Novità e vecchie consuetudini


Stamattina mi sono sinceramente rallegrata scoprendo che il ministro Profumo aveva messo a bando 6 posti di collaboratore nel suo ministero. “Su indicazione del Ministro Profumo, i suddetti incarichi, pur caratterizzati dal rapporto fiduciario intuitu personae, sono per la prima volta conferiti previo avviso pubblico e conseguente valutazione comparativa dei curricula”. Mi sembra una nota confortante e non ovvia. Parliamone, dunque. Notiamo questi segnali.

Tuttavia andando avanti nella giornata mi è toccata una seria delusione. In particolare, un comunicato della Presidenza del Consiglio, di cui vorrei proporvi una lettura commentata. Il motivo è che il contenuto è decisamente non condivisibile, e anche la forma rimanda, ahimè, ad altri assurdi parti letterari che avevamo avuto modo di vedere sullo stesso sito (ricordate, vero, le smentite sui pronostici del campionato e via delirando?).

Una premessa. Lo sapete come funziona l’Otto per mille IRPEF? E’ possibile destinarlo allo Stato (invece che alla Chiesa Cattolica o ad altre confessioni religiose), che lo userà per finanziare progetti di intervento straordinario nell’ambito di alcune precise finalità, e cioè (Legge 20 Maggio 1985 n. 222 art. 48) “per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali”. In pratica ogni anno si presentano progetti su questi temi, il governo decide in quale percentuale finanziare ciascuna delle finalità e si procede, in ordine di graduatoria, per attivare gli interventi. Si tratta uno dei pochi casi in cui l’assistenza ai rifugiati, sia pure con carattere di straordinarietà, viene espressamente menzionata tra le finalità di devoluzione del contributo. Qualcuno quindi, in perfetta buona fede, potrebbe credere che piuttosto che andare ad alimentare il generico calderone della Chiesa Cattolica, che oltre agli interventi caritativi prevede tra le finalità “esigenze di culto della popolazione” e “sostentamento del clero”, sia un gesto di impegno civile barrare la casellina “Stato” al momento di decidere la destinazione del nostro 8 per Mille, micragnoso o pingue che sia.

Però, come trovate ben documentato qui, l’ignaro cittadino già in passato si è trovato a finanziare la missione italiana in Iraq, l’abolizione dell’ICI, o addirittura per mettere semplicemente una pezza alle spese ordinarie dello Stato. Il punto mi pare semplice: quei soldi non sono donati allo Stato per farne ciò che meglio crede. L’opzione è espressa nella convinzione di sapere cosa con quei soldi verrà finanziato (anche se non si sa a priori in che misura). Non dovrebbe dunque bastare comunicarmi a posteriori che lo Stato medesimo ha cambiato idea e ci farà altro. Come dirlo meglio? Non si può fare. La legge non lo consente. Eppure, anche quest’anno, si ripete il solito scippo. E la comunicazione che lo annuncia è una vera perla del suo genere.

La Presidenza del Consiglio dei ministri rende noto che per l’anno 2011 non è stato predisposto il decreto di ripartizione della quota relativa all’otto per mille dell’Irpef a diretta gestione statale, prevista dagli articoli 47 e 48 della legge 20 maggio 1985, n.222, secondo il Regolamento di cui al DPR 10 marzo 1998, n. 76, per mancanza di disponibilità finanziaria. Pertanto nessuno dei progetti presentati con scadenza 15 marzo 2011 è stato ammesso a contributo. Amen. La “mancanza di disponibilità finanziaria”, visto che ci si riferisce a soldi incassati, mi è un po’ oscura. Ma non sono un’economista. Andiamo avanti. Si ricorda che le risorse relative alla parte dell’8 per mille che gli italiani destinano alle esigenze dello Stato vengono ripartite tra importanti iniziative di interesse nazionale, quale le calamità naturali, i restauri, l’assistenza ai rifugiati o la fame nel mondo. Ok, fin qui ci siamo. La scelta se effettuare interventi a pioggia o concentrare l’investimento prioritariamente in alcuni dei settori di pubblica utilità sopra indicati viene effettuata in ragione della disponibilità del bilancio e dell’impellenza delle necessità. Mmmm. Dell’importo totale relativo all’otto per mille dell’Irpef a gestione statale per il 2011, pari inizialmente a circa 145 milioni di euro, più della metà del fondo (64 milioni di euro) è stato destinato alla Protezione civile per le esigenze della flotta aerea antincendi durante il precedente GovernoI rimanenti 57 milioni sono stati destinati dall’attuale Esecutivo alle esigenze dell’edilizia carceraria e per il miglioramento delle condizioni di vita nelle prigioni. “I rimanenti”? 145-64 mica fa 57. E il resto? Non sono stati toccati quindi i fondi del Ministero per i Beni culturali. Vabbè, è detta in modo un po’ nebuloso, ma immagino che intendiate che i rimanenti (qui ci vuole) 81 milioni saranno usati per la “conservazione dei beni culturali”. Ma la perla è la frase finale: …né sono state tradite in alcun modo, né da questo né dal precedente Governo, le attese degli Italiani che hanno destinato la quota dell’8 per mille alle esigenze dello Stato: tali sono la Protezione civile e l’edilizia carceraria. Ma vogliamo scherzare? Gli italiani non hanno destinato il loro 8 per mille “alle esigenze dello Stato”. Non è questo che dice la legge, che in tal senso è assolutamente inequivocabile. Certo, la legge è stata ignorata già in passato. Ma non è che la si possa riscrivere a piacimento in un comunicato stampa mal scritto.

