Ce ne sono ancora?


Ieri, per superare una serata difficile (oddio, quante difficoltà in questo periodo: mi faccio fatica da sola), con Nizam abbiamo scelto di comune accordo di vederci qualcosa in televisione. Scartate commediole americane che non sono proprio nelle corde del curdo, abbiamo scelto la fiction su Paolo Borsellino di Rai 1. Ci è subito tornato in mente la vigilia della nostra prima vacanza, a Palermo, in cui avevamo visto una replica di quella del 2004 (e Nizam aveva commentato: ma proprio qui mi devi portare?). Prescindendo dalle considerazioni più artistiche, che non ci sono proprie, confermo che un ripassino di storia contemporanea in prima serata è sempre ben accetto.

“Ma secondo te”, ha commentato Nizam alla fine, “ce ne sono ancora di giudici così in Italia?”. Ecco, mi sono sentita in dovere di rispondere di sì. Ho detto che certamente ci sono ancora alcune persone così, in Italia, non necessariamente solo magistrati. Ci sono insegnanti, preti, poliziotti, giornalisti, genitori, nonni che intendono ancora così il loro lavoro: come impegno civile, se necessario anche estremo e coerente fino in fondo. Spesso ne sentiamo parlare troppo tardi. Magari dopo che sono stati uccisi. Quello che però ho aggiunto e che mi ha colpito come un pugno allo stomaco, ieri, è che in 20 anni qualcosa comunque si è perso per strada. La reazione di sincera indignazione e partecipazione di tutti i cittadini, da cui pareva potesse nascere un grande cambiamento, si è infiacchita, affievolita, fino a perdersi nei mille rivoli del solito nulla.

Oggi, ricordando quelle stragi enormi, spropositate, è doveroso chiedersi dove eravamo rimasti. E fare spazio, tra le distrazioni e gli affanni, alle nostre ribellioni civili.

Stamattina, in autobus, leggevo un libro che mi è stato passato da mia madre (come accade per molte mie letture importanti, specialmente in questo momento): Ogni mattina a Jenin, di Susan Abulhawa. Mi si è fermato l’occhio su una frase: “Una settimana dopo il massacro di Sabra e Shatila, la rivista Newsweek decise che l’evento più importante dei sette giorni precedenti era stato la morte della principessa Grace”. L’ho riletta più volte e ho pensato che questo è  ciò che accade oggi, sempre. Invece di pensare, di costruire pensiero collettivo (che dia dignità alla complessità e alle divergenze, che apprenda dall’esperienza, che collettivamente cerchi di cogliere non la verità ma il quadro attendibile che nessun singolo è in grado di registrare) finiamo per spostare l’attenzione di continuo. Nulla si deposita, nulla si costruisce. E’ per questo che, guardandoci indietro, ci rendiamo conto che i 20 anni trascorsi oggi dalla strage di Capaci non hanno aggiunto nulla al nostro percorso di italiani.

Perdersi nel caos e tornare a casa


Che oggi sia una giornata difficile, da affrontare e da spiegare, credo che siamo pronti a dirlo tutti. Proprio per questo, mi sono decisa a condividere gli appunti decisamente disorganici che vi propongo qui di seguito. Mi paiono appropriati, anche se apparentemente riguardano solo insegnanti e educatori (e mi hai detto niente?). Educatori, ci piaccia o no (a me non tanto, a essere sincera, o quanto meno non sempre) siamo tutti. Lo siamo in particolare in questo momento, in cui solo uno spettacolare quanto imprevedibile ritorno al senso civico può farci ritrovare un senso, al di là dello smarrimento che sembra montare da ogni lato.

Ecco qui la mia esperienza di giovedì scorso, quasi unplugged. Magari a qualcuno è utile. Per me, ancora confusamente, lo è di certo.

“Una buona pratica della scuola sono gli insegnanti che si fanno venire i dubbi (su cosa fanno, su perché lo fanno, soprattutto su come lo fanno). Io direi che è una buona pratica di per sé, ma certamente diventa più produttiva quando questi insegnanti e educatori cercano e trovano degli spazi per dare spazio ai dubbi individuali e elaborarli in pensiero collettivo. Cesare Moreno, maestro di strada, fondatore insieme con sua moglie Carla Melazzini, anche lei insegnante e scomparsa nel 2009, del “Progetto Chance” a Napoli, si adopera per dare a molti di questi gruppi informali e compositi la possibilità di fare tesoro dell’esperienza accumulata dal suo gruppo in molti anni di esperienza e di riflessione condivisa.

