La Nissan Station Wagon si inerpica per le stradine di Barisardo: Il mare non deve essere distante, ma decisamente non è in vista. L'abitacolo ospita, in barba alle norme e al buon senso, una variegata comitiva di sette persone, molto assortite per età e stazza. (No, questo post non aderisce alla campagna Se lo ami legalo. Diciamo che siamo in momentanea deroga, anche se non si dovrebbe). "Ma non potevamo andare alla spiaggia di ieri? Era così bella…". "Mamma, sembri il popolo che mormorava nel deserto!". Con questa dotta citazione biblica cerco meschinamente di mascherare un dato di fatto: il mestiere del navigatore non fa per me. Alla fine, per la cronaca, ci siamo arrivati alla spiaggia di Cea.
Ci voleva una Station Wagon e la lingua di mia sorella Marina per trasformare una vacanza in una saga familiare. Il contesto, come sempre, supera ogni aspettativa. Case comode in posizione strategica, comprensive di fornitura pressoché ininterrotta di derrate alimentari gratuite (pomodori, patate, latte appena munto in bottiglia o in forma di dolci assortiti, uova della gallina di famiglia, melanzane, zucchini, cetrioli, susine, varie ed eventuali). Paese grazioso e raccolto, prodigo di scoperte naturalistiche e gastronomiche ("Lo vedi? Quello che ha in mano il signore è un polpo! Guarda che bello… Tocca le ventose! E' ancora vivo, che carino. Cosa ha detto che ci vuole fare? L'insalata? Ah."). Le gite proposte dal locale ufficio del turismo, pur volte a valorizzare le molte attrattive del territorio, comprendono inesorabilmente un pranzo all'ovile le cui portate, semplicemente elencate, occupano da sole una facciata del volantino illustrativo. Tempo stimato per il consumo (probabilmente con valutazione ottimistica): un paio d'ore delle cinque previste. A ogni angolo di strada, striscioni annunciano sagre: dei culurgiones (fatta), della salsiccia arrosto, della pecora allo spiedo.
Abbiamo comprato una mappa della zona, ma questo non ci ha impedito di perderci in una sterpaglia mediterranea solcata da uno sterrato appena distinguibile. Avevamo interpretato male un cartello. Ripresa, un'ora dopo e con gran stridore di marmitta, la strada giusta, l'abbiamo trovata bloccata da un asino. Al ritorno, un paio d'ore più tardi, l'asino non aveva ancora finito il turno. Era stato però affiancato da una mucca che allattava il vitellino. Lì, sull'asfalto. I bambini erano in visibilio (non solo loro, a dirla tutta). Più avanti, abbiamo intravisto una volpe. In macchina poi abbiamo trasportato un grillo. Lo so, non suona molto eroico. Ma tutto sommato lo abbiamo preferito al maiale peloso che si aggirava nei dintorni dello sportello.
Prese le misure reciproche, salvo qualche piccolo scivolone, stiamo ricercando l'equilibrio perfetto tra esplorazioni avventurose e pigro, pigrissimo oziare (con una netta prevalenza del secondo). Sono sempre più convinta. Amo l'Ogliastra.
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Dal passato, con furore
Ogni volta che cerco di mettere un punto di qualche tipo (anche un punto e virgola, via), spunta fuori qualcosa dal passato che mi risucchia e mi spinge a fare qualcos'altro. Ieri ho superato ogi record, con ben due risucchi nel giro di un giorno solo. In mattinata mi è arrivata una mail a ricordarmi che in un'altra era geologica avevo dato la mia disponibilità pseudo-accademica per un progetto che avevo del tutto dimenticato. A ottobre questo progetto partirà e io dovrò cercare di ridurre i danni della mia profferta iniziale. Che, ovviamente, includeva una ancora imprecisata quantità di lavoro gratuito, che ben difficilmente avrò modo di incastrare con il resto della mia vita.
In serata, la telefonata malandrina. In un primo momento sono stata brava. Ho rifiutato immediatamente. Ma già mentre rifiutavo, il tarlo del dubbio si è insinuato nella mia mente. La proposta era sufficientemente improbabile da tentarmi sul serio. Un'esibizione musicale in mezzo a un bosco, in località imprecisata, all'inizio di ottobre (e quindi, verosimilmente, sotto la pioggia). Ciò comporterebbe, oltre a una dose di faccia tosta superiore alla media, che io rispolveri un amore adolescenziale: il mio clarinetto.
