Domande


Da quando chiudere violentemente le frontiere in faccia a donne, bambini, giovani e anziani in fuga ci pare una misura di politica estera qualsiasi?

Perché tutto continua come se nulla fosse dopo che i capi di Stato europei democraticamente eletti hanno stipulato un accordo con la Turchia che prefigura una strage?

Non è la prima, d’accordo. Non è nemmeno la prima di cui siamo corresponsabili. Ma in questo documento, che è stato definito un grande successo della diplomazia, non si ha vergogna di usare il termine “migranti irregolari”. Persino se si parla di cittadini siriani.

Non hanno usato le vie legali, sembra dire l’Europa. Le vie legali che non esistono, per caparbia volontà della stessa Europa.

Fermare i flussi, a qualunque costo. Un sessantesimo dei rifugiati del mondo è troppo per l’Europa, o per quel che ne resta. Se per mantenere il nostro tranquillo status quo dobbiamo far morire migliaia di altri uomini, inclusi bambini, pazienza. Anche se farlo costa molto. Anche se farlo significa renderci tutti complici di violazioni sistematiche dei nostri valori.

Ma dove sono i difensori della vita ad ogni costo quanto muoiono neonati nell’Egeo, con i loro fratelli, genitori e nonni? Sono interessati solo agli embrioni?

Come faccio a urlare che non sono d’accordo?

Perché nessuno pare particolarmente angosciato?

“L’immigrazione non è un diritto. E basta”, sbraita la Meloni dalla tv.

Che costo ha questa violenza? Per il mondo, per l’Europa, per i nostri quartieri, per i nostri figli?

5 cose che penso sui fatti di Colonia


Per qualche giorno non ho voluto nemmeno approfondire, per il fastidio massimo che mi provocava il tono delle notizie e sì, anche i fatti (per quello che se ne sa finora). Poi ho letto, a partire da quello che i miei amici più condividevano su Facebook. Poi ci ho pensato un po’ su, sperando che il tempo facesse sedimentare la confusione e mi permettesse di essere più incisiva. Beh, ci rinuncio. Però visto che alcuni di voi mi chiedono comunque di dire cosa ne penso, lo faccio.

  1. I fatti in sé, in realtà ancora a me non chiarissimi in alcuni aspetti, ma comunque gravissimi. Certo, anche i particolari fanno una certa differenza. Un esempio: nella fretta dei nostri media di divulgare e rapidamente interpretare inizialmente si parlava di decine se non centinaia di stupri, poi si è capito che Sexualdelikte vuol dire molestie, palpeggiamenti eccetera, il che rende più credibile – anche se comunque terribile – lo scenario della notte di Capodanno vicino alla cattedrale di Colonia. Ora, da un certo punto di vista – se vogliamo discutere dell’accaduto per quello che implica in termini di rispetto delle donne o di esperienza delle vittime – questa differenza può paradossalmente non contare granché: violenza è violenza, trauma è trauma e la mancanza di atto sessuale completo non lo rende certo tollerabile. Dal punto di vista penale, però, visto che qui subito di parla di leggi speciali per facilitare le espulsioni degli eventuali colpevoli, al momento non direi che palpeggiare e stuprare sia esattamente la stessa cosa. Tutto questo per dire che questa vaghezza e confusione non aiuta a impostare nessuna discussione nei termini corretti. Anche l’impotenza della polizia mi fa pensare: stiamo assistendo a uno spiegamento di mezzi senza precedenti rispetto all’allarme terrorismo, al limiti della militarizzazione, e la polizia presente non era in grado di intervenire per interrompere degli atti criminali? Questo significa che in situazioni di grande affollamento non si può fare comunque granché? Mi pare verosimile, ma forse sarebbe onesto dirlo comunque quando si sceglie di investire tutto sulla pubblica sicurezza. Si parla poi, un po’ a casaccio, di persone in stato di ubriachezza e di furti/borseggi: due cose che non mi paiono del tutto compatibili l’una con l’altra. Quello che emerge è che nel casino generale c’è chi se ne è approfittato in un modo chi in un altro. Era un’operazione “semi-militare”? Sinceramente a me pare un bruttissimo e estremo caso di violenza di branco, ma non mi ricorda l’attacco del Bataclan. Da nessun punto di vista.
  2. C’è stato imbarazzo perché tra i responsabili c’erano alcuni/molti/solo (non saprei quale scegliere, con le informazioni attualmente in mio possesso) rifugiati? Certamente sì. Secondo me qui c’è stata una somma di imbarazzi. L’imbarazzo della polizia che quella notte ha comunicato pubblicamente che non c’era nessun problema, pur essendo consapevole almeno in parte che non erano riusciti né a intervenire in corso d’opera né ad assistere adeguatamente le vittime; l’imbarazzo di chi ha temuto a ragione che un fatto di cronaca del genere potesse essere molto rilevante politicamente, se ben comunicato; l’imbarazzo di quelli come me che, come notava oggi la mia amica Lucrezia, vorremmo e in fondo ci aspettiamo che i rifugiati, specialmente in questo momento e con questo clima, siano bravi, irreprensibili, simpatici, eroici e ben comunicabili. Se ci si mettono pure a delinquere…

Vedo che entusiasticamente molti hanno condiviso un editoriale di Lucia Annunziata che francamente mi pare esemplare per assurdità. Non lo discuterò punto per punto, perché non ne vale la pena. Sottolineo solo un paio di concetti che sono dati per scontati e che a me invece paiono illazioni poco fondate.