Giorni fa, a Roma, ho avuto l’opportunità di partecipare a un seminario tenuto da lui, che voleva essere una sorta di preliminare (“un trailer, puro marketing”, ha scherzato lui) a un percorso di 4/5 incontri di formazione (libera e gratuita) e alla costituzione di un gruppo di lavoro territoriale. Anticipo subito che un altro appuntamento di rilievo (e un’altra occasione per potenziali dubbiosi) si terrà a Napoli il prossimo 3 e 4 luglio: si tratta delle Giornate di Studio “La mappa e il territorio. Perdersi e ritrovarsi tra strada e scuola”, in cui saranno toccati temi caldissimi come Riflessività e costruzione di senso nella relazione educativa, La funziona educativa adulta all’epoca dell’evaporazione del padre, e altro.

La solita formazione fumosa, piena di terminologia tecnica e schemi in power point più simili alle istruzioni dell’IKEA che a linguaggio umano? Se così fosse, non saremmo qui a parlarne. L’incontro con Cesare è un’esperienza di per sé. Io mi ci preparavo, indirettamente da anni. Si può dire persino che lo avessi già incontrato in diverse forme, attraverso i racconti (e più ancora le pratiche didattiche) di una cara amica, ma più ancora attraverso il libro di sua moglie Carla, da lui curato, di cui ho già parlato in questo post. Quello che segue è un estratto dai miei appunti di ieri, organizzato secondo gli elementi che mi sono parsi più significativi. Circoleranno dei materiali elaborati sull’incontro di ieri, che potranno essere eventualmente condivisi in un secondo momento. Mi assumo, ovviamente, la responsabilità per ogni eventuale fraintendimento.

Pluralità e altri dilemmi di fondo
La professione dell’insegnamento è solitamente esercitata in modalità individuale. Spesso anzi si stabilisce una relazione biunivoca tra la persona dell’insegnante e una serie di variabili di natura logistica-organizzativa: “la classe è mia”, “la materia è mia”, “l’orario è mio”. Ciascuno persegue individualmente un percorso lineare, in cui la pluralità (eventualmente) è un attributo, un valore aggiunto. Invece la pluralità è un carattere fondante della professione: il soggetto è plurimo (docenti, non docenti, genitori, personale di segreteria…), il compito è plurimo. 

Studenti o persone? Noi non ci occupiamo di studenti, ma di persone. La scuola è nata per gli studenti, la persona a rigore non può entrare nella scuola. Salvo poi pretendere di interessarsi di tutto: dalla sfera sessuale al diritto di cittadinanza, dal bullismo al rapporto con le altre culture. Solo che tutto è trasformato in discipline. L’interdisciplinarietà risolve? Affatto. L’interdisciplinarietà non ricompone l’intero. L’essere umano è irriducibile alle discipline. Il concetto base è l’integrazione o, se si vuole, il rispetto della sacralità della persona, che non può essere scomposta. Se la disciplina deve essere strumento di crescita della persona, dobbiamo sapere come è fatta la persona. E non la persona in generale, ma quella persona specifica. 

La relazione educativa è reciproca? L’incontro tra educatore e ragazzo è di per sé asimmetrico, perché io da educatore sono chiamato ad assumermi la mia responsabilità (vedi sotto, autorità versus autorevolezza…). Però io educatore nell’incontro mi modifico. Tradizionalmente non si intende che la relazione educativa sia reciproca. Nel DNA della scuola non c’è l’incontro, anche se magari c’è nel DNA delle persone. E un altro concetto che manca nel modello tradizionale è il gruppo. L’impressione a volte è che si pensi persino che è meglio quando il gruppo non c’è, come se fosse un elemento di intralcio o di disturbo. E invece quando non c’è il gruppo è un disastro, provare per credere. 

Dichiarazione di servizio
Cosa ci proponiamo di fare con questo percorso? Illustrare una metodologia per trovare la strada di casa dopo che vi sarete persi nel caos irriducibile delle vostre esperienze di didattica. Perché il caos che vi troverete, che vi trovate di fronte è irriducibile: un caos stratificato, un caos multilivello. E nel caos non si può fare altro che perdersi. Allo stesso tempo, questo percorso si pone come un inizio di progettazione partecipata.

Il metodo
Non ci sono formule da insegnare per risolvere le situazioni. Del resto, se ce ne fossero, voi sareste bloccati completamente davanti a una situazione che presenta caratteristiche diverse da quelle previste dalla formula: se la formula non si applicasse, sareste persi, più persi di prima. Invece, applicando un metodo, con cui magari ripetutamente siamo riusciti a capire come si possono sciogliere delle situazioni specifiche, ci può permettere di affrontare con fiducia l’ignoto di ogni giorno. Il metodo ci permette di trovare una soluzione in tempi ragionevoli. Oppure di non trovarla e di sapere che in quel momento non potevamo trovarla. Quando la soluzione non si trova, gli atteggiamenti possibili sono due: o riconosciamo in coscienza che per adesso la soluzione non c’è (e magari potrebbe un giorno potrebbe esserci), oppure pensiamo che ci sia, ma che non siamo in grado di trovarla. Questo secondo atteggiamento, apparentemente più umile, implica però che noi la soluzione smetteremo di cercarla. Anzi, il senso di colpa in certi casi sarà talmente forte che non vorremo più sentirne parlare. In caso contrario, pur riconoscendo il nostro fallimento, resteremo con i sensi allertati per riconsiderare la cosa, se qualche spiraglio si dovesse aprire: manterremo alta l’attenzione. 

