Da quando sono mamma e sono on line anche in quanto tale, ho notato che quasi ogni aspetto della maternità si è guadagnata un suo spazio nei media: gravidanza, parto, educazione dei bambini e degli adolescenti, adozioni all’estero, fecondazioni assistite. Ci sono aspetti che hanno più o meno spazio, più o meno popolarità. Varia molto la competenza e l’impostazione di programmi, siti e forum. Ma la genitorialità, in generale, è un tema che interessa a una buona fetta di popolazione – come dimostrano anche il fiorire di proposte commerciali connesse al tema. Già da prima dell’estate vado rimuginando su quanto possa essere diverso per un migrante (e ancor di più per un rifugiato) essere genitore. Un tema dolorosissimo, solitamente velato da omissioni e non detti. Le parole chiave della genitorialità migrante sono infatti, di solito: separazioni obbligate (a volte spaventosamente traumatiche), lontananze protratte e, nel migliore dei casi, ricongiungimento familiare (che però vuol dire, anche: procedure burocratiche estenuanti e surreali; spese esorbitanti; frustrazioni reiterate e incomprensibili per tutti gli interessati…). No, decisamente non è una passeggiata. Neanche quando i ricongiungimenti vanno a buon fine.
Stamattina, nel mio ufficio, sedeva una giovane donna somala, sorridente sotto un velo fucsia sottile ed elegante. E’ una persona molto riservata, non ci ha mai raccontato i dettagli della sua storia e noi, del resto, non glieli abbiamo mai chiesti. Sta cercando di fare arrivare in Italia i suoi tre bambini e suo marito, che adesso sono in Somalia (e qui apro una parentesi: avete presente quale sia l‘attuale situazione in Somalia e nei paesi vicini?). Premettiamo che qualunque madre italica (o europea, o americana…) sarebbe stata in preda all’ansia e al panico. Lei ostentava una sorta di determinata rassegnazione (non so se mi spiego), tipica di chi vive da talmente tanti anni in mezzo agli orrori da aver rinunciato a ogni reazione scomposta. Il colloquio di oggi verteva sui documenti da produrre e qui, da un intoppo burocratico, abbiamo avuto la possibilità di farci un’idea dell’esperenza di questa donna. Sul suo permesso di soggiorno, alla voce “stato civile”, si legge: vedova. Abbiamo quindi dovuto chiederle, necessariamente, di raccontarci un po’ di fatti suoi. Il padre dei suoi bambini è stato ucciso, in Somalia, in circostanze tragiche che non abbiamo approfondito e che l’hanno costretta, a sua volta, a fuggire, lasciando i suoi tre bambini piccoli a sua madre. Quando ha raccontato la sua storia alla commissione per il riconoscimento dello status, le hanno riconosciuto l’asilo ai sensi della Convenzione di Ginevra. In questi anni è successo che sua madre si è ammalata e ha perso la vista. Non era più in grado di badare ai bambini da sola. In mancanza di altri parenti, un vicino di casa si è occupato dei bambini e dell’anziana donna (che probabilmente, vista la vita media e la qualità della vita in Somalia, avrà una cinquantina d’anni…). Li ha presi a vivere con sé e quando una delle bambine si è ammalata e aveva bisogno di essere ricoverata in ospedale, l’ha portata in Etiopia e ha pagato per salvarle la vita. Ha fatto di quelle persone abbandonate al loro destino la sua famiglia. In occasione dell’operazione della bambina, la ragazza che era da noi oggi è riuscita a raggiungere sua figlia a Addis Abeba: il suo passaporto di rifugiata non le consente di tornare al suo Paese, ma in Etiopia è riuscita ad arrivare, grazie al generoso sostegno di amici e connazionali. Lì, ad Addis Abeba, il vicino/nuovo padre dei suoi figli le ha chiesto, con grande semplicità, di sposarlo. Lei ha trovato assolutamente ovvio farlo. Non essendo cittadini etiopi si sono sposati in moschea e poi hanno registrato l’unione anche civilmente (in una forma che speriamo ardentemente che il nostro consolato in Etiopia riconoscerà valida). Forse questa non è una storia romantica. Non almeno nella forma a cui siamo abituati. Io trovo che questa sia una famiglia, eccome. Una famiglia che ora meriterebbe di riunirsi, per la prima volta, in un Paese senza guerra, per continuare a combattere insieme la povertà, la precarietà, l’esclusione che segnerà necessariamente anche la loro storia in Italia.