3. Quello che è accaduto è stato il primo episodio di uno scontro di civiltà dei nuovi arrivati verso il nostro mondo. Quindi qui suggeriamo che tutti i nuovi arrivati (arabi, nordafricani, siriani, afgani, genericamente islamici o stranieri?) hanno una civiltà comune, che si scontra con la nostra. Che uno dei valori portanti che oppone la nostra alla loro è il rispetto della donna. Che quindi tutti gli appartenenti alla suddetta civiltà (a prescindere quindi di educazione, ceto sociale, religione – o forse sono tutti musulmani? -, età, ma soprattutto circostanze sociali in cui hanno vissuto e vivono) trovandosi sulla piazza di Colonia avrebbero minimo minimo palpeggiato se non stuprato le donne presenti, in quanto espressione della loro cultura. Mi pare che qui si spostino indebitamente i termini della questione.

4. Forse la domanda che dovremmo piuttosto farci è perché QUELLE persone si sono responsabili di atti così gravi. Perché erano musulmani? Direi di no e sinceramente non mi pare ci sia bisogno di argomentarlo. Al limite lo hanno fatto nonostante fossero musulmani (ad essere pignoli, un musulmano davvero osservante non dovrebbe essere ubriaco, né tantomeno strafatto di droghe. Quindi almeno qui le citazioni coraniche le possiamo lasciare stare, non credete?). Forse per darci una risposta dovremmo prima sapere esattamente chi sono, tanto per cominciare. Ammesso, si intende, che non ci interessi meramente strumentalizzare l’accaduto per utilizzarlo a meri fini argomentativi (i rifugiati sono pericolosi versus i rifugiati sono buoni). Direi che un problema sicuramente c’è, probabilmente più di uno.

Ma non mi accontento certo di una diagnosi come quella della Annunziata, che prelude peraltro a soluzioni creative quanto (per fortuna) impraticabili, tipo dare protezione subito a donne, bambini e anziani “per qualunque ragione arrivino” e essere molto più cauti e severi (“un percorso più lungo e approfondito”) con i giovani uomini. Mi pare che questa idea si commenti da sola. Del resto lo stesso articolo cita melodrammaticamente i fatti di Tor Sapienza – ” ricordate Tor Sapienza, la disperazione e la rabbia delle donne che raccontavano (inutilmente) le offese che subivano dai gruppi di giovani immigrati illegali parcheggiati in tutte le case di accoglienza?” – come parallelismo molto malamente scelto. Io lo ricordo benissimo cosa è successo a Tor Sapienza e anche chi lo ha organizzato. Curioso che non se lo ricordi anche la Annunziata, proprio nei giorni delle prime condanne del processo di Mafia Capitale. Insomma, se proprio ci si vuole lanciare in ampie analisi sociologiche, pretendo almeno un po’ di credibilità.

5. Quello che più mi preoccupa è che l’Europa politicamente continua a balbettare, a nascondere polvere sotto il tappeto, a alimentare degrado culturale e sociale, a investire in violenza. Non abbiamo al momento in Europa uno statista che sia in grado di (o sia interessato a) capire e interpretare le vere sfide del nostro tempo, dalle migrazioni (forzate e non) alla globalizzazione, dalle trasformazioni strutturali delle nostre società (dal punto di vista demografico, economico, sociale) alla sostenibilità ambientale. Io vedo un consiglio di Europa che si convoca e decide in base agli “umori” dell’elettorato (e agli interessi privati degli stakeholder principali, si intende) e un mondo dei media che più che informare solitamente agita emozioni (e più basse sono, più vendono). Non mi sento affatto al sicuro e non sono tranquilla per il futuro di mia figlia. Ma francamente non credo che il rischio più urgente e grave che corriamo sia essere palpeggiate da uno straniero ubriaco. Non dico che non sarebbe un’esperienza assai spiacevole, che è toccata a me più volte (soprattutto da parte di locali, in realtà) e che temo che la statistica dica che toccherà prima o poi anche a lei. Ma almeno non mi argomentate che basterebbe tenere fuori dall’Europa tutti gli stranieri per assicurarci uno splendido futuro e un’immediata crescita dei nostri diritti di donne. Questo davvero non sono disposta a berlo.

Un giorno rideremo di tutto questo


…ma quel giorno non è oggi.

Nizam soggiorna regolarmente in Italia da 14 (quattordici) anni. E’ titolare di un permesso di soggiorno CE per lungo soggiornanti, altrimenti detto carta di soggiorno, che ha validità illimitata. Lo ha per molte buone ragioni, una delle quali è che è padre di una cittadina italiana dal 2007 (mia figlia). Ma lo avrebbe comunque, visto che risiede regolarmente in Italia da ben più di 5 anni e ha a suo tempo dimostrato e poi (per ben due volte) ri-dimostrato di avere adeguato reddito e di pagare le dovute tasse. Incidentalmente, avrebbe diritto alla cittadinanza italiana. Peccato che tra quando ha maturato tale diritto (settembre 2012) e quando siamo faticosamente riusciti ad ottenere un appuntamento per presentare la documentazione (febbraio 2014) sia passato un anno e mezzo. E una domanda presentata quasi due anni fa ovviamente non è stata neanche presa in considerazione ancora, è troppo presto. Incidentalmente, in questa pratica il fatto che sia il padre di una cittadina italiana non conta nulla.