Sul mio clarinetto vi potrei raccontare molto. Di come, del tutto casualmente, le nostre strade si sono incrociate. Di come mi sono preparata a conoscerlo, con grande sofferenza per i timpani di familiari e vicini. Del nostro primo, commovente incontro, avvenuto grazie alla mediazione di un fascinoso ingegnere-musicista senegalese. E di tutto quello che abbiamo condiviso in seguito, con alterne vicende, dai miei 12 anni in poi.
Ieri l'ho tirato fuori dalla sua scatola. Chiavi ossidate, sugheri smozzicati, ance scheggiate. Però suona. Caspita, suona ancora. Non che suoni bene, ovviamente: non sono mai stata troppo brava. Ma forse, un pezzetto klezmer… Che dite, ci vado nel bosco a strimpellare anche io?
Coccodrilli di pietra e mari di fuoco
"Bambina, vuoi giocare con me?". Meryem non abborda mai nessuno, al parco, ma per fortuna ora quando viene abbordata solitamente ci sta. Al parco giochi di San Paolo oggi si è lanciata in un gioco fantastico con un bel gruppetto di bambini. Per oltre un'ora si sono arrampicati su e giù per il castello delle Twinx (sic!) con accessori fondamentali, messi in comune dai partecipanti: bamboletta che piange, gattino (orrendo) di pelouche, due penne di uccello, una bottiglia di acqua minerale piccola e una grande, un giornalino di stickers. Lei e la bambina che l'ha abbordata, Sofia, erano le "Twinx volanti". Poi c'erano un paio di principi, un capitano (poi promosso principe anche lui) e infine un'inquietante coppia di mummie (nella persona di due biondi gemelli) e un vampiro. Nelle ultime concitate fasi, le mummie tornavano umane, ma si trovavamo a combattere contro dei coccodrilli di pietra in un mare di fuoco. Io, mentre leggevo persino alcune pagine del libro che mi ero portata (Sognando Palestina, di Randa Ghazi), seguivo con la coda nell'occhio le vicende e fungevo anche da deposito dei beni delle Twinx, nonché da coach del più piccolo dei principi ("Ma se il vampiro mi mangia?" "Ma no, che non ti mangia, tesoro"). Speriamo che le stesse dinamiche positive scattino domani al centro estivo…
Solo per addetti ai lavori
Una volta mi è stato fatto notare che ho la tendenza a saltare i passaggi nel raccontare e a dare per scontato che chi mi ascolta sappia di cosa parlo. In effetti è vero, ma nel mio ufficio sono in ottima compagnia. Tre di noi lavorano gomito a gomito da nove anni (più o meno). Praticamente ci leggiamo nel pensiero. Quindi, ogni volta che c'è un nuovo arrivo nel team (in questo caso una sostituzione per maternità), noi ci sforziamo di essere didascalici o almeno intellegibili. Ma non sempre ci si riesce. L'aggravante è che, più che usare termini tecnici (che pure ci sono, per carità), noi tendiamo a usare definizioni scherzose, allusioni a aneddoti improbabili, riferimenti a situazioni surreali, vere o di fantasia, soprattutto con lo scopo di alleggerire un clima che a tratti rischierebbe di diventare un po' tetro (non ci occupiamo di storie particolarmente allegre). L'effetto collaterale è che i nuovi arrivati ben presto si convincono che qualunque assurdità abbia un senso, che prima o poi sarà decifrato, e che dunque la strategia migliore è ostentare indifferenza e cercare di calarsi nel clima. Ormai dunque non battono ciglio sentendo frasi tipo "Prendimi una copia del rapporto nella Batcaverna" o "se chiama la Principessa avvertimi".
Un aggravante è il livello di inquinamento acustico del nostro ufficio, in cui abbiamo tutti un po' la tendenza a urlare al telefono, rendendo i colleghi delle stanzeadiacenti partecipi di conversazioni rese ancor più esilaranti dal fatto che non si colgono le risposte dell'interlocutore. Un esempio? "No, l'aquila non va bene. No, l'aquila no. Ti serve il cammello. CAM-ME-LLO! Sì passa alle tre. No, IO mi raccomando" (trascrizione fedele di una delle ultime che ho sentito). Siamo dunque tutti un po' sordi, ma allo stesso tempo abituati a captare, commentare e eventualmente partecipare (solitamente a sproposito) alle conversazioni altrui.
