I viaggi di lavoro di solito non mi dispiacciono. Certo, si è sempre un po' sacrificati. Io, specialmente, che sono sempre troppo ligia al programma e soprattutto non mi posso/voglio permettere alcun allungamento ludico dei tempi, a causa di questo menage complicatissimo che mi ritrovo. Ma da dopo l'estate faccio davvero una fatica sospetta. Un viaggio, appena mi si è data l'occasione, l'ho cancellato senza pietà. Ed era Madrid. Dove non sono mai stata. Questo che mi aspetta domani, in quel di Uppsala, non mi va né su né giù. Certo, è lungo. Ma non è più lungo di quello che facevo un anno fa a Malta, o due anni fa a Dublino. E' il solito viaggio, che annualmente si ripropone. Né più né meno. Eppure c'è qualcosa che non va. Ho remato contro in ogni modo. Traccheggiato fino all'ultimo sul biglietto. Ancora adesso, a poche ore dalla partenza, non mi decido a fare la valigia. Non mi va di partire. Il piccolo incentivo che mi raccontavo, ovvero il piacere di rivedere un paio di colleghi simpatici, è tristemente venuto meno: non ci saranno. Ma non è che gli altri siano antipatici, poveracci. Il problema è mio. Ve lo devo dire che la Guerrigliera, annusata la mia titubanza, si produce in scene madri in cui preannuncia la tremenda nostalgia di cui sarà vittima (beato chi ci crede)? No, non c'è bisogno che ve lo dica. Colpire i punti molli del genitore è un'istruzione iscritta nel DNA di ogni figlio.
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Parlare di trascendente senza trascendere
Oggi è stato pubblicato un guestpost che avevo scritto giorni fa per Genitori Crescono. Confesso che sono un po' perplessa per la piega che ha preso la discussione, tanto che mi sono chiesta come mai questa volta mi pare di non essere riuscita a comunicare quasi per nulla i punti che mi stavano a cuore. Sono stata accusata persino di intolleranza grave e sono sinceramente cascata dalle nuvole, su cui forse mi ero addentrata eccessivamente. Riflettendoci, credo che abbiano giocato due fattori. Da un lato, il tema mi sta a cuore parecchio. Ci ho pensato a più riprese in momenti diversi della mia vita, coinvolge molti miei interessi culturali e emotivi, per cui forse tendo a dare troppe cose per scontate. Dall'altro lato, però, vedo che parlare di religione mette molti genitori a disagio, a prescindere. Notavo, in una discussione collaterale, il commento di un padre: "la religione mi sembra una cosa troppo seria per raccontarla a bambini in età fra 3 e 5 anni due ore alla settimana". Mi ha colpito molto. Mi sono chiesta di quale altro argomento lo penseremmo. Qui ovviamentesi sovrappone la questione scuola, che è tuttaltro che facile e che ha ovviamente messo in crisi anche me (non solo per la religione, a dire il vero): chi è la persona deputata a parlarne ai bambini? come lo fa? lo farà come lo farei io, ovvero rispettando almeno le basi di un'impostazione che ritengo accettabile? Ebbene, questo è un problema eterno della scuola. No, probabilmente no. La delega in questo caso è particolarmente scomoda e la percepiamo addirittura come pericolosa, potenzialmente traviante.
Mi sembra quindi di poter dire, abbastanza serenamente, che noi percepiamo la religione come tema particolarmente sensibile. E questo è tanto più vero quanto più i genitori hanno deciso di rinnegare l'educazione religiosa a suo tempo ricevuta. In un certo senso, questo mi pare ovvio e logico. Però è vero anche l'opposto. Conosco chi, ad esempio, essendo convintamente credente e praticante, "non si fida" di far fare religione a scuola ai figli, per un motivo simile: non poter essere sicuri dell'informazione che viene data, della sua "correttezza" o aderenza alle proprie convinzioni personali. Controllo, mi pare in entrambi casi il concetto base. Timore che i bambini possano essere influenzabili (si parla spesso di "lavaggio del cervello") e quindi avviati in una direzione diversa da quella che abbiamo pensato. Qui in genere si inserisce l'argomento già menzionato: l'importanza, la difficoltà di questo tema.
E' a questo punto del ragionamento che qualcosa non mi torna. Ma la religione è davvero così importante nelle nostre vite? Pensiamo davvero di dedicare più di due ore a settimana a parlare ai nostri figli di questi temi, comunque li si intenda? Non sarà che saremmo più a nostro agio se non se ne parlasse affatto?