Riusciranno a farlo? Chissà. Certo ci vorrà tempo ed è anche possibile (noi lo temiamo) che dal ricongiungimento quest’uomo generoso rimanga escluso, perché non si riterrà adeguatamente documentato il loro vincolo matrimoniale (anche perché non è il genitore biologico dei figli). Noi però facciamo il tifo, per loro e per tutti quelli che combattono battaglie simili, nell’indifferenza generale.
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La guerra fa parte delle nostre vite
Scrivo questo post di getto, forse mi pentirò di averlo scritto. Me ne pentirò perché questo non è un post su Israele e sulla Palestina, o almeno non nel senso in cui alcuni potrebbero intenderlo. Non lo scrivo per suscitare dibattiti, né per essere indottrinata. Da tanti anni rifletto su questa guerra, se "riflettere" è la parola giusta. Sono legata al Paese conteso da molti lacci, di colore e consistenza diversa. Quelli che più contano sono quelli più illogici, più emotivi. Ieri sera ho visto, in parte, un bel documentario su Gerusalemme, che trasmettevano a Linea Notte. Meir Shalev, citando qualcuno (Melville?), ricordava che a Gerusalemme quelli che contano davvero sono i morti. A suo tempo pensai qualcosa del genere, quando ancora studiavo. Gerusalemme sembra davvero un miracoloso scoglio di bellezza in un mare di morte. C'è della violenza anche nella posizione della città, accerchiata da cimiteri di ogni confessione e da un deserto assoluto. Gli avvoltoi volano sulle torri dell'Università. Perché racconto questo? In Israele ho vissuto esperienze che hanno fatto di me quello che sono, incluso un attentato a un autobus su cui sarei ben potuta essere (viaggiavo in quello successivo, stessa linea, stesso tragitto). Le violenze quotidiane, piccole e grandi, tutte ugualmente inaccettabili, incluse quelle della semplice arroganza di chi può (o sembra potere) di più. Ma continuo a perdere il filo. Mi succede sempre quando parlo di questo argomento. Ho amici, cari, dall'una e dall'altra parte del muro (in senso reale e in senso figurato). Facebook me lo ricorda quasi tutti i giorni. Ogni volta che le violenze si riaccendono (e quand'è che si spengono?), a ogni attentato o missile, ogni volta che ci sono di mezzo navi o assedi, leggo note di fuoco, articoli di controinformazione e di contro-controinformazione, riflessioni e sfoghi di ogni genere. Fin qui non mi lamento. Fa male, ma è necessario. Ma l'odio, l'odio puro, è un'altra cosa. Ho cancellato uno dei miei amici perché alcune sue espressioni non erano per me ammissibili (sì, ovviamente, l'argomento era questo). Ieri ancora mi sono chiesta se cancellarne un altro (significativamente, dello schieramento opposto al cancellato), ma poi ho deciso di no. Quell'espressione, "maledetti", non era stata scritta da lui ma da uno dei suoi commentatori, anche se sono certa che l'avrebbe pienamente sottoscritta. Ho pensato molto in queste ore a cos'è che mi fa sentire tanto a disagio. Forse il fatto che continuo ostinatamente a rifiutarmi di affiliarmi a una fazione? O piuttosto, semplicemente, questa capacità dei social network di portarti la guerra in casa? Non parlo di informazione, ma di odio per il nemico. Sono cresciuta credendo che i nemici fossero stati per sempre archiviati dalle nostre vite, insieme alle patrie sacre e alle altrettanto sacre frontiere. Quanto mi sbagliavo. Delle frontiere è inutile parlare. Gli effetti funesti che hanno sulla vita e sulla morte di migliaia di persone sono parte del mio lavoro. E il nemico? Possibile che una generazione cresciuta imparando a memoria, a scuola, La guerra di Piero di De André creda ancora nel nemico? Ci crede, eccome. Nemici bambini, nemici anziani, nemici mai visti, nemici con cui magari usciremmo volentieri a cena, se li conoscessimo. Tutti con la divisa di un altro colore. Grida forti contro il nemico mi arrivano, sempre più di frequente, da Facebook. Non fraintendetemi. Non è tanto strano che chi sta combattendo, oggi, abbia un nemico. Io, per mia buona sorte, non vivo in guerra. Ma mi arriva, fa parte della mia quotidianità. E non ho ancora imparato a gestirla.