Oggi era una di quelle giornate in cui non si può che prenderla a ridere. Dopo una serie di contrattempi difficilmente descrivibili, iniziamo con un'ora e passa di ritardo una riunione rimandata da giorni e non più rimandabile. Dopo qualche minuto, sebbene avessimo pregato di non passarci telefonate, arriva l'urlo: "Chiara, ti cercano da Londra". Io farfuglio tra me qualcosa tipo "è tre giorni che chiamano, meglio che capisco chi è" e faccio un salto a rispondere, inciampando in due sedie e sparendo nel mio ufficio accompagnata da una serie di rumori sinistri degni di un fumetto di Supergulp (Sbang! Clang! Thump" Tlin!). Qualche minuto dopo torno al tavolo. "La bambina sta bene?", mi chiede una collega. Io, un po' sorpresa: "Sì, che io sappia. Perché?". "Ah, credevo ti chiamassero dal nido". Ora: soprassedendo sul fatto che mia figlia non va più al nido, ma cosa poteva farle pensare che ogni mattina io la portassi a Londra? Non voglio divagare troppo dall'argomento della riunione, ma non resisto. Glielo chiedo. "Londra? Aaaahaaa. Avevo capito 'La Ronda'". La Ronda? E che razza di nome sarebbe per un asilo nido? Vabbè che io sono strana, ma francamente… Incrocio lo sguardo implorante del mio capo e non approfondisco.
No Cash
Su ispirazione di un'amica, di impulso, ho aderito alla No Cash Week. Premetto che, dato lo stato attuale delle mie finanze, forse avrei fatto meglio ad aderire alla Settimana del Baratto o alla Settimana per l'Usufrutto di Donazioni di Generosi Benefattori. Ma, seguendo il principio del "lontano dagli occhi, lontano dal cuore", non posso negare di preferire il pagamento con il bancomat a quello che prevede la visulaizzazione impietosa dell'esatto importo che mi sta salutando per sempre, magari per pagare una bolletta (che non ti dà neanche la soddisfazione di toccare con mano l'acquisto).
Se devo pensare a come è cambiata la mia vita da quando ho iniziato a usufruire dei pagamenti no cash, mi vengono in mente i viaggi di quando ero ragazza. Alzi la mano chi non ha provato l'ebbrezza di fissarsi con una spilla da balia una bustina di stoffa all'interno dei pantaloni. Mia madre le confezionava apposta le bustine del tesoro, utilizzando i vecchi fazzoletti di stoffa di mio padre (altro articolo in via di estinzione). E poi il brivido del cambio all'estero (penso soprattutto a prima dell'avvento degli euro): li cambio? li cambio tutti? ne cambio un pochino?
Vogliamo parlare dei travel cheques? Io personalmente non li ho mai utilizzati, ma ho in mente indelebile il ricordo di un amico di famiglia che, munito di questa comodissima forma di trasporto di valuta, si diresse fiducioso all'ufficio postale di Mljet, deliziosa isola selvaggia che oggi è in Croazia e, all'epoca dei fatti, in Yugoslavia. Tornò con svariate buste di plastica di dinari, che peraltro nessuno gradiva come pagamento per l'impressionante rapidità con cui si svalutavano ("accettiamo solo marchi, grazie").
La prima volta che ho usato, con un certo timore, il bancomat all'estero mi trovavo a Istanbul, sponda asiatica. Mi sembrava impossibile che potesse essere così semplice. E invece sì, lo era. Niente bustina, niente calcoli sul quadernetto di viaggio. Tocca solo ricordarsi il pin. Ci pareva complicato. Ce lo scrivevamo ovunque, ci allenavamo a ripeterlo a intervalli regolari, certi che ci sarebbe sfuggito al momento cruciale. Ma ora i pin fanno parte della nostra vita: hanno preso felicemente il posto prima occupato dai numeri di telefono che sapevamo a memoria.
P.S. Se vi va, votatemi nel contest!