Perché a questo punto il problema è più complicato di quello che mi sembrava in un primo momento e mi suscita due riflessioni. La prima è che, comunque la vediamo, noi sentiamo la nostra identità personale fortemente marcata dalla religione, o dalla non religione. Azzarderei a dire più che in passato, forse anche a causa di percorsi personali più o meno dolorosi e incasinati delle persone della mia generazione o giù di lì. Il che, evidentemente, non ci semplifica affatto la vita quando si tratta di rapportarci con gli altrie tanto meno con familiari e figli. Perché questa marchiatura appare tutt'altro che serena, almeno a giudicare dal tenore e dalla natura dei commenti che fanno capolino qua e là quando si toccano questi temi: discriminazione, pericolo, plagio, rischio, sono le parole frequentemente usate.
La seconda riflessione è che mi pare che alcuni ritengano che se ai bambini non parliamo di religione, loro non saranno condizionati e si avvieranno verso un ateismo sereno quanto e più del nostro (nel caso siamo atei, ovviamente). Mi pare una prospettiva utopica e poco realistica. Intanto perché immaginare che nessuno in una società variegata e complicata come quelle in cui viviamo tocchi l'argomento con i nostri figli mi pare un'ingenuità. E poi perché (ma questa è la mia personale impressione) le domande dei bambini spesso ti spingono su un terreno su cui, se vuoi essere sincero, qualche volo pindarico oltre il mero tangibile potresti essere portato a farlo. E se decidi di non farlo è una scelta precisa di disciplina personale. Già sento i mormorii. No, non vi risentite. E' che i bambini sanno essere così concreti e poetici davanti alle domande della vita che a me pare che certe volte rispondere a suon di sola realtà materiale sia riduttivo. Però ok, questo è davvero un problema mio, quindi se avete fatto obiezione la vostra obiezione è accolta.
Forse capire come la pensiamo davvero su questi temi è più impegnativo e potenzialmente frustrante di compiacerci di quanto siamo illuminati in tema di multiculturalità (ma attenzione: da quel discorso le religioni non si possono proprio tenere fuori…) o di omosessualità. Però io credo davvero che se siamo convinti di qualcosa sia quello, e non altro, che dovremmo insegnare ai nostri figli. Parlargli con convinzione della nostra fede (o non fede), per poi lasciare che ascoltino fin da piccoli anche tutte le altre campane. Tutte quelle che la vita porrà loro davanti. Abbiamo paura che sentano qualcosa che li attrae di più, ma che riteniamo sbagliato? Vorrà dire che glielo confuteremo. Come ci comportiamo con la pubblicità che non approviamo? Così faremo (anzi, in questo caso lasciatemi dire "farete") con la religione. E se da piccoli fossero fuorviati, crescendo capiranno meglio come la pensiamo e saranno liberi di relazionarsi con noi e con gli altri. Non fare l'ora di religione a scuola, così come non iscriverli a catechismo, fa parte delle nostre scelte educative. Facciamolo serenamente, se e quando ci pare il caso. L'importante è che ognuno trovi una sua verità davanti a se stesso, per poter essere un genitore onesto. Verità provvisoria, articolata, complessa fino alla contraddizione (come la mia) oppure incrollabile e non negoziabile. Non importa. Ma fare la fatica di definircela temo che rientri nei nostri doveri di genitori. Proprio perché è vero che è una questione importante e che impatta potenzialmente con la vita sociale e relazionale, nostra e dei nostri figli. Ma proprio per questo non deve essere un tabù.
Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di regalato…
Ho trovato su Facebook una proposta bizzarra, ma accattivante: adotta una parola (http://adottaunaparola.ladante.it/). Si tratta, in pratica, di scegliere una parola della lingua italiana e di autoproclamarsene "custode", eventualmente anche segnalandone usi impropri sul sito. La cosa più interessante, per me, è stata la scelta della parola. La mia vita, finora, pullula di parole, anche bizzarre. Eppure non ho avuto dubbi: ho scelto il lemma "interfaccia". Più ci penso, più la scelta mi convince. "Interfaccia" è una parola che in questo momento mi interessa più di tante altre. Persino più di uniatismo, di enoteismo o di apolidia 🙂 Giorni dopo, oggi, ho iniziato a focalizzare meglio perché.