Ohm preimbarco
Siamo arrivati al giorno della partenza di una vacanza che mi ha visto dubbiosa, molto dubbiosa, per settimane. Quello che meno mi piace – l'ho realizzato l'altra sera, raccontandolo a due amiche – è l'idea che non avevo granché scelta. O questa vacanza, o zero vacanze. Sono stufa di questa sensazione di percorso obbligato. Però. A pensarci bene, questa è una pippa mentale. Mi spiego meglio. Che sia faticoso vivere sempre con l'acqua alla gola e non potersi permettere (economicamente e organizzativamente) quasi nessun guizzo è pure vero. Ma che questo mi debba far storcere il naso alla prospettiva di due settimane in Sardegna, tutto pagato… è un'idiozia assoluta. In questa vacanza ci saranno sicuramente… come si dice con un bel termine positivo? Ah, ecco, delle sfide. Sfide suona meglio di problema, l'ho imparato alle riunioni di coordinamento europeo del JRS. Ma ci sono anche degli indubbi vantaggi, su cui devo cercare di concentrare l'attenzione: il mare stupendo, il posto tranquillo, l'opportunità di godermi un po' la compagnia di mia madre, la presenza dei cuginetti che magari indurrà Meryem a concedermi un po' di respiro. Ancora. Viaggio potenzialmente più comodo e comunque in compagnia. Durata del soggiorno non eccessiva. Presenza di wireless nella casa, il che mi indurrà a fare il gesto sconsiderato di portarmi appresso il computer (sono drogata, lo so). Morale della favola: oggi salirò su quella nave animata da ragionevole e ben fondato ottimismo. Yes, we can. Anche in Ogliastra.
Pro memoria
Di corsa, solo un appunto. Meryem spesso, al posto della solita favola, mi chiede di raccontarle storie di quando io o lei eravamo piccole. Questo, tra un intoppo della vita e l'altro, mi sta facendo molto pensare in merito alle memorie. I miei ricordi hanno preso corpo raccontandoli, o sentendoli raccontare da narratori più abili o più zelanti, in primis mia sorella Marina. Questo ha comportato intanto una selezione di cosa viene ricordato e cosa no. A volte i miei ricordi hanno come puntelli delle foto, che magari più spesso fornivano spunto ai racconti, miei e di altri. Io, di mio, ci aggiungo una vaghezza cronologica quasi sureale, a causa della mia incapacità di datare anche i fatti più basilari della mia vita. Mi rendo conto che suona molto Allende tutto ciò. Continuo a pensare che i piacerebbe molto mettere per iscritto un po' di queste storie, ormai quasi dotate di vita propria. Ma poi mi incarto a pensare che filo ci potrebbe essere in tutto ciò e, soprattutto, se e quale interesse potrebbe avere leggerle. Alcuni libri di storie di famiglia che ho avuto la sventura di avere tra le mani mi frenano molto: quanti particolari sono godibili solo per chi può evocare pienamente le implicazioni personalissime dei singoli episodi e risultano al contrario intollerabilmente noiosi per il resto dell'umanità… Mettiamoci anche una conversazione fin troppo realistica che ho avuto oggi con un editore. Ci vuole davvero una buona dose di megalomania per pensarse di scrivere un prodotto pressoché invendibile.