Oggi Nizam deve aggiornare la carta di soggiorno, ancora in corso di validità, perché i turchi gli hanno rinnovato il passaporto e il numero non corrisponde a quello indicato sulla carta di soggiorno. Finché ciò non si sistema, non può lasciare l’Italia. Andando un mese fa a chiedere che ciò venisse sistemato, Nizam ha scoperto le seguenti cose:

  • deve essere nuovamente fotosegnalato (????)
  • deve nuovamente dimostrare tutti i requisiti per il rilascio (e questo, mi sento di dire, è una richiesta assolutamente illegittima di per sé).

Oggi, presentandosi all’appuntamento munito di certificato di nascita di Meryem con indicate le generalità dei genitori per esteso (richiesto, a pagamento, in Municipio, visto che per la questura è complicato verificare che Meryem sia sua figlia, sebbene la medesima Meryem sia titolare di passaporto italiano su cui Nizam risulta genitore), ha scoperto un’altra cosa:

  • non bastano i documenti. Deve portare Meryem lì di persona, munita di passaporto.

Quindi io devo far saltare a mia figlia un giorno di scuola per mandarla a fare ore di fila in una questura all’estrema periferia della città, dove (parlo per esperienza diretta) vedrà suo padre trattato con sgarbo e disprezzo da svariati uomini in divisa, che gli danno del tu pur non avendolo mai visto prima. La interrogheranno pure? Chissà.

Tralasciamo il dettaglio che, se pure tutto va bene, di fare questo aggiornamento non se ne parla prima di svariati mesi.

Ma non trascurerei di riferire che, quando lui ha provato a chiedere se potevano dargli un appuntamento durante le vacanze di Natale per non far perdere la scuola alla bambina, gli è stato risposto: “L’appuntamento te lo do quando mi pare, così impari”.

Posso provare (potete leggere i post qui sotto) che io ho sempre cercato di vivere questa situazione con la massima ironia. La prima gita in quel posto l’abbiamo fatta tutti insieme quando Meryem aveva un mese. Ci siamo tornati quando Meryem aveva 3 anni. Ho cercato con tutta la buona volontà di prenderla a ridere.

Oggi no, non ci riesco. Non sopporto l’idea che il padre di mia figlia debba essere trattato in questo modo. Non viviamo più insieme (questo è parte del problema, pare, visto che lo stato di famiglia è inestricabilmente connesso alla residenza), ma non pensavo francamente di dover argomentare la nostra storia più privata a tutti i poliziotti che incontriamo. E’ una persona incensurata, titolare di una regolare attività, che non ha mai commesso nulla per meritarsi un trattamento del genere, stimabile da molti punti di vista e, soprattutto, rientra perfettamente nei requisiti previsti dalla legge per avere quel titolo di soggiorno. Perché deve passare un’altra mattinata come quella di stamattina, umiliato davanti a sua figlia?

Poi ci chiediamo perché le “seconde generazioni” provino questo rancore per gli stati europei di cui pure sono cittadini. Io credo che un’esperienza come quella che vivrà Meryem il prossimo mese – ammesso che non riesca prima di allora a trovare una soluzione a questa assurdità – conterà molto di più sulla sua formazione civica di tante belle parole che io o i suoi maestri possiamo spendere sulla partecipazione, sull’accoglienza e sull’intercultura.

Il pregresso
Noi e Ringhio, parte prima 
Noi e Ringhio, parte seconda
Surreale

Non sanno quello che fanno


E’ tutto il giorno che rimugino su come possa essere un modo semplice e efficace per far capire a tutti, anche ai non addetti ai lavori, cosa stia decidendo l’Europa rispetto alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” e quali conseguenze abbiano, in parole povere, tali decisioni. Ricordo che questi bei provvedimenti sono anche nostri, nel senso che sono frutto dell’accordo dei capi dei governi democraticamente eletti da tutti noi che abbiamo diritto di voto in Europa. Nessuno si senta escluso.

Sarebbe lungo entrare nei dettagli e questo è il mio blog, per cui sarò esplicita e selettiva.

