrosto, della pecora allo spiedo.
Abbiamo comprato una mappa della zona, ma questo non ci ha impedito di perderci in una sterpaglia mediterranea solcata da uno sterrato appena distinguibile. Avevamo interpretato male un cartello. Ripresa, un'ora dopo e con gran stridore di marmitta, la strada giusta, l'abbiamo trovata bloccata da un asino. Al ritorno, un paio d'ore più tardi, l'asino non aveva ancora finito il turno. Era stato però affiancato da una mucca che allattava il vitellino. Lì, sull'asfalto. I bambini erano in visibilio (non solo loro, a dirla tutta). Più avanti, abbiamo intravisto una volpe. In macchina poi abbiamo trasportato un grillo. Lo so, non suona molto eroico. Ma tutto sommato lo abbiamo preferito al maiale peloso che si aggirava nei dintorni dello sportello.
Prese le misure reciproche, salvo qualche piccolo scivolone, stiamo ricercando l'equilibrio perfetto tra esplorazioni avventurose e pigro, pigrissimo oziare (con una netta prevalenza del secondo). Sono sempre più convinta. Amo l'Ogliastra.

Ohm preimbarco


Siamo arrivati al giorno della partenza di una vacanza che mi ha visto dubbiosa, molto dubbiosa, per settimane. Quello che meno mi piace – l'ho realizzato l'altra sera, raccontandolo a due amiche – è l'idea che non avevo granché scelta. O questa vacanza, o zero vacanze. Sono stufa di questa sensazione di percorso obbligato. Però. A pensarci bene, questa è una pippa mentale. Mi spiego meglio. Che sia faticoso vivere sempre con l'acqua alla gola e non potersi permettere (economicamente e organizzativamente) quasi nessun guizzo è pure vero. Ma che questo mi debba far storcere il naso alla prospettiva di due settimane in Sardegna, tutto pagato… è un'idiozia assoluta. In questa vacanza ci saranno sicuramente… come si dice con un bel termine positivo? Ah, ecco, delle sfide. Sfide suona meglio di problema, l'ho imparato alle riunioni di coordinamento europeo del JRS. Ma ci sono anche degli indubbi vantaggi, su cui devo cercare di concentrare l'attenzione: il mare stupendo, il posto tranquillo, l'opportunità di godermi un po' la compagnia di mia madre, la presenza dei cuginetti che magari indurrà Meryem a concedermi un po' di respiro. Ancora. Viaggio potenzialmente più comodo e comunque in compagnia. Durata del soggiorno non eccessiva. Presenza di wireless nella casa, il che mi indurrà a fare il gesto sconsiderato di portarmi appresso il computer (sono drogata, lo so). Morale della favola: oggi salirò su quella nave animata da ragionevole e ben fondato ottimismo. Yes, we can. Anche in Ogliastra.