Ritrovarsi, radunarsi
“Mezzora. Bastava alzarsi MEZZORA prima!”. Marielou, nonostante 40 anni di Italia e una lunga frequentazione con le persone in questione, resta un po’ olandese dentro. Ci prova, ad imprimere una parvenza di razionalità ai programmi. Quello di ieri prevedeva il disciplinato arrivo di tutti i numerosi commensali – che somigliavano nell’insieme al famoso villaggio africano necessario a crescere un bambino, ultimamente evocato a più riprese nei blog mammeschi – a mezzogiorno in punto alla stazione di Oriolo Romano. Peccato che all’ora prevista ci fossimo solo io, Meryem e Rosaria. Tutto il piano di trasbordi in station wagon di 7 nuclei familiari sudanesi è andato a farsi benedire. Marielou in questi casi, almeno a parole, si lancia in azzardate analisi sociologiche: “Ci credo che l’Africa va a rotoli!”. Ma la verità – lo sa anche lei, ma ce lo ha ricordato Rosaria – è che le persone non le cambi. Meno male, dico io nei momenti di ottimismo. Altrimenti finiremmo col convincersi che c’è un modo solo di fare le cose, in questa infinita e travolgente varietà che è la vita. Dal più apparentemente prossimo consanguineo fratello o sorella, fino al rappresentante di un’alterità più evidente… se li ami, li accetti. E così, come avviene in questi casi, la giornata ha ripreso a scorrere più o meno sui binari immaginati. Però tre ore dopo.
La cosa davvero notevole della giornata di ieri erano i percorsi che ci avevano riportato lì, ancora una volta ospiti in una casa che ha visto snodi significativi delle vite di molti di noi. Almeno il quadro generale merita di essere raccontato. Marielou, detta un tempo l’Olandese Volante (faceva la hostess, da ragazza), da oltre 10 anni insegna italiano ai rifugiati alla scuola del Centro Astalli. Ha cominciato quando, per caso e per destino, ha incrociato me, all’epoca novellina di quel mondo. Ai primi studenti, sudanesi, si è legata in modo particolare. Perché erano i primi, perché lei stessa studiava arabo. Ma soprattutto perché quello era il tempo dell’occupazione dei magazzini della Stazione Tiburtina (“Hotel Africa” lo chiamò, in modo un po’ insultante, qualche giornalista) e del successivo, doloroso, sgombero. Un periodo di passioni, sbandamenti, dubbi, ma anche di intensa crescita – per me – professionale e personale.
Passarono gli anni e alcuni di quei giovani uomini si sistemarono, trovarono lavoro, si sposarono. All’arrivo delle mogli dal Sudan, le affidarono alla “maestra” Marielou. Perché imparassero la lingua, in primo luogo. Ma lei, come le è naturale, andò ben oltre. Accolse le ragazze, le accompagnò a conoscere il quartiere, la città, le moschee. Fu loro vicina, da mamma, sorella e amica, nei mesi in cui i matrimoni combinati a distanza diventavano convivenze reali in piccoli e modesti monolocali e poi nelle gravidanze e nascite dei figli. Ascoltò le loro confidenze, seguì lutti e gioie, piccoli e ahimè anche grandi drammi.
Ciò che più mi fa pensare è come Marielou ha saputo essere fedele a queste persone, anche quando (spesso, molto spesso) le loro scelte risultavano a lei del tutto estranee e persino dolorose. Ad esempio quando la prima donna che aveva conosciuto, a lei molto cara, ha deciso di tornare a vivere in Sudan con i bambini che Marielou, senza retorica o affettazione, definisce “i miei nipoti”. Perché in effetti lo sono. Li ha visti nascere, li ha iscritti all’asilo e accompagnati al parco e alle feste, tentando in tutti i modi di supportare una donna che faticava e soffriva, specialmente a causa di una cultura e uno stile di vita che in fondo non era preparata né disposta ad accettare. Eppure, ogni volta che la famigliola torna a trovare il papà in Italia, Marielou organizza un momento di festa, come quello di ieri.
L’adunata di Oriolo aveva ben poco di intimo, almeno in senso letterale. Eppure, nella sua bizzarria, mi ha dato il senso profondo della comunanza, nel rispetto vero, non esibito, delle reciproche diversità. Così è l’amicizia che mi lega a Marielou. Trattenuta, pudica, mai urlata nelle manifestazioni: ma quando sono con lei sento che qualcosa lega, delicatamente, le nostre anime. Difficile da spiegare.