Vi propongo ben tre conclusioni:

1. Il cambiamento, la discontinuità nel governo del Paese, più che sull’orientamento politico (che è immutato, sostanzialmente) è lecito aspettarsela sul metodo. Il metodo del ministro Profumo sembrerebbe diversificarsi dalle brutte abitudini del passato. Quello della Presidenza del Consiglio molto meno.

2. Le risorse destinate all’assistenza dei rifugiati, sempre molto esigue, sono state cancellate del tutto con assoluta disinvoltura. Senza nulla togliere all’edilizia carceraria e alle flotte aeree antincendi (per questa seconda esigenza andrebbe anche considerata quanto di recente è stata direttamente finanziata la Protezione Civile), mi pare un sopruso e uno scandalo.

3. E’ sempre una buona idea destinare l’8 per mille ai valdesi. Io personalmente lo faccio da anni.

Te Deum – il giveaway di fine anno


Giusto stamattina, godendomi l’evento più unico che raro di arrivare in orario in ufficio (Meryem dormiva dalla tata), sono stata colta da una folgorazione. Oddio, diciamo da un pensiero, che così mi (e vi) mette meno ansia. Con alcuni dei miei amici/lettori ho condiviso a tratti la stesura, pubblicazione e lancio del nuovo libro del Centro Astalli, la cui copertina vedete qui di fianco, e il cui titolo (estremamente “social”, per come è nato…) è Terre senza promesse (Avagliano editore). E non ve ne regalo nemmeno una copia? Non sia mai.

Questo libro ha segnato alcuni momenti forti e importanti del mio 2011. La visita ad Andrea Camilleri, in compagnia di Ali, che ho raccontato a Zebuk. La presentazione in Campidoglio, praticamente perfetta, alla presenza di padre Lombardi: un’occasione in cui ho potuto parlare a nome del Centro Astalli, ricordando il vero significato dei respingimenti guardando negli occhi svariati prefetti del Ministero dell’Interno, seduti in prima fila. Ma prima ancora, l’avventura di ascoltare, scrivere, condividere delle storie straordinarie. Quella è stata la parte di cui sono davvero più grata. Cercare con Abel su internet le foto di Asmara, guardare incantata Ali che in due ore mima, dialoghi inclusi, tutta la sua vita degli ultimi cinque anni.

Alla fine di questo 2011, nonostante le crisi e le fatiche, mi sento riconoscente (il cielo azzurro perfetto di Roma stamattina aiuta, ovviamente). Questa allora sarà l’impronta di questo giveaway. Se volete partecipare, spiegate qui sotto in un commento (o, se volete allargarvi, linkando un post dedicato) per che cosa, in questi ultimi giorni dell’anno, provate gratitudine. Non deve essere necessariamente la cosa più bella di tutto l’anno, non state a fare graduatorie. Pensate solo a qualcosa che vi ispiri un bel sorriso di allegria, di commozione, di soddisfazione, di sollievo. Più di liste di buoni propositi, per iniziare il 2012 con il giusto sprint, mi piacerebbe leggere ricordi di cose buone. Anche minime. Che se le ammucchiamo tutte insieme faranno un figurone.

Avete tempo, ovviamente, fino alla mezzanotte del 31 dicembre. Se condividete qui e là (Facebook, twitter, blog…) sarà carino da parte vostra. Poi, nei primissimi giorni del nuovo anno, estrarrò il vincitore della copia di Terre senza promesse (che contiene, peraltro, la bellissima poesia di Piattins che ha dato il titolo al volume). E se ce l’avete già? Vuol dire che lo regalerete a qualcuno. Sono certa che non andrà sprecata.

P.S. Trovate maggiori informazioni sul libro qui. Aggiungo che sarebbe bello anche che, se apprezzate lo spirito del libro, metteste un bel “Mi piace” sulla pagina Facebook del Centro Astalli.

Antigone: la solitudine e la bellezza


“Mi trascinano per questo viaggio inevitabile, così, illacrimata, senza amici, senza sposo. Mi tolgono questa luce bella, il sole sacro. Quale pianto umano, quale voce amica gemerà sulla mia sorte?” 

L’Antigone di Sofocle è un testo che ho studiato, amato e rimuginato a lungo all’ultimo anno del liceo. Ma che poi si è riaffacciato, qua e là, in momenti diversissimi della mia vita. Questo è uno di quei momenti. Giorni fa, al lavoro, abbiamo ricevuto una mail. Un ragazzo rifugiato, uno di quelli che probabilmente abbiamo incrociato in uno o più dei nostri servizi, è morto. Lui era solo qui. Rimandare il corpo in patria, a sua madre, sarebbe un gesto minimo di civiltà. Che però costa, molto. La Croce Rossa Internazionale coprirebbe parte dei costi (circa la metà), ma il resto? Gli operatori che l’hanno più seguito e conosciuto chiedono a tutti di contribuire, perché si raccolga la cifra in questione. Io, da quando ho letto questo appello, mi sento combattuta. Da un lato la mente pratica dice: ci sono tanti, troppi vivi, che non hanno neanche l’indispensabile. Spendere qualche migliaio di euro per un morto suona come un tragico lusso. Dall’altro però non posso non vedere l’altro lato della medaglia: una madre che non può seppellire suo figlio perché non può permetterselo. Una forma ulteriore di abbandono, di oblio. La lontananza che si perpetua nel negare, di quel figlio perso, persino una sepoltura. E’ qui che ho pensato a Antigone. Una che per una sepoltura si è fatta seppellire viva. Ne valeva la pena? Beh, risponderebbe qualcuno, magari non è proprio per il cadavere, ma per una questione di principio. La legge, la coscienza… Io lo seppellirò. E poi sarà bello morire. Cara a lui riposerò con lui a me caro. E avrò compiuto un delitto santo. Il tutto per dire che non lo so davvero come la penso, anche su questo. E’ difficile essere pratici in queste cose. Penso a cosa proverei se quella madre fossi io. Ma tanto non lo saprò mai, questo. Un altro esercizio ozioso.