Il primo argomento che mi è venuto in mente ha a che fare con la mia vecchia vita. Quegli studi astrusi che, attenuato un po' il dolore della separazione ormai definitiva, tornano a far capolino, più positivamente, in quello che faccio e in quello che penso. In questi giorni ho ricevuto l'ultimo libro del mio maestro Giovanni Garbini. Si intitola "Dio della terra, Dio del cielo" ed è una sorta di summa di anni di conversazioni che abbiamo avuto sulla religione semitica antica. Uno dei concetti più intriganti, senza entrare in particolari noiosi, è che la divinità femminile della luna è stata a un certo punto considerata il "segno" della divinità maschile che risiedeva negli inferi, cioè ciò che di lui era visibile – sia pure a tratti. Una sorta di interfaccia, con cui il fedele poteva relazionarsi. Interfaccia, in questo caso, è un termine utile, che lascia intendere immediatamente un concetto altrimenti complicato da esprimere.
Poi ho iniziato a pensare a me stessa, a come mi sono relazionata e mi relaziono con il mondo esterno. Alla mia interfaccia personale, nelle sue varie manifestazioni, non ho per molto tempo data alcuna importanza. Errore. Il programma più utile e funzionale se appare all'utente poco amichevole, complicato, respingente, resterà inutilizzato. Se ripenso a uno dei periodi più felici della mia vita, mi vedo vestita in modo improbabile, arrampicata su una scala in biblioteca mentre sfoglio voluminosi tomi che grondano polvere sui malcapitati passanti (non mi prendevo neanche il disturbo di tirarli giù). Io ho sempre ricordato l'entusiasmo febbrile di accostare per la prima volta i frammenti dell'Esapla di Origene. La mia amica Alessandra mi ricorda come una tipa strana, visibilmente desiderosa di essere lasciata in pace, senza alcuna curiosità per gli altri. Sono così? Istintivamente direi di no, ma certo in quel momento lo apparivo e dunque un po' lo ero. Ci sono dei grandi piaceri tutti privati, ma se diventano gli unici piaceri c'è qualcosa che non va. Ricacciando indietro il rimpianto per il rimpianto, devo dire onestamente che oggi sono felice in modo più articolato, più sfaccettato, più vario. Magari mi manca quella "gioia purissima" di cui parlavo qui. Ma, a conti fatti, ho tanto di più. Il gusto di rapportarmi con gli altri, anche attraverso il web, è certamente qualcosa di relativamente nuovo nella mia vita, che mi dà anche la possibilità di portare pienamente a coscienza tutto quello che ho seminato e raccolto, in questi anni, nei campi più diversi.
E finiamo con qualcosa di regalato, cioè con qualcosa che ancora non è mio, ma che mi gusto da spettatrice. C'è anche un interfaccia concreto, che ancor di più ho trascurato e trascuro ancora: il look. Non vi preoccupate, non ce la farò mai ad avvicinarmi davvero allo sfavillante mondo del fashion. Ma mi piace guardare, pensare, interagire con chi se ne interessa, nei modi più vari (dalla stilosissima e dolcissima Paola al più scanzonato duo di Trashic). Mi piace pensare che anche l'abito concorre a fare il monaco e che imparare a valorizzarsi è una freccia in più da aggiungere alla propria faretra, insieme alla capacità di parlare in pubblico e a quel minimo di assertività sul lavoro che tento di farmi iniettare, a piccole dosi, dalla mia coach preferita. E poi venitemi a dire che internet non è una risorsa.
Cul de sac
Un'altra manifestazione, un'altra serata di amarezza annunciata. Stavolta non ci avevo neanche pensato, a partecipare. Un po' per le mie perplessità, già più volta espresse, sulla natura un po' "annacquata" di queste manifestazioni. "Era un corteo pacifico, divertente…", commentava poco fa un manifestante. Io non credo che un corteo di massa, in un momento come questo, debba essere – come secondo aggettivo – divertente. Se diventa difficile distinguere una manifestazionedi indignazione dalla Maratona di Roma, c'è comunque qualcosa che non va. Purtroppo, di questi tempi, le manifestazioni si distinguono eccome. Questo è il secondo motivo per cui non ci vado, tanto meno con mia figlia. Il solito manipolo di facinorosi. Puntuale, organizzato, previdente, equipaggiato. Sempre, praticamente sempre impunito. Basta poco per svuotare anche i commenti dopo di qualunque contenuto. Tutti, dopo, sono capaci di condannare quei pochi violenti. Persino di deplorare che una manifestazione così "bella" sia stata rovinata. Ma "bella" in che senso? Come può essere che tutte le parti politiche definiscano "bella" una manifestazione del genere? Può essere perché non vuol dire più nulla. E' una bella passeggiata di tanti cittadini, menzionata sono come contrapposta a ciò che fa notizia: le violenze.