Il metodo che noi seguiamo è la riflessione. Facile, direte voi. Tutti riflettiamo. L’uomo è animale pensante e dunque riflettente. Dipende cosa si intende per riflettere. Qui vogliamo dire riflettere sull’esperienza e fare in modo che ciò che ci accade diventi patrimonio di pensiero. Apprendere dall’esperienza non solo non è ovvio, ma è anche particolarmente difficile. Ce lo dice l’esperienza: vediamo ripetersi sempre gli stesso copioni, con insegnanti particolarmente tetragoni nel non cambiare i propri schemi, studenti ancor più tetragoni nel non modificare una virgola degli atteggiamenti. Non è però un caso che sia difficile apprendere dall’esperienza. Ogni volta che apprendo qualcosa, sono costretto a ristrutturare anche le mie conoscenze precedenti, ad abbandonare le mie certezze. E questo mi fa sentire male. Non è solo un problema cognitivo. Immaginate una moglie che torna a casa e scopre il marito in atteggiamento inequivocabile con una bionda: non si tratta solo di acquisire l’informazione “lui ha un’altra”, di sanare una dissonanza cognitiva. Quello che si verifica è  una catastrofe emotiva, relazionale… Aggiungiamoci che apprendere dall’esperienza mentre si sta seduti serenamente a un tavolo è un conto, farlo mentre si è immersi in una situazione caotica che sfugge (parzialmente o del tutto) al nostro controllo è tutta un’altra storia.

La prima cosa da fare è la descrizione dell’esperienza. Si tratta di una descrizione soggettiva, deformata, volutamente non scientifica. In che senso? La scienza si basa su un’ottica disciplinare e le discipline, per funzionare, devono avere dei limiti, sono parziali. La descrizione che ci serve, invece, è a 360°. Si deve soffermare soprattutto sugli aspetti in ombra, sugli aspetti nascosti. La mente addestrata infatti rileva automaticamente ciò che è noto, trascurando i particolari meno noti o disturbanti. Queste osservazioni è meglio farle per iscritto: non solo perché oralmente ci si distrae, ci si perde, ma anche perché il passaggio tra la lingua orale e la lingua scritta non è una semplice fotografia di ciò che ho in mente, ma la trasformazione di ciò che ho in mente. Ciascuno dunque scriverà o esporrà la sua descrizione, la quale sarà, ovviamente, parziale, lacunosa, addirittura faziosa. Noi non abbiamo alcuna fiducia nella capacità del singolo di vedere la realtà nella sua interezza, ma crediamo che il gruppo sia in grado di ricostruire un quadro attendibile. Attenzione, qui non si parla di “vero” o “falso”, che presuppongono che qualcuno dall’esterno valuti. Ci accontentiamo di un quadro che riscuota un ampio consenso.

Un’altra precisazione: noi non parliamo di casi. Parliamo di situazioni. Ad accendere la situazione ci saranno evidentemente uno o più personaggi.

Qui si è fatto un esempio pratico. Alcuni partecipanti hanno descritto una situazione tipica della classe in cui insegnano. Altri hanno aggiunto informazioni alla prima descrizione, altri hanno fatto domande. Sono emersi via via, un po’ spontaneamente, un po’ dietro sollecitazioni, elementi utili a capire meglio le dinamiche. Tutto ciò è stato occasione di approfondire alcuni elementi di interesse generale (vado a mo’ di indice): la modalità cooperativa e il gruppo classe; affrontare dinamiche distruttive/dissipative; il tema della gerarchia e dei diversi modelli di leadership possibili, auto affermati o imposti; vantaggi e limiti di un’organizzazione funzionale del gruppo classe; l’autorità dell’insegnante come assunzione di responsabilità (che non significa autoritarismo); l’esercizio del potere riflessivo; la questione della lingua/delle lingue.

C’è una teoria dietro?
La teoria non sta “dietro”, ma può e deve avere un ruolo. La finalità del gruppo di insegnanti/educatori è costruire un pensiero condiviso, non uniforme (ci sono scambi), ma anche di tentare una condivisione ulteriore. Il ruolo della teoria, di una teoria non libresca, ma che si confronta con la pratica, è quella di far sì che la fatica fatta non vada dispersa, che non si debba ogni volta ripartire da zero. Una buona teoria può contribuire anche a dare sicurezza. Non va disprezzata.