Però Antigone è ricomparsa nella mia vita e con essa il tema che più mi folgorava, al liceo, quando leggevo il testo greco: la solitudine. La solitudine, da adolescente, mi affascinava e mi terrorizzava come un crepaccio cattura lo sguardo di chi soffre di vertigini. Oggi, a tanti anni di distanza, la solitudine ha acquistato tante diverse sfumature e tutte molto distanti dalle mie piagnucolose serate di liceale. Ancora una volta il pensiero corre ad alcuni rifugiati. Quasi tutti loro sono soli, per buona parte della loro esperienza qui. Ricordo un quadernino di un ragazzo curdo di 19 anni che frequentava la scuola di italiano, tanti anni fa: una pagina intera era riempita con la parola yanliziyim, “sono solo”. Però la solitudine si accentua in alcune situazioni estreme. Un ragazzo afgano ha avuto un ictus, è stato in coma, ora si è risvegliato e è in ospedale. Nessuno lo va a trovare, non ha nessuno. Una professoressa del corso serale che frequenta si fa in quattro per andare di tanto in tanto, per informarsi dai medici anche se non potrebbe. Diciotto anni, solo al mondo, qui. Lo stesso è successo a un ragazzo egiziano, l’estate scorsa. Le mie colleghe, che avevano fatto con lui due o tre colloqui di orientamento, erano tra le persone che avevano con lui legami più stretti, qui a Roma. Lo ricordano sperduto in un letto di corsia, confuso e disorientato, completamente perso. Il recupero sarebbe stato difficilissimo. Nessuno gli parlava. Un altro ragazzo, afgano, quella stessa estate non ce l’ha fatta. E’ affogato, incomprensibilmente, su una spiaggia del litorale romano. Roba che se uno pensa a quello a cui era sopravvissuto, più che ad Antigone pensa a Samarcanda.

Del resto la stessa solitudine colpisce, a volte, chi più si spende a fianco di queste persone dimenticate. Penso a uno stimatissimo collega che, ricoverato in ospedale per una malattia grave, è stato di fatto assistito solo dalle colleghe di ufficio. Preso dalla causa, noto a tutti, coordinatore di reti nazionali, non ha una famiglia e, alla fin fine, condivide nei fatti (pur nella diversità delle situazioni) la condizione di coloro per cui tanto si spende.

A conclusione di questo quadro piuttosto fosco, volevo invece parlarvi di un libro che mi ha molto colpita: questo. Un libro che vorrei che mia figlia leggesse, appena sarà in età per farlo (diciamo alle medie, o forse anche agli ultimi anni di elementari). Si parla di lotta alla mafia, ma anche di molto altro. Un passo in particolare mi pare molto efficace. Bregantini usa l’immagine del lupo di Gubbio (la sapete la storia, vero? altrimenti ascoltatevi la canzone di Branduardi, come consiglia lo stesso vescovo) per raccontare ai ragazzi delle scuole la mafia: “Certo, sono necessari degli adattamenti: i mafiosi non uccidono per fame. Però è vero che, oltre ai boss che si spartiscono le grandi ricchezze degli affari illeciti, ci sono i tanti ‘manovali’ della ‘ndrangheta che vivono di briciole […]. Dal vivere ai margini a mettersi consapevolmente ai margini il passo è breve. Per questo l’antimafia non è fatta di eroi solitari. Occorre una comunità – come a Gubbio – per vigilare sul male e prevenirne gli attacchi, ma anche per riconoscere le situazioni in cui il male affonda le proprie radici e per trovare il modo di risanare il terreno. Non basta un prete, un vescovo o un Saviano […] Per combattere la mafia non basta denunciare le negatività – come fanno Saviano e altri autori – che conoscono i fatti in maniera approfondita e fanno benissimo a descriverli con la necessaria crudezza. La loro chiarezza e lucidità ci aiuta a capire. Ma non basta! A noi – Chiesa e società civile, tutti e ciascuno – tocca il compito di andare oltre, di raccontare e valorizzare il positivo che già c’è, di seminare il bene e il bello, altrimenti si rischia di rimanere schiacciati dall’orrore”. Il contrario della solitudine sterile e potenzialmente pericolosa è, sorprendentemente, la bellezza. Sottrarre all’incuria, valorizzare il bello,  insegnare ad apprezzarlo è uno delle vie più efficacia per consolidare la speranza e, con essa, il tessuto sociale. Nelle prime pagine Bregantini parla della cattedrale normanna di S.Maria Assunta Gerace, in cui l’architettura è talmente raffinata che i raggi di luce penetrano nel tempio seguendo percorsi precisi a seconda delle ore del giorno e del calendario liturgico, in modo che il 15 agosto, giorno dell’Assunzione, il sole colpisce esattamente il centro del presbiterio. Un po’ come accadeva in certi templi egiziani, che hanno sempre colpito la mia immaginazione pur non avendoli mai visti. Io a Gerace sono stata più volte, ma questa cosa non la sapevo. Questo credo che sia il punto dell’apprezzamento della bellezza di cui parla Bregantini: non si tratta solo di goderne individualmente, in solitaria contemplazione, ma di condividerla e restituirla al territorio, ridando dignità a tutti coloro che ci vivono. Troppo astratto? Forse. Ma si parla anche di cooperative, di logiche di sviluppo, di idee concrete e tangibili. E’ un libro pieno di affetto e stima per la terra di mia madre, quella Calabria dove alle volte il concetto di destino soffoca ogni possibile cambiamento. E mi commuovono le sottolineature, a matita, di una donna che quella terra l’ha abbandonata a 19 anni, pur senza cessare mai di amarla profondamente. In quei segni sobri la vedo annuire, sospirare, ricordare e anche sperare in quei giovani in cui ha sempre riposto tutta la sua più sincera fiducia.