Inculturazione
Mi è capitato di collaborare, per lavoro, con una donna che stimo molto. Si tratta di una persona molto esigente e sono particolarmente fiera del fatto che lei sia stata soddisfatta quanto me del lavoro fatto insieme e, addirittura, si conceda qualche volta qualche discorso non strettamente professionale, qualche osservazione personale, qualche ricordo e anche qualche battuta. Con lei tutte queste cose sono, pare, merce piuttosto rara con lei. Sono affascinata dalla sua disciplina, ad esempio. Ma allo stesso tempo mi intriga in lei una sorta di connubio felice tra razionalità e istinto, sia pur molto addomesticato. E anche, come nasconderlo, la complessità e stratificazione della sua cultura, che ha visto l'apporto importante di almeno tre Paesi diversissimi tra loro. Ieri condividevamo un'esperienza non particolarmente esaltante: un lungo workshop di dubbia utilità con interlocutori istituzionali. In una pausa, non so come, il discorso è caduto sulle diverse attitudini tra Estremo Oriente e Italia, anche (ma non solo) in ambito lavorativo. Io osservavo che trovo che lei talora sia sorprendentemente esplicita nei rapporti tra colleghi. La mia interlocutrice mi ribatteva che in Italia è necessario: se le cose non le sbatti in faccia in modo aperto, probabilmente nessuno prenderebbe in considerazione quello che dici. E poi, qui in Italia, nessuno si scompone troppo. Mi dice che in realtà lei stessa in Oriente, dove un lieve inarcarsi di sopracciglio è considerato un insulto grave, cura di essere più implicita di una sfinge. Poi, trascinata dai pensieri, aggiunge; "Sai, ancora non riesco del tutto a liberarmi da un riflesso condizionato curioso: ogni volta che, durante una riunione, qualcuno si alza per andare alla finestra, là per là io penso che voglia suicidarsi. Poi mi ricordo dove sono e realizzo che vuole solo prendere una boccata d'aria fresca". Ora, in un Paese in cui se qualcuno si suicida per questioni pubbliche abbiamo immediatamente il sospetto che sia stato eliminato da qualcuno, tanto ci è estraneo questo senso di onore, potete immaginare qualcosa di più esotico di un pensiero così?
Collaborazione
Questo venerdì mi ha profondamente innervosito, in primis sul lavoro. Il tema di oggi è: collaborazione. Fra colleghi, fra persone, fra associazioni, fra donne. Oggi, dalle prime luci dell'alba, ho potuto fare una sorta di catalogo di collaborazioni mancate, dalla diffidenza all'aperto boicottaggio, passando per tutte le sfumature di omissione strategica. Ecco, questa cosa mi fa inferocire. Ma non solo e non tanto perché danneggia me, o piuttosto il mio lavoro e quello di altri. Soprattutto perché mi sfugge proprio il punto. Io istintivamente collaboro, pure troppo. Salvo magari pentirmene.
Cercando di sbollire dalla rabbia che mi ottenebra ormai da ore, guardando il più freddamente possibile (non tanto freddamente, ad essere onesta) a queste diverse situazioni, mi sono chiesta se c'è qualcosa che le accomuna. Forse l'ansia di essere e restare protagonisti incontrastati. Intendiamoci, anche io da quel lato zoppico vistosamente. Mi piace quando emergo per le mie idee. Quando posso dare un'impronta inconfondibile e personale a qualcosa. Ma ho anche imparato che in molti casi si fa di più e meglio scegliendosi un ruolo diverso da quello di leader, mettendo a dispsizione un contributo magari più limitato ma più puntuale. Forse, almeno sul lavoro, mi sento ormai abbastanza sicura di me da non avere bisogno di emergere a scapito di qualcun altro. Non mi sento minacciata dalle collaborazioni. Non mi offendo se le mie posizioni non sono sempre quelle scelte dal gruppo. E, se posso, cerco anche di dare una mano e supportare il lavoro di altri, soprattutto se li stimo.
Questo è vero sul lavoro. Non altrettanto, evidentemente, sul piano personale. Familiare (urgh). Affettivo (straurgh). Della genitorialità (e qui stendiamo un velo pietoso, o anche un drappo damascato). No, fuori dall'ufficio la mia sicurezza cala in modo drastico e pericoloso. E, anche lì, il conflitto è in agguato, permanentemente.