Stasera mi viene da pensare che per cambiare le cose non si può confidare, al momento, nel Parlamento, dove ogni voto ha un prezzo, alla portata di qualunque mascalzone. Non si può confidare nella piazza, perché è evidente che qualcuno sbarra anche quella via. Sarà solo l'incapacità tutta italiana di gestire una protesta? La sistematicità del tutto me ne fa dubitare, ma forse sono vittima della teoria del complotto sempre in agguato in questo Paese. Ma allora, in pratica, cosa resta da fare? Servirebbero davvero una grande furbizia e creatività per scrollarsi di dosso questa cappa. Non sono virtù di massa, ahimè. E la massa, se vogliamo la democrazia, serve. Siamo in un vicolo cieco?
Monteverde, odi et amo
"Ma ci sei nata?". Ecco, già il fatto che quando dici di abitare in un quartiere ti chiedano se sei autoctona, monteverdina doc con il bollo, mi maldispone. Comunque sì, ci sono nata. I miei sbarcarono in quel di via San Calepodio (oscuro martire paleocristiano, la cui unica rappresentazione a me nota è nel mosaico dell'abside di S.Maria in Trastevere. Aveva i piedi belli? Chissà) verso gli inizi degli anni '60 del secolo scorso. Non era una zona particolarmente esclusiva, altrimenti ben difficilmente ci sarebbero sbarcati. Praticamente campagna, separata dalla conca di Donna Olimpia da prati guarniti di pecore. Ma già allora aveva degli estimatori. Pasolini, Rodari… La posizione, in effetti, ci sta: Monteverde se ne sta lì appollaiata a sovrastare Trastevere, facilmente raggiungibile a piedi percorrendo fascinose scalinate. Gli abitanti di "allora" ricordano ancora il profumo che si sentiva salendo su per via Dandolo (molto più tardi immortalata da Nanni Moretti in cerca di casa in Caro Diario). Con l'estendersi dell'asfalto, hanno assunto maggiore importanza le grandi aree verdi: Villa Sciarra, raccolta ed elegante (pur nella parziale decadenza) e Villa Pamphili, uno schiaffo alla miseria per chi si deve accontentare dell'aiolina di quartiere.
Certo che amo il mio quartiere, i ricordi lieti e dolorosi che ne segnano le strade e le fanno anche mie. Mi piace pensare che Meryem ripercorra almeno in parte la mia personalissima geografia d'infanzia, che salti giù dai muretti da cui anche io mi tuffavo. Mentre scrivo questo, il pensiero inevitabilmente corre ai luoghi che invece, con il tempo, hanno perso la loro anima. La libreria Gianicolo, che ha cambiato proprietari. Il bar di via Dezza, dove non si riunisce più, per il pranzo, un gruppo di amici molto eterogenei per età e professione, che si autoconvocava senza impegno (e a volte senza neanche esplicitarlo) e lì, intorno al tavolino, si gustava per un'oretta conversazioni bizzarre e a volte anche vere e proprie avventure. La mia Monteverde della giovinezza ruotava intorno alla libreria antiquaria di Roberto Palazzi, che in realtà in quegli anni era già chiusa. Tuttavia il titolare, come era nel suo stile, continuava a vivere come se ciò non fosse avvenuto. Pranzava a via Dezza, davanti al suo ex negozio, e cenava "dai Sardi", poco più in là. Il fatto che abitasse e lavorasse altrove era un dettaglio di poco conto.
Dopo la magia dell'infanzia e delle cacce al tesoro nei giardini di una scuola che non esiste più, l'era di via Dezza è stato il più tangibile legame tra la persona che stavo diventando e Monteverde. Da un lato, quegli stessi incontri avrebbero potuto accadere benissimo da un'altra parte. Dall'altro no, non è del tutto vero. C'era un tessuto, un humus, fatto di negozianti che si conoscevano e si incrociavano nella pausa pranzo, di vicini e ex vicini di casa, di immediatezza e improvvisazione data, oggettivamente, dal fatto di trovarci tutti lì. E quando poi Roberto ha voluto uscire di scena nella sua macchina parcheggiata ai piedi delle mura di Villa Sciarra, ha segnato allo stesso tempo un epilogo e un vincolo perenne a quelle strade, a quei marciapiedi, a quei punti di ritrovo semicasuali.