Nella seconda parte abbiamo fatto un esperimento pratico, che consentiva di sperimentare la costruzione di un pensiero condiviso a partire dall’osservazione individuale di ciascuno. Il succo dell’esperimento, arricchito dai racconti degli esiti che la stessa prova aveva avuto in altri gruppi (di educatori, di studenti di età diverse, di genitori…), ha permesso di illustrare il passaggio da pensiero semplice (individuale) a pensiero complesso (condiviso) e, soprattutto, il passaggio da un ottica di giudizio a un’ottica di apprendimento.

Io devo ancora capire che cosa ci faccio, esattamente, in questo gruppo di professori/educatori. Ma nessuno mi ha cacciato, quindi sono ottimista sulle mie chances di essere ulteriormente tollerata come clandestina a bordo. Se effettivamente sarà così, potrei tornare a farvi partecipi.

P.S. Ho messo in grassetto alcune espressioni, che mi paiono di portata più ampia del contesto a cui si applicavano in quel momento. Il compito educativo, anche come genitori, non può essere un’impresa solitaria. Non solo perché supera di gran lunga la capacità del singolo. Ma soprattutto perché educare è scienza sociale. Me lo ripeto a bella posta, proprio in un momento in cui la tentazione di contare solo su noi stessi, come singoli, è in agguato a ogni più sospinto. Quando ci si guarda intorno e ci si vede isolati. Quando non si scorge, nei luoghi che frequentiamo, alcuna consonanza reale. Eppure, per ardua che sia, la via è quella. La costruzione, la ricostruzione, di un pensiero collettivo, di uno spazio di relazioni che esca dalle quattro mura apparentemente rassicuranti che ciascuno di noi si è scelto.

Cosa aggiungere?


Non c’è molto da aggiungere a quello che ha scritto Silvia su GC. Mi lego alla sua frase “non sappiamo difendere i figli e le loro idee”. Disclaimer: le mie considerazioni volano liberamente per associazione di idee, a prescindere dalla selva di ipotesi che si rincorrono (ma anche questo condivido del post citato prima: prima dei mandanti fumosi, arrestiamo il colpevole). Difendere i figli, dicevamo. Ho pensato a una donna israeliana che ho conosciuto e che mi raccontava che ogni mattina mandava i figli a scuola su autobus diversi. Così se uno dei mezzi fosse saltato in aria, non li avrebbe persi tutti e due. Questa osservazione quasi casuale mi è rimasta da allora scolpita nella mente. E’ questo difendere i figli? Non credo proprio. Ho avuto e ancora oggi ho un profondo rispetto per lo strazio quotidiano di questa madre. Ma i suoi figli no, non li difendeva davvero.

Penso ai bambini nei campi profughi (ad esempio palestinesi), penso ai bambini nelle carceri con le loro madri, penso ai bambini di tanti paesi del mondo che muoiono di diarrea (una cosa che non si cura con sofisticati e costosi farmaci, ma con acqua potabile, sale da cucina e zucchero). Davvero sono troppe le circostanze in cui, andando contro ogni naturale istinto, non difendiamo i nostri figli. Certe volte, con tutte le nostre ansie, imprigioniamo, blocchiamo, ma non difendiamo.

Come si difendono i nostri figli, e quelli di tutti gli altri? Io credo che l’unico modo di farlo sia non deporre mai il preciso ideale di rendere il mondo, questo mondo più giusto. Non è una frase vaga, è un progetto preciso, che si persegue con l’educazione, con l’esempio, certe volte con le scelte. Non tutti sono chiamati a scelte eroiche. Per fortuna. Ma certamente tutti hanno la responsabilità precisa di non alzare le spalle perché tanto ormai. Chi si arrende non ha figli, né suoi né di altri.  Chi non si arrende certo non soffre di meno, oggi e tutti i giorni in cui alla vita di un essere umano, e più ancora un bambino, non viene riconosciuto alcun valore.

Non sono una mosca


Lo dico con una certa fierezza, quello che sto per dire. Oggi ho avuto modo di riflettere, grazie a Cesare Moreno, sul fatto che imparare dall’esperienza è cosa assai difficile. Il che spiega benissimo perché la storia non sia affatto, nella pratica, magistra vitae. Di esperienze ne facciamo, eccome. Il problema è cosa poi facciamo delle nostre esperienze. La mosca che sbatte contro il vetro non capisce e continua a risbatterci finché non cade a terra tramortita (a meno che, pigra e volubile, non abbandoni l’impresa, senza comunque capire). La chiamano coazione a ripetere. Tutta questa premessa per dire che io, in abbondante e ottima compagnia, scopro di scivolare sempre negli stessi errori. Però nella giornata lavorativa di oggi (ed eccoci arrivati a spiegare la fierezza), senza averli del tutto evitati, quei soliti errori, sono riuscita comunque a gestire i miei viscerali impulsi e me la sono egregiamente cavata in una situazione difficile.