  1. Arrivano troppe persone in Europa. Quindi, tanto per cominciare, paghiamo tre miliardi di euro alla Turchia perché si tengano lì il maggior numero possibile di rifugiati. Tre. Miliardi. Esatto. Così, sull’unghia. Incidentalmente, la Turchia al momento ha già più di due milioni di rifugiati presenti sul suo territorio, ovvero circa il doppio di quelli che arrivano in tutta Europa. Ammassarne un altro milione e mezzo lì è proprio la soluzione più logica, sì sì. E poi a noi il governo turco ispira tanta, tanta fiducia. Ma lo facciamo per loro, eh? Qui proprio non abbiamo le condizioni per accoglierli, non ce lo possiamo permettere, c’è la crisi (per questo paghiamo tre miliardi a scatola chiusa). Un bel campo profughi in Anatolia è più che adatto. E poi insomma, ci facciano un po’ quel che vogliono. L’importante è che non arrivino qui.
  2. Abbiamo messo a punto un sistema [delirante] di smistamento dei richiedenti asilo (ma non tutti, mi raccomando, solo quelli di serie A, quelli che si vendono meglio all’opinione pubblica) dall’Italia e dalla Grecia. Ma, surprise surprise, non funziona. Strano. Sarà forse perché era illogico, costoso e inefficace come ci dicevano dall’inizio alcuni enti di tutela? Ma no! E’ solo che i rifugiati non collaborano. In Italia, ad esempio, non arrivano quelli della nazionalità giusta. Abbiamo detto siriani ed eritrei e invece niente, arrivano afgani, congolesi, nigeriani, avoriani, camerunensi… Sono rifugiati anche loro, dite? Ma noi avevamo detto chiaramente che volevamo i rifugiati che abbiamo visto in tv, quelle belle famiglie siriane con i bambini con gli occhioni. E in Grecia? Al danno si unisce la beffa. Arrivano i siriani, i rifugiati buoni, i rifugiati vendibili e preferiscono decidere loro in che paese andare. Non capiscono che è molto più conveniente essere bloccati mesi all’addiaccio in attesa che i molti funzionari europei pagati per questo decidano se potranno accedere o no a un Paese a sorpresa, preso a caso tra tutti gli Stati membri, da cui poi non potranno più spostarsi pena la detenzione. Strano che non capiscano che splendida opportunità l’Europa ha predisposto per loro.
  3. E allora? Allora ci serve l’esercito. Una milizia europea a difesa dei confini. Perché la libertà di circolazione (nostra) è irrinunciabile e può essere garantita solo se riusciamo a tenere ben chiuse le frontiere esterne. Se gli Stati di frontiera si ostinano a non interpretare fino in fondo il loro ruolo di gendarmi, sarà Bruxelles a mandare una polizia apposita. Costi quel che costi (moltissimo, naturalmente).

Sì, sono arrabbiata. Sono arrabbiatissima. Continuano ad affogare bambini, ogni giorno. E i nostri capi di governo continuano a parlare di ingressi irregolari, come se ignorassero da cosa queste persone fuggono. Continuano a spendere cifre astronomiche per tenerli lontani dal nostro territorio, perché poi se entrano avrebbero diritto alla protezione. Non ci possiamo permettere di accoglierli, ma ci possiamo permettere costose misure per lasciarli morire (ingrossando le casse delle organizzazioni criminali, peraltro).

Io voglio credere che i nostri leader siano momentaneamente incapaci di intendere e di volere. Che non sappiano quello che fanno. Che non si rendano conto fino in fondo. Parlano di detenzione, misure coercitive, dissuasione. Parlano di strategie militari per combattere giovani disperati, donne sole, bambini. Facciamo parlare all’ONU una giovane donna sequestrata dall’ISIS e poi respingiamo in frontiera tutte le altre vittime dello stesso terrorismo.

Un esempio? La Nigeria. Secondo Amnesty International almeno 5500 civili uccisi sono stati uccisi da Boko Haram soltanto dall’inizio del 2014; altri 1500 i morti del 2015 in almeno 70 attacchi in villaggi e città del nord-est del paese. 2000 è il numero stimato delle donne e delle bambine rapite dall’inizio del 2014. Oltre 300 sono stati i raid e gli attacchi contro i civili dall’inizio del 2014. 3700 le strutture danneggiate o distrutte nella base militare Mnjtf (Multinational joint Task Force) di Baga e di 16 villaggi limitrofi, durante l’eccidio jihadista di circa 2000 civili tra il 3 e il 7 gennaio 2015, come documentato da immagini satellitari. 5900 sono le strutture, compreso un ospedale, danneggiate o distrutte a Bama nel marzo 2015 (il 70% dell’intera città), quando fu perpetrata anche la strage di decine di “spose schiave”. Ma i nigeriani, si sa, sono migranti economici. “Gli attentati li fanno pure da noi, che c’entra”, pare abbia commentato non una ragazzina al bar, ma una funzionaria che ha responsabilità in materia di asilo.

Ma a voi sta bene? Sapete? Vi rendete conto?

Per approfondire
Chi è oggi Erode?
Commento del Centro Astalli al vertice UE del 17 e 18 dicembre

 

Impostori, fino a prova contraria


In questi giorni cerco freneticamente di aggiornarmi e prepararmi sui rapidi cambiamenti che riguardano i rifugiati che sbarcano sulle nostre coste. Studio documenti ufficiali, ricevo aggiornamenti da amici e colleghi. Non mi diffondo in tecnicismi tediosi. Ma una cosa salta all’occhio, da tutti i documenti ufficiali: l’ossessione collettiva è quella del migrante-truffatore. Quello che simula di essere un rifugiato, ma in realtà è solo “un migrante in posizione irregolare”e che va etichettatato come tale tempestivamente. Subito. Già sulla barca che lo ha salvato dalle onde del Mediterraneo.

In queste settimane ho avuto modo di parlare di questo tema con persone interessate a titolo diverso da me. Esperti, consulenti, funzionari, persino un ministro. Ciascuno di loro descriveva i rifugiati come informati e scaltri, pronti ad attaccarsi a cavilli legali per prolungare indebitamente il loro soggiorno. Li si descriveva come poliglotti, sempre connessi a internet, con una meta già in mente. Un nemico furbo, contro cui è necessario mettere in campo procedure altrettanto “furbe”.