C'è una bellezza di Monteverde che apprezzo in silenzio e di cui sono gelosa. Il fascino di pensarlo come l'antico quartiere degli orientali e degli stranieri, come se un pizzico del mio destino mi fosse rimasto attaccato addosso fin da piccola, tra le catacombe ebraiche che non sono mai riuscita a visitare e il tempio siriaco affacciato su via Dandolo. Ci sono le storie belle, sincere, vere di chi ci abita quasi da sempre ed è anche capace di raccontarle (penso soprattutto a Mario Vitali, che oltre a aver scritto varie godibili raccolte di racconti ospita nel suo bar questa iniziativa). C'è soprattutto lo sfondo delle mie lunghe passeggiate solitarie, per un tratto della mia vita in compagnia della nobile Belqis a quattro zampe. I panorami rarefatti, la sagoma del gazometro che sfida le cupole del centro. Le magnolie impareggiabili di Villa Sciarra, il muschio sui volti delle statue. I percorsi silenziosi dei "fortini", abientazione perfetta per gli incontri clandestini e le prove di parcheggio prima dell'esame di scuola guida. Soprattutto una specifica scalinata, che amavo percorrere a piedi già ai tempi del liceo, rimasta indissolubilmente legata (va a capire perché) a una citazione sopravvissuta a una lezione di letteratura greca: "Sublime è impronta di un'anima grande".
Perché vi racconto tutto questo? Perché le pagine di Facebook intotolate a "i VIP di Monteverde" mi fanno un certo orrore. Quando incrocio qualche personaggio noto, faccio finta di nulla. Credo che chiunque apprezzi di non essere importunato. E se invece non lo apprezza, non si merita di essere importunato. Mi infastidiscono i fanatismi e le ostentazioni di chi identifica la vita del quartiere con una disponibilità di soldi pressoché illimitata. Certo, gli alimentari gioielleria e i negozietti pretenziosi contribuiscono ad alimentare questo sentire comune. Ma Dio ci salvi dallo snobismo che si fa strada a colpi di SUV (peraltro molto poco adatti alle note carenze di parcheggio della zona). Monteverde non è un quartiere chic. La sua bellezza consiste nell'essere un quartiere concettualmente di periferia (Pasolini, vi dice niente?), ma vicino e persino ben collegato con il Centro. Travestirsi da Parioli non gli ha mai donato. Quindi se il giornalino di quartiere propone il test "Siete monteverdini o romani comuni?", a me viene da trasferirmi immediatamente a Talenti. Cosa che peraltro ho fatto, sia pur per un periodo limitato della mia vita.
Domani, al Momcamp…
Cosa dirò domani, al Momcamp? No, non ho fatto le slide. Le slide le uso per presentare i progetti al lavoro, quando voglio incalzare chi ascolta, stare nei tempi e dare l'idea di essere efficiente. Nei tempi ci starò anche domani, ci mancherebbe. Ma non vado a presentare un progetto, quindi le slide non ci stanno bene. Vado piuttosto a condividere dei pensieri, delle riflessioni, che nascono dalle mie reazioni, come persona (donna, cittadina, mamma, etc) e come professionista, all'esperienza multiforme della rete. E no, il tempo non mi basterà. Ma io spero che sia solo un inizio di conversazione. Il problema,mi direte, sarà dire le cose "giuste". Selezionarle bene. Io una scaletta me la sono fatta, ma non mi fido molto: a volte divago, magari sarò deconcentrata, rimbecillita, gasata dalle 24 ore di libertà assoluta. Mi sento un po' come quando, libera e senza pensieri, me ne andavo ai convegni universitari (ve l'ho detto che divago).
E allora fermo qui alcuni punti, così poi sarà più facile tornarci sopra, dopo. Il titolo che ho scelto è "Mamme social e impegno sociale: possibili contaminazioni?". Ora, sulle mamme social, per quanto brutta sia la definizione, non temo equivoci o fraintendimenti di sorta. Sull'impegno sociale sì. Dovrò sprecare qualche battuta per dire cosa NON intendo per "impegno sociale" (arbitrariamente, si intende): non beneficenza, non adesione virtuale a una causa, niente che si esaurisca in un click o che possa essere delegato ad altri.
Mi sembra che, rispetto ad altri temi presenti in rete, il sociale sia rimasto diversi passi indietro rispetto ad altri (come ad esempio le questioni legate all'educazione, o alla tutela dell'ambiente). Siamo ancora a un utilizzo puerile e primordiale delle potenzialità della rete in questo senso e a un'informazione approssimativa e poco esauriente. E perché questo dovrebbe interessare a delle mamme? Perché il futuro dei nostri figli ci riguarda. Ci riguarda la loro educazione. Ci riguarda molto da vicino lo sviluppo delle società dove vivranno. Ecco perché credo che un passo avanti in questo senso serva, molto.