E allora quella sensazione di amaro in bocca, di crepolino allo stomaco, di orgoglio ferito (ecco, ho confermato il solito stereotipo che gli altri hanno – a ragione – su di me) si è stemperata in una considerazione elementare: oggi sono stata brava. Non sono stata perfetta in ogni passaggio, ci ho lasciato mezzo fegato e una porzione abbondante di cuore. Ma ho trovato il coraggio di non deviare dal mio obiettivo, di confezionare un prodotto eccellente, ma soprattutto (cosa per me assai più ardua) di soprassedere e dribblare provocazioni e occasioni di contrasto. Quello che più mi fa onore è che quest’ultima faticosissima forzatura al mio istinto l’ho praticata non perché sperassi che avrebbe risolto una situazione che avevo (erroneamente) giudicato senza uscita, ma per mera scelta di metodo. Il tutto mentre la sottoscritta era in preda a una comprensibile tempesta emotiva, di complessità e stratificazione impressionante.

Et voila. Come per magia, tutto il problema sembra essersi sciolto come neve al sole. Non sono una mosca. Devo cercare di ricordarmelo. Anche se è meglio, molto meglio che non ripensi a cosa mi è stato detto, o peggio scritto, oggi. Rischio seriamente di rimettermi a prendere a capocciate il vetro.

Parole, parole, parole


Si fa un gran parlare del programma di Fazio e Saviano su La7, la cui serata conclusiva è oggi. Ho fatto del mio meglio per seguirlo, ma confesso che alla fine il mio bottino di telespettatrice è stato scarsino: faccio fatica a restare sveglia, per cui ho assistito solo a tratti. A onor del vero, la cosa non si può imputare del tutto al programma: anche lo spettacolo di Marco Paolini, sempre su La7, che pure mi piace e mi interessa, l’ho visto (e non al 100%) solo perché ho potuto usufruire anche della replica.

Mi sembra che ci sia molta enfasi rispetto a questa trasmissione, al punto che ho pensato fosse il caso di guardarla e, in un certo senso, di capire cosa (finora) ne ho pensato. Vedo che altri, sui social network e sui blog, hanno avvertito la stessa esigenza.

Per semplicità, mi atterrò a una lista di “like” e “dislike”, riservandomi di aggiornarla in futuro (magari anche grazie alle vostre osservazioni).

Mi piace
– il fatto di affrontare alcuni temi forti (la Cecenia, il soccorso in mare, la tratta…) in un format leggero, diretto, facile, fuori dagli schemi delle trasmissioni come Report, Presa Diretta etc (il cui frequente sconfinamento nell’autoflagellazione seleziona il pubblico alla fonte);

– la partecipazione di molti personaggi di livello, di testimoni scelti, di persone che faticherebbero ad essere conosciute al grande pubblico;

– la programmazione in prima serata;

– Elisa;

– Paolo Rumiz… lo so, lo so, non è corretto valutare un solo intervento individuale quando non si sono neanche sentiti tutti gli altri. Ma lui mi piace da morire ed è riuscito a trattare il tema scarpe/piedi/viaggio senza essere banale e senza neanche scimmiottare Erri De Luca.

Non mi piace
– l’enfasi su e di Roberto Saviano. In tutti i sensi. Mi pare un calzante esempio italico in cui chi fa un buon servizio pubblico rischi di essere trasformato/trasformarsi in un carismatico profeta, con sgradevoli protagonismi da predicatore che mettono a tratti in ombra i contenuti;

– la presenza privilegiata di troppi personaggi già presenti nel programma di Fazio su Rai3 (Littizzetto, Gramellini…), che non era veramente necessaria (potevano partecipare nella stessa modalità di tutti gli altri). La messa in onda su La7 è autoesplicativa, non aveva bisogno di essere accentuata, a mio parere (ma magari sottovaluto);

– la sensazione che la buona idea alla base del programma non sia stata lavorata a sufficienza. Forse questa impressione è dovuta anche alla discontinuità della mia visione, ma sono rimasta con l’idea che magari si potesse andare un poco più in là nella costruzione del copione, pensarlo un po’ di più.

Nella sua gigioneria (what’s gigioneria, mi diranno i non romani?), comunque, il giochino delle parole è stimolante. Mi sono chiesta io, in questo momento della vita, che parole sceglierei. Una, in effetti, tempo fa l’ho scelta. Era “interfaccia“. Un’altra, probabilmente, sarebbe “rappresentanza”. Ma per svilupparla mi ci vuole più tempo e ulteriori rimuginamenti.