Io penso che una persona che si è messa in mare per disperazione, è sopravvissuta per miracolo e magari ha da poche ore gettato in mare il cadavere di suo figlio, su quella barca che la soccorre non pensi a come imbrogliare chicchessia. Con addosso ancora i vestiti bagnati, durante l’epilogo di un viaggio attraverso ogni genere di violenza e di abuso, davvero è onesto sottoporlo a un interrogatorio frettoloso da cui dipende la sua sorte? Io credo che Jacopo, uno studente di Milano, abbia capito meglio di tutti questi funzionari cosa passa per la testa di un migrante salvato da una motovedetta della Guardia di Finanza nel Canale di Sicilia. Lo ha scritto in un bel racconto, diventato video.

Ma voi, come vi sentireste, se i vigili del fuoco che vi hanno appena salvato da un edificio in fiamme in cui avete visto morire i vostri familiari, prima ancora di portarvi in ospedale a curare le ustioni vi sottoponessero a un interrogatorio? Forse vi verrebbe da dire: “Ok, ma prima lasciatemi realizzare che sono ancora vivo. Lasciatemi piangere. Lasciatemi ringraziare o maledire il mio dio. Lasciatemi il tempo per ritornare in me. Non pensate che i vostri moduli a risposta multipla possano aspettare?”.

Ma noi siamo noi, non è vero? Noi abbiamo il diritto di essere traumatizzati dopo un incidente, grave o non grave. Abbiamo diritto a capire e, se non capiamo, a farlo presente. A protestare, se qualcuno si permette di calpestare i diritti previsti dalla legge. Nessuno può trattenerci in strutture chiuse che ufficialmente ancora non esistono neanche. Queste cose accadono in Africa, non è vero? Non a Pozzallo, Sicilia.

Ma perché tutti questi… ehm… africani?


Sono settimane che, immancabilmente, chi viene a visitare la mensa del Centro Astalli mi rivolge, in forma più o meno velata, questa domanda. Che poi si potrebbe tradurre in forma più esplicita in questi termini: dove sono le famiglie siriane? Le donne, i bambini, in fuga dal Medio Oriente? Insomma, tutti quei rifugiati-rifugiati che i media di tutto il mondo raccontano, fotografano, seguono, descrivono? Gli ingegneri, gli avvocati, gli attivisti dei diritti umani, i giornalisti, i professori in fuga dalle bombe e dall’ISIS?

Bene, ve lo rivelo. Nel 2015 in Italia ne sono arrivati proprio pochi. Dal 1 gennaio al 10 ottobre appena 7.147 su un totale di 136.432 persone sbarcate. (l’anno scorso ne erano sbarcati 42.323, proseguendo poi quasi tutti verso il nord Europa). Perché? Perché per i siriani adesso la rotta praticabile è quella del Mediterraneo Orientale: Grecia e poi, via terra, verso l’Europa continentale, attraverso i Balcani.

Altra peculiarità italiana: tra i richiedenti asilo nel nostro Paese, già nel 2014, la percentuale di donne e bambini era ridottissima rispetto al dato di altri Paesi europei: appena il 7,6% le prime, il 6,8% i secondi. Per darvi un termine di paragone, in Germania sono rispettivamente il 34,6% e il 31,6% del totale. In Francia il 38,2% e il 21,7%.

Quindi, con buona pace dei media e delle aspettative da loro ingenerate, di famiglie rifugiate – specialmente siriane – in Italia al momento ne arrivano pochine. Il “nostro” flusso arriva soprattutto da sud: Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan e tanti altri Paesi africani, a cui aggiungiamo l’Afghanistan e il Pakistan, sempre ben rappresentati.

Quindi i nostri sono meno rifugiati di quelli che vediamo nelle foto d’agenzia dai Balcani? Non direi proprio. Fate mente locale su cosa accade nei Paesi che vi ho nominato e lo capirete da soli. Il fatto che siano giovani uomini e non famiglie non li rende meno titolati alla protezione, né tanto meno all’accoglienza e alla solidarietà.

P.S. Ieri è stato pubblicato un rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia, commissionato dal Ministero dell’Interno. E’ una risorsa utile e importante. Dateci un’occhiata: Rapporto accoglienza PDF

Utopia e visioni. Conversazioni in un casale


Mai come in questo periodo sono coinvolta in corsi di formazione, in colloqui con visitatori, ricercatori, gruppi di ogni forma e dimensione. Forse troppo. Confesso che giorni fa, davanti all’ennesima sessione per i ragazzi del servizio civile, avrei preferito darmi alla macchia. Ho deciso di curare questa saturazione con l’omeopatia. Ieri, alla Città dell’Utopia, ho deciso di parlare di rifugiati come piace a me. Quasi senza limite di tempo, senza vincoli, senza contraddittorio. Lusso puro. C’era solo ci voleva, nessun registro e nessuna firma di presenza. Si è chiacchierato. Soprattutto io ho chiacchierato, a dirla tutta. Perché ne avevo bisogno.

Avevo bisogno di dire a me stessa che la questione rifugiati è complicata, ma che si può spiegare, un passaggio alla volta. Capire certo non cambia le cose, non subito almeno. Ma non capirle può facilmente peggiorarle.