Come un cane da caccia impazzito
Non ricordo esattamente quando mio padre mi raccontò del suo soggiorno di studio parigino usando la metafora del cane da caccia che poi utilizzò in una sua bella lettera a padre Chenu, pubblicata nell'epistolario curato da mia madre per Studium. Però ricordo gli occhi che gli brillavano. Mio padre era goloso di cose da studiare quanto non lo era di cibo. E infatti non era così raro che si scordasse di tornare a casa a pranzo: quando succedeva di sabato restava chiuso dentro la Biblioteca Vaticana e toccava chiamare la gendarmeria per farlo liberare (non era ancora epoca di cellulari). "O almeno così mi immagino che debba sentirsi un cane da caccia di fronte a un muchio di selvaggina: impazzito, perché vorrebbe buttarsi contemporaneamente in tutte le direzioni", diceva ridendo anche a me. Ha fatto bene Paolo Vian a scegliere questa frase insolita per titolare il pezzo dedicato sull'Osservatore Romano di oggi al lavoro della mia mamma. Dice molto anche dell'irrazionalità un po' poetica di quello che poteva sembrare un severo studioso (ma proprio solo a chi non lo conosceva di persona).
A me la metafora del cane da caccia tornava in mente quando mi buttavo tra gli scaffali mobili della biblioteca di Studi Orientali. O, ancor di più, la prima volta che sono entrata nella biblioteca del Pontificio Istituto Biblico, con tutti quei piani e ballatoi di scaffali a accesso libero. Ho passato molti giorni "da cane da caccia" nella mia vita e di questo devo ringraziare in primo luogo mio padre, che con i suoi modi fuori dal comune mi ha trasmesso la passione per la ricerca. E, in seconda battuta, il mio maestro Giovanni Garbini. Non mi è servito a trovare un lavoro e anzi, in qualche modo, mi ha ostacolato. Posso dire che mi abbia ostacolato un bel po' anche nell'emotività, nella socializzazione, eccetera. Ma mi ha regalato un sacco di gioia purissima e il gusto della condivisione con gli altri cani impazziti che ancora mi capita di incontrare. Un linguaggio misterioso, come può essere solo quello tra bestie simili.
Relitti e reliquie
L’altra mattina, andando a preparare la colazione, mi sono trovata a calpestare una collanina di perline in pura plastica, evidentemente lasciata da mia figlia a terra ieri sera. Nulla di strano, se non fosse che ho realizzato all’improvviso che quella collana era il primo regalo del mio primo ragazzo. Correva l’anno di grazia, se non erro, 1983 o 1984. Lui era andato qualche giorno a Praga e mi aveva portato quella collanina. Non è che io l’abbia mai tenuta in gran conto, francamente. Non sono di quelle che rimpiange il primo amore dell’adolescenza, anche perché – a essere onesti- c’era ben poco da rimpiangere. Ricordo giusto la soddisfazione di un pomeriggio in cui i miei compagni di classe, che mi consideravano la regina delle sfigate, mi videro con lui, che di anni ne aveva una decina più di noi. Vabbè, appunto. No comment. Sia come sia, la collanina – che peraltro quasi subito era diventata immettibile, per rottura del fermaglio – vive e lotta insieme a noi. Come acquistata ieri sulla bancarellaccia da turisti su cui fu comprata. Curioso davvero.
In rapida successione, un’altra sensazione. Meryem afferra un foglio per fare un disegno. E’ abituata, povera stella, a riciclare fogli stampati. Finora all’uopo servivano benissimo le bozze del libro inedito del mio professore dell’università. Che però sono finite. Distrattamente mi casca l’occhio sul foglio su cui Meryem sta immortalando la gita a Ostia antica. Si tratta della prima pagina di uno degli articoli raccolti per una delle mie tesi di laurea (ne cambiai diverse) e poi gelosamente conservati in attesa di un mio studio definitivo sui pronomi suffissi in fenicio. Rispolverati in occasione del concorso, dopo la fantastica esperienza accademica e umana gli articoli di tale Krahmalkov giacevano abbandonati su uno scaffale. Istintivamente stavo per urlare: “Nooo! Meryem, quell’articolo mi serve!”. Ma prima che la voce mi uscisse dalla gola, sono riuscita a realizzare che no, di quell’articolo non me ne faccio nulla. Non mi serve affatto. Va benissimo che mia figlia ci faccia sopra un bel disegno. Mi sono sentita liberata, più leggera. Chissenefrega dei pronomi suffissi in fenicio. Ho di meglio a cui pensare, per fortuna.