Dal passato, con furore


Ogni volta che cerco di mettere un punto di qualche tipo (anche un punto e virgola, via), spunta fuori qualcosa dal passato che mi risucchia e mi spinge a fare qualcos'altro. Ieri ho superato ogi record, con ben due risucchi nel giro di un giorno solo. In mattinata mi è arrivata una mail a ricordarmi che in un'altra era geologica avevo dato la mia disponibilità pseudo-accademica per un progetto che avevo del tutto dimenticato. A ottobre questo progetto partirà e io dovrò cercare di ridurre i danni della mia profferta iniziale. Che, ovviamente, includeva una ancora imprecisata quantità di lavoro gratuito, che ben difficilmente avrò modo di incastrare con il resto della mia vita.
In serata, la telefonata malandrina. In un primo momento sono stata brava. Ho rifiutato immediatamente. Ma già mentre rifiutavo, il tarlo del dubbio si è insinuato nella mia mente. La proposta era sufficientemente improbabile da tentarmi sul serio. Un'esibizione musicale in mezzo a un bosco, in località imprecisata, all'inizio di ottobre (e quindi, verosimilmente, sotto la pioggia). Ciò comporterebbe, oltre a una dose di faccia tosta superiore alla media, che io rispolveri un amore adolescenziale: il mio clarinetto.
Sul mio clarinetto vi potrei raccontare molto. Di come, del tutto casualmente, le nostre strade si sono incrociate. Di come mi sono preparata a conoscerlo, con grande sofferenza per i timpani di familiari e vicini. Del nostro primo, commovente incontro, avvenuto grazie alla mediazione di un fascinoso ingegnere-musicista senegalese. E di tutto quello che abbiamo condiviso in seguito, con alterne vicende, dai miei 12 anni in poi.
Ieri l'ho tirato fuori dalla sua scatola. Chiavi ossidate, sugheri smozzicati, ance scheggiate. Però suona. Caspita, suona ancora. Non che suoni bene, ovviamente: non sono mai stata troppo brava. Ma forse, un pezzetto klezmer… Che dite, ci vado nel bosco a strimpellare anche io?

Pro memoria


Di corsa, solo un appunto. Meryem spesso, al posto della solita favola, mi chiede di raccontarle storie di quando io o lei eravamo piccole. Questo, tra un intoppo della vita e l'altro, mi sta facendo molto pensare in merito alle memorie. I miei ricordi hanno preso corpo raccontandoli, o sentendoli raccontare da narratori più abili o più zelanti, in primis mia sorella Marina. Questo ha comportato intanto una selezione di cosa viene ricordato e cosa no. A volte i miei ricordi hanno come puntelli delle foto, che magari più spesso fornivano spunto ai racconti, miei e di altri. Io, di mio, ci aggiungo una vaghezza cronologica quasi sureale, a causa della mia incapacità di datare anche i fatti più basilari della mia vita. Mi rendo conto che suona molto Allende tutto ciò. Continuo a pensare che i piacerebbe molto mettere per iscritto un po' di queste storie, ormai quasi dotate di vita propria. Ma poi mi incarto a pensare che filo ci potrebbe essere in tutto ciò e, soprattutto, se e quale interesse potrebbe avere leggerle. Alcuni libri di storie di famiglia che ho avuto la sventura di avere tra le mani mi frenano molto: quanti particolari sono godibili solo per chi può evocare pienamente le implicazioni personalissime dei singoli episodi e risultano al contrario intollerabilmente noiosi per il resto dell'umanità… Mettiamoci anche una conversazione fin troppo realistica che ho avuto oggi con un editore. Ci vuole davvero una buona dose di megalomania per pensarse di scrivere un prodotto pressoché invendibile. 

Oddio, ma era oggi?


Oggi è sui social network è la Giornata dedicata alla ricerca di buone prassi al femminile. La data mi era sfuggita, ma ci tengo ad aggiungermi in corsa. Però. Questo tema qualche difficoltà me la pone. Non mi va di scrivere qualcosa “in generale”, che nulla aggiungerebba a una conversazione importante come questa. Non mi va nemmeno di pescare qualche aneddoto, perché anche questo non aggiungerebbe granché alle belle esperienza raccontate da altre. Vorrei condividere con voi un punto di vista molto particolare, che forse va leggermente fuori tema, ma che dice molto del mio lavoro e della mia vita. Forse non troppo stranamente, come ho già fatto per la giornata di socialblogging sulla scuola, citerò un gesuita. No, non storcete il naso. Il problema è che questi gesuiti, senza essere particolarmente esemplari per valorizzazione della donna come risorsa umana (come categoria, eh? lettori esclusi) , in questi anni mi hanno dato molta materia di riflessione non banale, non scontata, su tanti temi importanti.

Fatta questa premessa, eccovi un brano di una Lectio Magistralis per il decimo anniversario della creazione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Il relatore è padre Mark Raper, che ha lavorato per 20 anni con il JRS.