Molti anni fa, quando mi sono iscritta all’Università, ho bruscamente cambiato programma e invece di iscrivermi a matematica ho deciso di studiare Vicino Oriente antico. La leggenda familiare narra che, al telefono con i miei ancora in vacanza, davanti al loro comprensibile stupore io abbia risposto: “Ma è praticamente la stessa cosa”. Probabilmente mi riferivo a quello sforzo di far lavorare il cervello verso quello che ancora non è noto, in quel misto a percentuale variabile di paziente applicazione di modelli, apporto di nuovi punti di vista e botte di culo. Ieri la mia amica Caterina, tra il serio e il faceto, mi faceva notare che la decifrazione dei sistemi di accoglienza in Italia richiama pericolosamente il livello di complessità della filologia biblica (preconcetti ideologici inclusi). Alla fine scoprirò che, nonostante le apparenze, da decenni continuo a fare la stessa cosa.

Un elemento comune a tutto resta certamente l’utopia. Utopico era il progetto degli Orientalisti, utopia pura era capirci qualcosa della storia della religione di Israele, utopia è certamente immaginare un cambiamento sensato per i rifugiati nel mondo. Al limite, utopia è anche la promozione della giustizia. Poi però ripenso a un libro letto un paio di anni fa e mi correggo: quelle mie attuali non sono utopie, devono essere visioni. No, non è la stessa cosa.

Facciamo che…


Avete presente quei giochi di simulazione dei bambini tutti coniugati all’imperfetto? “Facciamo che io ero la maestra e che tu eri la mamma….”. Certe volte, quando cerco di spiegare l’irrazionalità delle misure europee di queste settimane la tentazione è di provare a illustrare così, in parole facili facili.

Facciamo che dobbiamo attraversare un grosso fiume e siamo tanti. Le barche più vicine alla riva sono piccole e un po’ malandate. Se le si attraversa a balzelloni, si può arrivare in altre tre o quattro barche dall’aria decisamente più comoda. Però così è un casino. Tutti saltano, spingono e si rischia di finire tutti in acqua. Tra l’altro, qualche decina di metri più in là, ci sono attraccate un’altra decina di barche, alcune più belle, altre un po’ meno attraenti, ma comunque barche.

Chi volesse prendere in mano la cosa e evitare incidenti arriverebbe alla logica conclusione che la gente va distribuita tra le barche disponibili ordinatamente, in ragione della loro capienza.

I proprietari delle barche decidono di procedere così: si decide di trasferire nelle altre barche un certo numero di persone che vanno traghettate.  Ma non le prime che capitano, in ordine di arrivo. No, si decide di scegliere solo passeggeri con alcuni specifici requisiti (diciamo tutti quelli più alti di 1 m e 75).

Nascono così diversi problemi pratici:

  1. Queste persone vanno trovate, via via che arrivano, perché non sono già sulle barchette vicine alla riva.
  2. Quando arriva va spiegato a loro, ma specialmente agli altri, che devono smettere di saltare e aspettare che li si trasferisca.
  3. Il numero stabilito non è comunque sufficiente a dividere equamente il carico tra le barche: la gente continua ad arrivare e non tutti sono così alti, anzi.
  4. In attesa di effettuare questa macchinosa distinzione di gruppi, tutti dovrebbero restare fermi sulle barchette vicino alla riva. Tutti. Guai a chi salta.

L’unica cosa certa e prevedibile quindi è che le barche vicino alla riva prima o poi affonderanno e un sacco di gente sarà portata via dalla corrente. E intanto i proprietari delle altre barche continuano a congratularsi l’uno con l’altro per la magnifica idea che hanno avuto per gestire la situazione.

Niente di personale


Ieri, nel bel mezzo di una conversazione di lavoro con lo staff di un progetto europeo (si parlava di politiche europeee in materia di migrazione e asilo, tanto per fare una cosa nuova), mi sono guardata per un attimo dall’esterno. Era un contesto in cui, in linea del tutto teorica, si stava esprimendo la mia parte professionale. Niente di personale, dunque. Giusto un paio di giorni prima, a un convegno universitario, mi ero subita l’esposizione di una notoria querelle antropologica sul distacco/coinvolgimento dell’osservatore/ricercatore (in gergo: il pippone metodologico) che, con poche varianti, mi accompagna costantemente dai tempi in cui in gioventù mi appassionavo delle vicende di Rib-Adda e di altri oscuri personaggi levantini del secondo millennio a.C.

Eppure quello che stavo dicendo, in un inglese che malamente faceva da schermo alla mia indignazione, lo sentivo assolutamente personale almeno da quattro punti di vista:

– come cittadina italiana, perché vedo disattesa e calpestata una costituzione bellissima e alta, frutto del lavoro e dell’esperienza di molti (“Una cattiva politica è sempre figlia di una cattiva cultura”, diceva l’altro giorno Stefano Rodotà in Gregoriana);

– come europea, perché mi sembra che  questa piccineria meschina mi rubi il sogno di un’Europa casa comune e offenda nel profondo le istanze di libertà e giustizia sociale che l’hanno percorsa nel passato lontano e recente;

– come madre, perché i valori di chi governa il mondo sono sempre più in contrasto con i valori che cerco ogni giorno di insegnare a mia figlia;

– come donna e come persona, perché ad oggi, se dovessi scegliere un Paese del mondo dove migrare (ci pensavamo per scherzo ieri con un amico) fatico a pensarne uno che non si stia macchiando di delitti gravi contro l’umanità. La qualità della vita riservata a un club esclusivo di persone scelte ai danni di altri uomini, donne, bambini è qualcosa che dovremmo far più fatica ad accettare, oggi che le dirette conseguenze di alcune scelte economiche e politiche sono sotto i nostri occhi tutti i giorni, in ogni momento.