Vicini di casa


Qualunque cosa accada nel nostro Paese, qualunque strada prendano gli eventi e a prescindere dalle conseguenze che porteranno con sé, noi, discepoli di Gesù, rimarremo solidali di ogni siriano senza guardare alla sua appartenenza politica, religiosa, tribale o linguistica. Ciascuno di noi solidarizzerà con il suo vicino di casa senza scegliere tra vicino e vicino se non per sostenere l’equità e difendere il debole. Prepariamoci dunque a dare rifugio, al momento della prova, al nostro vicino chiunque egli sia, sapendo che nel pericolo non ci darà rifugio nessuno fuorché il nostro vicino, colui con il quale abbiamo spezzato fin dall’infanzia il pane delle gioie e dei dolori.

Paolo Dall’Oglio sj, Appello di Natale 2011

Non so che rapporto voi abbiate con i vicini di casa. Io sono divisa tra il desiderio (teorico) di socializzare e l’incubo di farlo davvero. Però, anche in una grande città come Roma, sento meravigliose storie di vicini di casa che solidarizzano, fanno cose insieme (dalla grigliata di arrosticini alla spesa al GAS), si supportano nella cura di figli e anziani, realizzano persino orti condominiali autogestiti. Mi capita però spesso di pensare a questo paradosso della vicinanza/lontananza. Dell’estraneità a due metri da casa tua.

Anche Nizam, spesso, mi ci fa riflettere. Il vicino di casa, per un musulmano, è una categoria protetta di per sé. Esserci per i propri vicini, a prescindere dalla comunanza di religione o di etnia, è uno dei cardini etici di un buon musulmano, con preciso fondamento coranico (Sura anNisa: “Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, i vicini vostri parenti e coloro che vi sono estranei, il compagno che vi sta accanto, il viandante e chi è schiavo in vostro possesso”) e abbondanza di aneddoti della vita del Profeta. Sebbene la formulazione della sura sia infinitamente più generica di quella evangelica (nei testi cristiani non ci si limita a raccomandare di trattare bene chi ci è toccato in sorte come vicino, ma persino attivamente a “farsi prossimo”, a prescindere, anche di chi è lontano da noi, fisicamente e spiritualmente) ho la sensazione che questo concetto in molti Paesi a maggioranza musulmana sia preso più sul serio di quanto non avvenga da noi. Nell’esperienza di Nizam questo si traduceva in pasti condivisi, specialmente in occasione delle festività, assistenza in caso di malattia, condivisione di lutti. E’ un fatto anche che, durante la guerra in Libia, Tunisia e Egitto abbiano aperto le frontiere a chi fuggiva, nonostante l’oggettiva delicatezza della situazione dal punto di vista politico e economico. Un precedente importante è stato quello della Siria e della Giordania, che hanno accolto centinaia di migliaia di persone in fuga dall’Iraq (molte delle quali, tra l’altro, di religione cristiana). Trovo quindi intelligente il richiamo di Paolo Dall’Oglio, gesuita e monaco che vive e opera in Siria dagli anni Ottanta: il rischio di una guerra civile devastante c’è, ed è molto concreto. Dall’Oglio (che oggi rischia l’espulsione dal Paese come persona non desiderata) sta facendo appello a tutti i valori condivisi che ancora esistono in quei luoghi, la solidarietà tra vicini in primo luogo. Probabilmente fallirà anche lì, ma non posso fare a meno di pensare che nessuno, in Italia, potrebbe mai pensare di fare leva su questo concetto, oggi. Una volta sì, a giudicare dai racconti dell’epoca della guerra. Mia madre mi parla di persone accolte, nascoste, sfamate, ospitate a prescindere dal credo religioso o politico di chi era accolto e dalla povertà drammatica di chi accoglieva. E quasi ogni narrazione di quel periodo contiene episodi del genere.