Sì sì, no no


C’è un poeta che più che ogni altro mi è caro. Si tratta di Konstantinos Kavafis. E’ comparso nella mia vita all’improvviso, misteriosamente come un amico specialissimo che mi ha regalato le sue poesie, prima di sparire in un’altra dimensione. Come lui, ha saputo stabilire con me una vicinanza difficile da razionalizzare. Però siccome le poesie da allora le ho sempre avute con me (a differenza dell’amico), le ho potute usare come lente per leggere alcuni passaggi della mia vita e della vita della mia anima. Mi piace anzi pensare che per questo mi siano state regalate.

Questo è un periodo di dubbi, di scelte e di non scelte. Ieri sera, improvvisamente, mi sono tornati in mente questi versi.

Arriva per taluni un giorno, un’ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora no,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

Mi fa sempre pensare, questo “giusto No”.  Può essere giusta una scelta che rovina per sempre? Giusta rispetto a cosa? Giusta moralmente? Ma non sembrerebbe neppure questo. Chi sente di essere nel giusto moralmente mi sembra di riconoscerlo nella descrizione di chi dice Sì, forte della “propria certezza” e della “stima” altrui. Oggi, per la prima volta, mi pare di capire che il No non è dettato dalla legge, dalla morale, dal bene più alto. Non è il No di Antigone. E’ piuttosto il No di chi è conscio dei propri limiti, che non riesce nemmeno a spiegarli e che si lascia guidare da altro (non sa nemmeno lui bene cosa). Non se ne pente, ma è indubbiamente una scelta più difficile.

Quattro desideri per una figlia femmina


Meryem, è un’epoca difficile per noi donne. Come sempre, più di sempre. La prima causa di morte per una donna in età fertile è l’omicidio. Femminicidio, lo chiamano. Nell’abisso di impotenza che ogni genitore prova davanti a questi temi, sono giorni che penso che qualcosa, come madre, mi devo impegnare a farla. Non posso proteggerti dagli altri, probabilmente non posso proteggerti neanche da te stessa e dalle eventuali scelte sbagliate che, se mi assomigli almeno un po’, farai in buona fede. Ma l’amore per te stessa, quello che passa attraverso i piccoli gesti quotidiani, quello almeno ci voglio provare a insegnartelo.

Sono giorni tutti in salita anche per me, come donna. Ripenso al passato e vedo cose difficili da raccontarti, pezzi della mia storia che probabilmente tu non conoscerai fino in fondo. Ma se potessi convocare qui delle fate, come sulla culla della futura Bella Addormentata, e formulare dei desideri, sarebbero questi quattro.

1) Che Meryem non consideri mai un privilegio avere un rapporto speciale un uomo che dovrebbe essere un educatore, una guida, un maestro. Che nulla, né la stima, né l’ammirazione, né la soggezione, la possano indurre a fare sconti davanti a comportamenti inopportuni.

2) Che Meryem non si senta mai in dovere di autorizzare un uomo a non offrirle nulla di impegnativo, pur di avere le sue attenzioni. Che non si presti mai ad alimentare alibi per chi vuole solo prendere, senza condividere nulla di sé.

3) Che Meryem non debba mai aver paura di eccellere, di esprimersi, di coltivarsi e di essere ammirata solo perché chi le sta accanto potrebbe sentirsi messo in ombra.

4) Che Meryem non si faccia mai convincere di non meritare, per mancanze di qualunque genere,  tutto il rispetto, l’affetto, l’amore, il sostegno che aiutano un essere umano nel percorso difficile della felicità quotidiana.

Eureka!


Disclaimer: questo è un post di servizio e un po’ tanto donnesco.

La questione mi era sempre stata posta nei termini sbagliati: anche nei post più dotti e illuminati, come questo, ogni volta che si parlava dell’uso  dell’oggettino caliciforme detto coppetta, lo trovavo abbinato ad altri ecologici ammennicoli qualificati come “lavabili”, fossero essi pannolini o assorbenti. Vi confesso che la mia coscienza ecologica cozza violentemente contro la mia a-casalinghitudine. Lavare più di quanto normalmente la sopravvivenza mi costringa già a lavare? No, grazie. La mia abnegazione non solo non arriva a tanto, ma non ci si avvicina nemmeno.

Poi, potenza dei social network, mi sono trovata non so come (cioè, lo so benissimo, ma un po’ mi sono sentita travolta lo stesso) in un gruppo su Facebook in cui i toni erano ben altri. Cioè, va benissimo il verdino della coscienza ecologica. Ma ho trovato una gamma di tinte ben più ampie: dal prugna fashion, al glitterato… Scherzi e futilità a parte, due sono stati gli elementi aggiuntivi che mi hanno portato a considerare per la prima volta la possibilità di convertirmi alla coppetta: il risparmio (mica da ridere) e, soprattutto, la comodità. Insomma, non avevo mai immaginato che questa alternativa potesse essere molto più pratica della tradizionale. Ma quando dico molto, intendo proprio molto. Ora che l’ho provato, posso testimoniarlo direttamente.