Il tempo dei ginn
Siamo arrivati alla seconda puntata della CaT e Barbara ci interroga sul tempo. Sul tempo che dedichiamo o vorremmo dedicare alla felicità. Ci penso da questa mattina e per una volta mi sento di dire: no, non è il tempo il mio problema. Non mi sento di dire che non ho tempo. Lavoro tutto il giorno, naturalmente. Ma a parte questo non sono affannata per il tempo che mi manca. Piuttosto a volte mi manca la voglia. Mi manca l'essenza della felicità, per così dire.
Stamattina Nizam, vedendomi scarmigliata e un po' isterica (ripensandoci una piccola dilatazione di tempo sarebbe utile, la mattina: giusto un'oretta in più tra le 8 e le 8 e mezzo, magari sottraendola alle lunghe serate), vedendomi, dicevo, ha mormorato un modo di dire turco che suona tipo: "L'ha colpita un ginn" (sempre che io traduca correttamente). Il ginn è uno spirito, un demone. La collisione con il ginn lascia evidentemente l'interessato con un'aria stralunata e i capelli dritti. Ecco, in questo periodo non ho nessuna voglia di lentezza. Però di gioia, di entusiasmo sì. Quello mi manca. E non mi dispiace sbattere contro i più diversi ginn (recentemente poi ne ho conosciuto uno davvero delizioso): in fondo sono il sale della vita. Però vorrei riuscire a riderne un po' di più di quanto non faccia ora.
Qui forse sta il punto dolente. Si ride meglio in compagnia. E io, ultimamente, sono un po' troppo sola per i miei gusti. Se quindi dovessi desiderare del tempo, desidererei del tempo da condividere con altri. Del tempo affollato, caciarone, pieno di imprevisti e di cose non programmate. Già, perché la pianificazione, la routine saranno pure belle cose. Utilissime, quando si cresce un bambino piccolo. Ma io la felicità non riesco a immaginarmela se non caotica. Morale? Lancio un messaggio ai ginn di passaggio: colpitemi sempre, colpitemi forte. Anche quando avrei la tentazione di continuare a dormire.
Me la merito?
Da quando ho incrociato sul web Barbara Mammafelice mi trovo a fare riflessioni che non mi verrebbero spontanee. Ma lo stesso mi capita anche per altri incontri sul web (e poi nella vita reale): mi sono trovata a ragionare di pubblicità, di comunicazione, di abbinamenti di vestiti… Non è questo il bello del web? Ma non divaghiamo.
Anche quest'anno dunque inizia la Caccia al Tesoro di Mammafelice, intitolata "Sogni e desideri": il primo tema proposto è: Me la merito la felicità, perché…
La felicità è meritocratica? Istintivamente direi di no, ma forse in un certo senso sì. Non si tratta di fortuna, ma di impegno. Credo che sia questione soprattutto di manutenzione emotiva. Bisognerebbe essere capaci di fare quotidianamente pulizia di tutti i piccoli rancori, invidie, lagne, vittimismi che rendono la vita nostra e di chi ci sta vicino decisamente poco piacevole. Dico "piccoli" a ragion veduta. Sono le cose piccole che fanno la differenza, nel bene ma anche nel male. Le cose grandi sono proprio una questione di sorte. Quelle piccole sono più spesso scelte. Che sommate portano con se anche cambiamenti grandi. Ma non è neanche così necessario.
Mi richiamo ancora una volta all'ordine. Mi si chiedeva di parlare in modo specifico di me. Me la merito, la felicità? O meglio, visto che Barbara è a priori convinta di sì, perché me la meriterei? Quali sono i miei talenti e le mie qualità?
Ho una bella testa, la uso abbastanza (con paurosi cedimenti quando si tratta di sentimenti, ma va bene così).
Sono curiosa.
Sebbene resti una timida patologica, in alcune circostanze riesco ad essere brillante.
Invecchiando sono diventata più flessibile, anche se la rigidità resta un punto critico.
Mi emoziono molto.