Quindi, mi scuseranno i colleghi più professionali di me, la prendo sul personale, sempre.

(La vignetta è, come è ormai tradizione, di Mauro Biani)

Non dispero


Improvvisamente mi trovo a vivere in un Paese che discute animatamente di rifugiati. Quello stesso Paese che ignorava felicemente e compattamente tutte le questioni di cui vi parlo da un po’ di anni: il Regolamento di Dublino, il fotosegnalamento, Eurodac e compagnia bella. Non fraintendetemi, non dico che adesso queste cose siano conosciute e comprese. Però se ne parla un sacco. Anche in televisione.

Che bello, direte voi. Insomma, vi dico io. Improvvisamente capisco pienamente la frustrazione dei nutrizionisti veri davanti agli articoli intitolati “10 trucchi per affrontare la prova costume”. Degli archeologi universalmente rappresentati, agli occhi del pubblico, da Indiana Jones. Se mi mettessi ad elencare l’intero catalogo di fesserie, imprecisioni, assurdità e semplici falsità che vengono sciorinate ogni dove, nonché amplificate e commentate sui social, questo post non arriverebbe mai a conclusione.

Non vi nascondo che ogni tanto mi assale lo sconforto. Ma, ne sono convinta, questa tenace e assidua ondiata mediatica di allarme, terrore e considerazioni orrende può e deve essere contrastata, almeno nel nostro piccolo. In questi anni, qui sul blog e sui social, ho provato a condividere i miei pensieri e la mia esperienza. E qualcosa oggi, in questi momenti difficili, torna. Un’amica che suggerisce ai suoi colleghi una donazione; un’altra che mi racconta dell’incontro con un giovane rifugiato eritreo, a casa di amici; un’altra che, di passaggio a Roma, stasera viene al convegno del Centro Astalli. L’altro giorno la mia amica Natalia mi ha parlato dell’impegno di un gruppo scout che lei conosce bene a sostegno dei rifugiati in transitano a Roma. Mi sono incuriosita e le ho chiesto di mettermi in contatto con Marco, il capo scout con cui collabora.

Ecco qui, dunque, una testimonianza a due voci. Di Marco, capo scout, e di Natalia Cattelani, che conoscete come cuoca e foodblogger, ma qui nelle vesti di mamma e soprattutto della splendida persona che è. Grazie a tutti e due.

Faccio una premessa: l’associazione scout di cui fa parte il nostro gruppo è la FSE-Federazione Scout d’Europa, a cui aderiscono più di 19.000 soci in Italia. 

Ogni gruppo viene gestito da una comunità di capi, e l’insieme dei gruppi di una stessa zona forma un distretto, gestito a sua volta da un responsabile (chiamato in gergo “commissario”): nel nostro caso si tratta di Andrea Stabile per il distretto Roma Est. Andrea ha ricevuto più di un mese fa una prima richiesta di aiuto, da parte di uno dei capi dell’associazione, per dare una mano con la preparazione e distribuzione viveri per l’emergenza a Ponte Mammolo [Ponte Mammolo, nei pressi della fermata della metro B, era una baraccopoli dove da anni risiedeva un gruppo di rifugiati eritrei: negli ultimi tempi l’insediamento si era assai allargato a causa dell’arrivo di profughi in transito, diretti verso il nord Europa].
Subito Andrea ha coinvolto noi singoli capi dei vari gruppi del distretto per garantire la presenza di un gruppo di almeno 5-6 persone ogni domenica di maggio e giugno. La risposta è stata ovviamente scontata, tenendo fede al nostro motto “sempre pronti!” 🙂 Andrea è in contatto anche adesso con don Marco Fibbi, parroco di San Romano, che coordina questo tipo di servizio e si stanno dando un gran da fare spendendo tempo ed energie per una gestione attenta e pronta a soddisfare le richieste.

Come dicevo, la prima esperienza per i capi del mio gruppo (e quindi anche per me) è stata a metà maggio, mentre altri capi del distretto avevano già distribuito nelle domeniche precedenti. Se fino a pochi giorni prima si parlava di dover preparare panini e 1 pasto cucinato per un massimo di 150-200 persone: venerdi sera le comunicazioni di don Marco erano abbastanza preoccupanti: a Ponte Mammolo infatti erano già arrivate almeno 400 persone (si sarebbero poi rivelate molte di più la domenica sera per il servizio).