Voglio trovare un senso
Sono due ore che sbrocco in seguito alla ferale notizia che lunedì a scuola c'è sciopero. Non delle maestre, ma di personale di altro genere,che la tata non mi ha saputo specificare. Ora, considerato che giovedì è festa, venerdì è ponte e mercoledì dalle 14:30 c'è il saggio di drammatizzazione, questa iniziativa sindacale sarà pure sacrosante, ma ha tirato fuori il peggio di me. E, a proposito di scioperi. Mi ricordate, per favore, l'importanza e la valenza degli stessi? Perché ultimamente, lo confesso, le mie convinzioni democratiche vacillano. Perché sono sempre di venerdì, perdirne una? Lo so, è un luogo comune. Un'obiezione da due soldi. Però è vera. Questa volta no, non è di venerdì. Ma solo perché era già ponte. Ergo, lunedì. Non martedì, per dire.
Però soprattutto ho bisogno che mi ricordiate a cosa servono questi scioperi. Nello specifico, se non ricordo male, il disagio delle famiglie (e quindi il mio) dovrebbero indurre la parte su cui si vuole fare pressione (in questo caso il Comune di Roma) ad aprirsi maggiormente alla contrattazione. Ma perché mai dovrebbe avvenire ciò? Un proprietario di fabbrica a cui si interrompe la produzione ne ha un danno economico. Ma al Comune esattamente cosa dovrebbe fregare del fatto che io, genitore di bambino che frequenta scuola pubblica, sto vivendo un estremo disagio? Forse il Comune potrebbe temere che io, disamorata del servizio pubblico, stacchi un assegnone a un istituto di suore? Mi permetto di dubitarne.
Insomma, vi prego. Fatemi cogliere il senso di questo sciopero. Vorrei ritrovare la fede nei diritti del lavoratore.
Un saluto complicato
Mi chiamava "dottoressina", in realtà da ben prima che mi laureassi. E' stato il primo professore di orientalistica che ho incontrato nel corridoio del dipartimento di studi orientali e no, non era un bel vedere. Soprattutto faceva di tutto per farti fuggire inorridita: parolacce, assurdità, ostentazioni di potere. Ora che non c'è più, immagino (e in parte so) che saranno in molti a non sentirne la mancanza. Ma, come sempre c'è un però. Il primo però è di ordine squisitamente affettivo. Giovanni Pettinato è stato parte essenziale di quegli anni universitari incantati in cui, per citare un gruppo di Facebook che ho visto di recente, non sapevamo ancora di essere soltanto babbani. Il primo anno dovevamo fare l'esame con lui su un testo d'esame che non era stato ancora pubblicato, la sua traduzione del poema di Gilgamesh. Dopo un primo momento di sconforto, noi maghi orientalisti avevamo trovato la soluzione: mettevamo i nostri familiari a registrare dalla radio una trasmissione RAI in cui si presentava in anteprima la traduzione, sbobinavamo fedelmente traduzione e commenti e voila, ecco il testo da studiare! Pettinato meriterebbe il nostro ricordo anche solo per la quantità di aneddoti, esilaranti o tragici, che tutti noi condividiamo. Ma c'è un secondo motivo per cui oggi, nonostante tutto, voglio ricordare con stima umana questo personaggio scomodo (che non è mai riuscito a essermi antipatico): non ha mai fatto finta di essere una persona diversa da quella che era. Non si è mai finto democratico e comprensivo. Faceva della crudezza il suo stile di vita. Ecco, forse su questo punto sono viziata dalla mia personale esperienza. Non sono mai stata una sua laureanda (ho solo fatto due esami con lui) e quindi non ero direttamente soggetta a lui, nel bene e soprattutto nel male. Al contrario ho conosciuto vari accademici apparentemente corretti e deliziosi, che non dicevano neanche parolacce, i quali poi all'occasione hanno esercitato il loro libero arbitrio in modo altrettanto spregiudicato. Facendo poi vedere di essere molto scandalizzati quando altri si comportavano allo stesso modo. Non direi che Pettinato mi abbia fatto grandi lezioni di etica. Ma gli riconosco almeno una personalità che altrove non ho visto. Ricordo intensamente i due o tre colloqui privati che ho avuto con lui nel suo studio a via Palestro. Non hanno cambiato il mio non-destino accademico, ma mi hanno lasciato la soddisfazione di essermi guadagnata il suo rispetto e la sua simpatia. Così, con tutti i suoi evidentissimi limiti e i suoi molto meno evidenti meriti, lo voglio ricordare oggi. Come una persona complicata, che ha avuto un posto nella mia vita.