Ieri ho partecipato a una conferenza stampa di Medu (Medici per i diritti umani) sui rifugiati che vivono per strada a Roma. Mi sono resa conto che per me si tratta di situazioni note, che sono abituata a considerare e analizzare. Ma così non è per la maggior parte dei miei concittadini. Anche in questo caso si tratta di vicini di casa. Vicinissimi. Penso a i profughi afghani accampati alla Stazione Ostiense. Una storia che dura da molti anni. Se cercate sul web troverete abbondante documentazione. Ma basterebbe aprire gli occhi, quando ci si passa davanti. Si tratta di 100-150 persone accampate a margine di un binario di una delle stazioni più frequentate di Roma. Non è che sia tanto difficile sapere che ci sono. E che tanti, troppi, sono ragazzi di meno di 18, persino bambini, non accompagnati. Da un po’, arrivano anche madri sole con neonati. Stanno lì, messi tra parentesi dalla nostra città. Gli insediamenti “alternativi all’accoglienza”, come li definisce con un favoloso eufemismo un bando del Ministero dell’Interno, sono una questione complicata da risolvere. Tiri un filo e viene fuori un groviglio di problemi, alcuni locali, alcuni nazionali, altri persino europei. Una matassa di leggi, lacune normative, corto circuiti burocratici. Resta un fatto. Lì ci sono un buon numero di nostri vicini di casa, anche se al momento la casa non ce l’hanno. Ho detto, senza alcuna ironia, al Momcamp che mi considero privilegiata perché ho l’opportunità di conoscere alcuni di loro. Sono consapevole di essere sembrata bizzarra, ma vi assicuro che se faceste la stessa esperienza anche voi lo pensereste. Ho visto con i miei occhi signore non più giovani, volontarie della scuola di italiano, andarsi a bere un té in un binario morto invitate dai propri studenti come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Presto però il campo profughi all’Air Terminal non ci sarà più. In pochi mesi aprirà Eataly e la stazione accoglierà i nuovi treni NTV. Una bella notizia, la riqualificazione di un quartiere che certamente merita. Basta con le tendopoli, che offendono la dignità di tutti, rifugiati e cittadini. Ma c’è un piccolo particolare. Le persone da lì, in qualche modo, saranno tolte. Ma le alternative, al momento non esistono. A meno di un miracolo di responsabilità civile congiunta (per cui, a onor del vero, il presidente dell’XI Municipio si sta spendendo per quanto gli è possibile), finirà che gli afgani si accamperanno altrove, un po’ più nascosti. E tutti noi avremo perso una splendida occasione per dimostrarci, una volta tanto, lungimiranti.

Post scriptum. Forse può essere utile un piccolo video illustrativo. Ne trovate vari, in rete.

Storie di famiglie – 2


A. è un paraculo. Faccia da schiaffi, simpatico, solare, estroverso. Una sagoma. Ancora parla malissimo italiano, ma non sta zitto un momento, gesticola, ride, scherza. Sa di essere un bel ragazzo e ci marcia. Non ha soldi neanche per le sigarette, ma non cede alla t-shirt e ai jeans. Ha sempre una certa eleganza, pantaloni con la piega e camicia. Le conversazioni con lui tendono a prendere una piega surreale e, anche se l’argomento è spesso tragico, si finisce per sbottare a ridere insieme. A. è somalo. E anche lui ha una famiglia in perfetto stile somalo. Atipica, sparpagliata su tre nazioni e quattro città, con un portafoglio di sfighe che sarebbe troppo complicato passare in rassegna in modo esaustivo (viste anche le serie difficoltà di comunicazione). La principale, tuttavia, è quella di dovere avere a che fare con l’ambasciata italiana a Nairobi per ottenere i visti per il ricongiungimento familiare.
In sintesi, ha due figli la cui madre è morta e che ora vivono con la nonna in qualche posto della Somalia.  Nel frattempo, in Kenya, si è sposato un’altra donna, somala come lui, (“perché per un uomo una donna è importante!” ci ripete a ogni pié sospinto). Ora che è rifugiato in Italia ambirebbe a fare confluire qui la sposina e i suoi figli. E qui incappiamo nel solito problema. Ai figli (pagando) si può fare il test del DNA, onde verificare la legittimità del ricongiungimento. La moglie però, non essendo la madre dei figli, non può essere sottoposta al test. Dei certificati di matrimonio kenyoti, a quanto pare, l’ambasciata italiana non si fida. Sembra che ne girino molti falsi. Lo stato di famiglia in Somalia, peggio che andar di notte. E quindi? Quindi no, apparentemente non si può fare. Abbiamo incontrato un altro somalo che, visto che non aveva figli, alla fine si è arreso e la moglie l’ha lasciata là e ha chiesto di fare venire la madre, che almeno è consanguinea. Però A., giustamente, non si rassegna. “Ma quante coppie senza figli ci sono qui in Italia?”, ci argomentava (sto traducendo molto liberamente dal suo coloritissimo italo-somalo). “Vi pare che una moglie non è moglie solo perché non ha avuto figli da me, ancora?”. E no che non ci pare. Però… “E allora la risposo!”. Prego? “Loro (l’ambasciata) mi dicono dove la devo sposare e io vado e la sposo. Così a loro va bene”.
Ora, soprassedendo sui costi e sull’irrealizzabilità del matrimonio bis, converrete che A. non ha fatto altro che dare voce a un nostro pensiero ricorrente, che vi vado a formulare qui. Ma insomma, cara ambasciata italiana, questi somali dove volete che si sposino? In Somalia no, perché senza governo l’anagrafe non esiste. In Etiopia no, perché al massimo li fanno sposare in moschea e non lo considerate un matrimonio valido. In Kenya men che meno, perché il certificato poi rischia di essere falso o anche solo di sembrarlo. Certo, un modo per aggirare i problemi ci sarebbe. Andarsene in Kenya, dove tua moglie è parcheggiata in attesa del visto a Nairobi e provvedere non a risposarla, come vorrebbe romanticamente il nostro giovane paraculo, ma a generare un figlio là per là, seduta stante. Così si fa il test del DNA ed è tutto a posto. Ma questo, a parte i tempi comunque un po’ lunghi che la cosa richiede, non ci sentiremmo di consigliarlo, francamente.