Mi interessano soprattutto tre dimensioni, intrecciate e interconnesse, su cui spero di riuscire a soffermarmi brevemente: la dimensione informativa, quella educativa, quella "attiva". Io mi occupo di tematiche legate ai diritti umani, all'immigrazione, alla protezione internazionale. Gli esempi che farò partono dalla mia ristretta esperienza, professionale e personale. Non pretendo di essere esaustiva. Ma spero che molti altri possano dire la loro, a Milano e altrove.
Le attività extrascolastiche: cronaca di una guerra non dichiarata
Se l'anno scorso ero assolutamente sicura del fatto che ogni attività sportiva pomeridiana fosse superflua quanto insostenibile, quest'anno titubo. Meryem vede tutti gli amichetti impegnati qui a là; le mamme della classe esortano, la tata fa pressing. In fondo si potrebbe anche fare. Esclusa la piscina, poco raggiungibile e francamente un po' scomoda d'inverno, io avevo optato per una molto decantata lezione di "gioco-danza", ubicata in una scuola dei paraggi. Ci vanno alcuni amichetti, è una sola volta a settimana e non richiede attrezzatura. Mi ero lavorata un po' Meryem, a cui l'idea piaceva, e mi preparavo, con molta calma, a prendere informazioni in merito. Ma avevo fatto i conti senza tata Silvana. Anche lei si è fatta un'idea, nel frattempo. Presso una parrocchia oratorio dove spesso lei e Meryem vanno a socializzare con i bambini del quartiere, c'è un corso di pattinaggio. Stessa location in cui io, seienne, andavo a spazzolare la pista a culate. Ah, il revival. E poi quest'anno ci sono i maestri del CONI (???). Un'occasione d'oro. Insomma, Silvana tifa per i pattini a rotelle. Misteriosamente Meryem, che l'anno scorso aveva giudicato l'attività "un po' noiosa", oggi sembra convinta che abbia il suo appeal. "E poi vedi, mamma, nel pattinaggio si fa anche danza". Questa, cara Guerrigliera, non è farina del tuo sacco, mi sa. I contro sono palesi: minimo due volte a settimana, pattini da acquistare, temibili saggi e, Dio non voglia, in futuro, anche gare in luoghi improbabili. Certo però che, a essere onesti, c'è anche qualche pro: trattasi (se le piacesse) di sport, serio e piuttosto bello; per me è stato una grande palestra di vita, perché mi faceva affrontare i miei limiti, mi ha insegnato l'autovalutazione e, soprattutto, mi ha insegnato a perdere. Ma soprattutto, cavoli, era una goduria. La sensazione del vento nei capelli mentre prendevo velocità, la soddisfazione di un atterraggio riuscito, il vortice delle trottole… senza essere una grande atleta, mi ha lasciato delle belle sensazioni. Silvana sarebbe felice. E io? Mah. Ancora titubo. Ho detto di informarsi, poi decideremo. Voi che dite?
Scuola, ce la possiamo fare (forse)
Ci risiamo, la giostra è ripartita. Lotta impari contro l'orologio, la corsa a ostacoli degli imprevisti e probabilità della scuola (specie pubblica), la socializzazione semi-forzata con le altre mamme, le feste dei compagni, il fondo cassa. Dopo il primo giorno, oggi, sto cercando di non dare troppo peso a qualche piccolo incidente di percorso. Più d'uno, a dire il vero. Prima di tutto l'odioso scarto tra orario dichiarato (anche con appositi cartelli) e orario effettivo, più corto di un paio d'ore. Poi il mistero dei bagni, il cui uso sembra concesso con una parsimonia francamente eccessiva per dei bambini di 4-5 anni. Non riesco a liberarmi dalla spiacevole sensazione che si tenda al risparmio delle energie e dell'impegno, oltre che delle risorse economiche. Ma la cosa che più mi ha infastidito è stato uno scambio davvero poco felice con una delle due maestre, quella che ci conosce già da un anno (l'altra è cambiata). Si parlava del fatto che mia figlia, nonostante sia figlia di musulmano e comunque non battezzata, frequenta l'ora di religione. "Ah, ma allora il padre non è musulmano", commenta la maestra. Beh, veramente sì. "Che strano!!!", insiste lei. "E dire che loro sono così fanatici. Lui deve essere proprio l'eccezione". Ora. Soprassedendo sul fatto che se uno ha in mente un (pre)giudizio così sgradevole, potrebbe sempre tenerselo per sé, o almeno aspettare che mi allontani per spettegolarne con qualcun altra. Vogliamo parlare del fatto che questa maestra ci conosce da un anno? Che ha avuto modo di vedere con i suoi occhi che padre sia Nizam (unico aspetto che dovrebbe interessarle, per inciso)? Che caspita di frase è? Come le viene? Vabbè. Mi becco tutte le canzoncine interculturali del mondo e poi…