Guardando attraverso gli occhi di coloro che serviamo, vediamo le cose in modo del tutto nuovo, da una nuova prospettiva, a volte felice, ma talvolta scioccante; dopo, il mondo non è più lo stesso. Ho conosciuto una donna ruandese, che aveva perso il marito nella guerra civile, e il figlio maggiore era stato catturato e ucciso dai suoi vicini; eppure, nonostante tutto, lei continua a cucinare e portare cibo a quegli stessi vicini, continua a sperare in un mondo senza guerra. Ora so che la pace è davvero possibile. Ho conosciuto una donna sudanese la cui vicina stava morendo di colera: incurante del rischio che correva, ha semplicemente preso con sé il bambino di quella vicina e lo ha strappato a morte certa. Da lei ho imparato cos’è veramente la compassione. Ho conosciuto una donna vietnamita che ha perdonato faccia a faccia, e dinanzi a molte altre persone, l’uomo responsabile della morte della sorella e dei suoi due figli. Più tardi aveva ritrovato il marito fuggito altrove, e insieme hanno ricomposto la famiglia. In un campo rifugiati thailandese ho conosciuto una donna che, oltre ai suoi due figli sopravvissuti, si prendeva cura di 20 orfani. In Cambogia le erano morti il marito e otto figli. Voleva perdonare chi le aveva ucciso il marito, e pregava perché nel suo paese ritornasse la pace. Queste donne danno alla riconciliazione un nuovo, più ricco significato.
Ogni giorno in ogni campo, in ogni centro di detenzione e in ogni insediamento urbano di rifugiati, gli operatori del JRS sentono storie come queste. Il nostro primo servizio è ascoltare le persone e, attraverso l’ascolto, aiutarle a trovare il coraggio di continuare a vivere. E ciò che abbiamo visto e udito ha indubbiamente cambiato la nostra, di vita. Dai rifugiati ho imparato che se si vuole dare forma concreta alla visione di quella società futura cui tutti aspiriamo, bisogna trarre insegnamento dalle vedove e dalle madri che nella guerra hanno perduto mariti e figli. Chi non ha più nulla da perdere, spesso è più libero di immaginare e descrivere una società ideale, ed è capace di una resistenza e di una fiducia straordinarie nel perseguire il proprio sogno per il futuro
.”

Sono buone prassi femminili, certamente. Magari un po’ lontane dall’esperienza di molti di noi. Ma neanche troppo.

Qui trovate i link degli altri contributi!

Oltre ogni immaginazione


Ci sono dei momenti in cui questo Paese mi sconcerta davvero. Seriamente. No, non sto parlando di “politica”. No sto parlando nemmeno di economia. Parlo proprio della testa della gente. Negli ultimi mesi qui in ufficio ci stiamo occupando di trovare tirocini per rifugiati che vivono in Italia. In sostanza, paghiamo corsi di formazione che offrano la possibilità di fare un’esperienza di lavoro, nella speranza che qualcuna possa concretizzarsi in un’opportunità più stabile. Nella sola giornata di ieri, abbiamo collezionato le due perle che vado a raccontarvi.

Perla 1. Un ragazzo eritreo in patria lavorava come saldatore. Un’azienda romana da noi contattata, impressionata dal curriculum, lo prende come tirocinante. Poco dopo ci confermano che è un elemento validissimo, più di molti di quelli che hanno attualmente in organico. Finiti i quattro mesi previsti, ci chiedono di prorogare il tirocinio. “Sa, non possiamo proprio fare a meno di lui”. E qui nasce il primo intoppo: se non potete fare a meno di lui, sarà il caso che gli facciate un contratto di qualche genere e cacciate voi i soldi per pagarlo. Mentre si tratta, viene fuori il secondo intoppo. Il ragazzo ci viene a  raccontare che non vuole restare lì, neanche se lo pagassero. Pare che uno dei colleghi abbia l’abitudine di chiamarlo “cioccolatino” e che, negli ultimi giorni, in seguito alla sua indisponibilità a continuare a lavorare gratis sine die, il clima sia peggiorato ulteriormente. Ci riferisce una frase che ci sconcerta. Decidiamo di chiedere spiegazioni agli interessati. Loro minimizzano. Mica si sono menati. Giusto qualche motto di spirito tra colleghi. E, come esempio del motto di spirito, ci riferiscono, candidi, la frase incriminata: “Vai a prendere quei ferri, che sono brutti e neri come te”.