Storie di famiglie


Da quando sono mamma e sono on line anche in quanto tale, ho notato che quasi ogni aspetto della maternità si è guadagnata un suo spazio nei media: gravidanza, parto, educazione dei bambini e degli adolescenti, adozioni all’estero, fecondazioni assistite. Ci sono aspetti che hanno più o meno spazio, più o meno popolarità. Varia molto la competenza e l’impostazione di programmi, siti e forum. Ma la genitorialità, in generale, è un tema che interessa a una buona fetta di popolazione – come dimostrano anche il fiorire di proposte commerciali connesse al tema. Già da prima dell’estate vado rimuginando su quanto possa essere diverso per un migrante (e ancor di più per un rifugiato) essere genitore. Un tema dolorosissimo, solitamente velato da omissioni e non detti. Le parole chiave della genitorialità migrante sono infatti, di solito: separazioni obbligate (a volte spaventosamente traumatiche), lontananze protratte e, nel migliore dei casi, ricongiungimento familiare (che però vuol dire, anche: procedure burocratiche estenuanti e surreali; spese esorbitanti; frustrazioni reiterate e incomprensibili per tutti gli interessati…). No, decisamente non è una passeggiata. Neanche quando i ricongiungimenti vanno a buon fine.
Stamattina, nel mio ufficio, sedeva una giovane donna somala, sorridente sotto un velo fucsia sottile ed elegante. E’ una persona molto riservata, non ci ha mai raccontato i dettagli della sua storia e noi, del resto, non glieli abbiamo mai chiesti. Sta cercando di fare arrivare in Italia i suoi tre bambini e suo marito, che adesso sono in Somalia (e qui apro una parentesi: avete presente quale sia l‘attuale situazione in Somalia e nei paesi vicini?). Premettiamo che qualunque madre italica (o europea, o americana…) sarebbe stata in preda all’ansia e al panico. Lei ostentava una sorta di determinata rassegnazione (non so se mi spiego), tipica di chi vive da talmente tanti anni in mezzo agli orrori da aver rinunciato a ogni reazione scomposta. Il colloquio di oggi verteva sui documenti da produrre e qui, da un intoppo burocratico, abbiamo avuto la possibilità di farci un’idea dell’esperenza di questa donna. Sul suo permesso di soggiorno, alla voce “stato civile”, si legge: vedova. Abbiamo quindi dovuto chiederle, necessariamente, di raccontarci un po’ di fatti suoi. Il padre dei suoi bambini è stato ucciso, in Somalia, in circostanze tragiche che non abbiamo approfondito e che l’hanno costretta, a sua volta, a fuggire, lasciando i suoi tre bambini piccoli a sua madre. Quando ha raccontato la sua storia alla commissione per il riconoscimento dello status, le hanno riconosciuto l’asilo ai sensi della Convenzione di Ginevra. In questi anni è successo che sua madre si è ammalata e ha perso la vista. Non era più in grado di badare ai bambini da sola. In mancanza di altri parenti, un vicino di casa si è occupato dei bambini e dell’anziana donna (che probabilmente, vista la vita media e la qualità della vita in Somalia, avrà una cinquantina d’anni…). Li ha presi a vivere con sé e quando una delle bambine si è ammalata e aveva bisogno di essere ricoverata in ospedale, l’ha portata in Etiopia e ha pagato per salvarle la vita. Ha fatto di quelle persone abbandonate al loro destino la sua famiglia. In occasione dell’operazione della bambina, la ragazza che era da noi oggi è riuscita a raggiungere sua figlia a Addis Abeba: il suo passaporto di rifugiata non le consente di tornare al suo Paese, ma in Etiopia è riuscita ad arrivare, grazie al generoso sostegno di amici e connazionali. Lì, ad Addis Abeba, il vicino/nuovo padre dei suoi figli le ha chiesto, con grande semplicità, di sposarlo. Lei ha trovato assolutamente ovvio farlo. Non essendo cittadini etiopi si sono sposati in moschea e poi hanno registrato l’unione anche civilmente (in una forma che speriamo ardentemente che il nostro consolato in Etiopia riconoscerà valida). Forse questa non è una storia romantica. Non almeno nella forma a cui siamo abituati. Io trovo che questa sia una famiglia, eccome. Una famiglia che ora meriterebbe di riunirsi, per la prima volta, in un Paese senza guerra, per continuare a combattere insieme la povertà, la precarietà, l’esclusione che segnerà necessariamente anche la loro storia in Italia.
Riusciranno a farlo? Chissà. Certo ci vorrà tempo ed è anche possibile (noi lo temiamo) che dal ricongiungimento quest’uomo generoso rimanga escluso, perché non si riterrà adeguatamente documentato il loro vincolo matrimoniale (anche perché non è il genitore biologico dei figli). Noi però facciamo il tifo, per loro e per tutti quelli che combattono battaglie simili, nell’indifferenza generale.

Zygmunt, guardaci!


“I rifugiati sono rifiuti umani, senza nessuna funzione utile da svolgere nella terra del loro arrivo e soggiorno temporaneo e nessuna intenzione o prospettiva realistica di assimilazione e inserimento nel nuovo corpo sociale”. Oltretutto, poiché non è fisicamente possibile rimuovere tutti i rifiuti – oppure non è possibile tenerli lontani in modo che noi non li vediamo -, ecco che si fa in modo che vengano sigillati in “contenitori a tenuta stagna”: campi profughi o ghetti che, da provvisori, diventano definitivi cosicché chi li popola non potrà mai più accedere al diritto di piena cittadinanza. 