Ma veniamo ad argomenti più frivoli. Mi preme segnalarvi come, del tutto involontariamente, ho acquistato diversi punti nella stima delle mamme monteverdine. Considerato quanti ne perdo durante l'anno scolastico, partire da un saldo positivo mi può solo avvantaggiare. Episodio 1: festa di compagna di scuola, Villa Pamphili. Una delle mamme, che scopro militante di sinistra, si adopera per raccogliere firme per il referendum. Va dichiarata la data di nascita. Scopro con una certa sorpresa che un buon gruppo di mamme è nata negli anni '60, sia pure verso la fine. "Eh, almeno la tua data di nascita inizia con il 7…", mi dice una. Non so come mi sia uscito, ma ho detto: "Per non parlare di Nizam, che ha una data di nascita che inizia per 8…". Siepe di sguardi, per dirla alla De André. Oooops. Il pensiero palpabile nell'aria era: "Ma come fa 'sta carampana, che dimostra molti anni più della sua età, ad aver acchiappato un giovinetto?". Ehm. Mi allontano con discrezione. Non mi ameranno più di prima, ma qualcuna scoprirà per me una sorta di rispetto. Oggi è seguito l'Episodio 2. Con l'entusiasmo alle stelle, dopo l'ufficio mi sono trascinata in palestra. Avrei preferito quasi qualunque cosa. Mentre pedalavo svogliatamente sulla cyclette mi casca l'occhio su una bambina che si aggira tra gli attrezzi. Mi sembra familiare. E infatti… "Ciao!", mi dice semisgomenta la mamma della bimba, compagna di Meryem. Fingo disinvoltura. Dovevo essere uno spettacolo raccapricciante, ma vabbè. Lei si sta informando per iscriversi. Mi assicura che mi chiamerà per chiedermi un parere. Si vedeva vistosamente che ero l'ultima persona che si aspettava di incontrare e non saprei darle torto. Ma ora sono diventata anche, nell'opinione delle mamme della classe, una che fa fitness. Ci rendiamo conto? Vi saprò dire se tutto ciò avrà una qualche influenza sulla mia vita sociale.
Ascolto e conversazione
Disclaimer: Questa non è una vera recensione ed è un post molto ingarbugliato, scritto più per mettere ordine nelle mie idee in questo momento che per comunicare davvero un'idea. Tuttavia, se unite anche i vostri pensieri, magari mi aiutate a capire che penso. Conversiamone! 🙂
Oggi, mentre leggevo questo manualetto, mi sono fermata a pensare che il maggiore guadagno che ho avuto dalla frequentazione della rete sono state proprio le conversazioni e l'opportunità di rifletterci sopra, sia per i contenuti che per le modalità. Le conversazioni asincrone dei commenti sui blog, ma anche quelle dal vivo, gli incontri e le condivisioni di interessi. Di contro, mi sono resa conto che la mia vita a tratti è stata sorprendentemente povera di conversazioni. Nonostante l'apparente comunanza di interessi con chi frequentavo, i percorsi comuni, finiva che avevamo l'impressione di camminare sempre su strade già battute e ci dicevamo ben poco. L'unica sostanziale eccezione è stata l'esperienza degli Orientalisti, che almeno nei primi anni avrebbe avuto tutte le carte per diventare rivoluzionaria, creativa, produttiva. Poi però abbiamo fatto degli errori, io per prima. E sono stati in gran parte errori di comunicazione. Difetto di ascolto, pregiudizi, poca flessibilità. Se riguardo a quell'esperienza da una certa distanza, con il celebre senno del poi, posso attribuire questi errori al mio temperamento e alla mia immaturità, ma forse – soprattutto – al fatto che eravamo ancora troppo dentro gli schemi stantii del mondo accademico italiano. Sebbene pensassimo di rivoluzionarli, eravamo ancora troppo coinvolti da quelle modalità di rapporti e da quelle aspirazioni piccole, schematiche e poco promettenti. Oggi ho certamente meno vita sociale di prima, da un certo punto di vista. Ma negli ultimi due anni le mie interazioni e le mie conversazioni sono migliorate molto. Questo mi porta inevitabilmente a notare che invece in alcuni contesti, specialmente in famiglia (mia madre esclusa, almeno per alcuni aspetti) mi sento ancora molto poco ascoltata e, di contro, non sono capace di ascoltare. E' strano, ma i vincoli di sangue restano i più difficili da affrontare. Essere razionali in queste cose scivola troppo facilmente nell'essere poco spontanei, affettati, falsi. La famiglia mi pare ancora un obiettivo troppo ambizioso per le mie modeste doti di conversatrice. Quasi lo stesso posso dire delle mie due ex relazioni più passionali. Il pensiero di affrontarle di nuovo, o anche solo di riconsiderarle, mi fa tremare le vene dei polsi. Forse tra l'altro non è necessario che io lo faccia. Quale sarebbe esattamente il mio obiettivo, se decidessi di farlo? Forse solo dimostrare a me stessa che sono in grado e non mi pare motivo sufficiente, soprattutto se non sono in grado. Ma continuerò a rifletterci sopra.