Quindi capisco che l’argomento si presti a una certa comicità, come insegna la brava Littizzetto (forse ricorderete un suo storico intervento sul tema) e, più di recente, la mitica Elasti e l’estroso Queen Father. Ridiamoci pure su, possibilmente entro i limiti del buon gusto. Però, donne, non limitatevi a ridacchiare e a fare le spallucce. E’ un’alternativa, caspita se lo è. Tanto da indurmi a fare un pensierino malevolo: perché non l’ho mai vista pubblicizzare? E non ditemi che l’argomento non si presta, perché pannolini, tamponi, assorbenti di ogni forma e dimensione, leggeri come petali e impalpabili come batuffoli ci tengono compagnia costantemente dagli schermi, attraverso le più ardite metafore. Si pubblicizzano i medicinali per la diarrea e le colle per le dentiere, per non parlare della carta igenica (anch’essa solitamente non mostrata nel suo uso più proprio). Sarà mica perché questa costa una ventina di euro e poi non compri più nulla?

Le Quyen


Anzi, Lệ  Quyên Ngô Ðình. Un nome difficile (ci tornerò). Questo è il mio blog personale, quindi non posso andare oltre il mio piccolo, parziale saluto e ricordo. Altrove troverete di più (e comunque sempre troppo poco: incredibile quante cose avesse fatto, quante ne facesse e a quante si interessasse).

Non posso dire di averla incontrata di recente. Nessuno che si occupi di rifugiati, soprattutto a Roma, può dire di non conoscerla. Era stimata, apprezzata e anche un po’ temuta in ogni campo del nostro lavoro. Una donna magnetica, dal piglio energico, impeccabile nell’espressione scritta e orale. Ma c’è stato un momento in cui il nostro rapporto ha superato quello tra enti ed è diventato una relazione personale. Era un convegno di fine progetto. Un progetto che ci aveva dato del filo da torcere e la parte di esposizione che toccava a me non era né facile né simpatica. Alla fine del mio intervento, lei si avvicinò e mi disse: “Lei è brava a parlare in pubblico. Dobbiamo tenerlo presente, in futuro”. Chi mi conosce un po’ sa che io e la stima altrui non abbiamo sempre un buon rapporto. Diciamocelo, io di solito mi baso soprattutto sull’autovalutazione. Ai complimenti raramente mi scopro a dare peso. Ma lei era lei. E, sebbene fosse sempre molto cortese e cordiale con tutti, le sue parole erano sempre ben pesate.

Al progetto successivo abbiamo collaborato molto più strettamente, scrivendo insieme un capitolo di una ricerca. Dopo molte questioni sul fatto che non c’era nessuno che potesse fare editing e che dunque avremmo dovuto aggiustarci da noi rispetto alla continuità di stile, abbiamo convenuto di provare a buttar giù due pezzi giustapposti e lavorare in seguito per l’armonizzazione. Ebbene, scoprimmo in quella circostanza che avevamo uno stile di scrittura tanto simile da essere praticamente indistinguibile. Nel frattempo quel progetto ha creato un gruppo di lavoro eterogeneo e itinerante, che finì con l’incontrarsi, insieme o a gruppetti, in diverse circostanze su e giù per l’Italia. Lệ Quyên in quel contesto ha saputo andare ben oltre il suo ruolo ufficiale. Fu uno scambio a tutto campo, in qualche misura anche informale e personale, intessuto di tragitti in treno e pranzi arrangiati in rosticcerie di varie località. “Tu, quando mi scrivi, sei tra le poche che scrive il mio nome correttamente”, mi disse un giorno dalle parti di piazza Indipendenza, a Roma. Eravamo passati al tu (ci si adeguava al codice del gruppo di lavoro, in netto contrasto con la sua abitudine di dare del lei a tutti i collaboratori, anche a quelli più stretti) e io risposi: “Beh, non è difficile: faccio copia incolla dalla tua firma”. La verità è che io detesto quando chi scrive una mail sbaglia il nome del destinatario. A voce si può sbagliare, ma quando si scrive il controllo dovrebbe essere un obbligo di cortesia. Si parlava molto di nomi, in qella pausa pranzo. Nel rispetto della persona che passa anche attraverso lo sforzo di non storpiare il nome altrui e il tentativo di dare adeguatamente del lei anche (e soprattutto) allo straniero appena arrivato.