Abbiamo inizialmente coinvolto solo i capi maggiorenni e qualche genitore disponibile a darci una mano nella preparazione di 400 panini. Durante il pomeriggio di domenica è partita la preparazione del cous cous, circa 15-20 kg. Abbiamo conosciuto di persona don Marco che ci ha prospettato una situazione difficile. Non sapevamo ancora cosa avremmo trovato nel parcheggio di ponte mammolo e ovviamente in queste situazioni la voglia di servire si scontra con la paura di non essere preparati alla gestione di una situazione umanitaria così sconvolgente. Ma, come recita uno degli articoli della nostra legge, “lo scout sorride e canta anche nelle difficoltà”, e dunque abbiamo caricato tutto in macchina, compresi circa 100 lt di latte offerti dalla caritas della nostra parrocchia e siamo partiti.

La visione di tutte queste persone ammassate nel parcheggio e nella baraccopoli (che sarebbe stata abbattuta il giorno successivo dalle ruspe) ci ha sicuramente colpito emotivamente, ma allo stesso tempo ci ha caricato: le persone si sono messe educatamente in fila. La paura più grossa era il timore che avremmo potuto finire il cibo prima che tutti e 500 o 600 avessero potuto mangiare: temevamo più che altro di deluderli, di leggere il disappunto nei loro occhi.

Invece tutti questi pregiudizi sono scomparsi vedendo i sorrisi, i ringraziamenti, e in particolare vedendo i ragazzi chiederci buste dell’immondizia per girare e pulire il parcheggio dai piatti e bicchieri di plastica.

Le domeniche successive Ponte Mammolo era tornata nella “normalità”: erano presenti meno di cento persone e la distribuzione da parte di altri capi è stata più tranquilla.

Poi è stata la volta del parcheggio Stazione Tiburtina, la domenica prima del nuovo sgombero da parte delle forze di polizia. Se a Ponte Mammolo la situazione sembrava isolata, per la particolare posizione del parcheggio, qui ci trovavamo in zone normalmente di passaggio. Parlando con uno dei capi più giovani, qualche giorno dopo, ho potuto constatare come il pessimo giornalismo contribuisca ad aumentare i pregiudizi. Nascono facilmente nelle loro menti associazioni del tipo: “Ma se se la passano così male perchè hanno i cellulari”, o “Che gli ci vuole a rubare una macchina”, senza che ci si renda pienamente conto dell’assurdità di certe affermazioni. Ma dopo, attraverso l’esperienza diretta, hanno capito che si trattava di pensieri infondati.

Dopo lo sgombero, la situazione profughi è balzata all’onore delle cronache e la gestione della distribuzione viveri è passata alla CRI, come ci aveva avvisato don Marco. Con Andrea abbiamo così cambiato strategia, invitando i capi e le famiglie a portare viveri già cucinati presso le sedi del nostro gruppo. La risposta è stata molto positiva e tante famiglie hanno contribuito cucinando riso e cous cous da destinare al centro Baobab e alla tendopoli da poco installata dietro la Stazione Tiburtina (via delle Cave di pietralata).

Nel corso delle settimante le poche notizie che arrivavano dai mezzi di comunicazione raccontavano solamente sgomberi e suggerivano che “il problema” era stato risolto, senza precisare che invece i profughi si trovavano principalmente al Baobab. Molte famiglie erano preoccupate della situazione e ci chiedevano continuamente se ancora servisse preparare cibo perchè dai TG sembrava tutto risolto. Ma non è affatto così, come ho potuto constatare di persona domenica scorsa al Centro Baobab.

Uno dei genitori che ha cucinato cuscus alle verdure per i rifugiati di via Cupa è Natalia, che commenta così questa esperienza.

I miei genitori mi hanno sempre insegnato a vivere da buona cristiana anche per gli altri , ad avere quell’attenzione in più verso “un prossimo” che poteva anche essere uno sconosciuto ma anche far parte della famiglia, il prossimo era chiunque avesse avuto bisogno di qualcosa .
Da grande questo aiuto l’ho trasformato in qualcosa di concreto per conciliare anche i miei impegni di mamma e di lavoratrice: ho cercato di donare quello che mi veniva di fare meglio , in modo più spontaneo e anche , lo ammetto, con il dispendio di poche energie. Non sono una super donna: io aiuto il prossimo rendendomi disponibile a preparare cibo per chi non ne ha.
Come potevo rimanere insensibile ora, non rispondere alla richiesta di Marco, il capo scout delle mie figlie di preparare pasti per i migranti di Roma? Però credetemi, come sono felice nel fare questo alolo stesso tempo sono assalita dall’angoscia di sapere che non sarà nulla in confronto al bisogno di queste persone, alle loro tragedie, alla vita che li ha scelti per un destino così crudele. E allora mi chiedo, facendo riflettere anche i miei famigliari: perché loro e non noi?

Qui trovate qualche scatto che documenta la loro esperienza.

Perché vi racconto questa storia, una delle tante storie di solidarietà che sono raccontate troppo poco, ma caratterizzano ancora le nostre città? Perché è un esempio di quello che tante volte ho scritto in questo blog e dell’invito che vi faccio, anche quest’anno, in occasione della Giornata del Rifugiato: non accontentatevi di leggere i titoli dei giornali, o di farvi stordire dai dibattiti televisivi sui rifugiati. Cercate di incontrare loro, direttamente. Di capire chi sono davvero. Per smontare un pregiudizio anche il migliore dei discorsi è meno efficace di mezzora di esperienza vissuta.

P.S. La vignetta è sempre di Mauro Biani.