Perla 2. Andiamo a iscrivere una donna rifugiata a un corso come receptionist. Si tratta di una signora laureata, che parla correntemente inglese e francese, oltre all’italiano. La responsabile dei corsi storce il naso. “Ma non sarà mica nera?”. La mia collega sgrana gli occhi. Lei continua, serena: “Perché sa, molti alberghi Romani su questo hanno una precisa politica: niente neri alla reception. E’ un lavoro delicato, capisce. E’ normale che si scelga una linea. I neri possono fare i facchini, o magari la pulizia nelle stanze. Ma a contatto col pubblico meglio di no”. Che poi è già un’opportunità. I rumeni, ad esempio, secondo la signorina sarebbero esclusi a priori da qualunque ruolo professionale. “Magari sono anche brave persone. Ma sono sempre rumeni”. Ora, va da sé che la signorina non ci darà mai la lista degli alberghi romani che (in modo assolutamente ufficioso, evidentemente) adottano questa politica. Ma noi la signora al corso per pulizia delle camere non ce la iscriviamo.

Inculturazione


Mi è capitato di collaborare, per lavoro, con una donna che stimo molto. Si tratta di una persona molto esigente e sono particolarmente fiera del fatto che lei sia stata soddisfatta quanto me del lavoro fatto insieme e, addirittura, si conceda qualche volta qualche discorso non strettamente professionale, qualche osservazione personale, qualche ricordo e anche qualche battuta. Con lei tutte queste cose sono, pare, merce piuttosto rara con lei. Sono affascinata dalla sua disciplina, ad esempio. Ma allo stesso tempo mi intriga in lei una sorta di connubio felice tra razionalità e istinto, sia pur molto addomesticato. E anche, come nasconderlo, la complessità e stratificazione della sua cultura, che ha visto l'apporto importante di almeno tre Paesi diversissimi tra loro. Ieri condividevamo un'esperienza non particolarmente esaltante: un lungo workshop di dubbia utilità con interlocutori istituzionali. In una pausa, non so come, il discorso è caduto sulle diverse attitudini tra Estremo Oriente e Italia, anche (ma non solo) in ambito lavorativo. Io osservavo che trovo che lei talora sia sorprendentemente esplicita nei rapporti tra colleghi. La mia interlocutrice mi ribatteva che in Italia è necessario: se le cose non le sbatti in faccia in modo aperto, probabilmente nessuno prenderebbe in considerazione quello che dici. E poi, qui in Italia, nessuno si scompone troppo. Mi dice che in realtà lei stessa in Oriente, dove un lieve inarcarsi di sopracciglio è considerato un insulto grave, cura di essere più implicita di una sfinge. Poi, trascinata dai pensieri, aggiunge; "Sai, ancora non riesco del tutto a liberarmi da un riflesso condizionato curioso: ogni volta che, durante una riunione, qualcuno si alza per andare alla finestra, là per là io penso che voglia suicidarsi. Poi mi ricordo dove sono e realizzo che vuole solo prendere una boccata d'aria fresca". Ora, in un Paese in cui se qualcuno si suicida per questioni pubbliche abbiamo immediatamente il sospetto che sia stato eliminato da qualcuno, tanto ci è estraneo questo senso di onore, potete immaginare qualcosa di più esotico di un pensiero così?