Ma parlammo anche di altro, in quei mesi. Del mio ultimo tentativo di carriera universitaria, attraverso il concorso più avvilente della mia esperienza. Lei mi raccontò la sua, di esperienza, per certi versi ancora più frustrante. E il fatto di essere su un treno per Parma la mattina in cui ho saputo l’esito della farsa, in attesa di essere accolta da un variegato gruppo di specialisti un po’ caciaroni che in parte faceva il tifo per me (e in parte mi augurava, saggiamente, di restare dov’ero) certamente è stata una terapia efficace per riprendermi da un’esperienza non esaltante. Con Lệ Quyên parlai anche delle mamme blogger e di “Hai voluto la carrozzina?”. Lei mi confessò di aver accarezzato molte volte l’idea di scrivere un libro comico sulla maternità e, se non fosse stato per un impedimento dell’ultim’ora, si sarebbe unita volentieri a un aperitivo con una blogger che andavo ad incontrare, sfruttando la trasferta del progetto. Lesse il libro con la stessa accuratezza che dedicava alle ricerche giuridiche e questo mi incoraggiò, quando saltai una riunione del progetto successivo a causa di un infortunio surreale di cui ero rimasta vittima, a giustificare la mia assenza mandandole un link, questo. Scoprii poi che lo aveva girato anche a una sua serissima collaboratrice, con cui si davano del lei, per incoraggiarla a ridere a sua volta degli acciacchi e delle difficoltà.

Quest’anno stavamo lavorando a un progetto a cui entrambe tenevamo molto. Non erano mancate le difficoltà e anche, ahimè, le tragedie. Ma il clima delle riunioni di progetto era sempre incredibilmente rilassato, scherzoso, affettuoso e allo stesso tempo produttivo ai massimi livelli. Stavamo facendo un lavoro eccellente, ciascuno nel suo. Lo continueremo, certo. Ma non è la stessa cosa. Una come lei non si può sostituire, in nessun senso. Il mio capo gesuita dice che dobbiamo essere riconoscenti per avere avuto la grazia di fare un pezzo di strada con lei. Certamente. Oggi però mi sento solo di pensare che mi fa rabbia quello che tutti abbiamo perso, che è un’ingiustizia e uno spreco incalcolabile. Che mi fa malissimo non poter partecipare al suo funerale (domani si lavora). Che mi fa malissimo, soprattutto, non poter più godere della sua compagnia, del suo umorismo, della sua competenza e, non ultimo, della sua eleganza.

Arrivederci, Lệ Quyên.

Travaux, ovvero: contro il pregiudizio (anche positivo)


Anni fa ho visto uno di quei film che sarebbe rimasto una pietra miliare, pur nella sua leggerezza, per la costruzione delle mie convinzioni di cittadina e operatrice sociale. Si tratta di questa commediola francese, mirabilmente interpretata da Carole Bouquet. Tra una risata e l’altra, il messaggio complessivo è molto saggio: non avere pregiudizi nei confronti degli stranieri non deve mai equivalere a una mitizzazione a prescindere. L’istinto di difendere persone da continui soprusi di cui siamo testimoni, particolarmente spiccato in operatori sociali, attivisti dei diritti umani et similia, nella pratica spesso porta a un parziale obnubilamento del senso critico in soggetti che magari in altri campi brillano per acume di analisi e complessità di ragionamento. Si potrebbe definire “infatuazione professionale da reazione”.

Dato che le grugnate, anche dolorose e drammatiche, in questi casi, si sprecano e in 9 casi su 10 si traducono in reazioni viscerali, generalizzate e estreme (che, viste da lontano, assomigliano molto al più deteriore razzismo), la consapevolezza di questa malattia professionale del cittadino socialmente impegnato è quantomai auspicabile. In estrema sintesi, sebbene ci faccia orrore che le etichette negative siano associate agli stranieri in quanto tali (e su questo non ci piove, ci mancherebbe altro), ci dobbiamo ricordare sempre che può ben darsi che uno straniero si comporti da stronzo, egoista, menefreghista, violento, disonesto, senza che per forza si debbano cercare giustificazioni a misterioso sfondo antropologico per dimostrare che in realtà trattasi di malinteso culturale. Ebbene, il malinteso culturale a volte è presente e certo non aiuta: ma ogni individuo può pur sempre comportarsi da bastardo senza che ciò sia predeterminato dalla sua origine etnica o giustificato da una specifica identità culturale.

E quindi? Diffidare sempre? Certo che no. Io, dall’alto di una consolidata esperienza, consiglio di prendersi tutte le fregature del caso ma non condannarsi alla paranoia. Un po’ (anzi, dosi massicce) di autoironia però aiutano sempre, unite possibilmente a un sereno atteggiamento socratico, ovvero alla consapevolezza che nel rapporto con l’altro (in tutti i casi) le cose che ci sfuggono sono solitamente di gran lunga superiori a quelle che afferriamo, con l’intelletto o con il sentimento.