Cito da una recensione  on line di questo libro, una delle letture più dolorose di questi anni. Ora che ci penso, dovrei rileggerlo. Non mi sono mai riuscita a togliere dalla testa questo parallelo ferocissimo tra migranti e spazzatura, tra discariche e campi profughi. “Il bene primario della società dei consumatori sono i consumatori; i consumatori difettosi sono il suo passivo più irritante e costoso”. Il parallelismo tra smaltimento dei rifiuti e migrazioni regge, eccome se regge.

Forse è anche per questo che quando Marichia, una donna appassionata, determinata, ma anche poetica mi ha parlato di questa fondazione e della sua intenzione di coinvolgere di un gruppo di rifugiati a Roma per realizzarlo anche qui, sono rimasta così colpita. Oggi, a meno di un mese dall’avvio delle attività, grazie a un patchwork di collaborazioni cucito in tempo reale in un paio di giorni alla fine di luglio, questa idea bellissima si è già tradotta in bicchieri, borse, collane, cartoline. Soprattutto, cosa ancora più insperabile, il gruppo di rifugiati esiste. Sono motivati, competenti e agguerriti. Il bigliettino su tutti i prodotti recita: “Questi oggetti artigianali, fatti con materiali di scarto, sono il risultato della creatività di rifugiati coraggiosi che spostandosi per mari e terre alla ricerca di protezione, vogliono contribuire al bene comune, ripulendo l’ambiente e utilizzando rifiuti per trasformarli in doni preziosi. Refugee ScArt è un dono che torna: aiuta chi l’ha creato e aiuta anche te a vivere in un ambiente più pulito”.

Ora che il primo passo è fatto, bisogna immaginare gli altri. Sarà necessario riuscire a dare concretezza e sostenibilità a questa idea. Intanto voi date pure una sbirciatina ai lavori in corso.

Oddio, ma era oggi?


Oggi è sui social network è la Giornata dedicata alla ricerca di buone prassi al femminile. La data mi era sfuggita, ma ci tengo ad aggiungermi in corsa. Però. Questo tema qualche difficoltà me la pone. Non mi va di scrivere qualcosa “in generale”, che nulla aggiungerebba a una conversazione importante come questa. Non mi va nemmeno di pescare qualche aneddoto, perché anche questo non aggiungerebbe granché alle belle esperienza raccontate da altre. Vorrei condividere con voi un punto di vista molto particolare, che forse va leggermente fuori tema, ma che dice molto del mio lavoro e della mia vita. Forse non troppo stranamente, come ho già fatto per la giornata di socialblogging sulla scuola, citerò un gesuita. No, non storcete il naso. Il problema è che questi gesuiti, senza essere particolarmente esemplari per valorizzazione della donna come risorsa umana (come categoria, eh? lettori esclusi) , in questi anni mi hanno dato molta materia di riflessione non banale, non scontata, su tanti temi importanti.

Fatta questa premessa, eccovi un brano di una Lectio Magistralis per il decimo anniversario della creazione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Il relatore è padre Mark Raper, che ha lavorato per 20 anni con il JRS.

Guardando attraverso gli occhi di coloro che serviamo, vediamo le cose in modo del tutto nuovo, da una nuova prospettiva, a volte felice, ma talvolta scioccante; dopo, il mondo non è più lo stesso. Ho conosciuto una donna ruandese, che aveva perso il marito nella guerra civile, e il figlio maggiore era stato catturato e ucciso dai suoi vicini; eppure, nonostante tutto, lei continua a cucinare e portare cibo a quegli stessi vicini, continua a sperare in un mondo senza guerra. Ora so che la pace è davvero possibile. Ho conosciuto una donna sudanese la cui vicina stava morendo di colera: incurante del rischio che correva, ha semplicemente preso con sé il bambino di quella vicina e lo ha strappato a morte certa. Da lei ho imparato cos’è veramente la compassione. Ho conosciuto una donna vietnamita che ha perdonato faccia a faccia, e dinanzi a molte altre persone, l’uomo responsabile della morte della sorella e dei suoi due figli. Più tardi aveva ritrovato il marito fuggito altrove, e insieme hanno ricomposto la famiglia. In un campo rifugiati thailandese ho conosciuto una donna che, oltre ai suoi due figli sopravvissuti, si prendeva cura di 20 orfani. In Cambogia le erano morti il marito e otto figli. Voleva perdonare chi le aveva ucciso il marito, e pregava perché nel suo paese ritornasse la pace. Queste donne danno alla riconciliazione un nuovo, più ricco significato.
Ogni giorno in ogni campo, in ogni centro di detenzione e in ogni insediamento urbano di rifugiati, gli operatori del JRS sentono storie come queste. Il nostro primo servizio è ascoltare le persone e, attraverso l’ascolto, aiutarle a trovare il coraggio di continuare a vivere. E ciò che abbiamo visto e udito ha indubbiamente cambiato la nostra, di vita. Dai rifugiati ho imparato che se si vuole dare forma concreta alla visione di quella società futura cui tutti aspiriamo, bisogna trarre insegnamento dalle vedove e dalle madri che nella guerra hanno perduto mariti e figli. Chi non ha più nulla da perdere, spesso è più libero di immaginare e descrivere una società ideale, ed è capace di una resistenza e di una fiducia straordinarie nel perseguire il proprio sogno per il futuro
.”