Sono abbastanza irascibile, ma non porto rancore, con pochissime eccezioni (me ne vengono in mente solo tre o quattro in tutta la mia vita: un giorno bisognerà lavorare anche su quelle).
Mi scoraggio in fretta, ma mi riprendo anche abbastanza in fretta.
Sono sempre puntuale (semmai in anticipo), prendo sul serio gli impegni (pure troppo).
Qualche tentativo di miglioramento di me stessa lo faccio. Non sempre sono tentativi di successo, ma li faccio comunque.
Lavoro costantemente per non sentirmi una vittima né una martire. Ci sono stati momenti in cui non è stato facile, anche perché anche altri mi vedevano come tale. Ma so che cedere a questa lusinga, sempre in agguato, sarebbe un'ipoteca spaventosa sulla mia felicità. Quindi combatto.
Disordine
Che brutte queste serate in cui arrivo al tramonto con le lacrime agli occhi e poi, appena Meryem dorme, pasticcio con il cibo, mi rimbecillisco davanti al computer o faccio zapping stancamete, senza decidermi ad andare a letto. Del resto sul letto c'è una scatola intera di calzini spaiati da esaminare, riabbinare, mettere a posto, o più probabilmente, ancora una volta, spostare.
Articolo 3
"E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Ogni tanto, negli anni scorsi, mi è capitato di partecipare a presìdi davanti a Montecitorio. Delle robe che avrebbero mandato in sollucchero Sfelix Mac Depress. Partecipanti: 6/7. Striscioni: 1. Occasioni in cui, se mai avessi avuto il dubbio che delle tue cause il mondo se ne sbatte, ecco, ne avevi la certezza. Imbarazzo profondo. Sorrisi nervosi tra i partecipanti, per lo più colleghi. Regolarmente me ne andavo con la precisa sensazione di essere idiota. Magari non proprio l'unica idiota al mondo, ma in una compagnia sparuta, sicuramente.
Oggi, con la mobilitazione "I diritti alzano la voce", è stata tutta un'altra storia. Sono arrivata in una piazza stracolma, colorata, rumorosissima. Per trovarci abbiamo dovuto chiamarci al cellulare. Più volte. Già questo era un'esperienza nuova. "I diritti sociali non sono privilegi". "Sviluppo e coesione non si fanno con l'elemosina". "In Italia sono più importanti i diritti tv che i diritti sociali". "Chi nega i diritti cancella le persone". Così recitavano i cartelli, e chi li portava ne era furiosamente convinto. Un popolo certamente non abituato a scendere in piazza, ma quando ci vuole ci vuole. "La politica che non ci tutela non ci rappresenta", c'era scritto su un foglio al collo di una signora. Ogni tanto partiva qualche coro, rivolto per l'appunto ai sedicenti rappresentanti del popolo che tagliano senza pudore sulla spesa sociale, con l'idea di rendere la marginalità, il disagio, l'handicap un fatto privato. Chi può si arrangi in casa. Chi no, pazienza. "Buffoni, buffoni! Vergogna! Vergogna!". La zelante signorina che traduceva gli interventi nel linguaggio dei segni scandiva a grandi gesti anche gli insulti, affinché tutti fossero ugualmente partecipi anche dell'indignazione.
"Un governo non può permettersi di trattare i propri cittadini con tanta sufficienza". Questa frase mi ha colpito più di ogni altra, perché forse è proprio questo il punto. Personalmente sono stanca di politici che alzano le spalle, che ti spiegano le cose in modo facile senza fare numeri perché altrimenti non capisci, che la sanno lunga e tu, profano, non puoi pretendere di immischiarti troppo di queste cose. Più ancora dell'ignoranza, dell'incompetenza di questa classe politica, quella che offende è la sufficienza. La mancanza di rispetto per le nostre professionalità e intelligenze, per le nostre comunità, per le nostre città, per la nostra Repubblica, che ha – non dobbiamo stancarci di ripeterlo – una splendida Costituzione. Dove non c'è scritto che i cittadini sono uguali, ma che è preciso compito della Repubblica renderli tali, rimuovendo gli ostacoli. In pratica, nei fatti.