Storie di famiglie – 2
A. è un paraculo. Faccia da schiaffi, simpatico, solare, estroverso. Una sagoma. Ancora parla malissimo italiano, ma non sta zitto un momento, gesticola, ride, scherza. Sa di essere un bel ragazzo e ci marcia. Non ha soldi neanche per le sigarette, ma non cede alla t-shirt e ai jeans. Ha sempre una certa eleganza, pantaloni con la piega e camicia. Le conversazioni con lui tendono a prendere una piega surreale e, anche se l’argomento è spesso tragico, si finisce per sbottare a ridere insieme. A. è somalo. E anche lui ha una famiglia in perfetto stile somalo. Atipica, sparpagliata su tre nazioni e quattro città, con un portafoglio di sfighe che sarebbe troppo complicato passare in rassegna in modo esaustivo (viste anche le serie difficoltà di comunicazione). La principale, tuttavia, è quella di dovere avere a che fare con l’ambasciata italiana a Nairobi per ottenere i visti per il ricongiungimento familiare.
In sintesi, ha due figli la cui madre è morta e che ora vivono con la nonna in qualche posto della Somalia. Nel frattempo, in Kenya, si è sposato un’altra donna, somala come lui, (“perché per un uomo una donna è importante!” ci ripete a ogni pié sospinto). Ora che è rifugiato in Italia ambirebbe a fare confluire qui la sposina e i suoi figli. E qui incappiamo nel solito problema. Ai figli (pagando) si può fare il test del DNA, onde verificare la legittimità del ricongiungimento. La moglie però, non essendo la madre dei figli, non può essere sottoposta al test. Dei certificati di matrimonio kenyoti, a quanto pare, l’ambasciata italiana non si fida. Sembra che ne girino molti falsi. Lo stato di famiglia in Somalia, peggio che andar di notte. E quindi? Quindi no, apparentemente non si può fare. Abbiamo incontrato un altro somalo che, visto che non aveva figli, alla fine si è arreso e la moglie l’ha lasciata là e ha chiesto di fare venire la madre, che almeno è consanguinea. Però A., giustamente, non si rassegna. “Ma quante coppie senza figli ci sono qui in Italia?”, ci argomentava (sto traducendo molto liberamente dal suo coloritissimo italo-somalo). “Vi pare che una moglie non è moglie solo perché non ha avuto figli da me, ancora?”. E no che non ci pare. Però… “E allora la risposo!”. Prego? “Loro (l’ambasciata) mi dicono dove la devo sposare e io vado e la sposo. Così a loro va bene”.
Ora, soprassedendo sui costi e sull’irrealizzabilità del matrimonio bis, converrete che A. non ha fatto altro che dare voce a un nostro pensiero ricorrente, che vi vado a formulare qui. Ma insomma, cara ambasciata italiana, questi somali dove volete che si sposino? In Somalia no, perché senza governo l’anagrafe non esiste. In Etiopia no, perché al massimo li fanno sposare in moschea e non lo considerate un matrimonio valido. In Kenya men che meno, perché il certificato poi rischia di essere falso o anche solo di sembrarlo. Certo, un modo per aggirare i problemi ci sarebbe. Andarsene in Kenya, dove tua moglie è parcheggiata in attesa del visto a Nairobi e provvedere non a risposarla, come vorrebbe romanticamente il nostro giovane paraculo, ma a generare un figlio là per là, seduta stante. Così si fa il test del DNA ed è tutto a posto. Ma questo, a parte i tempi comunque un po’ lunghi che la cosa richiede, non ci sentiremmo di consigliarlo, francamente.