Sono buone prassi femminili, certamente. Magari un po’ lontane dall’esperienza di molti di noi. Ma neanche troppo.

Qui trovate i link degli altri contributi!

Oltre ogni immaginazione


Ci sono dei momenti in cui questo Paese mi sconcerta davvero. Seriamente. No, non sto parlando di “politica”. No sto parlando nemmeno di economia. Parlo proprio della testa della gente. Negli ultimi mesi qui in ufficio ci stiamo occupando di trovare tirocini per rifugiati che vivono in Italia. In sostanza, paghiamo corsi di formazione che offrano la possibilità di fare un’esperienza di lavoro, nella speranza che qualcuna possa concretizzarsi in un’opportunità più stabile. Nella sola giornata di ieri, abbiamo collezionato le due perle che vado a raccontarvi.

Perla 1. Un ragazzo eritreo in patria lavorava come saldatore. Un’azienda romana da noi contattata, impressionata dal curriculum, lo prende come tirocinante. Poco dopo ci confermano che è un elemento validissimo, più di molti di quelli che hanno attualmente in organico. Finiti i quattro mesi previsti, ci chiedono di prorogare il tirocinio. “Sa, non possiamo proprio fare a meno di lui”. E qui nasce il primo intoppo: se non potete fare a meno di lui, sarà il caso che gli facciate un contratto di qualche genere e cacciate voi i soldi per pagarlo. Mentre si tratta, viene fuori il secondo intoppo. Il ragazzo ci viene a  raccontare che non vuole restare lì, neanche se lo pagassero. Pare che uno dei colleghi abbia l’abitudine di chiamarlo “cioccolatino” e che, negli ultimi giorni, in seguito alla sua indisponibilità a continuare a lavorare gratis sine die, il clima sia peggiorato ulteriormente. Ci riferisce una frase che ci sconcerta. Decidiamo di chiedere spiegazioni agli interessati. Loro minimizzano. Mica si sono menati. Giusto qualche motto di spirito tra colleghi. E, come esempio del motto di spirito, ci riferiscono, candidi, la frase incriminata: “Vai a prendere quei ferri, che sono brutti e neri come te”.

Perla 2. Andiamo a iscrivere una donna rifugiata a un corso come receptionist. Si tratta di una signora laureata, che parla correntemente inglese e francese, oltre all’italiano. La responsabile dei corsi storce il naso. “Ma non sarà mica nera?”. La mia collega sgrana gli occhi. Lei continua, serena: “Perché sa, molti alberghi Romani su questo hanno una precisa politica: niente neri alla reception. E’ un lavoro delicato, capisce. E’ normale che si scelga una linea. I neri possono fare i facchini, o magari la pulizia nelle stanze. Ma a contatto col pubblico meglio di no”. Che poi è già un’opportunità. I rumeni, ad esempio, secondo la signorina sarebbero esclusi a priori da qualunque ruolo professionale. “Magari sono anche brave persone. Ma sono sempre rumeni”. Ora, va da sé che la signorina non ci darà mai la lista degli alberghi romani che (in modo assolutamente ufficioso, evidentemente) adottano questa politica. Ma noi la signora al corso per pulizia delle camere non ce la iscriviamo.

Non è normale


Oggi stavo per scrivere un altro bel post positivo, entusiasta, fiducioso. Sono andata alla presentazione di una campagna di sensibilizzazione che si chiama “L’Italia sono anch’io“. Si respirava una bella aria, diversa da quella di analoghe occasioni precedenti: concretezza di proposte, dati statistici ben presentati, argomentazioni convincenti dal punto di vista giuridico, sociale, economico e – perché no – anche emotivo. Ho captato palpabile, forse per la prima volta, una cauta positività. Mi è piaciuto l’intervento del sindaco di Reggio Emilia e anche quello di Lorenzo Trucco, con una bella citazione di Bobbio (che non ritrovo) in cui si afferma che è l’inclusione la vera caratteristica delle democrazie. Stavolta quasi ci crediamo davvero: 50mila firme in sei mesi, ma magari anche di più, per urlare alla nostra politica tutta che noi cittadini vogliamo riappropriarci dell’identità democratica del loro Paese e magari anche di quel pizzico di buon senso che farebbe un gran bene a tutti.

Mentre stavo per scriverlo questo post che alla fine ho scritto, è successa una piccola cosa, di per sé senza particolare importanza, che però ha funzionato un po’ come la vocetta odiosa del Grillo Parlante. Per tutto il pomeriggio mi sono detta che non devo dimenticarmi che Paese è questo. Che a volare alto poi si casca e ci si fa male. Che sono talmente piccole e risibili le mie velleitarie testimonianze che potrei risparmiarmi la fatica, non solo di scrivere post del genere in questo blog, ma magari anche di prendermela tanto per un lavoro sottopagato, che certo non cambia i destini del mondo, ma in fondo neanche le piccole scelte quotidiane della manciata di persone con cui sono a più diretto contatto. Mi è tornato in mente il mio capo e il lento e poco appagante masticamento decennale di elefanti.

Vabbè, il vento cambia. Milano, Napoli, i referendum. Chissà, forse. Non è normale non crederci. Allora stasera volevo solo dirvi, in questa forma forse un po’ criptica, che certamente non posso smettere di crederci. Anche se suona davvero un po’ da sfigati, il più delle volte. Un’irragionevole speranza. Però non sono mica un’attivista corazzata. Certe volte mi faccio proprio male. Parlare scherzosamente di maternità è meno rischioso, decisamente.